Benvenuti a bordo
Si sedettero nella sala deserta, a un tavolo già apparecchiato, sul bordo del dragamine rivolto al centro del fiume. Sotto, in cucina, il cuoco predisponeva i suoi intrugli, mentre lo sguattero tritava cipolle. Era un tardo pomeriggio di novembre e il sole era ormai sceso dietro l'ospedale Molinette ma restava nell'aria un chiarore tenero, con sfumature viola. Non pioveva da mesi - a memoria d'uomo non si ricordava un autunno così siccitoso - e l'acqua del Po lasciava scoperta qualche secca di fianco al dragamine. Di fronte, sull'altra sponda, all'Imbarco n. 6, un decoratore riverniciava le cabine bianche e azzurre.
"Gisella, - esordì il Ménoli - nessuno di noi due sa ancora come questa faccenda andrà a finire. Tocchiamo ferro: se non avremo guai con la giustizia bisognerà accendere una candela a San Nicola. Ma comunque vadano le cose, io non voglio, un giorno, vederti come ho visto Giusy. Dammi retta: tu con questa vita devi chiudere.".
La donna sollevò lo sguardo dalla tovaglia. Senza trucco, con i segni della notte passata in cella, scossa dalle emozioni, pareva invecchiata di dieci anni.
"Questo è il mio lavoro", replicò. "Se smetto, chi mi dà da campare?"
"Io", disse laconicamente il Ménoli.
"Ma con il mio lavoro guadagno bene: in una sera mi metto in tasca la cifra che tu incassi in una settimana. Mi sono abituata a spendere...".
"Ti ho detto che non intendo vederti con una calza stretta al collo. Mi pare che la pelle sia più importante del denaro. Sai che ho del sentimento per te, non sei un'avventura come tante altre donne che ho avuto a Brindisi e dintorni. Avrai uno stipendio buono. Anzi, starai alla cassa, saremo soci. Non ho problemi a spiegarlo a mia moglie Carmela".
"Non faccio la mantenuta", ribatté Gisella con l'orgoglio che spesso distingue le donne di quell'ambiente.
"Non si tratta di fare la mantenuta. La tua presenza è utile all'esercizio del ristorante. Sai trattare con la clientela, hai una bella presenza, con te il dragamine Italia può diventare una miniera d'oro. Ti assicuro che non te ne pentirai".
"Vedremo", chiuse agra Gisella, che aveva estratto dalla borsetta uno specchietto rotondo e stava ripassandosi le labbra con il rossetto, dopo aver provato un moto di sconforto nel rilevare le rughe sottili della fronte e le borse di pelle tumefatta sotto gli occhi.
Per il momento, qualsiasi progetto Gisella avesse in mente per il proprio futuro, la sua consueta attività era ferma perché al monolocale erano stati apposti i sigilli.
I giornali avevano dato la notizia del delitto con discreto rilievo, pubblicando tre fotografie: Giusy da bambina, con addosso l'abito della prima comunione, il primo piano della carta d'identità stralunato dal flash come chiede l'anagrafe e un impietoso scorcio del cadavere. Tre immagini che riassumevano una povera vita terminata a ventiquattro anni. "Il giallo della calza a rete", come venne chiamato dai cronisti, per un paio di settimane fu trattato a puntate quotidiane. Da quegli articoli il Ménoli e Gisella seguivano gli sviluppi delle indagini, che per un caso giunsero a sfiorare il dragamine.
Nella borsetta di Giusy - appresero - gli inquirenti avevano trovato un'agendina con un centinaio di indirizzi e di numeri telefonici. Tra questi c'erano anche quelli di Geppo Zavatti e del suo pianista, avvocato Mangiafico. Costui poté dimostrare che la sera del delitto aveva lavorato alla stesura di un contratto internazionale per l'importazione di aringhe essiccate, dettandone le clausole alla sua segretaria fino a mezzanotte e oltre. Lo Zavatti non aveva altro alibi che quello fornito dalla moglie Giuditta, la quale testimoniò che non si era mosso di casa, dove aveva passato la sera incidendo a puntasecca un paesaggio di risaia su una lastra di rame. In altri casi una tale giustificazione sarebbe stata insufficiente ma trattandosi di un esponente della buona borghesia, per di più imparentato con un illustre penalista conteso da fior di canaglie per la sua abilità nel tirar fuori dalle galere gli autori dei più efferati delitti, non ci furono ulteriori indagini: per lo Zavatti l'unica vera seccatura fu spiegare alla moglie come mai il suo numero di telefono fosse annotato nell'agendina di una ragazza di vita.
La borsetta risultava intatta: dentro non c'era solo l'agenda ma anche un portafoglio con dodici biglietti da centomila lire, prova evidente che l'assassino non aveva agito a scopo di rapina. Inoltre la ragazza era stata trovata quasi completamente nuda, con addosso soltanto un paio di ridottissimi slip e, alla caviglia sinistra, una sottile catenella d'oro. Tutto ciò faceva pensare a un delitto compiuto in preda a un raptus, a quella violenza che talvolta il sesso scatena in individui squilibrati. Ma questa pista, che era la più coerente con gli indizi, era anche la più generica e quella che più difficilmente avrebbe condotto all'individuazione di un colpevole.
Fu interrogato a lungo un giovanotto trentenne, disoccupato, che in base a varie testimonianze, compresa la deposizione di Gisella, poteva essere ritenuto il fidanzato dell'uccisa, ma alla fine nulla di conclusivo emerse a suo carico. Alcuni indirizzi trovati nell'agendina portarono a personaggi insospettabili, benché si sappia che la violenza e le peggiori deviazioni spesso si annidano proprio là dove nessuno lo immaginerebbe; altri numeri telefonici appartenevano a soggetti di moralità meno specchiata. Anche queste persone, tuttavia, riuscirono a dimostrare la loro estraneità all'accaduto.
In mancanza di colpi di scena, le cronache poco per volta smisero di seguire il caso, finché anche la polizia parve abbandonare le indagini e archiviare la vicenda tra i tanti fatti di sangue che, nel giro della prostituzione come più in generale nell'ambiente malavitoso di piccolo cabotaggio, rimangono impuniti.