Un’unica lunga strada che segue il profilo della Baia, pescatori portoghesi seduti in cerchio a chiacchierare come fanno gli italiani. Dietro le case affacciate sulla strada, dei pontili di varie lunghezze si protendono sull’acqua.
Su questi pontili ci sono baracche, capanni che un tempo i pescatori usavano per riporre le reti, gli attrezzi, le barche da riparare. È qui che vivono gli artisti. I tetti sono a spiovente, con le travi a vista. Dentro è tutto legno grezzo, come in certe vecchie navi. Con l’alta marea l’acqua irrompe sotto i pontili, con la bassa marea affiora una lunga striscia di sabbia.
Le pareti sono sottili. Si sente tutto. Spesso le persiane non sono abbassate, si vede tutto.
Non ci sono guardiani, non c’è nessuno a dire di piantarla di fare chiasso, o a controllare a che ora uno torna a casa. Niente portinai, niente padroni di casa. Solo i pontili deserti, bui nella notte, il suono delle onde e quelle casette sbilenche abitate da varia umanità.
La città è piena di soldati, marinai e ragazze portoghesi… e belle villeggianti in pantaloncini corti.
C’è un solo cinema, un solo bar, in cui le donne non sono ammesse, e parecchi night club.
In una di quelle casette abitava una ragazza che faceva la modella per gli artisti. Aveva una bocca così grande, così piena, così tumida che di lei non si riusciva a vedere nient’altro. Se si girava a guardarti, tu vedevi solo la sua bocca, sembrava la bocca di una negra. Esagerava con il rossetto, e poi si metteva una cipria bianca sulla faccia, così la bocca risaltava ancora di più, eclissando il resto del viso, perfino tutto il corpo.
Venendo a sapere che era una modella, molto conosciuta giù al Village a New York, era logico pensare che avesse un bel corpo, ma chissà perché si finiva per guardare solo la sua bocca. In qualche modo, ci si immaginava che anche l’altra sua bocca dovesse essere così rigogliosa, così tumida. Proprio come ci si immaginava che le bocche a taglio di coltello delle donne puritane dovessero essere la copia esatta del loro sesso fatto a labbra strette.
La bocca di cui stiamo parlando indossava dalla mattina alla sera un costume da bagno rosso fiamma. Viveva da sola, con le persiane sempre alzate. La mattina potevi guardarla mentre si vestiva. E prima potevi vederla dormire, fino a tardi, bella spaparanzata nel letto tutto in disordine. Questo quando era da sola. Non era quasi mai da sola. Quasi sempre era completamente nascosta da un grosso braccio maschile, o da tutto il corpo di un uomo nel letto…
Dormivano come tramortiti dalla stanchezza, come se avessero combattuto un incontro di boxe. Dormivano tutta la mattina, abbracciati. Così intrecciati com’erano, risultava difficile credere che quell’incastro stretto fosse solo temporaneo. La sera dopo ci sarebbe stato un uomo diverso. La modella aveva una maniera molto semplice per risolvere il suo problema. Quando vedeva passare un uomo attraente, gli si infilava sottobraccio, lo guardava negli occhi sorridendo e gli diceva: “Salve!”
Semplicissimo. Era raro che la risposta fosse fredda, perché lei aveva quella bocca.
Quando si scioglieva dall’abbraccio del visitatore notturno, correva a fare il suo lavoro di modella, così a Provincetown tutti conoscevano il suo corpo, più o meno intimamente. Gli studenti dei corsi di pittura lo conoscevano per le lunghe ore di contemplazione e il resto della città per quegli incontri di boxe che dicevamo.
L’unico uomo che non era riuscita ad attirare così facilmente nella sua stanza era proprio il suo vicino di casa, il più bel ragazzo della città. Figlio di un pescatore portoghese, adesso era il capitano di una barca a vela con cui portava i turisti a fare il giro del Capo in notturna, per un dollaro.
Dormiva nel capanno attaccato a quello della ragazza. Prima ancora di vederla, aveva sentito tutta la baraonda che arrivava dalla sua stanza. La notte precedente, aveva ascoltato un particolare grugnito di soddisfazione emesso da un qualche corpo massiccio, e poi una risata di donna deliziata, una risata come non ne aveva mai sentite in vita sua.
Tanto per cominciare, non gli era mai successo di sentir ridere una donna mentre si faceva l’amore. Diventavano sempre tutte serie e concentrate, anche quelle più allegre. Ne aveva conosciute parecchie, facendo il marinaio. Diventavano sempre serie. Mai una che sorridesse, come se fare l’amore, anche con uno sconosciuto, fosse una faccenda impegnativa, che non si poteva prendere alla leggera.
E quando godevano era come il godimento di un animale, un po’ cupo, con certi suoni strani. Gli animali non ridono. Le donne di notte diventavano animali, eh sì, come raccontano certe leggende. Anche più degli uomini.
Ma non la modella con tutta quella bocca. Lei rideva come una negra che soffre il solletico. Ogni carezza la faceva sghignazzare oscenamente. E c’era una risata diversa per ogni parte del corpo. Disteso nel buio, dall’altro lato della parete sottile, lui poteva quasi indovinare in quale punto preciso venisse toccata.
All’inizio erano i piedi, sicuramente, e le faceva il solletico, a giudicare dai risolini. Doveva essere solo sulle parti esterne del corpo, perché il riso era allegro, superficiale. L’uomo che era con lei le stava toccando la schiena, le spalle, le braccia, le gambe… All’improvviso, la risata della donna cambiò. Il suono variava di intensità, come se lei ricevesse delle leggere ferite: stava diventando vulnerabile.
Ne era certo. Rideva come chi si tuffa in un’acqua troppo fredda, e ha il fiato mozzo, e poi comincia a sentire il tepore della reazione, a godersi la sensazione nuova.
Rideva come se un piacere del tutto nuovo stesse cominciando a invaderla. Ah… ahh… faceva la sua voce arrivando nel buio fino a lui. Se avesse potuto vederla dimenarsi non sarebbe stato maggiormente consapevole del piacere che quella donna stava provando. Lo sentiva guizzare nei suoi stessi muscoli. Le pareti erano talmente sottili che poteva sentirlo con tutto il corpo. Ah… ahh… e poi ci fu silenzio. Quel silenzio turbò il portoghese più di ogni altra cosa. Perché adesso se ne stava così zitta, dopo tutte quelle ondate di piacere chiassoso? Che genere di carezza poteva farla tacere così di colpo, come se fosse troppo profonda per lasciar emergere un segno esteriore di gioia? Cercò di indovinare. Sapeva che lei era nuda, l’aveva sentita dire “Spogliamoci”. Che cosa le stava facendo l’uomo? Non si sentiva niente. Un brivido corse per tutto il corpo forte, scuro, del portoghese. Gli parve di essere sull’orlo di un mistero, aspettò di sentire, da un momento all’altro, alzarsi un grido di donna in preda a un’estasi incontenibile. Invece, dall’oscurità affiorò una risata greve, rauca, di gola, prolungata, oscena…
L’altra bocca. Di certo l’uomo si era aperto la strada dentro quell’altra bocca, la florida, ricca, tumida bocca del sesso che la donna usava ostentare a chiunque attraverso la bocca gemella che portava nel viso… perché la vedessero tutti, vedessero la pienezza, la consistenza dei suoi desideri sessuali… rossa, aperta, pronta… Ah… Ah… fece la voce. Incavernata dalla spinta dell’uomo, la carne gli cedette, e grida gutturali svelarono ogni spinta, accompagnata da un lunghissimo ahhhhhh… ahhhhhhh di piacere, finché la voce andò spegnendosi.
