Il 20 agosto, siamo tutti a Campi: mamma, papà, Arturo, Matteo, Jacopo, Jacques e io. È il giorno del mio cinquantesimo compleanno, e io mi sono bloccata con la schiena. Je dois en avoir plein le dos, penso quando Jacques dice: «Mai più!». Tra le paturnie di mio padre, il bimbo che richiede attenzione ventiquattr’ore su ventiquattro, mamma che vorrebbe continuare a fare mille cose, ma ormai è anziana e non ce la fa, io che voglio lavorare, ma anche fare la zia, e pure la figlia obbediente, il clima in casa è incandescente.
Il piccolo Jacopo, però, è un mondo che si apre. Guarda tutto, tocca tutto, assaggia tutto. Adora l’acqua, il momento del bagnetto è il suo preferito, ieri per la prima volta gliel’ho fatto io, sporcando in terra e bagnandomi tutta, ma «quant’è bello giocare con un bimbo, Jacques!».
Quando osservo come Jacopino guarda i suoi due papà, il cuore mi diventa piccolo piccolo. Mai nessuno mi guarderà in quel modo, penso. Solo un figlio può farlo, mi dico. Ma perché si mette al mondo un bambino? Per dare o per ricevere? E cos’è poi che si riesce davvero a dare? Quello di cui un figlio ha bisogno o quello di cui, forse, avremmo avuto bisogno noi?
A settembre tornerò a Parigi. E non ho la minima idea di quando potrò rivedere il mio nipotino, senz’altro si dimenticherà della zia, sarò solo un viso tra i tanti che lo fissano attraverso lo schermo del computer o dell’iPhone, una voce tra le altre, un’estranea che gli dice «tesoro della zia», ma che resta pur sempre una sconosciuta; senza contatto, niente attaccamento; senza attaccamento, niente affetto: i bimbi piccoli si scordano di te e ti cancellano.
Soffio sulle candeline, ma non esprimo alcun desiderio. Cioè. Vorrei con tutta me stessa quello sguardo di abbandono totale con cui Jacopo guarda mio fratello e Matteo.
Penso: se avessi un figlio soffrirei di meno. Penso: se avessi un figlio non soffrirei affatto. Penso: soffro perché non ho figli.
Poi mi rendo conto che il ragionamento non tiene: due periodi ipotetici dell’irrealtà e una conclusione ingiustificata; congiuntivo imperfetto e condizionale presente nelle premesse e presente nelle conclusioni. È tutto sbagliato, non solo la sintassi, soprattutto la logica: inesistente. Mi dovrei vergognare anche solo di aver immaginato che ci fosse un minimo di coerenza in questi pensieri sconnessi. “Parole in libertà” direbbe papà. “Perché non provi a tradurti in inglese? Se la traduzione ha senso, ha senso anche quello che dici in italiano, altrimenti hai la prova della fallacia dei tuoi discorsi e della confusione che hai in testa.”
Penso: mi manca un figlio. I need a baby. Questa volta funziona, nessuna contraddizione e nessuna incoerenza; la frase ha senso sia in italiano sia in inglese. Ma è davvero così? Ho bisogno di un figlio? È un figlio che mi manca oppure, anche con un figlio, mi mancherebbe qualcosa?
Jacques dice che pure se avessi un figlio sarei insoddisfatta e infelice. Anzi. Jacques dice che starei anche peggio, perché mi sentirei costantemente in colpa: se scrivi non stai col bambino; se stai col bambino non scrivi.
«Ma sei sicura sicura?» mi disse una decina di anni fa.
Mi ero convinta. Volevo un figlio.
«Chi può essere sicuro sicuro, scusa?»
«Be’, bisogna essere certi prima di mettere al mondo un bambino, non è una di quelle cose di cui poi ci si può pentire.»
«Quindi, secondo te, chiunque diventi madre o padre è sicuro al cento per cento di non pentirsene, di non avere rimpianti, di aver fatto la cosa giusta al momento giusto? Oppure solo io devo essere sicura sicura? Tu eri sicuro sicuro, quando hai avuto Alice e Rodolphe?»
Sei sicura sicura di farcela?
Sei sicura sicura di essere in grado?
Sei sicura sicura che dopo sarai felice?
Penso: se avessi un figlio non smetterei mai di guardarlo, non lo cancellerei, non lo giudicherei, lo amerei e basta, ecco, sì, quell’amore infinito perché è il tuo bambino e nulla mai ci separerà.
Penso: se avessi un figlio lo farei impazzire.
Penso: dovrei proteggerlo da me e dalla mia follia.
Penso: non sarei mai una madre sufficientemente buona.
Non so se questa volta il ragionamento tiene, ma non mi importa. È plausibile, non c’è l’irrealtà nelle premesse; c’è forse solo la severità con cui continuo a giudicare me stessa. Ma non è proprio per il terrore di fare del male a mio figlio che questo figlio, oggi, non esiste?
La paura di riprodurre cose vissute, oppure di fare l’esatto contrario e di sbagliare lo stesso – «Non me lo merito» diceva papà quando gli vomitavo addosso la mia rabbia; «Non me lo merito» dico talvolta a Jacques quando mi ignora; ma l’amore si merita? È questo che avrei insegnato a mio figlio?
La paura della rivincita sulla vita – che poi nessun figlio è una rivincita, al limite è un debito che si contrae col futuro: e se poi nel futuro non sono capace di pagarlo, questo debito? E se toccasse a mio figlio estinguerlo? E se poi, invece, il debito fosse inesauribile?
Guardo Arturo che guarda Jacopo.
E ci vedo tutto quell’amore che forse avrebbe voluto ricevere da mio padre e che, invece, non ha mai ricevuto. Ma è questo ciò di cui Jacopo ha bisogno? È questo che vuole mio nipote?
Oppure, amando un figlio come si sarebbe voluto essere amati, si dà ancora una volta ciò che non si ha a chi non lo vuole, come spiega Jacques Lacan, che crocifigge l’amore? E forse ha ragione lui, è inevitabile, soprattutto l’amore per i figli, che è sempre fratturato, è sempre egoista, è sempre quello che serve ad aggiustare le nostre storie e le nostre miserie, e allora poi si è punto e daccapo.
Ma allora non è meglio darci un taglio e rinunciare a diventare padri e madri?