Arturo conservava tutto.
Ho trovato le pagelle delle scuole elementari di mio padre e di sua sorella. Ho trovato i tesserini di papà che, a partire dal 1937, viene ogni anno regolarmente iscritto sia alla Gioventù italiana del littorio sia all’Opera nazionale balilla. Ho trovato persino un quadernino dove il nonno si era appuntato il peso del figlio al momento della nascita: 3,950 kg; a un mese: 5,050 kg; a tre mesi: 7 kg; a sei mesi: 9,150 kg; a un anno: 11,250 kg. C’è scritto che venne svezzato il 15 maggio 1938, che il primo dente gli spuntò il 26 agosto 1937 e che iniziò a stare in piedi da solo il 15 giugno 1937.
Nelle pagine successive, c’è un resoconto dettagliato di un’otite che ebbe nel 1938: aveva due anni, il medico gli prescrisse medicinali e ricostituenti che lo guarirono, ma l’otite si ripresentò anche nel 1939, nel 1940 e nel 1941; poi nulla fino al 1946, quando l’otite si riaffaccia, e papà viene fatto visitare da un medico di Bari, poi anche da un professore di Roma – ora capisco l’origine delle raccomandazioni della nonna quando papà era in Inghilterra, capisco persino la fissazione di papà sul timpano perforato.
Il 6 gennaio 1942, su un foglio stretto e lungo e in bella calligrafia, nonno Arturo scrive una filastrocca per Rosaria.
Dormi bambina, questa è la notte
che la Befana dalle sue grotte
esce e recando paste e confetti
va per i tetti.
Adagio adagio, pianin pianino
mette l’orecchio presso il camino
e se fan chiasso, se alcun si muove
cammina altrove;
ed alle bimbe, per far dispetto
che cattivelle non vanno a letto
ed ai bambini che non son buoni
getta carboni.
Ma se ascoltando placidamente
sente dormire tutta la gente
allor con arte che ti sorprende
giù in casa scende.
E leva fuori dal suo fardello
quanto ha di buono, quanto ha di bello
bambole e fiori, chicche e trastulli
per i fanciulli.
Dormi bambina: se dormirai
quando ti desti t’allegrerai.
Non la conosco, non l’ho mai sentita, provo a capire di cosa si tratti. Scopro che è la nenia di una certa Contessa Lara, che è poi lo pseudonimo di Evelina Cattermole, una scrittrice e poetessa italiana del XIX secolo. La sua prima raccolta di poesie venne stroncata sia da Croce sia da Carducci, ma lei non si lasciò scoraggiare, e pian piano i suoi versi e i suoi scritti ebbero qualche successo, sebbene pare fosse più per l’aura di scandalo che circondava la sua vita sentimentale che per la qualità letteraria della sua opera.
Ma a me non importa nulla né della vita tormentata e complessa di Evelina né della qualità dei suoi versi. Questa filastrocca che il nonno dedica a sua figlia, che all’epoca aveva otto anni, racconta una tenerezza paterna che non sospettavo proprio, e che in mio padre, forse, non ho mai percepito. La stessa tenerezza di una letterina del 6 gennaio 1943, firmata “Befana” e indirizzata ancora una volta “alla bella bambina Rosaria Marzano di Arturo”:
Cara Rosaria, quest’anno, a causa della guerra, non ti ho potuto portare molte cose. Anche a Ferruccetto non ho portato molto. A te e a lui le medesime cose: l’opera di Pinocchio in dischi cantato e parlato. Ne avevo poche copie e ne ho portata una a voi due, giacché il mio informatore Ching mi ha detto che non siete stati tanto cattivi. Mi raccomando, però, di essere più buoni e più affettuosi con mamma e papà e di studiare: così l’anno venturo vi saprò meglio premiare. A te e a Ferruccio porto anche duecentocinquanta lire, non avendo altro per la guerra.
Tanti bacetti dalla vostra Befana.
