16

«Chi è Bice Serafini, papà?»

«Non lo so, perché me lo chiedi?»

«Ho trovato il suo nome tra i miei appunti, e pensavo che fossi tu ad avermela nominata.»

Mento. So perfettamente che non è lui che mi ha parlato di Bice, sono io che, frugando tra le carte di nonno Arturo, ne ho scoperto l’esistenza. Voglio però capire come reagisce mio padre sentendo pronunciare questo nome.

«Secondo me puoi lasciar perdere, non dev’essere una persona importante.»

Papà, a differenza mia, sembra sincero: non sa chi sia questa Bice. E anche se non posso guardarlo dritto negli occhi, visto che siamo al telefono, dal tono della voce non mi pare che menta.

Cartellina n. 45: carteggio Bice-Arturo

Quando ho scoperto lo scambio di lettere tra mio nonno e Beatrice Serafini – che lavorava a Roma, in una farmacia, in piazza della Lucina – ci ho messo un po’ a capire di cosa si trattasse.

All’inizio non mi capacitavo. All’inizio cercavo un dettaglio, una parola, un segno che mi permettessero di trovare una spiegazione a quella busta gialla sbiadita con sopra scritto semplicemente: “Corrispondenza”.

Ho dovuto leggere più volte alcune lettere prima di rassegnarmi all’idea che Arturo, tra il dicembre del 1933 e l’agosto del 1934 – l’anno in cui visse a Roma dopo essere stato trasferito su richiesta del guardasigilli –, tradì sua moglie.

Campi Salentina, 5 settembre 1934: [...] Chiudi in un cassetto di casa questa lettera, le altre successive. Occorre sottrar tutto alla pettegola, quanto umana, curiosità di chi per natura è pettegolo e cattivo per giunta. Non tener nulla nella borsa e nella tua biblioteca: te l’ho detto a voce e torno a ripetertelo per iscritto. Sii riservata e prudente in tutto con tutti: non parlar di nulla. Occorre prudenza, riservatezza, ipocrisia magari, specialmente quando trattasi di cose delicatissime e gravi. E poi ti ricordo, come ti ho detto sempre, che se la parola è d’argento, il silenzio è d’oro [...] Ricordami come io ricordo te e scrivimi, a Lecce, e dimmi di te, informandomi di tutto, Bice mia bella e cara. Abbiti tanti, ma tanti, sai, bacioni così come te li ho saputi e so fare io.

È la prima lettera che mio nonno scrive a Bice: è appena tornato a vivere a Campi, sua moglie sta per partorire. Nonostante Arturo a Roma sia felice e abbia ottime prospettive di carriera, obbedisce. Non solo a Rosetta, che glielo chiede – anzi, lo pretende: «Non c’è motivo che resti a Roma, stai per diventare padre, il tuo posto è accanto a me, a casa nostra, a Campi». Mio nonno obbedisce anche alla propria coscienza e al proprio dovere.

Bice gli manca. Ma la cosa più importante è evitare che la storia possa venire fuori proprio adesso, e allora, in questa prima epistola, si raccomanda: “La parola è d’argento, il silenzio è d’oro”.

Sorrido leggendo questa frase, non so nemmeno più quante volte l’abbia sentita pronunciare da mio padre. Anche se lui l’ha spesso utilizzata per far tacere mamma, che secondo lui parlava a sproposito, e quanto sarebbe stato meglio non fiatare in tante occasioni! Sorrido imbarazzata. Anch’io, a volte, dico a Jacques che il silenzio è d’oro. E ora che leggo queste parole scritte da mio nonno all’amante, provo come un senso di vergogna.

Roma, 7 settembre 1934: [...] Tu non puoi immaginare quanto mi abbia addolorato la tua partenza e quanto io adesso mi senta sola. È come se non sapessi dove andare e cosa fare, e compio una serie di atti automatici in uno stato di profonda distrazione. Credevo che la vita mi avesse ormai immunizzato contro certe tentazioni del cuore, ma la verità è che ciò che conosciamo meno è appunto il nostro cuore [...] Non so se mi potrai scrivere; ma se di tanto in tanto lo farai, ti sarò molto grata perché è duro, sai, da sopportare questo grande vuoto che hai lasciato.

