Benvenuti a bordo
La retorica dei giornali è forse la peggiore ma anche la più inevitabile, se si deve far credere al lettore che ogni 24 ore accadano tanti fatti memorabili da riempire una cinquantina di pagine. “Torino alla riconquista del Po”, annunciava trionfante il titolo più forte per posizione e caratteri. Aggiungeva bellicoso l'occhiello: “Lotta agli inquinatori: piano per la definitiva depurazione delle acque”. Postillava il sommario: “Il Consiglio comunale approva un nuovo stanziamento di venti miliardi - Il fiume e il parco del Valentino, riscattati dal degrado, saranno finalmente restituiti ai cittadini - Concorso di idee per l'integrazione dell'area fluviale nel contesto metropolitano - L'assessore all'ecologia: Parigi e la Senna, nostro modello”.
Il Ménoli non era mai stato a nord di Barletta. Dunque non aveva mai visto il Po. Ma in contrasto con i capricciosi torrenti appenninici, secchi per gran parte dell'anno e sporadicamente in piena rovinosa, e anche per vaghe memorie scolastiche, lo immaginava come un fiume maestoso, una nobile via d'acqua paragonabile per imponenza e ruolo storico, se non al faraonico Nilo, almeno a un domestico Danubio.
Gettò un'occhiata alla firma sotto l'articolo - Noè Delfini, nome programmatico -, la riconobbe come quella dell'attento cronista al quale di solito venivano affidate le questioni ambientali, e si dedicò alla lettura.
Muoveva, l'autore, dal nucleo della notizia, come deve fare ogni buon giornalista: cioè l'approvazione del nuovo stanziamento da parte della giunta comunale, stanziamento deciso non senza contrasti perché contrastanti erano gli interessi. Soltanto un cenno, invece, ai fatti precedenti, dati per conosciuti.
Perché va detto che le opere per il risanamento del fiume erano incominciate da parecchi anni. Dunque le scelte tecniche essenziali erano già state fatte, le più grasse gare di appalto indette e concluse, le spartizioni tangentizie ben regolate. In complesso, i principali impianti di depurazione erano quasi ultimati, il grande collettore delle deiezioni torinesi completato, benché non ancora del tutto operativo. Rimanevano alcuni allacciamenti da completare, sacche di residua resistenza, inquinatori elusivi. Contro le ultime risoluzioni per indurli alla resa si agitavano i postremi colpi di coda degli insensibili alla questione ecologica e degli esclusi da cointeressenze.
La prosa del Delfini insinuava retroscena tortuosi, che naturalmente nel dibattito si erano ammantati di motivazioni diversive. L'assessore alla Sanità, per esempio, si era sentito indirettamente sotto accusa perché ben sapeva che tra gli inquinatori renitenti c'erano anche il Centro Traumatologico e l'Ospedale Molinette, il maggior nosocomio cittadino; alcuni pubblici amministratori, invece, temevano per certe loro deroghe al piano regolatore, ormai quasi approvate, ma che il nuovo disegno avrebbe potuto rimettere in forse; altri, eletti in quartieri non fluviali, semplicemente avevano a cuore esigenze diverse da quelle dei torinesi rivieraschi.
Alla fine, però, di fronte alle cifre tuttora allarmanti delle analisi chimiche e batteriologiche, si era addivenuti a un accordo: troppo mercurio, zinco, cromo, cadmio, piombo e altri metalli pesanti provenienti dalle industrie scorrevano ancora nell'antico Eridano, troppo fosforo derivato da domestici detersivi, troppi colibatteri e salmonelle di origine fognaria imputridivano nei lenti gorghi. Per non parlare dei topazzi che vi sguazzavano, e persino dei residui radioattivi mescolati agli scarichi di liquami del nosocomio, dove senza le necessarie precauzioni si disperdevano rifiuti radiologici o anche, più banalmente, orinavano pazienti che avevano assunto radioisotopi per sottoporsi a scintigrafia o a qualche altro sottile procedimento diagnostico.
“Un distillato di veleni”, definiva Noè Delfini il corso d'acqua che già aveva visto la caduta di Fetonte alla guida del suo mitico carro volante, sicché la depurazione definitiva, ormai a portata di mano grazie al collettore e agli impianti di digestione, non poteva più essere rinviata, e su questo avevano dovuto convenire anche gli striscianti oppositori. I venti miliardi e gli ultimi appalti avrebbero creato gli anelli mancanti, compiuto e sigillato il progetto.
Ma allora, rese infine “chiare, fresche e dolci” le acque, come petrarchescamente alludeva il cronista, perché - si leggeva - “non inserire l'operazione in un più vasto contesto di risposta alle esigenze del tempo libero dei torinesi?” Perché non fare del Po, che con la collina rende unica per varietà di paesaggio la città augustea, “un comprensorio destinato al diporto”, alla riconciliazione tra la Natura violata e l'anima metalmeccanica della metropoli?
Tanto era parsa brillante questa idea, che l'assessorato all'Arredo Urbano, affidato all'architetto Umberto Condona, era stato all'istante ribattezzato Assessorato all'Arredo Urbano e Padano, e si era pensato a una sorta di bando di concorso - aperto a enti pubblici ma anche a semplici privati - per raccogliere proposte di iniziative rivitalizzanti, che il Comune, dopo una opportuna selezione, avrebbe parzialmente finanziato.
Finanziato. Su questo participio si fermò il Ménoli. E gli scattò l'associazione mentale tra il maldefinito turbamento provato alla vista del dragamine e quanto andava apprendendo dal suo giornale prediletto. Questa sì fu una visione, un miraggio che all'improvviso per magia si fa reale: il dragamine all'ancora in un fiume Po lindo e ridente, nel dragamine un ristorante lussuoso, e una carriera da piccolo imprenditore che lo avrebbe riscattato dal grigiore della sua attuale attività di modesto mediatore di ancora più modesti affari: un mestieraccio che aveva l'unico pregio di lasciargli molto tempo libero da passare in vagabondaggi, aspettando i piccoli affari dai quali, con la moglie Carmela e, grazie a meticolose cautele, ancora senza figli, tirava a campare.