6

Cartellina n. 35: campagna elettorale del 1958

Facsimili delle schede per la Camera dei deputati, agenda della campagna, bozza manoscritta di un paio di discorsi, quaderno con il rendiconto dettagliato delle spese elettorali, manifesti, locandine, ciclostilati. Il materiale utilizzato da mio nonno durante la campagna elettorale del 1958 ce l’ho tutto. E, tra i volantini, ce n’è uno stampato su una sorta di carta velina verde, 15x10 cm.

Logo: corona dentro una stella

Partito Nazionale Monarchico

Elettore,

Apri la scheda

Guarda la STELLA

Fra tutti i Simboli

È la più bella.

Fa’ una CROCETTA

Con la tua mano

Vota tranquillo

ARTURO MARZANO

Il comitato elettorale

Vota on. Marzano candidato alla Camera dei Deputati per il P.N.M. tracciando una crocetta + su Stella e Corona e segnando il numero 3 vicino a Stella e Corona.

Mostro il volantino a Jacques che, leggendolo, scoppia a ridere. «Che cafonata!» esclama – questa storia del “cafonesco” gli è piaciuta, è un termine che non conosceva, in francese non esiste, c’è “cafone”, che si dice plouc, ma la parola viene più che altro utilizzata per designare una persona semplice, rozza; in francese non c’è nessun termine preciso per indicare l’assenza di gusto o la volgarità di chi magari pensa di vestirsi in maniera distinta moltiplicando ricami, pizzi, ori e belletti.

Ma a me questi versi fanno invece tenerezza: per una volta, non provo né vergogna né colpa, anche se la storiella della “stella bella” e della rima finale con “Marzano” è talmente banale che sfiora il senso del ridicolo – ecco da dove viene a papà questa mania di cercare sempre una rima, e poi di ripetere tutto soddisfatto i versi che trova, come quelli sul “raccordo anulare” e il “bere da bagordo”, penso tornando nel mio studio e iniziando a leggere uno dei discorsi elettorali del nonno.

“Una maggioranza assoluta della Democrazia Cristiana sarebbe un flagello storico e politico forse di non troppo meno grave portata che una larga maggioranza per i socialcomunisti. In ogni caso la libertà e la democrazia sarebbero compromesse: quella libertà e quella democrazia sempre ricercate e giammai raggiunte se non, forse, di nome; quella libertà e quella democrazia in nome delle quali, o meglio sotto lo scudo delle quali, si fece di tutto – arrivando al tradimento della patria – per far cadere un regime che di dittatura aveva soltanto il nome o – se vogliamo concedere tutto – era quanto meno un regime maggioritario italiano, non papalino né bolscevico!”

Mi devo fermare. La tenerezza è svanita, e provo di nuovo vergogna. Devo fumarmi una sigaretta, devo riflettere.

Come facevi a dire che non si trattò di un regime dittatoriale, nonno? Come potevi sostenere che, in nome della libertà e della democrazia, si tradì la patria? Come potevi, in cuor tuo, essere ancora legato al Duce? Ma allora non hai mai smesso di essere fascista, è così, nonno?

“Il miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni più disagiate è un imperativo categorico al quale non può sottrarsi alcun partito politico; tutto sta nei mezzi attraverso i quali si persegue un obiettivo. I così detti partiti di sinistra vogliono un livellamento amorfo delle personalità, al quale porterebbe in ultima analisi l’invadente statalizzazione della vita civile. Noi, la così detta destra, vogliamo lo sviluppo armonico e costante della collettività nella quale il singolo non venga sommerso, ma potenziato e migliorato.”

Mi fermo di nuovo. Per mio nonno, l’acerrimo nemico è sempre il comunismo.