Le lettere sono tutte ordinate e sistemate cronologicamente; sopra ogni busta, scritto a matita, c’è un numero crescente: 1, 2, 3...

Com’è che, oltre alle lettere di Bice, ci sono pure quelle scritte da mio nonno? Se l’è fatte restituire? A un certo punto, lei gliele ha rimandate indietro? Oppure è andato lui, personalmente, a recuperarle?

Lo chiedo a Jacques. Ma a lui questo carteggio interessa poco. Dice: «La solita tresca con l’amante». Dice: «Non mi sembra che aggiunga molto alla storia di tuo nonno». Dice: «Sei sicura di volerne parlare?».

Lecce, 11 settembre 1934: [...] Anch’io, Bice mia, ti seguo da lontano e quando l’orologio segna le 12.35 o le 21.20 vorrei essere a Roma, e al ricordo della tua affettuosa e cara compagnia sento una contrazione al cuore, che mi addolora e mi attrista. Ho avuto la tua fotografia, grazie, Bice mia. L’ho guardata, l’ho riguardata tante volte fino a che, in visione d’affetto e d’amore, non mi sei balzata davanti. Quali ricordi, quante dolcezze. La conservo nelle cose e nei ricordi miei più cari e più teneri [...] Ti scriverò sempre, spesso, e così dovrai fare pure te, sai, Bice mia beddra, beddra, beddra... A ottobre, come ti ho promesso, ti verrò a trovare e staremo quattro o cinque giorni insieme. Il fazzoletto che raccolse il rossetto delle tue labbra ardenti e asciugò il pianto tuo è con me: è chiuso in una busta sigillata e te lo farò vedere appena sarò a Roma [...] ti bacio con affetto e voluttà di amore.

Nemmeno il fazzolettino di cotone avvolto in un foglio di carta velina, piegato con cura e conservato insieme alle lettere, era bastato, all’inizio, a convincermi che Bice fosse l’amante di mio nonno. Anzi. Avevo tirato fuori quel pezzo di stoffa, l’avevo aperto per vedere se ci fosse dentro qualcosa e l’avevo lasciato cadere in terra, quasi infastidita da quell’oggetto insignificante che si era venuto a intrufolare tra le carte del nonno. Ormai, però, non ho più dubbi. La storia che Arturo visse con Beatrice non fu una semplice avventura. Ma allora com’è che nessuno sembra al corrente dell’esistenza di questa donna?

Roma, 12 settembre 1934: [...] Grazie, mio caro, delle premurose attenzioni e del ricordo di avermi fatto conoscere l’immensa gioia di volerti bene. E te ne voglio tanto, sai, tanto da avere un pensiero unico, assiduo di tutte le ore, di tutti gli attimi; da vivere tutto il giorno soltanto nell’ansiosa attesa del momento in cui ti rivedrò [...] Ti prego di stare tranquillo: io farò tutto ciò che vorrai pur di non perderti; cerca di avere fiducia nella tua Bice che ti vuole tanto bene e che ti ha donato ormai tutta se stessa e sa che, se piccolo è il dono, grande è l’intensità della sua offerta [...] La mamma mi prega di salutarti distintamente e io ti bacio con lunghi baci pieni di amore.

Cerco la risposta di mio nonno a questa lettera, ma non la trovo. Poi realizzo che il 14 settembre 1934 è il giorno in cui nacque mia zia, la sorella di papà. Immagino che Bice sapesse che la bambina stava per nascere. Immagino che Arturo le avesse spiegato che era quello il motivo per cui aveva chiesto di essere trasferito nuovamente a Lecce. Immagino che ne avessero parlato più volte, e che Bice si fosse mostrata comprensiva. Ma cosa provava davvero, Bice? Era gelosa? Preoccupata? Cosa pensava di quella bimba che arrivava dopo quasi sette anni di matrimonio, proprio quando lei e Arturo erano così felici insieme?