Ora, di nuovo silenzio. E poi la voce si alzò di colpo, come se la donna fosse stata ferita, con violenza. Il corpo del portoghese bruciava, torturato dal desiderio. Ogni grido della donna gli aveva fatto drizzare il pene affondato nel buio sempre di più, e ora era in fiamme. Tutto il vento e il sole che aveva preso, il caldo e il freddo e l’acqua di mare avevano contribuito a farlo diventare forte, scabro, rude, e ora restava eretto saldamente nel buio, sussultando a ciascuna modulazione della voce femminile. A quell’ultimo grido, si sentì quasi venire anche lui, teso com’era, in preda alla scena che ascoltava, che immaginava fantasticando tutti i suoi sviluppi…
Silenzio. Dovevano essersi addormentati. Il portoghese non riusciva a dormire. Si alzò, si infilò i pantaloni. Aprì la porta esterna. Nella casa vicina c’era una luce accesa. Le persiane erano alzate. Ed eccola là, nuda e addormentata, con l’uomo sdraiato addosso. No, per quanto la desiderasse, adesso e in ogni attimo del giorno e della notte da quando l’aveva vista camminare per strada, così nuda in quel suo costume da bagno che le si vedevano i peli ricciolini del pube uscire dai due lati della mutandina strizzata, talmente nuda che le spalline le scendevano spesso e volentieri rivelando mezzo seno… No, lui non poteva ridursi a diventare uno di quei maschi anonimi che riuscivano tutti a darle il suo piacere.
Non poteva ridursi a prendere quel corpo che apparteneva a chiunque e godeva delle carezze di chiunque indifferentemente. Era questo a trattenerlo.
Certo sarebbe stato difficile far finta di niente con lei, mentre gli toccava ascoltare quasi ogni notte la stessa scena.
Quella donna era instancabile… “È una ninfomane,” pensò. “Non ne ha mai abbastanza… è mostruosa… E io non voglio amare un mostro del genere. È proprio uguale alla sua bocca, grande, vorace, sempre affamata. Non potrei mai tenerla tutta per me…”
Lei non la pensava così. In qualche modo si era accorta che il suo vicino di casa era il più vigoroso di tutti i maschi. Poteva sentire la sua forza. La resistenza che non sarebbe riuscita a fiaccare. E all’improvviso con un intuito tutto femminile capì che cosa lo teneva lontano da lei. Decise di sacrificarlo sull’altare del suo piacere. Aveva un piano di sicuro successo.
Improvvisamente, non andava più a trovarla nessuno. Ogni notte lui si metteva in ascolto ma non gli arrivava nessun suono di sesso. La donna era a letto, poteva sentirla girarsi e voltarsi. Poteva sentire le forcine che cadevano a terra quando si scioglieva i capelli. Ma niente sesso. Il portoghese si incuriosì. Cominciò a essere ossessionato da lei.
Una notte la sentì sospirare. Lui non riusciva a dormire. Disse a voce alta: “Perché sospiri così?”
“Sono qui da sola e mi è venuta in mente una storia tremenda che ho sentito oggi. Ho incontrato una donna, sulla spiaggia, abbiamo parlato. È una donna strana, bella, molto nervosa. Le tremavano le mani di continuo. Ci siamo messe a parlare. Mi ha raccontato di suo figlio. Che quando aveva tredici anni era un bel ragazzino con certe ciglia lunghe da ragazza, snello, con una gran chioma di riccioli castani. Era intelligente, brillante.
“Abitavano a Parigi. Al ragazzo piaceva un po’ troppo leggere. Specialmente poesie. A tredici anni aveva già provato di tutto, fumare, bere… anche droghe. Ma sua mamma non ne sapeva niente. Un giorno che era da solo nella mansarda dove vivevano insieme, mentre la madre era fuori (restava spesso fuori a bere tutta la notte), il ragazzo si mise a fare il gioco di impiccarsi. Aveva appena letto la biografia di un poeta che si era impiccato in una soffitta.
“Il ragazzo passò la grossa corda attorno a una trave, salì su una cassetta e si annodò la corda attorno al collo. Gli piacque contemplare l’idea di morire e di essere rimpianto. Gli piacque immaginare come si sarebbe sentita sua madre, mentre adesso era lui a doversi confrontare ogni giorno con una sorta di abbandono.
“Si strinse la corda attorno al collo, così, per gioco, e quello che provò allora fu stupefacente: provò piacere. Un piacere che gli percorreva tutto il corpo, una sensazione mai provata prima, che iniziava là, da dove urinava, e di là si spandeva dappertutto. Lo sentiva solo quando la corda gli stringeva il collo.
“Questa scoperta lo sbalordì e lo sgomentò. Lasciò la corda e tornò ai suoi libri, rosso in viso e turbato. Gli sembrava difficile da credere. Strano che al posto dove prima c’era il suo piccolo organo molliccio si fosse scatenato tutto quel turbamento, come se un impulso nuovo l’avesse riempito, e non era la voglia di urinare. Una specie di linfa l’aveva gonfiato, indurito, innalzato, nel momento esatto in cui la corda gli si era stretta attorno al collo.
“Il ragazzo non ne fece parola con nessuno. Voleva assicurarsi che fosse vero. Passò il resto della notte, insonne, a chiedersi se aveva sognato tutto e a dirsi che un altro giorno non avrebbe certamente provato lo stesso piacere.
“Il giorno dopo aspettò pazientemente che arrivasse la sera, che sua madre uscisse come al solito, poi salì sulla sua cassetta di legno, mise la testa nel cappio e tirò un poco.
“La sensazione tornò. Quando la corda stringeva, qualcosa di meravigliosamente piacevole succedeva dalle parti del suo sesso, qualcosa che non aveva mai provato prima, un godimento più intenso dell’ubriachezza. Vi si immerse per qualche minuto, poi smise perché il sangue gli andava alla testa e il collo gli faceva male.
“Ma ripeté l’esperienza per diverse notti, sempre con l’intenzione di verificare se succedeva davvero e se dipendeva dalla corda. Cercò di farlo durare. In piedi sulla cassetta, abbassò la testa tirando la corda, osservando il suo corpo nell’estasi dell’erezione. Col viso sempre più congestionato, non badava al dolore attorno al collo.
“Il piacere cominciava sempre lentamente, come quando si beve del vino, un tepore, poi un’onda che gli correva al sesso e lo riempiva come un liquore prezioso, e la tensione era così eccitante, e lo colmava di un desiderio, vago e misterioso, che non sapeva come soddisfare. Tutto ciò era un mistero per lui. Non aveva il coraggio di parlarne alla madre, e neanche ai suoi compagni. Sentiva di aver fatto una scoperta. Era quasi geloso di quel piacere così straordinario, non gli sembrava il caso di condividerlo. Aveva, in qualche modo, la certezza che sarebbe stato rimproverato severamente, più severamente che per il fumo o gli alcolici. La tensione era così forte che a volte lo esasperava. C’era qualcosa che non aveva ancora scoperto, ed era come allentare la tensione di quel piacere rigido che quando arrivava quasi lo spezzava in due.