Nel 1958, nonostante la repressione nel sangue da parte delle truppe sovietiche dell’insurrezione ungherese e il Manifesto dei 101, il Partito comunista italiano è ancora fortemente legato alle vicende sovietiche e al leninismo rivoluzionario. In occasione delle manifestazioni organizzate alla fine del 1957 per festeggiare il quarantesimo anniversario della Rivoluzione d’ottobre, Pietro Longo, che era allora vicesegretario del partito, dichiara senza complessi e senza remore: «A noi comunisti italiani si rimprovera di essere sempre stati con la Rivoluzione d’ottobre, con l’Urss [...] Noi ci vantiamo di questo: è nostro onore e titolo di gloria non aver mai perso la fede nelle forze creative del proletariato sovietico e nella fecondità dell’idea socialista».

Bisogna aspettare qualche mese prima che l’articolazione delle culture della sinistra italiana diventi più complessa, più ricca. E che intellettuali del calibro di Raniero Panzieri e Lucio Libertini, in un articolo pubblicato sulla rivista «Mondo Operaio» e intitolato Sette tesi sul controllo operaio, affrontino di petto il problema della transizione verso il socialismo: non c’è più un “sole dell’avvenire”, scrivono Panzieri e Libertini, né tanto meno “un’ora X”, ma un processo da costruire all’interno delle contraddizioni del capitalismo. Siamo ancora lontani dalla svolta di Enrico Berlinguer che, dopo i fatti di Praga, si convince definitivamente della necessità che la rivoluzione comunista diventi un processo all’interno dello sviluppo della democrazia. Ma, accanto alle posizioni più radicali di un Togliatti e di un Longo, iniziano a diffondersi le idee più moderate dei socialisti Nenni e Lombardi. Come facevi a ignorarlo, nonno?

“Solo in un caso noi abbiamo l’ambizione di essere qualificati di destra, ove per gruppi di destra si intendano partiti e movimenti che affermano e esaltano la dignità nazionale, che non è retorico o sorpassato esclusivismo nazionalistico, ma coscienza dell’unità nazionale, di quel gruppo etnico e sociale che si inserisce nel più vasto gruppo della comunità internazionale. L’appoggio che i gruppi di destra, nel significato ora chiarito, daranno alla DC vuol dire garanzia di ordine morale, giuridico, politico, economico, vuol dire garanzia di valorizzazione dei misconosciuti o obliati valori tradizionali e nazionali.”

Smetto di leggere, ho bisogno di schiarirmi le idee.

Al di là dell’atavico odio per i comunisti, mio nonno era ossessionato dalla retorica nazionalista, dall’opposizione “noi-loro”, dai valori tradizionali e dall’ordine morale. Come avrebbe reagito scoprendo che suo nipote, il figlio di Ferruccio, colui che porta il suo stesso nome, è gay?

Se non avesse avuto l’ictus, se fossi nata prima, se avessi avuto la possibilità di discutere con lui... Se, se, se... che poi non ha senso, mi dico, che cosa avrei fatto “se”? Avrei litigato con mio nonno? Avrei cercato di mostrargli la follia di certe idee?

Poi penso che, in fondo, è proprio contro queste folli idee che mi sono sempre battuta, anche in Parlamento – fissando gli scranni a destra mentre prendevo la parola in aula, litigando in commissione con i colleghi della Lega e del partito di Meloni –, e mi domando se, senza esserne ancora consapevole, tutto ciò che ho sempre fatto non sia stato anche un modo per ricucire e rattoppare la storia della mia famiglia...

Metto da parte il discorso. Inutile continuare ad accanirmi, mi dico. Meglio andare avanti nella lettura dell’altro materiale che ho trovato.

Sfoglio l’agenda degli incontri e dei comizi che si susseguono a partire da domenica 13 aprile, giorno dell’apertura ufficiale della campagna elettorale di mio nonno, e riconosco la grafia di papà. Deve essere stato lui a segnare gli impegni del padre, accompagnandolo su e giù per la circoscrizione salentino-jonica. Ma come faceva a seguire il nonno e a sentirgli dire tutte quelle cose assurde senza batter ciglio? Che pensava? E quando il nonno se la prendeva con i socialcomunisti? E quando parlava dei valori tradizionali che la destra avrebbe contribuito a salvaguardare?