Roma, 14 settembre 1934: [...] le tue lettere mi riempiono l’animo di dolcezza e di gioia e mi sembra, a volte, di essere tornata a quel tempo giocondo in cui tutto era rosa e si poteva guardare la vita con gli occhi dolci e sorridere al domani con le labbra buone. Anche tu però mi sembri tornato con i calzoncini corti e i libri sotto il braccio se è vera la storiella del fazzoletto: un bambino e non quel “pezzo grosso” che sei e che mi ha fatto trepidare e tremare tante volte; un caro e buon bambino che non potrò ormai mai più dimenticare e che vorrei aver qui, vicino a me, per dirgli fra un bacio e una carezza tutto il bene che gli voglio!

Ho la stessa reazione di Bice: che gli prende a mio nonno?

Se avessi inventato il personaggio di Arturo, sono sicura che l’editor mi direbbe che manca di coerenza, non è credibile, e che questa storia del fazzoletto, con uno che è stato squadrista, antemarcia e che ha fatto la marcia su Roma, non c’azzecca proprio. Ma, come accade spesso nella vita vera, nessuno è coerente: siamo impastati tutti di contraddizioni. Je est un autre, come scriveva Rimbaud. E talvolta siamo noi stessi che con questo “altro” facciamo fatica a convivere.

Lecce, 17 settembre 1934: Bice mia bella e cara, mi hai fatto ridere quando hai richiamato l’epoca dei “calzoncini corti, se è vera la storiella del fazzoletto”. Ebbene, non è una storiella quella del fazzoletto, ma realtà. Ti ho detto che il cuore non invecchia e l’animo non si ammuffisce quando l’uno e l’altro sentono, mia cara Bice. Bice, nome che mi echeggia lo schiocco dei baci forti, caldi, pazzeschi di amore e di passione. E poi, ormai, il tuo nome mi è ancora più vicino e più caro: è il quinto – messo per te, solo per te – della mia Rosaria, bella, bella. Perché, Bice, ho vissuto ore di profonda e grave trepidazione per il parto di mia moglie, ma la trepidazione, come le sofferenze di mia moglie, sono state compensate dalla nascita di una pupetta che è un amore. Paffuta, rosea, bella, somigliante a me, ma avendo gli occhi e i capelli neri di mamma sua, la mia Rosaria Giulia Giuseppina Rosetta Beatrice mi fa vivere ore di incolmabile, sublime, fine tenerezza. Quanto è bella, Bice mia! Mi vedessi con la mia pupetta in braccio, tutto a lei dedicato. Hai visto? Ho mantenuto la promessa: la quinta parte del suo nome è a te dedicata. Ora mi farò una fotografia con la mia piccina e te la manderò: avrai così anche me. Va bene? [...] Ti ripeto quanto ti ho detto: io per te son sempre lo stesso, come quand’ero a Roma. E ti ripeto che ora, a Roma, ho un amico che è Prefetto. Se hai bisogno di qualunque cosa, scrivimi [...] Torno a confermarti la mia venuta in ottobre. Forse, forse, sarò nominato Segretario Federale dei Fasci di combattimento. Se così sarà, ci vedremo spesso: ogni 15 giorni a Roma. Lo spero, perché so che lo speri.

Sono immersa da ore nella lettura, ignorando mio marito che ogni tanto prova a intromettersi. Ma alla fine di questa missiva, smetto di leggere e corro da lui.

«Nonno Arturo ha dato a sua figlia il nome dell’amante, ti rendi conto?»

«Scusa, ma tua zia non si chiamava Rosaria?»

«Sì, ma non era il suo unico nome.» Esattamente come papà, che non è solo Ferruccio, ma Ferruccio Michele Arturo Vittorio Benito, la zia non è solo Rosaria, ma Rosaria Giulia Giuseppina Rosetta Beatrice. Rosaria per il voto fatto dalla nonna alla Madonna del Rosario, Giulia come la madre di Arturo, Giuseppina come la madre di sua madre, Rosetta come sua mamma, Beatrice come Bice Serafini. «Secondo te, come si giustificò con la moglie? Cosa le disse? Mentì? Inventò? D’accordo, Beatrice era solo il quinto nome. Ma se pensi che il quinto nome di papà è Benito... Secondo te, mia zia l’ha mai saputa la verità?»