“Una notte, con il collo stretto nel cappio, lasciò che lentamente il piacere lo invadesse. Cominciò al centro del suo corpo, fluì in ogni parte di lui, irrigidendogli le membra, bruciante, riempì il suo piccolo sesso con qualcosa di più forte dei liquori, qualcosa che premeva dolorosamente per essere espulso. Questo, era questo che sentiva: il desiderio di espellerlo fuori di sé. Forse, stringendo la corda appena un po’ di più… Piegò la testa, si guardò il corpo. Il piacere fu così acuto da farlo contorcere in sussulti che somigliavano alle scosse di una eiaculazione. Si spinse avanti, gli scivolarono i piedi dalla cassetta, cadde. Mentre cadeva, ciò che aveva desiderato successe. Ma lui non era più vivo e non ne poté fare l’esperienza.”
“Che storia tremenda,” disse il portoghese. “Si capisce che non riuscivi a dormire.”
“Ci sono volte in cui si prova un piacere come quello, che vorresti solo che finisse, perché è troppo forte.”
“Ti andrebbe se venissi da te e ce ne stessimo lì con la luce accesa a parlare, fino a che non ti passa il malumore?”
“Sì, vieni…” disse la modella.
Il portoghese entrò nella sua stanza, così alto, così scuro di pelle, così vitale da riempire ogni spazio con la forza della sua presenza. La bocca della donna spiccava nel buio. Il portoghese accese una candela, e nella luce tremolante lei gli sorrise… Fece tutto quello che poté per non buttarsi su di lei. Quella bocca era così invitante, così tumida… una bocca da baciare.
Si sedette accanto al letto e parlarono. Ma mentre conversavano la donna si addormentò, e il portoghese poté guardarla. I suoi capelli scuri erano sparsi sul cuscino, un cuscino di oscurità tutt’intorno a lei. Anche alla luce tenue della candela la sua bocca splendeva rossa, semiaperta, come una fiamma.
Il portoghese si avvicinò e la baciò. Lei si svegliò e lo abbracciò. Il portoghese la baciò di nuovo. La bocca si addolcì sotto le sue forti labbra. Era calda, morbida, cedevole come nessuna delle tante altre bocche che aveva assaggiato.
Si arrese al suo bacio, si aprì, e le punte delle due lingue si incontrarono. I seni della donna erano così duri che lui li sentì contro il petto mentre la baciava.
Voleva farle qualcosa che nessun altro uomo le avesse mai fatto: voleva che lei non ridesse come aveva riso per gli altri. Voleva che sperimentasse qualcosa di totalmente nuovo, ma non sapeva ancora che cosa.
Nel momento in cui si fosse messa a ridere, sarebbe stata la donna che qualunque uomo poteva possedere, e lui non voleva questo. Continuò a baciarla e a pensarci. Qualcosa che lei non avesse ancora provato, qualcosa per cui non avesse mai riso di piacere. Ma quale piacere nuovo poteva darle lui?
Non riusciva a dimenticare la storia del ragazzo. Voleva farle paura. Soprattutto, non voleva che ridesse, come aveva riso per gli altri uomini. La odiò per il modo in cui gli abbandonava la bocca, per il modo in cui aveva chiuso gli occhi. Chiudeva gli occhi e apriva la bocca come se in quel momento qualunque uomo, qualunque bocca, qualunque pene potessero farla godere.
Era in trance. Al suo tocco avrebbe cominciato subito con quella risata rauca, allusiva. Perciò la afferrò con violenza per le natiche e se la tirò addosso, e lei sentì la sua virilità. Era di tale potenza e forza che, prima che la penetrasse, appena toccò il suo pelo pubico, la scossa elettrica la fece restare senza fiato.
Affondò la bocca in quella della donna, invadendo ogni anfratto sotto le sue labbra, sotto la sua lingua, sentendo quella lingua che lo leccava, che rispondeva a ogni suo movimento, come se palpitasse tra loro la stessa vibrazione.
L’accarezzò a modo suo. Si spinse dritto dentro di lei, con fermezza, con forza, e restò immobile. Lei non era mai stata riempita così interamente, colmata in ogni suo recesso da questa virilità forte, e le sembrava che, una volta dentro di lei, si fosse allungato ancora un po’, spingendo le pareti della sua carne morbida, accomodandosi a suo agio, per rimanere.
Le piacque questo, il modo in cui si era fatto il nido dentro di lei, tranquillamente, come per abitarla in eterno. Anche lei poteva goderselo con calma, e questo le piaceva. La sensazione del sesso duro dentro di lei, che non si muoveva, stava lì annidato, solo vibrando quando si contrasse per sentirlo meglio. Ogni tanto si ritraeva impercettibilmente, lievemente, come per fare spazio alle contrazioni che lo stringevano e lo attiravano di nuovo nelle profondità di lei.
Non rideva. Restava stranamente calma. La calma con cui lui l’aveva penetrata, senza preliminari, la calma con cui rimaneva dentro di lei, come in ascolto di ogni movimento, di ogni increspatura della carne che gli stringeva il sesso. La calma e la fermezza del pene che la colmava così totalmente. Il suo grembo cominciò come un respiro, inalava, espirava, là nel buio, per avvolgerlo, includerlo, aprendosi come una bocca e richiudendosi, e lei provava un godimento calmo, prolungato, infinito, che assaporò in silenzio.
Lui si stava gustando quella profonda immersione in lei, senza muoversi, senza darle un piacere attivo. Giacevano intrecciati, saldati assieme, il corpo nudo dell’uno steso in tutta la sua lunghezza sull’altra, supina, a gambe aperte, con le bocche incollate.
Poi il piacere diventò troppo per lei, cercò di muoversi, di spingersi contro di lui, di sentirlo più a fondo, di afferrarlo per strofinarsi contro il suo corpo, ma lui glielo impediva, i suoi potenti muscoli di marinaio avevano una presa tale da paralizzarla. Non si muoveva dentro di lei, ma la sua durezza, la sua grossezza la rimescolavano tutta, e lei continuò a suggerlo, stringerlo e accarezzarlo con il grembo, tentando di assorbirlo ancora di più, tentando di smuoverlo all’interno di sé, dato che fuori lui non le permetteva di muoversi.
La teneva ferma, inchiodata al letto. Poi, quando a furia di contrarre e premere, lei sentì aumentare il godimento e si avvicinò al parossismo, dalle labbra serrate cominciò a spuntarle un gemizio di suono, gutturale, proveniente dalle profondità del ventre, che sarebbe diventato un riso di piacere, se lui gliel’avesse permesso. Ma il portoghese di colpo le mise tutte e due le mani attorno al collo e sussurrò ferocemente: “Se ridi ti strozzo.”
