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Via Fratelli Rosselli, poi piazza Libertà, poi via Taranto. Quindi a destra, lungo la vecchia via Campi-Guagnano, e sempre dritto per un paio di chilometri.

Ho deciso di fare un salto al cimitero e visitare la cappella di famiglia; ho chiesto le chiavi alle cugine; ho detto a Jacques che preferivo andarci da sola; ho comprato un mazzo di girasoli dal fioraio accanto al Municipio. Quando arrivo di fronte al grande cancello all’entrata, mi avvicino al cartello con gli orari di apertura e chiusura, e leggo che il cimitero è aperto dalle 17 alle 18.30.

Ho una mezz’ora, mi dico guardando l’orologio. È più che sufficiente. Il cimitero è piccolo: anche se non ci vengo da tanto, mi ricordo perfettamente dov’è la cappella dei Malvani, voglio solo salutare i nonni, raccogliermi qualche minuto, riempire un vaso di acqua e deporre i girasoli accanto alle tombe di Arturo e Rosetta. Se mi resta un po’ di tempo, magari cerco anche la tomba degli Schiavone e dei Leuzzi, dei Parlangeli e dei Perrone, dei Palazzo e dei Maci: ho bene in mente la lista di coloro che vennero a rendere omaggio alla salma del nonno, prima o poi toccherà a me far visita ai loro cari defunti – riconoscenza e ingratitudine, fedeltà e tradimento, sono giorni che queste parole mi frullano per la testa, non sono più solo fredde nozioni con cui per forza di cose ci si confronta quando si lavora sull’etica; sono diventate carne e sangue, di notte mi sveglio e faccio fatica a riaddormentarmi: non mi sto anch’io comportando da ingrata e da traditrice con mio nonno e con mio padre? Sono fedele alla verità oppure la stravolgo a mio uso e consumo?

Quando varco la soglia del cimitero, ho un momento di smarrimento. È cambiato tutto da quando ci sono venuta l’ultima volta. Ho la certezza di dover girare a destra, ma si tratta della prima o della seconda stradina? Non c’era un grande monumento proprio all’angolo tra il piazzale e il viale centrale? Che fine ha fatto quella specie di obelisco in pietra leccese? Supero il viale n. 1: ci sono troppi cipressi, non è qui che devo girare, mi dico. Ma andando avanti, dopo pochi minuti, non mi raccapezzo più. Sono spuntate ovunque nuove cappelle. Alcune sono in marmo e vetro. Altre in cemento armato. Alcune in costruzione, ancora con le impalcature e i blocchi di tufo a vista. Non sembra nemmeno più un cimitero, ma un piccolo paese all’interno del paese.

Vedo un grande edificio che assomiglia a una chiesa, salgo gli scalini, entro, e mi trovo di fronte a decine e decine di loculi, con accanto fiori, lumini e ceri votivi. Inizio a leggere i nomi: quanti di loro figurano tra i fascicoli di mio nonno? Ma poi getto un occhio all’orologio ed esco, ho sbagliato strada e il tempo passa, se non mi sbrigo, la cappella di famiglia non la trovo. Faccio dietrofront, ma mi confondo di nuovo perché, invece di arrivare nello spiazzo centrale, dopo aver camminato qualche minuto sono davanti a un muro di recinzione. Proprio in quel momento, sento il suono di una sirena, come se fosse scattato un allarme.

Guardo di nuovo l’ora e mi rendo conto che sono già le 18.28. Forse la sirena è un modo per ricordare ai visitatori che il cimitero sta per chiudere, mi dico cominciando a sudare. E se non trovo l’uscita? E se mi chiudono dentro? E se non sanno che sono ancora qui e sprangano il cancello? Panico. Abbandono i girasoli accanto alla tomba di una certa Teresa Lucia Tricarico e inizio a correre. Ma più corro, più mi agito; più mi agito, più mi sento persa. Sono tre volte che passo davanti a una porta di ferro con sopra un teschio, sto girando in tondo. Ormai sono madida di sudore. Ma com’è che si esce da questo labirinto?

Dopo una decina di minuti – e l’allarme che ormai non la smette più di suonare – trovo finalmente l’uscita. Esco bagnata e ansimante.

«Ti eri persa, signora?» dice un ragazzo accostando le ante del grande cancello d’entrata, mescolando il “tu” e il “signora”, come in Salento fanno quasi tutti.

«Oddio sì!» rispondo con l’affanno. «Mi perdoni se le ho fatto fare tardi, ma non riuscivo a trovare l’uscita.» Sono tutta rossa e tossisco.

«Figurati, signora! Mica ti lasciavo chiusa dentro!»

«Scusa, ma come hai fatto? È un buco, quel cimitero.» Jacques si mette a ridere quando, tornata a casa, gli racconto di aver perso il senso dell’orientamento.

«Guarda che è tutto diverso dall’ultima volta che ci siamo stati.»

«Ci sarà qualche cappella in più. Magari i cipressi sono cresciuti oppure qualcuno è stato tagliato. Ma da lì a dire che è tutto diverso... non stai esagerando?»

Nel momento stesso in cui sto per protestare, mi torna in mente l’immagine della tomba della famiglia di papà. Il rosone della facciata centrale. La scritta: “Famiglia Malvani, 1926”. L’arco a sesto acuto, in finto gotico. Il cancello in ferro battuto con le foglie di malva e al centro una croce. Mi rendo conto che ci sono passata davanti più volte senza mai metterla a fuoco. L’ho guardata, senza mai vederla. Persino il nome Malvani, letto e riletto quando cercavo di orientarmi all’interno del cimitero, mi è scivolato addosso, come se si trattasse del nome di un estraneo.