Roma, 21 settembre 1934: [...] è ormai passata una settimana dalla festosa nascita della tua Rosaria e immagino la tua orgogliosa gioia e mi commuove il pensiero che la tua bimba porti anche un piccolo nome che vorrei fosse simbolo e augurio. Ti sono tanto tanto grata: perché mi sembra così che la tua piccina mi appartenga un poco; e con animo pieno di dolce tenerezza faccio voti che i suoi bei occhioni fatti per la gioia, soltanto la gioia conoscano nella vita [...] mi sono stati offerti posti fuori Roma e ho anche qualche cosa in vista qui, ma non ho ancora deciso nulla e probabilmente decideremo insieme a voce, perché io spero di riabbracciarti presto, molto presto; e rivivere quelle belle ore di cui sento una grande nostalgia specialmente la sera quando dalla finestra vedo, attraverso un piccolo quadratino di cielo, quella bella luna sorridente che ci seguiva sempre nelle nostre dolci peregrinazioni [...] un bacetto alla piccola Rosaria e a te tanti tanti baci, tutti i miei baci.

Ritrascrivo parola per parola. Anche quando c’è un termine illeggibile, e ci sto sopra un quarto d’ora e mi incaglio, e il tempo passa, e ho la sensazione di perdermi via. Ma sono davvero angosciata per il tempo che passa oppure mi vergogno di entrare nell’intimità di mio nonno, svelarne segreti e bugie, mettere a nudo verità che lui, forse, pensava di essersi portato con sé nella tomba? Ma allora, mi chiedo, perché Arturo ha conservato il carteggio? Se non avesse avuto l’ictus lo avrebbe buttato via? Oppure quando divenne deputato e tornò a Roma ricominciò a frequentare Bice?

Lecce, 25 settembre 1934: [...] ti ringrazio degli auguri per la bella, cara Rosaria, tipico esempio di placidità indicibile [...] Puoi immaginare, Bice mia – tu che ben conosci l’animo mio – la gioia, la felicità, la tenerezza che mi ha preso per quest’esserino che da 12 giorni, ormai, fa sentire il suo vagito, che non è pianto, ma invito all’amor paterno. Tutto intento, tutto premuroso, tutte cure per la mia bambina, un quinto della quale porta l’eterno ricordo non di un’avventura, ma di una seconda, sempre aperta, parentesi della mia vita. E me la cullo, sognando per lei, per la mia piccola, e me la passeggio neniandole le più belle nostre canzoni dialettali, ricordi di tempi da tanto passati, espressione di amore, di affetto, di tenerezza e di augurio. E, addormentatala, la adagio con tutta delicatezza accanto alla mammina sua, la mia cara Rosetta, che mi ha fatto provare nuove dolcezze della vita. E me la guardo e me la contemplo e me la vedo sempre più cara, sempre più bella, sempre più amabile, la mia piccina [...] Probabilmente potrò essere a Roma intorno al 10 ottobre; anch’io sento, al par di te, il bisogno di vederti, di parlarti, di baciarti, di stringerti forte forte come nelle notti di amore che ci davano insonnia e forza e vita e frenesia di voluttà e di carezze [...] con tanti, tanti, ma tanti, sai, baci caldi, caldi, caldi.

Come faceva il nonno a continuare ad amare Bice pur amando sua moglie e innamorandosi di sua figlia? Come faceva a provare tutte queste cose assieme? Come si fa a essere marito, padre e amante, tutto al tempo stesso, in modo così intenso?