Una strana paura accese gli occhi della donna, il suono morì subito sulle sue labbra, eppure non riusciva a fermare l’onda crescente di piacere che la invadeva come una colata di magica lava che le riempiva le vene e la infiammava. Lui le teneva ancora le mani attorno al collo, lei pensò che l’importante era godere: come il ragazzo, di colpo seppe che doveva raggiungere a tutti i costi il suo piacere estremo, perché le era impossibile controllarlo, frenare la violenza con cui le correva nelle vene cercando l’esplosione.
Era immobilizzata dalla paura, eppure le contrazioni nel suo grembo continuavano, e l’uomo le sentiva: la donna si compiacque nel vedere che il piacere si stava impadronendo anche di lui. Forse sarebbe stato costretto ad allentare la stretta sulla sua gola, ma no, non la lasciò, anzi aumentò la stretta, e allora lei avvertì un concreto, assoluto terrore: poteva strangolarla davvero, nell’orgasmo, perché in lui il piacere era mescolato all’odio, odiava il pensiero che si potesse farla godere così facilmente, che lei rispondesse con la perfezione di una bestia, non solo a lui, ma a tutti… a qualsiasi maschio con una bocca da baciare e un pene eretto…
Nonostante la paura, grazie alla paura, in lei sorse un godimento sovraccarico, teso, che la percorse in ogni vena, inarcandole la pianta dei piedi, correndo nell’interno delle gambe, sollevandole le natiche, riscaldandole la schiena, toccandole le punte dei seni come se la stesse accarezzando lui, niente, nient’altro c’era se non questo vino del desiderio che le scorreva dentro, e il dolore di quelle mani attorno al collo non poteva fermarlo: lo aumentava.
Forse, se avesse emesso un’oscena risata di piacere, lui avrebbe allargato le braccia, o forse l’avrebbe proprio strangolata. Ma invece del riso, mentre il piacere diventava una sofferenza che l’immobilità le impediva di portare alla conclusione, prolungando quella tensione torturante, dalle labbra le uscì un lungo strano suono lamentoso, come di pena, un sommesso gemito animalesco che lui adorò, e che di colpo lo spinse con nuovo fervore su di lei, e gli allentò le mani, ed ecco che adesso si muoveva, si muoveva in tutte le direzioni, come un mulinello, turbinando, senza mai fermarsi, come se volesse ararla completamente e a fondo, senza lasciare intatto nessun angolo, e lei gemeva, non rideva, gemeva in preda a un piacere così devastante da farla piangere…
La donna aveva un altro ammiratore che era un po’ troppo timido e non aveva mai osato fare altro che seguirla di nascosto qua e là, senza sapere bene che cosa andava cercando. La spiava. Si era appostato spesso alla sua finestra guardando dentro, ma, dato che lei spegneva la luce prima di far l’amore, non era mai riuscito a vedere niente se non qualche preliminare. Oltretutto, da quando il portoghese era diventato il suo compagno abituale, si preoccupava lui di tirar giù le persiane.
Pietro non aveva mai conosciuto donna. In presenza di femmine cominciava sempre a balbettare, arrossiva e finiva per darsela a gambe.
Aveva vent’anni, faceva il pescatore anche lui. Nerboruto, abbronzato, con gli occhi azzurri e un modo di muoversi goffamente attraente.
La pedinava come un detective, senza farsene accorgere. Sapeva camminare senza far rumore, era pronto a nascondersi se lei voltava la testa, conosceva bene tutta la città e le strade vicinali. Lei, dormendo per la maggior parte del giorno e vegliando la notte, non aveva mai avuto il tempo di prendere il sole. E le sarebbe piaciuto. Ma non voleva un’abbronzatura parziale, così in una giornata di sole si avviò per la strada che portava alla spiaggia fuori città, in cerca di un posto isolato dove sdraiarsi.
Pietro era dietro di lei.
Portava calzoncini che mettevano in evidenza le sue belle gambe e camminava con grazia, con movimenti lenti, felini. Aveva un sedere pieno e sodo, la vita stretta al punto giusto e seni che forzavano provocatoriamente l’abbottonatura della camicetta. I capelli sciolti sulle spalle le danzavano attorno alla testa. Camminava a passi lunghi, elastici, come un bell’animale di razza. Teneva la bocca socchiusa nel vento, per bere il vento e l’odore del mare, dei pini, delle dune di sabbia.
La brezza ogni tanto portava folate del suo odore a Pietro, sconvolto da quell’aroma pungente: con gli occhi fissi su di lei, non c’era pericolo che perdesse le sue tracce.
Eccola che vede un posto da esplorare. Era una zona abbastanza boscosa che correva lungo un’alta duna di sabbia, piena di anfratti in cui avrebbe potuto nascondersi. Dei bassi cespugli proteggevano la vista dalla strada dove passavano le automobili.
Quando si fermò, Pietro fu svelto a nascondersi dietro un cespuglio a neanche un metro di distanza, da dove avrebbe avuto un’ottima visuale su di lei.
Si stava svestendo lentamente, come fa la gente nelle cuccette dei treni: stando seduta, in modo da non essere vista dalla strada, cominciò a sbottonare il primo bottone della camicetta, mentre Pietro tratteneva il respiro. Aveva scoperto le spalle. Le sue curve erano così piene e morbide da farla sembrare senz’ossa. Si muoveva con la polposa sinuosità di una ballerina hawaiana: perfino stando seduta aveva dei movimenti così ondulanti che sembrava danzare, invitante. Apparvero prima le spalle, splendenti al sole. Scosse i capelli per liberarle, ed ecco che apparvero i seni, con i rosei capezzoli induriti, tremolando a ogni movimento che faceva per scrollarsi di dosso la camicetta. Come dune di sabbia erano, perfetti, dorati… e dato che la camicetta non voleva saperne di scivolare e l’aveva lasciata con le braccia bloccate dietro la schiena, nell’impazienza di togliersela scrollava anche i seni, come se danzasse la hula. Così tutta in disordine sembrava appena uscita da un segreto giaciglio d’amore in cui altre mani avessero creato quel groviglio caotico, la camicetta ostinatamente aderente, le braccia inchiodate sopra la testa, capelli e seni che si ingarbugliavano ondeggiando.
A quella vista Pietro si sentì tremare le gambe a tal punto che non riuscì a mantenere la sua posizione accovacciata e dovette lasciarsi cadere ventre a terra.
Avrebbe quasi desiderato non vedere altro, per il momento, tanto profondamente lo aveva colpito quella visione: voleva farla durare, prolungare l’estasi.
Pensando di essere sola, man mano che esponeva al sole le varie parti del corpo, lei aveva tutto il tempo di dedicarsi a quella specie di autoesplorazione che le donne a volte si concedono davanti allo specchio. Abbassando la testa, meditabonda, cominciò a contemplarsi i seni, prendendoseli in mano, esaminandoli con attenzione in ogni particolare, il colore della pelle, i capezzoli, la sottile lanugine intorno ai capezzoli. Per valutarne la sodezza e il peso, li strizzò tra le mani, e di conseguenza Pietro avvertì l’urgente bisogno di infilarsi una mano nei pantaloni per impugnare i propri possedimenti e palparne la sodezza e il peso; evidentemente constatò che corrispondevano esattamente alla sodezza e al peso di quelli di lei, dato che si fermò, soddisfatto, e ricadde piatto sul ventre, come se la sabbia calda su cui premeva lo aiutasse a tenere sotto controllo il turbamento.