Non è la prima volta che il nonno parla di questo Ching: l’informatore misterioso che racconta i capricci o le buone azioni di Ferruccio e di Rosaria appare più volte nelle lettere che mio nonno scrive alla moglie quando, durante la Seconda guerra mondiale, si trova lontano da casa. Arturo chiede alla figlia di rispondergli, facendole sapere che Ching gli riferisce ogni cosa, soprattutto se è stata “cattivella” con la mamma.
Papà non ha mai accennato a Ching, ma quel “cattivello” che usava il nonno dev’essergli rimasto appiccicato addosso, visto che è un termine che papà ha poi spesso utilizzato con mio fratello. Per me, invece, c’era la “peppa”. Me l’ero dimenticata: la “peppaccia” che mi faceva ammalare, con papà che la cercava ovunque quando mi veniva l’influenza, e lui guardava sotto il letto, dietro la tenda. «Mannaggia alla peppa!» diceva. «Ma ora ci penso io alla peppaccia.» E io ridevo. Adesso anche questa finestra si è aperta, e torna la premura che papà aveva quand’ero piccina – una premura di cui, col passare del tempo, non è più rimasta traccia.
Nonno Arturo ha conservato tutto.
Di tante cose non ha mai parlato. Se le è tenute per sé, forse per non ferire nessuno, forse perché, in fondo, la cosa più importante, per lui, erano davvero i figli. Che ha amato con quella tenerezza che adesso vedo in mio fratello, che al nonno somiglia tanto.
È il nome che ci condiziona? È per questo che mio fratello ha deciso di dare al figlio un nome che, con la nostra famiglia, non c’entra nulla? Lo ha chiamato Jacopo per prendere le distanze da papà? Anche se io, ogni volta che mi rivolgo a Jacopino, scivolo sulla J e la pronuncio alla francese; il suo nome e quello di mio marito si assomigliano talmente che mi si confondono le idee e ripiombo nell’eteroglossia semantica.
Quando ho detto a mio fratello che più scoprivo il nonno, più pensavo a lui – l’ordine, l’ossessione, l’angoscia, a tratti, e poi l’amore, profondissimo, per i figli – lui si è limitato a rispondere: «Lo sai che non ci credo alla genetica!».
Ma la genetica non c’entra. E neppure l’educazione o l’abitudine, questa volta, visto che il nonno, in fondo, né io né mio fratello lo abbiamo conosciuto. Questa volta è davvero una questione di inconscio, di identificazioni improbabili, eppure fortissime.
“Ci sono identificazioni inconsce” spiega la psicanalista francese Haydée Faimberg “che possono avvelenare la nostra esistenza.” Ci sono “oggetti storici” che ci portiamo dentro anche in assenza di ricordi. E che ci spingono a trasformare in evento ciò che ci ha preceduto, talvolta addirittura a costruirlo per acquisire poi la nostra storia, modificandone il futuro.
Il nonno ha conservato tutto.
Lui che voleva l’amnesia per l’Italia, non ha dimenticato nulla. E si è tenuto tutto stretto stretto. Talmente stretto che, nonostante l’incendio nella casa abbandonata per decenni, gli scatoloni accatastati nel magazzino delle cugine e l’umidità, ho ritrovato ogni cosa. Un patrimonio di memoria che mi aspettava. O almeno è quello che mi piace credere, visto che di tempo ce ne ho messo tanto prima di fare i conti con la storia della mia famiglia, ma adesso di pezzi del puzzle ne ho molti.
Le cose brutte brutte, ma anche quelle belle. Lo squadrismo del nonno, ma anche il suo cuore grande. La sua disfatta con la caduta del fascismo, ma anche la sua rivincita quando fu eletto parlamentare della Repubblica. La sua malattia e la sua morte solitaria, ma anche il suo essere oggi di nuovo in vita. Nelle pagine di un romanzo che poi, forse, è anche un po’ la storia della nostra Italia.