Continuo a pormi un mucchio di domande. Ma questa volta le risposte non le ho. Cioè. Ripenso a un libro di Pierre Drieu la Rochelle che ho letto anni fa, e che ho trovato bellissimo nonostante detestassi tutto ciò che rappresenta quest’intellettuale di estrema destra. Ripenso alle “giornate molto piene di Nelly”, che descrive così bene in Un uomo ingannato, “divise tra me, Jacques e l’altro”. Ripenso ai tormenti di quell’uomo, che non si capacita di come l’amante possa aver “lasciato l’altro a mezzogiorno, pranzato con Jacques, poi fatto l’amore con me”. Chi ama realmente Nelly? mi sono chiesta leggendo il romanzo. Chi è ingannato e tradito in tutta questa storia? Poi, all’epoca, ho concluso che talvolta è proprio nella complessità delle relazioni complementari che si ha il sentimento di essere pieni, e che ci si illude di avere tutto; mi sono detta che forse, talora, è proprio vivendo due storie parallele che si riesce a far la pace con se stessi, e ad accettare meglio ciò che un altro non può darci, non perché non sia la persona giusta, semplicemente perché “altro” rispetto ai nostri bisogni e ai nostri desideri. E allora ci si convince che è solo così, con lui, lei e un’altra persona ancora, che si riesce a colmare quel vuoto che ci si porta dentro. Anche se poi quello che si dà a uno lo si toglie inevitabilmente all’altro.

Ma era così anche per Arturo? Aveva bisogno della passione che viveva con Bice e, al tempo stesso, della quotidianità con Rosetta? Oppure mentiva prima di tutto a se stesso?

Lecce, 4 ottobre 1934: [...] aspetto con ansia il giorno che mi darà la possibilità di partire per Roma e star con te, Bice mia. È passato ormai un mese dall’amaro distacco, ma per me sei sempre egualmente cara e presente nello spirito con immutata passione. Scrivimi, Bice mia, e non essere avara di notizie che attendo con ansia affettuosa [...] abbiti tanti, ma tanti, baci caldi di amore e di vampante passione.

Leggo le lettere e sono sommersa dall’emozione, come quando guardo un film e, nonostante ce la metta tutta per evitare di commentare o piangere, prima o poi lo faccio e Jacques si innervosisce: «Dài, è soltanto un film, smettila!».

Solo che questa volta non è un film, è la storia di mio nonno. E ciò che provo leggendo è talmente forte che, a un certo punto, la nostalgia di Arturo diventa la mia. Poi, pian piano, mi accorgo che mi schiero dalla parte di Beatrice: ma allora quand’è che torni a Roma, nonno? Guarda che Bice ti sta aspettando, non puoi scriverle in continuazione che prima o poi vai a trovarla, senza mai andarci! E poi non dovevi essere nominato segretario federale dei Fasci di combattimento e recarti a Roma ogni quindici giorni?

Roma, 5 ottobre 1934: [...] mi sento invasa da profonda commozione al pensiero delle affettuose e premurose cure e tenerezze con cui ti dedichi alla tua piccina e vorrei cercar di dirti parole gentili, ma non le trovo. È troppo grande e impenetrabile per me il mistero di questa reincarnazione perché io possa comprenderlo; ma tu che conosci la sincerità del mio animo e l’affetto profondo che mi lega ormai a te, immagini certo quanta parte io prenda alla tua gioia, alla tua felicità. Mi ha fatto molto piacere la notizia della tua prossima venuta a Roma e mi sembrerà quasi di sognare quando potrò rivederti e parlarti e trascorrere ancora in tua compagnia quelle ore di cui serbo un così bel ricordo. Ma non avrai poi a pentirtene, tesoro mio? Non sarà penoso per te lasciare, se pur per pochi giorni, la tua piccina? Ti parlo col cuore in mano e voglio che tu mi comprenda e che anche tu sia sincero con me, perché non vi può essere grande affetto se non basato sulla reciproca sincerità [...] scrivimi presto e... voglimi bene.

Chi mi dà il diritto di svelare e rivelare? Chi è depositario della memoria? Chi ha tradito e chi tradisce? Mio nonno, che ha vissuto una grande storia d’amore senza parlarne con nessuno e conservando tutto, persino un fazzoletto di cotone sigillato in una busta, oppure io, che so perfettamente che Arturo era un devoto dell’oblio e che, nonostante ciò, rivango e rimugino sul passato alla ricerca di una verità che forse non esiste?