Adesso lei si era levata le espadrillas e si esaminava le dita dei piedi e lo smalto, dando colpetti tra dito e dito per togliere la sabbia che vi si era infiltrata. Si accarezzò le gambe per valutare quanto erano lisce, notò che all’interno erano troppo chiare e decise di esporle bene al sole.
Passò ad aprire la cerniera lampo degli shorts. A sinistra la cerniera, impietosa, le aveva lasciato il segno, e per cancellarlo lei si mise ad accarezzare e stirare con dolcezza la pelle finché l’impronta rossa sparì quasi completamente.
Il vento portò fino a Pietro, nascosto nei cespugli, il piacevole odore della femminilità riscaldata dal sole. Lo inalò estasiato.
Quando lei si piegava, i seni le toccavano le ginocchia, così belli, così prosperosi che Pietro non riusciva a staccarne gli occhi.
Ora si stava togliendo i calzoncini, sdraiata sulla schiena li arrotolava lungo le gambe sollevandole in aria, aiutandosi con una gamba a tirarli via dall’altra, e alla fine fu nuda.
Sembrava che la sua pelle rispecchiasse il sole irraggiando una luce più intensa. Adesso era d’oro e di miele, un miele prezioso.
Appallottolò i vestiti per farne un cuscino e si stese al sole, con lo stesso voluttuoso abbandono di una donna al contatto con l’uomo. Offrì al sole le gambe aperte, permettendogli di insinuarvi i suoi raggi discreti fino a toccare, forse, il punto più vulnerabile. Lo invitò a penetrare ovunque, nei luoghi più segreti. Pietro era invidioso e geloso del permesso concesso al sole. Gli aveva offerto le gambe divaricate, il ventre rotondo, i seni, la bocca semiaperta, e poi aveva chiuso gli occhi come a dire che gli permetteva tutto.
Pietro rimase lì a guardare fisso il corpo del suo idolo, così vicino, così a portata di mano, così terrorizzante che non poteva fare nient’altro che contemplarlo, in adorazione, e restare a osservare appiattito sulla sabbia, comprimendo il desiderio, vietandogli di esplodere. Che fosse il sole, o il calore del corpo che lo rifletteva, o il dolce odore femminile, qualunque cosa fosse, Pietro non si era mai sentito così ubriaco in tutta la sua vita, così febbricitante. Si rifece gli occhi.
Dalla posizione in cui era, le gambe della donna si tendevano verso di lui. Solo la straordinaria potenza della sua timidezza poté impedirgli di saltarle addosso.
In preda all’angoscia, premeva il sesso contro la sabbia, chiedendosi come liberarsi da quel desiderio esplosivo, temendone le conseguenze. Il pene eccitato gli era uscito dall’apertura della patta e si era seppellito nella sabbia, facendosene un nido caldo. Alle sue pressioni estatiche la sabbia cedeva come carne viva, magari un po’ ruvida, granulosa, abrasiva da far male. Però poteva quasi immaginare che quelle pressioni venissero esercitate tra le gambe della sua adorata.
E chissà che cosa avrebbe fatto poi Pietro, perché per qualche tempo la sabbia riuscì a contenere il suo ardore, ma quando la donna fece un movimento per cambiare leggermente posizione la vista di quell’ancheggiamento lo fece quasi impazzire e fu sul punto di perdere il controllo. Ma successe una cosa strana.
Sembrava che si fosse appisolata, ma non stava dormendo. Il sole le aveva fatto l’effetto di un magico elisir e si sentiva anche lei scaldare il sangue. Non aveva bisogno di immaginare le carezze di un uomo, stava rispondendo alla bruciante carezza del sole sulla sua pelle.
Il sole l’aveva accarezzata dappertutto, finanche nei luoghi segreti in mezzo alle gambe. Aveva riscaldato la sua bocca, i capezzoli e le spesse, turgide labbra del suo sesso. Rispondendo alle carezze, la sua mano si mosse lentamente verso il punto tra le gambe dove il sole sembrava scaldare di più, come cercando di prendergli i raggi, come se fossero dita di un’altra mano, per indirizzarne meglio la carezza… e si posò sulle labbra che il tocco del sole aveva svegliato.
Calde… com’erano calde. Gli occhi del sole, e gli occhi di Pietro nascosto dietro i cespugli, le avevano bersagliate di sguardi infuocati. Le dita fresche della donna, che le aveva tenute dietro la testa, all’ombra dei lunghi capelli scuri, andarono a placare la febbre che infiammava le labbra. Accarezzò la bocca irritata del suo sesso, lisciandola, come per quietarla, cullarla.
Pietro non aveva mai visto dita così delicate. Con lo smalto brillante alle unghie, le dita finemente modellate, il profilo elegante e sottile, quella mano toccava la bocca del sesso come se suonasse uno strumento a corde… quietando, cullando…
Ma l’effetto fu tutt’altro che una ninnananna. Anche se la donna manteneva quel ritmo lento, cullante, le sue gambe stavano cominciando una specie di impercettibile danza. Impercettibile per chiunque ma non per gli occhi affascinati di Pietro: un lieve tremore la percorse, una vibrazione che arrivò alle dita dei piedi e le arricciò leggermente.
Quelle carezze a fior di pelle, e poi, d’improvviso, la mano che era stata a riposo raggiunse l’altra, e le gambe si allargarono per farle posto. Erano necessarie tutte e due le mani per placare la bocca del suo sesso, rossa, gonfia, fremente sotto il sole: Pietro poteva vederne ogni linea, ciascuna sfumatura.
Nella luce del sole i peli pubici risplendevano come gemme, e anche il sesso della donna scintillava, imperlato di un velo di rugiada di cui Pietro non avrebbe saputo dire l’origine. Era come se le sue dita avessero richiamato una sorgente segreta di umidore, disserrando il misterioso scrigno del profumo di donna. Doveva essere di là che veniva l’odore femminile che faceva girare la testa a Pietro, quell’odore meraviglioso. Le dita avevano aperto una boccetta di profumo nascosta dentro il corpo della donna.
Continuavano il loro lavoro, le dita, quietamente, ipnoticamente, ma le gambe ogni tanto tremavano, come se una corrente elettrica le percorresse, e ogni tanto le anche si sollevavano come per andare incontro alle dita, come se stesse per mettersi a danzare la sua hula hawaiana… la danza del ventre delle donne arabe. Sì, stava cominciando, là sulla sabbia, sotto il sole cocente, cominciava a muoversi come una danzatrice di hula, mentre le dita, indifferenti, proseguivano il loro massaggio calmante…
Altro che calmarsi. Un folle movimento isterico le scosse ventre e sesso: ondulò, sussultò, sobbalzò, poi si infilò le mani tra le gambe come se si stesse vibrando una coltellata, e strinse le gambe e si rotolò, piegandosi in due, schiacciandosi le mani come se stessero cercando di ferirla, di farle male.
