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Genova, 13 agosto 1961

Miei carissimi mamma e papà, ieri sera quando sono partito avevo la febbre ed ero stanchissimo, ma sono stato a letto dalle 19 sino alle 12 di stamane e mi sono rinfrancato. Come salute, adesso sto molto meglio. Cominciano a sorgere però le prime difficoltà della lingua. Sono in una nave americana dove il 98% delle persone imbarcate parla inglese, sono nel pieno delle difficoltà di comprensione e apprendimento.

Papà, la sera del 12 agosto 1961, si imbarca a Napoli sulla SS Constitution, una nave delle American Export Lines, celebre all’epoca non solo perché era stata la nave sulla quale aveva viaggiato Grace Kelly nel 1956, quand’era partita da New York per venire in Europa e sposarsi con il principe Ranieri, ma anche perché, nel 1957, la si era vista nel film Un amore splendido, con Cary Grant e Deborah Kerr: è sulla SS Constitution che Nickie, in viaggio per New York dove lo aspetta un’affascinante ereditiera, incontra Terry e si innamora perdutamente – chi non si è commosso quando, sei mesi dopo, recandosi all’appuntamento sulla terrazza dell’Empire State Building, Terry ha un incidente e perde l’uso delle gambe?

Papà non ha un biglietto di prima classe; il suo è di terza. Ma lui non si è imbarcato per fare una crociera, né tanto meno per raggiungere la donna della sua vita. Papà – che dopo l’ictus del nonno ha dovuto interrompere per quasi un anno gli studi, laureandosi poi nel marzo del 1960 – ha vinto una borsa della Banca d’Italia, è stato ammesso all’università di Harvard e ha preso la nave per andare a studiare in America. Avrebbe preferito viaggiare in aereo, ma sua madre non voleva, aveva paura, e ha insistito talmente tanto che alla fine Ferruccio ha ceduto: quando Rosetta si mette in testa qualcosa, non c’è modo di farle cambiare idea. E poi, adesso che il marito è menomato e che lei è sempre addolorata, non se l’è sentita proprio di contrariarla.

Papà è arrivato a Napoli nel primo pomeriggio. Ha aspettato pazientemente che l’imbarco iniziasse. Poi si è messo in fila. I documenti sono a posto, il visto sul passaporto c’è, i bagagli pure. L’unico problema è quella febbre che gli è venuta subito dopo aver fatto il vaccino contro il vaiolo – non lo voleva fare, ma senza vaccino niente certificato medico, e senza certificato medico niente visto per gli USA; “Ma quanto sono pignoli questi americani!” aveva scritto alla madre qualche giorno prima di imbarcarsi – e che non se ne vuole andare: se qualcuno si accorge che non sta bene, magari non lo fanno nemmeno partire, e poi come fa? È talmente eccitato all’idea di andare a studiare in America che la possibilità di non riuscire a salire sulla nave non la vuole nemmeno prendere in considerazione. “Io non capisco che bisogno c’era di farmi vaccinare” pensa papà, mentre aspetta in fila, ha freddo, ma non può mettersi la giacca, altrimenti se ne accorgono, è agosto, sono tutti in maglietta. “Possibile che capitino tutte a me!” si dice, mentre gli tornano in mente le parole di sua madre: “Come farò senza di te? Con tuo padre in queste condizioni, come faremo ad andare avanti?”.

«Everything’s ok, I am fine!» risponde papà al marinaio che, gettando un occhio al biglietto e ai documenti, si è accorto che il ragazzo trema. Se l’è ripetuta almeno cento volte, quella frase, davanti allo specchio: l’inglese non lo parla, fa fatica persino a capirlo. Il marinaio trattiene a stento una risata – la pronuncia è pessima, si vede lontano un miglio che il giovanotto l’inglese non lo sa – ma lo lascia salire senza chiedere o aggiungere altro.

Nonostante la testa gli giri, Ferruccio cammina spedito fino alla propria cuccetta. Ed è solo quando ormai la nave ha tirato gli ormeggi, si sentono i rumori dei motori, e dall’oblò si riesce a capire che il porto è lontano, che corre in infermeria: «Ho la febbre, sono malato».

Papà, questa storia della febbre, la racconta sempre col tono fiero di chi riesce a farla franca. Come quando simpatizza con quel signore che viaggia in prima classe; lo incrocia sul ponte, scambia due chiacchiere, gli parla della borsa di studio: «La borsa Stringher, sì! Non la conosce?». E il tipo, impressionato dalla sicumera di quel ragazzino, lo invita una sera alla festa organizzata per i viaggiatori business, anche se papà non ha un vestito adatto, e i camerieri lo fissano stupiti, “che ci fa questo alla serata?”.

Papà, ai soldi, deve ormai starci attento. Con le cure per nonno Arturo, i debiti di gioco di zio Nino, nessuno che segua le terre e le proprietà della madre, le cose sono cambiate.

Nei cartoni accatastati nello scantinato delle cugine, ho trovato decine e decine di documenti redatti o ricevuti da papà: lettera di dimissione del nonno dalla carica di consigliere comunale a Campi, notifica delle dimissioni alla sezione del PNM di Campi – “Con quest’atto può considerarsi chiusa la vita politica di papà e cessa ogni nostro legame col Partito Nazionale Monarchico” scrive mio padre al segretario di Campi, l’8 luglio 1958 –, raccomandate a un avvocato di Lecce affinché si occupi delle pendenze e dei crediti dovuti al nonno, lettere alla cancelleria della Corte Suprema di Cassazione per le pratiche di aspettativa, formulari per le visite mediche fiscali, domande di collocamento a riposo, quaderni con i conti del Tresca, del Don Francesco, degli Occhineri e del Fusaro.