Sfoglio l’agenda della campagna elettorale, e leggo che mio nonno percorreva ogni giorno la provincia in lungo e in largo. Il 13 aprile, alle 16, è a Calimera; alle 18, è a Martano; alle 20, è a Zollino. Il 14 aprile, la mattina è a Lecce, il pomeriggio è prima a San Pancrazio, poi a Maglie, quindi a Nardò. Il 15 aprile, è la volta del basso Salento. Il nonno scende fino a Castrignano del Capo, che si trova a una manciata di chilometri dal faro di Santa Maria di Leuca e dal santuario di Santa Maria de Finibus Terrae, l’estremo sud orientale della penisola italiana, dove il mar Adriatico abbraccia il mar Ionio – ci sono giorni in cui, quando il cielo è nitido, si intravede il punto esatto in cui le acque si incrociano, c’è una linea di demarcazione cromatica legata alla diversa quantità di sale, e allora il blu sfuma nello zaffiro, lo zaffiro nel turchese, il turchese nell’azzurro; quand’ero bambina, mamma mi insegnava tutte le gradazioni del blu e del verde: «L’azzurro non è il celeste; il celeste non è il carta da zucchero; il carta da zucchero non è il fiordaliso!». E le amiche della nonna si divertivano mostrandomi pezzi di stoffe differenti: «E questo che colore è?». «Indaco» rispondevo fiera, guardavo la mia mamma che annuiva, hai visto, mammina, che ho imparato?

Una volta terminato l’incontro a Castrignano del Capo, Arturo inizia a risalire verso Lecce, passando da Presicce, Acquarica, Taurisano e Scorrano.

Ogni giorno ha in media sette, otto riunioni. Si è fatto dare dalla federazione del PNM l’elenco di tutte le sezioni della provincia, e incontra i segretari, porta gli striscioni e i manifesti, distribuisce i volantini.

I comizi veri e propri iniziano domenica 4 maggio. Ore 18: Maglie; ore 20: Martano. Per una settimana, il nonno fa due comizi al giorno. Poi i comizi diventano tre. Talvolta anche quattro.

Sfoglio l’agenda della campagna elettorale, e mi viene l’ansia. Penso a quando parlo con papà e gli enumero le conferenze, i seminari e le presentazioni che talvolta accumulo quando torno in Italia, e lui esclama: «Ogni tanto riposati!» pur sapendo che non ha senso dirlo. Ma lui deve per forza ribadirlo, altrimenti mi stanco troppo, altrimenti mi ammazzo di lavoro: «Tu però, ogni tanto, riposati...».

Nello scantinato delle cugine non c’è solo il materiale dell’ultima campagna elettorale di mio nonno. Ci sono anche cartoni e cartoni pieni di fascicoli datati 1953-1958, cinque anni di lavoro che Arturo macina, giorno per giorno, dopo essere stato eletto alla Camera dei deputati.

Quando ho cominciato ad aprire i cartoni, sono venuti fuori centinaia e centinaia di fascicoli. All’inizio non mi sono resa conto di quanti fossero, e mi sono messa a contarli. Poi ho realizzato che era impossibile, e allora ho deciso di tirarli fuori a blocchi, mettendoli direttamente nelle buste di tela 40x60 che avevo portato da Parigi.

Ho impilato i fascicoli alla rinfusa, dicendomi che li avrei guardati con calma una volta a casa. Ho fatto solamente attenzione a separarli dalle foto, dalle lettere, dagli articoli di giornale e dai documenti processuali, che ogni tanto erano finiti tra i fascicoli. Ho riempito sei buste solo con questi dossier: alcuni saranno illeggibili, ho pensato mentre li prendevo in mano, l’umidità li aveva completamente rovinati. Ogni tanto ne aprivo uno, incuriosita dal nome: Guerrieri? Mi dice qualcosa... forse è uno di Campi, sono certa di aver già sentito nominare questo Guerrieri...

