Benvenuti a bordo
Pronto ad avventurarsi nel Nord, Arcangelo Ménoli era, proprio per questa disposizione migratoria, uomo meridionale fin nelle intime fibre. Anzi, più che genericamente meridionale, sarebbe opportuno dire brindisino, perché la storia di un luogo, in qualche modo che i biologi ancora non hanno ben compreso, si annida profondamente nel patrimonio genetico della gente che vi ha i natali. Non sarà dunque inutile dire qualcosa della terra e dell'acqua di cui i cromosomi del Ménoli erano impastati.
Cinta già di mura megalitiche, Brindisi ha origine dal popolo dei Messapi, come dichiara fin dal suo nome: il latino Brundisium discende in linea diretta da una parola che questa antica gente italica usava per significare “testa di cervo”, e ciò perché i Messapi avevano per primi rilevato la singolarissima forma cornuta del golfo che si addentra nella bassa costa del tallone della Penisola.
Come sa chi ha sorvolato Brindisi per scendere al suo modesto aeroporto, il mare Adriatico, tra Punta Penne e Capo Bianco, entra in un ampio imbuto custodito a sud dalle tre piccole Isole Pedagne e a nord dall'Isola di Sant'Andrea, dove sorge il Castello Alfonsino, fondato dall'Aragonese nel 1445, oggi base della Marina Militare.
Penetrato in fondo all'imbuto, il mare si immette nell'angusto Canale Pigonati per poi nuovamente allargarsi, quasi senza onde, in due simmetriche e profonde insenature, dette appunto Seno di Ponente e Seno di Levante. Tra i due seni, si protende la città antica. Popolazione rude e bellicosa, probabilmente dedita alla caccia, i Messapi non avevano però visto in questa topografia alcunché di anatomico, ma piuttosto le corna di un cervo. Donde il nome che tuttora la città porta fieramente, essendosi anche dotata di uno stemma dove, sulle lettere BRVN, il nobile animale campeggia, sovrastato da un imponente palco di corna quadriramificate.
Come i suoi genitori, avi e bisavoli, all'ombra di quelle corna il Ménoli era cresciuto, assimilando lo spirito del luogo che le vicende storiche erano andate nei secoli via via plasmando. Uno spirito che in breve si potrebbe definire nomade, perché da sempre i due seni, o corna che vi si voglia vedere, avevano assistito a un gran via vai di arrivi e partenze, essendo quel riparo la naturale porta dell'Oriente, e quindi di ogni sorta di commerci.
Dopo la conquista romana, avvenuta nel 266 avanti Cristo, dopo la strenua resistenza alle truppe cartaginesi di Annibale e l'assedio a Pompeo attuato da Giulio Cesare occludendo il Canale Pigonati nel 49 avanti Cristo, lo scalo marittimo di Brundisium aveva visto l'imperatore Traiano imbarcarsi alla conquista della Dacia, quindi i movimenti di Goti, Vandali, Saraceni, Normanni e Bizantini, e poi ancora i velieri dei crociati alla riconquista del Santo Sepolcro nonché l'avvicendarsi di Angioini, Spagnoli, Borboni e Sabaudi. Fino a quando, alle ore 15 del 10 settembre 1943 - un venerdì - la città assurse ai fastigi di capitale.
Sua Maestà il re arrivò a bordo della corvetta “Baionetta”. Breve la navigazione. Si era imbarcato a Ortona, piccolo porto a sud di Pescara, dove era giunto dopo aver lasciato precipitosamente una Roma ormai indifendibile. Con lui, a cercare improvvisato riparo nei seni brindisini, erano la regina Elena e il principe ereditario.