Lecce, 10 ottobre 1934: [...] non tarderà la compagnia da te attesa: può darsi che tra giorni la avrai. Ti telegraferò prima, attendendo tua telegrafica conferma. Va bene? Ed allora più che baci, baci, baci. Saranno tanti da colmar l’arretrato e da far forte riserva per l’avvenire [...] Non ti nascondo, Bice mia, che sentirò la voce della mia bella, piccola Rosaria, chiamarmi a lei vicino, ma uno strappo di pochissimi giorni posso farlo, accompagnato dalla tua cara compagnia [...] Preparati a ricevere, tra pochi giorni, tanti di quei baci miei quanti non ne hai immaginati.

Ripenso all’Insostenibile leggerezza dell’essere. Ripenso ai tradimenti continui di Tomas. Ripenso al dolore profondo di Tereza. Per Tomas, Tereza è unica: è la sola che occupa la sua memoria poetica spazzando via le tracce di tutte le altre donne. Tereza è unica, perché è la sola donna con cui Tomas desidera dormire: “L’amore non si manifesta col desiderio di fare l’amore (desiderio che si applica ad una quantità infinita di donne). Ma col desiderio di dormire insieme (desiderio che si applica ad un’unica donna)”. E tu, nonno? Con chi volevi dormire? Con la madre di tua figlia o con Bice? Oppure né Bice né Rosetta erano uniche?

Roma, 20 ottobre 1934: Non vieni e non scrivi. Come mai? non tenermi, ti prego, ancora a lungo senza notizie, ché il tuo silenzio mi fa stare troppo in pensiero.

Ecco, lo sapevo! mi dico cercando invano una lettera o una cartolina di mio nonno. Non è vero che tempo e distanza non modificano i sentimenti. Ormai Arturo è diventato padre e si dimentica della povera Bice! Ma allora l’amor paterno è più forte dell’amore che si prova per una donna o per un uomo? Oppure sono sentimenti incommensurabili? E se c’è bisogno di fare una scelta? Poi penso ancora una volta alla questione rimasta in sospeso della nomina a segretario federale, e mi dico che c’è qualcosa che non torna.

Lecce, 24 ottobre 1934: Bice mia, che cosa avrai pensato e che cosa avrai detto per il mio lungo silenzio? Certo – almeno credo – non mi avrai supposto dimenticatore di cose belle e care. Ebbene, il mio silenzio è dipeso da una indisposizione che per svariati giorni mi ha costretto a letto con febbri alte [...] Ti ringrazio delle tue continue manifestazioni di attaccamento a me: prova questa della tua purezza del mio ricordo costante [...] La mia indisposizione mi ha fatto protrarre la venuta a Roma. Però, non verrò se tu non me ne dai il nulla osta, magari telegrafico. Sono io che, per intuitive ragioni, attendo da te fissata l’epoca in cui dovrò venire a Roma. Va bene? Dal 5 novembre mi metterò in licenza per 4, 5 giorni. Scrivimi, che attendo sempre con ansia tue notizie nell’attesa spasmodica di rivederti presto.

«Lo escludo nella maniera più assoluta» dice papà quando provo a domandargli se, secondo lui, suo padre avesse tradito la moglie. Che poi è quello che risponderei io se qualcuno mi chiedesse se, secondo me, papà ha mai tradito mamma. Lo escludo nel modo più assoluto. Ma mio padre non assomiglia al nonno. Anzi. Più il tempo passa, più sono convinta che Arturo e Ferruccio siano diametralmente opposti, e che papà sia molto più simile a sua madre, e abbia ereditato da lei non solo tante piccole manie, ma soprattutto l’incapacità, in fondo, di lasciarsi travolgere dai sentimenti.

Roma, 27 ottobre 1934: Ho ricevuto la tanto attesa lettera e non ti dico quanto questo mi abbia fatto piacere. Ero molto preoccupata e addolorata per il tuo lungo silenzio e non so cosa avrei fatto per avere tue notizie. Io mi sono tanto affezionata a te; e al pensiero di perderti, al pensiero che la nostra bella relazione debba finire, mi si riempiono gli occhi di lacrime e mi sento assalire da una tristezza amara e profonda tanto bene ti voglio! E ora, vorrei dirti una cosina piano piano in un orecchio – permetti? Tu sai che io sono franca e che mi è impossibile tacere quando debbo dire quel che penso. E io penso, mio caro, che la tua malattia sia stata una storiella inventata proprio da te per non venire in questi giorni a Roma. Una bugia; una piccola bugia che non lascia alcuna traccia, ma una vera e propria bugia.