Sbalordito, Pietro la vide ripiegarsi attorno alle mani e continuare a danzare la sua danza hawaiana, fino a che terminò, in un unico movimento, come se fosse stata ferita a morte, e poi ricadde esausta, ansimando, come se le sue stesse carezze l’avessero assassinata.
Durante tutto lo spettacolo, Pietro, senza sapere come e perché, si era sentito obbligato a imitare ogni suo movimento, senza però aver bisogno di una mano, bastò che il suo strumento di indurita virilità si muovesse nella sabbia in cui era sepolto, girando e rigirando, mescolando la sabbia, e fu preso anche lui da una frenesia che gli fece fare una specie di danza dentro la sabbia, accelerando quando lei accelerava, e ricadendo esausto quando ricadde lei.
Pietro si portò addosso la sua ossessione per le donne, mai soddisfatta, come un carico di dinamite con la miccia accesa. Interferiva in ogni cosa che dovesse fare, e per la maggior parte del tempo eccolo che finiva a gironzolare dalle parti della spiaggia, seguendo ogni donna che si allontanava un po’ da sola, sperando di assistere al ripetersi dello stesso spettacolo.
Ma le donne che trovava se ne stavano stese al sole ad abbronzarsi coscienziosamente, come se il sole si rifiutasse di eccitare la loro sensualità, o magari non avevano nessuna sensualità da eccitare, visto come se ne stavano tranquillamente nude sulla sabbia. Pietro aveva un bell’aspettare che si ripetesse l’occasione di assistere a una performance autoerotica come quella di cui era stato testimone il primo giorno!
Povero Pietro. Il desiderio insoddisfatto lo opprimeva, ma la timidezza era più forte. Abitava in una pittoresca capannuccia piena di reti e altri attrezzi da pesca, una cuccetta da nave in un angolo e finestre da cui si vedeva tutta la Baia.
Dato che viveva da solo, una bambina sugli undici anni veniva una volta alla settimana a prendere la sua biancheria da lavare e gli portava quella pulita. Era la figlia di un italiano, una ragazzina svelta, con i capelli lunghi e gli occhi enormi, che saltellava come un uccellino.
Un giorno arrivò mentre Pietro si stava mettendo i pantaloni. Posapiano com’era, per farlo si sedeva per prima cosa sul letto, poi un po’ per volta se li infilava e solo all’ultimo si alzava in piedi e dava la tirata finale. Perciò stava seduto sul bordo del letto con i pantaloni a mezza gamba quando la ragazzina bussò impetuosamente e, senza aspettare una risposta, si precipitò dentro col suo fagotto.
Non fu minimamente turbata dallo spettacolo, del tutto simile a quello offerto da suo padre quando la mattina si vestiva nell’unica stanza di cui disponeva tutta la famiglia. Si limitò a restar lì con gli occhioni spalancati in cerca di un posto dove depositare il fagotto.
Pietro le indicò una sedia. La bambina subito ce lo mollò sopra e stava per girarsi e andarsene, ma lui le disse: “Vieni qui, che ti pago. E poi ho anche dei dolcetti per te.”
“Dolcetti?” fece la ragazzina, avvicinandosi con gli occhi che brillavano.
Pietro tirò fuori da una tasca un sacchetto di carta, che si stava portando dietro da due giorni per lei.
Adesso era a un metro da lui, con il suo vestitino lindo, inamidato e corto un bel po’ sopra le ginocchia, i lunghi capelli che le scendevano sulle spalle e un maglioncino che le stava stretto.
Il sorriso dell’uomo aveva un’innocenza così infantile, una tale mitezza, che le sembrò un sorriso uguale al suo, e si sentì come se avesse davanti un altro bambino.
“Siediti qui sulle mie ginocchia,” le disse, “e ti do i dolcetti.”
La bambina andò a sedersi sulle sue ginocchia. Il vestitino era così corto che le sue gambe si poggiarono nude sulle gambe altrettanto nude di Pietro. I pantaloni erano scivolati a terra, e lui se ne stava lì seduto in mutande, bianche, corte, con le gambe nude della ragazzina sulle sue gambe scure, pelose.
Sembrava che la situazione non le dispiacesse. Ma lui non era contento di come si era messa, così di lato.
“No, siediti davanti a me, guardami.” Lei ubbidì sorridendo e cambiò posizione.
Pietro si rallegrò: stava cominciando a sentirsi felice come quel giorno sulla spiaggia. Il tocco delle gambette della bambina sulle sue gambe era caldo, penetrante, e gli faceva scorrere un flusso di piacere in tutto il corpo.
Prese un dolcetto dalla busta e glielo mise in bocca, e la osservò mentre apriva quella piccola bocca dall’interno roseo e delicato come la boccuccia di un gatto, la linguetta morbida, agile, guizzante… La osservò mentre chiudeva le labbra sul dolcetto e cominciava a masticare con gusto, e nella gioia di mangiare il dolcetto gli si mise quasi a ballare sulle ginocchia, scuotendosi da sinistra a destra, da destra a sinistra.
“Guarda che cadi,” disse lui. “Siediti più vicino.”
Così adesso era seduta molto vicino alla parte del suo corpo in cui si stava scatenando una tormenta, l’orlo della gonnellina a volant glielo sfiorava quasi. Le loro gambe nude che si toccavano scaldandosi a vicenda e quella danza che aveva fatto gli rinfocolarono l’emozione.
Le dette un altro dolcetto.
Quella piccola bocca vorace, pensò osservandola, ancora troppo piccola per il bacio di un uomo, ma com’era rosea e delicata, adorabile… Gli si mise a ballare un’altra volta sulle ginocchia.
Pietro cominciava a temere che, se si muoveva ancora po’, sarebbe capitato un incidente. Perciò le dette tutta la busta e la lasciò andare.
Già quasi alla porta, la ragazzina in un attacco di gratitudine si girò, tornò indietro di corsa e gli si buttò addosso, cadendo con tutto il peso su quella parte che gli si era potentemente eretta.
Pietro, ripreso fiato, la strinse forte a sé per un momento, poi la lasciò. In realtà non avrebbe voluto altro che premersi contro di lei come si era premuto contro la sabbia.
Lei all’improvviso vide in che stato era e scoppiò a ridere: “Sei diventato come il mio papà quando mi bacia la mattina.”
“Ti bacia la mattina?” domandò Pietro. “E come?”
“Così.” Si curvò verso di lui e gli offrì la boccuccia, una cosina così tenera, delicata e soffice come non ne aveva mai toccate.
Pietro le dette un bacio, timidamente.
“Ma no, non mi sai baciare come il mio papà,” disse la ragazzina. “Più forte. Lui mi morde.”
Allora Pietro si concesse di sfidare e superare il suo rivale di baci, abbandonandosi al desiderio. Afferrò con la bocca quella della bambina e la baciò voracemente. Lei sembrò gradire. Si passò il dorso della mano sulla bocca, come per cancellare le tracce di quel bacio mordace, e poi sorrise.
“E il tuo papà… diventa così tutte le mattine?”
“Sì,” disse la bambina ridacchiando. “Gli fa un bel bozzo sotto i vestiti.”
“E poi che succede?”
“Mi fa baciare anche quello, svelta svelta.”