Le storiche circostanze, verificatesi sette anni prima che il Ménoli vedesse la luce, sono tramandate dall'ammiraglio Rubartelli, che comandava in quel frangente il porto militare: “Allora, schierati a poppa, come se dovessero posare per una foto, vidi Badoglio, Roatta, Ambrosio, Puntoni, Sandalli...”; al centro, miniatura di un monarca nonostante i tacchi e la visiera, stava Vittorio Emanuele III, con alle spalle Umberto, principe di Piemonte. “Ci sono già avanguardie alleate?”, si informò re Vittorio Emanuele III, presumibilmente con pesante accento pedemontano. “Maestà, non ho ancora visto un solo inglese né un solo americano”, rispose l'ammiraglio. Dunque Brindisi era terra italiana, e il monarca non esitò a proclamarla capitale, sia pure provvisoria, di quel che restava del regno messo insieme da suo nonno con l'aiuto di Garibaldi.
Questi trascorsi erano forse presenti al Ménoli in modo subliminale quando, invece della Gazzetta del Mezzogiorno, aveva incominciato a leggere La Stampa, e più ancora quando aveva concepito il suo piano di portare il dragamine nel Po. Era come se la fuga regale avesse teso tra Brindisi e Torino un filo invisibile nel quale il Ménoli era destinato a impigliarsi come la mosca nella tela del ragno.
Tra il Seno di Ponente e il Seno di Levante tutti avevano lasciato qualche traccia: dai Romani, con le colonne che segnavano il termine della via Appia (ma una di esse nel XVI secolo fu trasferita a Lecce, dove regge la statua di Sant'Oronzo), fino ai fascisti, con il Monumento al Marinaio d'Italia, eretto nel 1933 in forma di immane timone di calcestruzzo, alto 53 metri, fallicamente disegnato dagli architetti Bartoli e Brunati, ornato alla base con le ancore della corazzata Benedetto Brin, che fu dilaniata da una esplosione la mattina del 27 settembre 1915, e due cannoni tolti al nemico tedesco nella Grande Guerra. Prede belliche fornirono anche il bronzo per fondervi la Madonna del Marinaio, posta al riparo del colossale timone. Quanto ai contatti con l'oltremare, ripresi a fine Ottocento con l'apertura del canale di Suez, si potevano e si possono vedere a Brindisi nei nomi di molte strade, nel colore degli edifici in cotto e nelle insegne bilingui, in italiano e in greco, di molti esercizi commerciali.
L'essere “porta dell'Oriente” era stato insieme fortuna e iattura della città dei due Seni. Come era facile salpare, infatti, altrettanto era facile approdare, ciò che ne fece per secoli la meta preferita delle scorrerie dei pirati turchi, a tal punto che al termine del Medioevo il luogo era stato quasi del tutto abbandonato e per ripopolarlo si era reso necessario un Editto che, nel 1470, dichiarò Brindisi “porto franco” amnistiando tutti coloro che decidessero di andare a stabilirvisi. Di qui l'origine del detto: “Brindisini, ladri e assassini”.
Strana cosa, il Brindisino si distingue nettamente dal resto delle Puglie anche per il dialetto, che è quasi identico al siciliano, e al catanese in particolare. Così come a quelli di Trinacria somigliano i problemi sociali, sintetizzabili nei cinquantamila nomi iscritti nelle liste di collocamento e nei cinquemila protesti cambiari che si registrano ogni mese sull'apposito Bollettino. Una situazione che il sempre atteso e mai avvenuto decollo di un “polo chimico” e di un ambizioso “polo aeronautico” non sono riusciti a mutare. Sicché, come accade in queste circostanze, altre attività si sono sviluppate, dal quasi innocente contrabbando di sigarette al più torvo traffico di derivati dell'oppio e della coca: in entrambi i casi, i due Seni del porto offrivano acque tranquille, in attesa che i Tir rilevassero le partite scaricate ora da agili motoscafi dall'aspetto insospettabile ora addirittura, sfacciatamente, da grossi mercantili battenti bandiera asiatica o centro-americana.
Con queste prospettive, non doveva il Ménoli, avventuriero per radici storiche e genetiche, sognare legittimamente il riscatto nella terra che aveva promosso il Risorgimento?