Continuo a reagire come se stessi guardando un film. E come Nanni Moretti che assiste alla scena finale del Dottor Zivago e urla: «È lei! Voltati! Bussa! Fatelo scendere!», leggendo questa lettera grido: «No, Bice! Questo non glielo dovevi scrivere!». Poi cambio idea, e mi dico che ha fatto bene. Anche a me sembra una balla, questa storia della malattia. Dev’essere successo qualcosa, ma cosa? Perché Arturo non dice la verità? Perché comincia a mentire anche a Bice?

Lecce, 6 novembre 1934: [...] non è stata una bugia la mia: sono stato, come ti ho detto, realmente ammalato [...] Lunedì prossimo sarò a Roma, mantengo così la promessa e diamo agio ai nostri animi e corpi di dare sfogo alla passione repressa da oltre, ormai, due mesi. Rimarrò per 4 o 5 giorni in Roma e staremo sempre insieme. Va bene? Vorrei però che tu mi telegrafassi il tuo benestare fissandomi un appuntamento (luogo e ora) per lunedì 12 novembre. Va bene? Non ti dico altro perché ormai il tempo che ci separa è breve.

L’8 novembre, Bice risponde chiedendo ad Arturo di essere lui a fissare il luogo e l’ora dell’appuntamento. Scrive: “Ti lascio immaginare la mia ansiosa contentezza di rivederti, di trascorrere con te qualche giorno, di raccontarti tante cose, dirti a viva voce quello che la penna non sa dire se pure il cuore parla e la mente non dimentica”. Scrive: “Mi sembra quasi un sogno questa tua venuta e non mi illudo di averti con me fintanto che non ti vedrò qui”. Poi è lei, questa volta, a raccomandarsi: “Bisognerà usare molta prudenza, perché c’è della gente così malvagia che tenta tutti i mezzi per farmi del male”.

Cerco invano la risposta di mio nonno. Cerco invano altre sue lettere. Trovo solo una missiva di Beatrice datata 11 dicembre 1934 – “Ti ringrazio ancora di tutte le cortesie e attenzioni usatemi durante il tuo breve soggiorno a Roma e delle quali ti sono infinitamente grata. Tu sei tanto buono; e di quello che hai fatto e fai per me serberò eterno ricordo e viva riconoscenza. Difficilmente nella vita si incontrano persone come te: ché nelle circostanze si conosce il cuore e il carattere degli uomini” – e due brevi cartoline: “Ti penso sempre con immutato affetto” (10 gennaio 1935); “Sempre in amore, ricambio infiniti, affettuosi saluti” (13 febbraio 1935).

Arturo, a Roma, c’è quindi andato. E poi? Cos’è successo a Roma? E dopo? Rosetta l’ha scoperto? Oppure lei lo sapeva già, o almeno lo sospettava, e ne ha avuto la semplice conferma? E la nomina a segretario federale? È Rosetta che gli ha impedito di accettare, oppure mia nonna non c’entra niente?

Il film s’interrompe bruscamente, ma io non smetto di pensare a tutta questa storia. Dev’essere per forza successo qualcosa, Bice non era una semplice avventura! E non lo dico perché Arturo gliel’ha scritto, si scrivono tante cose cui talvolta non si crede; lo dico perché, se fosse stata una semplice avventura, mio nonno non avrebbe dato a sua figlia anche il nome di Beatrice.

C’è un’ultima cartolina conservata nella busta gialla. È del 27 agosto 1935, e Beatrice, da Tivoli, invia ad Arturo l’immagine del tempio della Sibilla: “Un ricordo affettuoso, Bice (Farmacia Riccardi, Piazza Veroli)”.