Il nonno era ordinatissimo, al limite del maniacale. Ogni fascicolo è all’interno di un cartoncino; sul cartoncino ci sono il nome, il cognome e il luogo di residenza della persona che gli si è rivolta per chiedere un favore o un aiuto: esoneri dal pagamento di un canone, pensioni di invalidità, raccomandazioni, trasferimenti, pensioni di guerra, assegni vitalizi, assunzioni; dentro ogni fascicolo, ci sono decine di dattiloscritti e lettere, carta da minuta della Camera dei deputati, fogli di quaderno bloccati da una spilla; molte spille sono arrugginite, devo stare attenta a non rovinare la carta, ma che è ’sta carta velina? Non poteva scrivere su una carta più resistente?

Il nonno rispondeva a tutti: scriveva a sottosegretari e ministri, alla Corte dei Conti e all’Opera nazionale per i ciechi civili, all’ispettore generale per il Credito ai dipendenti statali e al comandante di qualche distretto militare; inviava copia delle lettere e delle risposte alle persone che gli avevano chiesto aiuto; sollecitava di nuovo se il problema non veniva risolto o pareva accantonato.

Campi, Guagnano, San Cesareo, Lecce, Maglie, Botrugno, Neviano, Salice, Presicce, Sava, San Cassiano, Taranto, Trepuzzi... venivano da tutta la circoscrizione salentino-jonica a chiedere favori, consigli, aiuti.

Adesso capisco cosa volevano dire le cugine quando parlavano delle file lunghissime, il sabato e la domenica, fuori dal portone della casa di Campi: tutti a chiedere, tutti a reclamare, tutti a volere, tutti a supplicare. Adesso capisco anche perché chiunque lo abbia conosciuto mi dica che il nonno era infinitamente buono e generoso, e che tutti gli volevano bene. Adesso capisco persino il panico e la rabbia di mio padre quando qualcuno gli chiedeva una raccomandazione: «Io queste cose non le faccio!».

Un’intera cassa è riempita di fascicoli datati “1958”.

Tra il 3 e il 5 maggio, in piena campagna elettorale, mio nonno scrive 136 lettere: le ho contate e messe in ordine, molte le ho anche lette, volevo rendermi conto, volevo sapere: “Caro Cerbino, mi sto interessando presso il comando del 157° Regg. Fanteria perché tu venga sottoposto a visita medica di controllo [...]”; “Caro Imperiale, ti assicuro che sto svolgendo il massimo interessamento perché ti siano concessi gli arretrati di pensione di guerra”; “Caro Latino, ho premurato vivamente il Ministro di Grazia e Giustizia perché tu possa essere sollecitamente arruolato nel corpo degli agenti di custodia”; “Caro Manieri sto svolgendo il massimo interessamento presso il Direttore Generale del personale per la tua riassunzione in servizio”; “Caro Scardino ti assicuro il più grande impegno perché ti possa essere concessa la pensione a seguito della morte del tuo compianto figliolo Alfredo”.

Dopo un po’ che leggo sono sfinita, non voglio nemmeno pensare a come si sentisse mio nonno, che rispondeva a tutti, indiscriminatamente, e poco importa che si trattasse di monarchici, liberali, socialisti o comunisti: Arturo c’era per chiunque, dice mio padre, confermano le cugine.

«È morto di lavoro» dico a Jacques, col cuore stretto. «È ovvio che gli è venuto un ictus, altro che i piattoni di pastasciutta di cui parla ancora oggi papà, sostenendo che il nonno mangiasse troppo e male!»

Lo dico.

Poi penso a quando anch’io passo le serate a rispondere alle mail, e Jacques si arrabbia: «Ora basta! Ti sfinisci!». Ma io continuo. Come faccio a non rispondere quando qualcuno mi scrive che la figlia soffre di anoressia da oltre dieci anni, e che non sa più a che santo rivolgersi?