A questo Pietro non riuscì a resistere, si era già controllato abbastanza.
“E se te lo chiedo, mi baceresti anche il mio?”
“Sì,” disse lei. “Tu sei più giovane di papà, sarà più carino.”
E, con manine piuttosto esperte, glielo tirò fuori, carico e sul punto di esplodere, e lo osservò attentamente: “Ce l’hai più bello di quello di papà.”
Appoggiò la boccuccia sulla punta e, là, solo sulla punta del pene, cominciò a dargli baci da farfalla, ogni tanto fermandosi a succhiarlo. Pietro era in trance, atterrito da quello che avrebbe potuto fare al momento che sentiva arrivare: ancora uno di quei bacetti aspiranti che gli stuzzicavano la punta del pene e sarebbe andato fuori di testa.
Ma riuscì a trattenersi e a godersi in pieno il gusto particolare di quei baci. Non voleva spaventare la bambina, voleva che ritornasse, voleva che continuasse in eterno. Era così attizzante, quella delicatezza, quel rimanere sulla punta, l’unica parte che poteva entrare tra le sue labbruzze rosee, e quel modo così infantile, tenero, di succhiarlo come una caramella, coscienziosamente, ostinatamente, fino a che fu Pietro a tirarsi indietro, sul punto di impazzire e in preda alla paura di farle male.
Con un filo di voce, le domandò: “È tutto qui, quello che ti fa tuo padre?”
“Sì,” disse la bambina, “tutto qui. Dopo un po’ mi lascia andare e chiama la mia mamma. Perché questo succede tutte le mattine mentre lei prepara la colazione. La chiama e si chiudono in camera.”
Pietro la mandò via.
Ormai, Pietro era ridotto in un tale stato di frenesia che uscì e si avviò verso il bordello, deciso. Magari in quel posto la sua timidezza sarebbe finalmente scomparsa.
Il bordello di Provincetown non era difficile da trovare. La puttana locale passeggiava avanti e indietro sul corso, prendeva a braccetto gli uomini soli e gli diceva: “Ciao!”
Aveva i seni più spettacolari che Pietro avesse mai visto. Alti e rotondi e sodi, le arrivavano sotto il mento e sporgevano come un vassoio, precedendola, in un modo così provocante, appetitoso e violentemente ovvio, che di lei non si riusciva a notare nient’altro. Quando un uomo vedeva quel petto così ostentatamente offerto e messo in mostra, era naturale che il suo corpo rispondesse mandando avanti qualcosa di ugualmente rigonfio. Non c’era altra risposta possibile davanti a quella ricca, succosa, matura esposizione di sensualità.
A Pietro succedeva tutte le volte che la vedeva: ogni singola volta era costretto a fermarsi, impossibilitato a fare un altro passo per colpa dell’imperiosa risposta della sua virilità davanti a tutta quell’esposizione di roba femminile.
Erano seni talmente vistosi, talmente irresistibili, che gli cancellavano dalla mente qualunque altra cosa. Tutto quello che desiderava, in effetti, era toccare quei seni e basta.
La passeggiatrice aveva cercato spesso di adescare Pietro, ma, a parte cadere subito in trance, lui non aveva mai fatto niente per rispondere all’invito, quindi lei aveva immaginato di non piacergli. Ma ci aveva provato di nuovo lo stesso, più di una volta, e questa sera ci riprovò con maggiore impegno, perché Pietro diventava di giorno in giorno più bello, e ultimamente poi negli occhi neri gli brillava una febbre, un luccichìo davvero perturbante.
Questa volta le rispose. “Dove si va? Vuoi venire da me?”
“Sicuro,” disse la donna, e se lo prese sottobraccio.
Quando lei cominciò a levarsi per prima cosa la gonna, lui le chiese di non farlo: solo il golfino. Così eccola lì semisvestita, con i seni nudi che puntavano dritti verso di lui. Che voglia gli facevano!
Gli prese il desiderio di infilarci in mezzo la sua virilità e starla a guardare mentre scivolava tra i seni. Lei lo lasciò fare. La deliziò vedere questo grosso pene scuro con la pelle bella liscia scivolare tra i suoi seni rigonfi. Se le arrivava vicino alla bocca gli avrebbe dato volentieri una leccatina.
Ma Pietro non le permise che di toccarlo in punta, e quando le mani diventarono troppo sapienti e pesanti, si ritrasse, piantando un capriccio. Voleva essere vezzeggiato con delicatezza, essere tenuto tra i seni rigonfi, come se gli fosse ancora vietato l’ingresso definitivo.
Una gocciolina spuntò sulla cima del pene, come una perla. Lei sorrise e mise all’opera la bocca.
I seni lo cingevano saldamente, e lui li premeva con tutte e due le mani. Poi successe una cosa strana.
Pietro sentì delle voci nella casa vicina, la voce della donna tutta bocca che aveva spiato sulla spiaggia e del suo amante portoghese. E di colpo si rese conto che non voleva questa donna dai seni opulenti ma l’altra, quella che si era spogliata e si era accarezzata davanti ai suoi occhi. Il desiderio gli morì.
Sbalordita, la donna lo fissava con disapprovazione. Non aveva sentito le voci nella casa vicina. Poi vide che il desiderio dell’uomo ridiventava potente. Lui sembrava un po’ distratto, però. Stava cercando di immaginarsi di abbracciare l’altra donna. Seguendo attentamente i suoni che sentiva, prese la stessa posizione che, immaginava, prendevano i due. Dal suono della voce di lei, che a volte si spezzava come soffocata, dedusse che il portoghese le stava steso addosso con tutto il suo peso, e anche lui prese la stessa posizione sul corpo della prostituta. Poi sentì che la donna nella stanza accanto emetteva quel suo curioso lamento di piacere che sembrava effetto di una squisita tortura e, al ritmo della voce, con gli occhi chiusi, immaginando di prendere la donna tutta bocca, affondò nella donna che giaceva sotto di lui.
All’improvviso sentì con straordinaria chiarezza la voce della donna dire dalla stanza accanto: “No, questo non te lo lascio fare.” E poi silenzio.
Pietro si bloccò, si ritirò dal corpo della puttana sbalordita e restò lì, ancora eretto, goccioloso e luccicante per tutto lo strofinìo.
Troppo arrabbiata per lasciarlo continuare, lei decise che era un pazzo, si fece pagare e se ne andò di corsa, umiliata per la prima volta in tutta la sua onorata carriera.
Seduto sulla sponda del letto, Pietro rimuginava. Che cosa mai voleva farle il portoghese che lei non aveva permesso? Che cosa poteva averle chiesto? Il tono della donna era stato talmente determinato, quasi infuriato! Doveva trattarsi di qualcosa di serio, per essersi interrotti nel bel mezzo di una sessione in pieno svolgimento, quando lei stava già ansimando ed emettendo gemiti di piacere.
La cosa lo ossessionava. Nella casa accanto c’era un silenzio di tomba. Lei gli aveva detto di no e lui, evidentemente, si era imbronciato. Dovevano essersi addormentati tutti e due, perché non si sentì più niente per tutta la notte.