Bice ha scelto il tempio della Sibilla, accantonando quello forse più celebre di Vesta. Logico, penso. Vesta è il simbolo del focolaio domestico, tutto ciò che Bice non ha mai potuto vivere con mio nonno. Mentre chiede alla Sibilla di illuminarla sul suo futuro: “Tornerà un giorno da me? Sarò mai madre?”.

Mi identifico in Bice e odio mio nonno, il focolaio domestico, Rosaria e Ferruccio. Anche se Ferruccio è mio padre e, se Arturo avesse davvero scelto Bice, io oggi non sarei qui a frugare nel suo passato come una ladra di tombe.

Tombarola. Vigliacca. Traditrice.

Immagino la vita monotona che Arturo viveva a Campi con Rosetta. Immagino che sia stato questo il motivo per cui, nel 1933, accettò il posto a Roma, dicendosi che era forse l’unico modo per non infognarsi in Salento e fare carriera. Immagino la passione e l’amore e la voglia di ricominciare tutto daccapo. Immagino i tormenti quando la moglie gli annunciò di essere incinta e gli chiese di tornare, ma anche la gioia quando nacque Rosaria Giulia Giuseppina Rosetta Beatrice. E poi?

«E poi?» chiedo a Jacques.

«Cosa vuoi che ne sappia!» risponde lui alzando le spalle.

Gli mostro un cartoncino che ho trovato sfuso in uno degli scatoloni: è un disegno della Sibilla che fissa il cielo stellato. Anche se non si tratta di un semplice disegno: all’interno di due fogli incollati, c’è una ruota che gira; accanto all’immagine della Sibilla, ci sono una serie di regole da seguire per giocare: “Scegli la domanda e, a caso, uno dei numeri: girando la ruota della fortuna avrai la risposta”.

Mi ama? 1-4-8-12-16

Ho rivali? 20-24-28-32.

[...]

Mi è fedele? 22-26-30-34-38.

Provo a giocare anch’io. Per la prima domanda, scelgo il numero 4 e trovo: “Alla follia”; per la seconda, scelgo il 28 e leggo: “No, tranquillizzati!”. Mi viene da ridere, ma vado avanti scegliendo il 30 per la domanda sulla fedeltà: “È fedele più di te”.

«Perché la storia con Bice finisce, Jacques?»

«Force est restée à la loi!» Jacques mi prende in giro citando un vecchio proverbio francese. Poi: «Come volevi che finisse, scusa? Tuo nonno torna a Campi, gli nasce una figlia e vive felice e contento con sua moglie. Pensi sul serio che potesse andare diversamente?».

Ma avete davvero vissuto felici e contenti, nonni miei? Oppure c’era un tarlo, un velo, un non detto, che poi pian piano è diventato una valanga e ha travolto tutto? E questa bambina che nasce dopo sette anni di matrimonio, perché arriva proprio quando tu ti innamori di un’altra donna, nonno? Gliel’hai mai confessato, a tua figlia, che il suo quinto nome era il nome dell’amata Bice? Cos’hai detto alla nonna, quando hai tirato fuori “Beatrice”? Era al corrente? Sospettava qualcosa? È per questo che alla fine si è ritrovata incinta? Oppure è stata davvero la Madonna del Rosario a fare il miracolo? Se Rosaria non fosse nata, saresti tornato a Lecce oppure saresti rimasto a Roma?

«Lo sapevi che tua sorella si chiamava Rosaria Giulia Giuseppina Rosetta Beatrice?» Provo a riparlarne con papà.

«Come?» chiede lui.

«Rosaria come la Madonna del Rosario, Giulia e Giuseppina come le due nonne, Rosetta come tua madre. E poi Beatrice.»

Lo dico e lo fisso. Ma lui resta impassibile. Non dice: “Beatrice?”. Non dice nemmeno: “Chi è Beatrice?”. Lascia semplicemente cadere. E lui non è uno che lascia cadere facilmente. Lo conosco troppo bene per non avere il sospetto che quel quinto nome gli dica qualcosa, ma non insisto. Non oso nemmeno immaginare in che occasione, e come, ne sia venuto a conoscenza...