Papà, che fino al 1958 non si era mai occupato di nulla, è all’improvviso sommerso dagli incartamenti e non si raccapezza più: nonostante gli sforzi, il cuore non c’è, la testa nemmeno – si impegna: nella prima pagina del quaderno dei conti dell’uva del 1959, dettaglia, fondo per fondo, il numero degli ettari, il comune di registrazione, il foglio e le particelle, ma poi, via via, iniziano gli scarabocchi e le cancellature; il “dare” e il “ricevere” non coincidono; c’è sempre qualcosa che non torna.

“Qui, poco a poco, mi sto adattando alla nuova vita” scrive Ferruccio ai genitori il 31 agosto 1961: è arrivato da poco a Cambridge, prova ad ambientarsi.

Il mangiare è molto caro, come tutto qui, ma non mi faccio mancare nulla, voglio star bene per poter studiare molto. La grande tristezza dei primi giorni mi sta passando, mi aspettano mesi di sacrificio, ma devo prenderla al meglio e cercare di vivere normalmente [...] vi raccomando di sbrigare le varie faccende di casa, che io scrissi una per una nel foglio lasciato alla mamma. Se c’è qualcosa che non capite, scrivetemi, così vi posso spiegare meglio, ad esempio per i conti dell’uva ai coloni.

Il viaggio era durato dieci giorni. Quando la nave era approdata a New York, papà si era visto perso: doveva affrontare le operazioni di visto del passaporto e della dogana, doveva occuparsi della sistemazione dei bagagli, doveva trovare un biglietto ferroviario New York-Cambridge. La città gli era parsa immensa, frenetica, confusa; e lui era stato invaso dalla nostalgia, gli mancava casa sua, gli mancavano gli amici, gli mancava la madre lingua: “La grande difficoltà è quella della lingua, questo fatto mi rende difficilissimo comunicare con qualcuno”.

A Cambridge, Ferruccio alloggia al William James Hall. La sua camera è la 108, che condivide con uno studente americano che viene dal Colorado e al quale inizia a dare lezioni di italiano mentre lui gli insegna l’inglese. Ma adesso c’è la preoccupazione del cibo. “Quanto si mangia male!” scrive papà, che tra l’altro ingrassa, c’è una sua foto scattata nel febbraio del 1962 in cui stento a riconoscerlo, deve aver preso almeno dieci chili! “Qui non c’è neppure l’ombra del buon caffè italiano!”

Sua madre gli risponde non appena riceve una sua lettera. Ricopia sulla busta l’indirizzo – “Mr Ferruccio Marzano, William James Hall n. 108, Harvard University, Cambridge Mass. (USA)” – facendo attenzione a rispettare le maiuscole e le minuscole: Ferruccio le ha spiegato che il “Mr” sostituisce il “signor”, e che per nessun motivo vi si deve aggiungere quel “dottor” con cui la madre ha preso l’abitudine di scrivergli da quando si è laureato.

Rosetta racconta che, a casa, non c’è nessuna novità particolare. Poi riempie le lettere di lamentele – “È arrivata una lettera dalla Corte d’Appello che chiedeva un certificato, io mi sono sentita imbarazzata perché da sola non sapevo come fare, ma poi mi ha aiutato un cancelliere della procura; te l’ho già detto, ci devi scrivere due volte alla settimana, non possiamo stare tanti giorni senza una tua lettera, una settimana è troppo lunga, ne soffriamo, ne soffro moltissimo” – e raccomandazioni: “Non ti strapazzare, se devi muoverti fallo con calma, riposa e nutriti, compra un berrettino per proteggerti dal vento se no ti raffreddi, pensa all’orecchio tuo delicato...”.

Il 1° gennaio 1962 è il compleanno di nonno Arturo, e papà gli scrive un lungo messaggio:

Vorrei che mi sentissi vicino come l’anno scorso, come sempre, pronto per farti gli auguri. E te li invio pieni di tutta la mia speranza perché possa vivere quanto più possibile, anche così. Che vuoi fare, papà mio? Eri tanto diverso prima, quando stavi bene. Come sarebbe bello, stando così lontano, poter ricevere le tue lunghe lettere, con tanti consigli. Ma mi devo accontentare solo della tua firma, e ti devo pensare così diverso... In tutto quello che faccio penso sempre a te, a tutto quello che hai sempre fatto per noi. E tante volte immagino come saresti stato contento di seguirmi da vicino, nelle mie decisioni e nelle mie scelte. Ma non è così, e anche per te è cambiato tutto, e tutto ciò che ti eri costruito pian piano è diventato lontano e insignificante.

La firma del nonno. Quando l’ho vista accanto a quella di nonna Rosetta, mi si è stretto il cuore. I caratteri incerti. Il tratto confuso, disarmonico. Mio nonno, che aveva sempre scritto tantissimo – diari, lettere, sentenze, requisitorie, persino alcune poesie –, non era più capace nemmeno di scrivere il proprio nome. E quel “papà”, con cui si sforza di lasciare una traccia sulle epistole che la moglie scrive al figlio, pare l’ennesima beffa del destino. Perché costringerlo a firmare? mi chiedo. Oppure era lui che voleva? Cosa provava di fronte alla propria impotenza? Se ne rendeva conto?

“Eri tanto diverso prima, quando stavi bene” scrive mio padre. “È cambiato tutto.” Le stesse identiche cose che diceva a me, quando stavo male io. Che senza rendermene conto (ma è così?) gli facevo rivivere il dramma della perdita, sebbene non stessi facendo altro che cercare di essere vista e riconosciuta da lui per quello che ero.

Oppure, inconsapevolmente, volevo salvarlo da un ictus?

Oppure tutto ciò non c’entra niente, ed era solo il destino che si accaniva, di nuovo, contro di lui?