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Per mesi ho cercato di far parlare le poche foto che avevo dei miei nonni, a partire da una piega degli occhi o del vestito, oppure appoggiandomi a qualche breve annotazione a margine o sul retro.

Adesso che sono a Campi, di foto ne ho centinaia e centinaia. Sono venute fuori pian piano, frugando nello scantinato delle cugine e aprendo cartoni e sacchi, immergendo le mani in un passato che, per anni, mi era stato estraneo, nonostante fosse la storia della mia famiglia. E passo giornate intere a classificarle e a sistemarle nelle cartelline, decennio per decennio, anno per anno.

Per mesi sono andata avanti incrociando le informazioni in mio possesso con i decreti di nomina e promozione pubblicati sulla «Gazzetta Ufficiale», leggendo ogni sorta di articolo o libro dedicati alla magistratura sotto il fascismo e nel primo dopoguerra.

Adesso sono sommersa dalle carte. E nonostante abbia censito e sistemato tutto in cartelle e cartelline, per temi e sottotemi – “1916-1919: brigata Novara, Bainsizza, Nagymegyer”; “1920-1922: marcia su Roma, concorso in magistratura”; “1923-1927: ‘bandiera rossa’, don Pippi, matrimonio”; “1928-1934: processi, Roma, nascita Rosaria”; “1935-1942: nascita papà, confino, Seconda guerra mondiale”; “1943-1949: epurazione, studio legale, reintegro in magistratura”; “1950-1958: procuratore della Repubblica, campagna elettorale, Camera dei Deputati, ictus” –, mi sento persa.

Jacques dice che, in poco tempo, ho organizzato un archivio che uno storico, forse, avrebbe impiegato mesi a costituire. Dice che nessuno ci crederà che il materiale raccolto l’ho messo a posto tutto da sola. Dice: «Fai una foto dello scantinato, fanne una dei cartoni, fotografa le buste piene di carte buttate alla rinfusa, scatta un’istantanea di ogni documento che hai trovato, ché poi, altrimenti, chi ti dà retta quando gli racconti che sei entrata in possesso di una copia di tutte le tessere di iscrizione ai Fasci di combattimento di tuo nonno a partire dal 1919?».

Trascrivo pezzi interi di documenti e di lettere private – anche di lettere ne ho trovate migliaia: mio nonno scriveva sempre, scriveva a tutti, annotava qualsiasi cosa.

Leggo e rileggo gli appunti che ho preso.

Ma faccio fatica ad andare avanti.

Sono talmente terrorizzata all’idea di sbagliare una data o di perdermi per strada un brandello di realtà, che non scrivo più.

E penso con sollievo a quando avrò finalmente finito questo libro e potrò di nuovo dedicarmi a un romanzo totalmente inventato, libera di giocare con i miei personaggi, forzarne i tratti, stravolgerne l’esistenza, maltrattarli, se ne ho voglia, tanto chi potrebbe rinfacciarmelo un giorno, se è tutto frutto della mia immaginazione?