Benvenuti a bordo
Il sole calava in una luce color albicocca. Sauro Bellacozza fece scorrere una passerella dal molo a un gommone malandato. A un cenno di invito il Ménoli con due passetti rapidi per non perdere l'equilibrio vi si sistemò, seguito dal capitano di fregata. Bastò un colpo di remi perché il gommone scivolasse contro lo scafo dell'Italia. Il Bellacozza con una cordicella lo assicurò alla scaletta arrugginita del dragamine.
"Faccio strada", disse, e, nonostante la labirintite, che per la verità, dopo l'accertamento della parziale invalidità, aveva assunto un andamento intermittente, magro com'era, si arrampicò agilmente a bordo, subito seguito dal Ménoli, un po' più impacciato nella sua conformazione tracagnotta.
A calcare quel ponte il mediatore provava una confusa emozione ma l'occhio era attento a considerare lo stato del vascello, a valutare i lavori necessari per riattarlo.
"Come vedete non ci sono più armi: né le mitragliatrici né il cannoncino di prua", gli fece notare il capitano. "Tutte le attrezzature belliche vengono immediatamente rimosse dalle unità in disarmo", chiarì.
Aggirando i fumaioli e la cabina di comando, camminarono da poppa a prua con qualche difficoltà perché l'Italia era inclinata di una decina di gradi a babordo. Poi scesero sotto coperta. Al Bellacozza e al Ménoli si presentò un quadro desolante: arredi corrosi dalla salsedine, porte scardinate, macchinari sventrati, cuccette luride, immondizie d'ogni genere sparse lungo i corridoi, oblò infranti, un odore di marciume esalante dalla cambusa. Ma il Ménoli sapeva guardare al di là di quello sfacelo. Immaginò di abbattere le paratie per liberare un vasto spazio nella pancia del vascello, in comunicazione con la cambusa. Ne sarebbe venuto fuori un ampio salone. E in quello spazio immaginò tanti tavoli ben ancorati al pavimento e coperti da candide tovaglie, piatti, bicchieri di cristallo e posate inossidabili, con intorno sedie massicce da marina in lucido ottone.
"Quali materiali vi servono?" domandò il Bellacozza.
"Un po' tutti, - rispose elusivo il Ménoli con un gesto vago della mano destra - ma soprattutto legno per cavarne truciolato e rottami metallici".
"Di metallico c'è poco, perché i dragamine si fanno con materiali amagnetici, ma dalla demolizione verranno fuori tonnellate e tonnellate di legno", disse il capitano di fregata.
Girarono da una cabina all'altra, inclusa quella di comando, trovando dappertutto lo stesso squallore, gli stessi segni di abbandono. E anche qualcosa di peggio, perché qualcuno doveva aver usato l'Italia come alcova, e forse la usava ancora. Il Ménoli scuoteva la testa e taceva ma non riusciva a nascondere un certo interesse.
"Che ne dite? Vi siete fatto un'idea?" indagò infine il Bellacozza, che incominciava a sentire i primi segni di nausea, come se l'Italia fosse sballottata dalle onde in mare aperto.
"Non vorrei che la demolizione costasse più di quel che si può ricavare" disse infine il mediatore.
"Questi sono affari vostri. Io già vi vengo incontro evitando l'asta e tutte le altre seccature procedurali".
"Avrei ancora bisogno di qualche settimana di tempo".
"D'accordo. Ma avrete in mente una cifra. Sapete, se siamo troppo lontani da quanto il Ministero si aspetta è inutile perdere tempo, tanto vale bandire l'asta".
"Diciamo che si potrebbe parlare di..."
"Di?"
"Forse una decina di milioni..."
"Siete matto. Dieci milioni per il dragamine Italia! Almeno il doppio" rilanciò il capitano di fregata, che pure non si aspettava tanto.
Seguì una pausa di silenzio in cui risuonò stridulo il grido dei gabbiani che calavano a sfiorare l'acqua.
"Si può vedere" disse il Ménoli come soprappensiero. "Datemi ancora qualche settimana per riflettere.
"D'accordo, perché siete voi, perché vi manda Santo Patrucco".
"Ancora una cosa - riprese il Ménoli con una lieve incertezza nella voce - e... e se invece di demolirla io questa imbarcazione cercassi di risistemarla in qualche modo per portarla da un'altra parte?"
"Io non voglio sapere niente", rispose in fretta il Bellacozza. "Basta che mi firmiate una carta che documenti la demolizione. Se poi ne fate altro che rottami, sono fatti vostri. Ma vi avverto che, per quanto ristrutturato, sarà difficile immatricolare questo dragamine nella marina civile. Credetemi, ne ha viste troppe, l'acqua di mare non fa più per questa imbarcazione..."
"Già, ma quella di fiume?", pensò il Ménoli. E disse: "Verrò a trovarvi tra un paio di settimane".
Il sole ormai era sceso e una lieve brezza portava un po' di sollievo dopo la giornata afosa. I due si calarono per la scaletta lungo la murata infestata dalle alghe e rimisero piede sul gommone. Tornati sul molo, si salutarono.
"Vi ricordo che il Ministero non accetta assegni. Solo contanti.", fu il congedo del Bellacozza. E, colto da un capogiro, se ne andò con il suo passo lievemente barcollante.