Il giorno dopo, Pietro la incontrò per strada. Davanti a lei era sempre stato così timido e introverso da risultare invisibile, ma adesso, trasportato dalla curiosità fino al punto di dimenticare tutto il resto, ebbe l’audacia di fissarla apertamente.
Passò notti intere a cercare di immaginare che cosa facevano assieme la sua vicina e il portoghese, esaminando tutte le modalità di possesso che gli erano note, e doveva sempre fermarsi a quella misteriosa richiesta che la donna aveva rifiutato di soddisfare. Riusciva a giudicare dal suono quando il portoghese si stendeva sopra di lei: nel momento in cui le cadeva addosso con tutto il suo peso, il letto aveva un cigolio strozzato assolutamente particolare.
Quando invece era lei a sedersi a cavalcioni sull’uomo, la differenza di peso risultava del tutto ovvia all’orecchio attento di Pietro. Poteva capire benissimo anche quando se ne stavano incastrati a cucchiaio, perché allora il letto oscillava da un lato all’altro, con qualche occasionale botta della sponda sul muro. Dalle voci poteva dire quando il portoghese stava usando solo la lingua (perché allora i gemiti della donna erano tenui, sommessi, brevi) oppure le dita.
Poi, la strana scena successe di nuovo. Nel buio assoluto, Pietro sentì distintamente la voce della donna: “No, questo non lo faccio.”
Visualizzava benissimo il portoghese piegato su di lei, con il pene reso viscido e luccicante dalla permanenza nel suo grembo eccitato: interrompendo il loro accoppiamento, ecco che le sussurrava all’orecchio la sua richiesta, a cui lei non avrebbe acconsentito.
“Per favore,” supplicava. “Ti prego. Solo per questa volta. Non te lo chiederò mai più.”
Incapace di reggere ancora quella suspense, Pietro scivolò giù dal letto e gattonò zitto zitto fino a sotto la finestra dei vicini. C’era un chiaro di luna spettacolare, che investiva in pieno il loro letto.
E Pietro poté osservarli bene, lei vestita solo di luce, lui effettivamente piegato su di lei e intento a supplicarla.
Poi all’improvviso si districarono l’uno dall’altra e scesero dal letto. Il portoghese si stese a terra sulla schiena, allungandosi comodamente. Lei faceva ancora resistenza, ma la voce dell’uomo, supplichevole, carezzevole, la incantò, la attirò.
Si mise in piedi a gambe divaricate sopra di lui, all’altezza della sua faccia, voltandogli le spalle. Rigida e tesa, disse: “Ti vorrei compiacere, ma non credo che riuscirò a farlo.”
“Prova,” supplicò il portoghese. “Ti aiuto io. Rilassati.”
Le mise le mani sulle gambe e spinse leggermente, forzandole a obbedire, a piegarsi, ad abbassarsi. Quando si accovacciò, il suo sedere quasi gli toccò la faccia, e lui con le due mani la costrinse in quella posizione accosciata. Quando fu sistemata proprio dove la voleva lui, cominciò ad accarezzarle la clitoride a due mani, con certe carezze strane, brevi, ritmiche, come per farne uscire qualcosa.
“Dài,” supplicava, “dài, amore mio. Lo senti il mio dito? Lasciati andare, lasciala scorrere, dài, fallo per me.”
Lei manteneva la posizione ma non riusciva a obbedirgli. Lui continuò ad accarezzare, poi all’improvviso lanciò un grido di gioia. Si era lasciata andare, stava urinando. Il getto gli inondava la faccia e lui era in estasi, il pene eretto, e, per paura che potesse alzarsi e smettere, le agguantava il sedere con tutte e due le mani, tenendoselo stretto sulla faccia.
Pietro guardava, paralizzato, sconcertato, senza riuscire a capire come mai tutto d’un tratto gli era venuta voglia di essere al posto del portoghese.
Nella quarta casetta abitava un bel ragazzo, elegante e snello, che tutti i giorni si allenava all’aperto nel suo numero al trapezio.
Allo scopo indossava la calzamaglia bianca più aderente che si possa immaginare, e, dato che era abbronzatissimo, sembrava in tutto e per tutto uno snello indiano con tanto di capelli neri lucenti e pelle scura.
Osservando i suoi movimenti, Pietro notò che teneva sempre le natiche così strette da sembrare incollate. Camminava tenendole strette proprio come se si aspettasse sempre di essere aggredito da dietro. Quell’atteggiamento dette fastidio a Pietro, che prediligeva i corpi opulenti e morbidi. Era irritante il modo in cui stringeva le natiche appena si muoveva. A Pietro veniva quasi voglia di andare a spalancargliele. Ma si limitò a osservare tutte le mattine gli esercizi che faceva il ragazzo sulle sue sbarre improvvisate.
La sera il trapezista si esibiva nei suoi audaci numeri in uno dei night club locali. Tra lui e Pietro nacque una specie di amicizia. Al ragazzo piaceva avere un pubblico, e Pietro assisteva ai suoi numeri e li applaudiva quando raggiungevano la perfezione.
Un giorno, durante una pausa, il trapezista raccontò a Pietro la sua storia:
Era stato la grande attrazione di un circo a New York. Ogni sera si esibiva indossando le più belle calzamaglie di raso e una camicia di seta. Il suo fisico era molto ammirato, anzi faceva strage tra i pervertiti. Attraeva indifferentemente uomini e donne.
Una sera ricevette un’enorme quantità di fiori da un ammiratore. C’era abituato, gettò appena uno sguardo al biglietto che accompagnava i fiori. Il nome non gli diceva niente, ma un collega che si trovava lì fece un fischio: “Oh! È uno straricco, un aristocratico inglese. Che fortuna che hai! Ti coprirà d’oro. Ti farà fare il giro del mondo sul suo yacht.”
Il Lord era la nobiltà in persona, educatissimo. Entrò nel camerino, si accomodò e intavolò una piacevole conversazione.
Aveva dei bei capelli, grigi… era attraente sotto ogni punto di vista. I suoi occhi azzurri erano innocenti, il suo sorriso amabile e faceto. Intrattenne tutti i presenti mentre li guardava vestirsi, svestirsi, cambiarsi per lo spettacolo. Le occhiate che dava al trapezista erano da vero intenditore. Si complimentò con lui per il fisico perfetto, la potenza felina dei muscoli che all’apparenza non sembravano eccessivamente sviluppati, l’agilità. Sul trapezio, disse, si muoveva come un danzatore, dotato di un’audacia e di un’eleganza supreme.
Lusingato e compiaciuto del suo nuovo ammiratore, il ragazzo pensò che adesso poteva godersi un po’ di vacanze assieme a lui. Era abbastanza stanco di esibirsi in continuazione.
L’attempato aristocratico era affascinante, ancora snello e con un abbigliamento favoloso. Per diverse sere si fermò in camerino a guardare il giovane trapezista mentre si vestiva, supervisionando le sue camicie di seta, le calzamaglie di raso, le scarpette, le calze colorate, le maglie glitterate. Poi una sera gli disse: “Verresti a cena con me?”
Il trapezista non aspettava altro, ne fu lusingato e accettò. Si rivestì con più cura del solito, ma il Lord gli chiese come favore personale di tenere la calzamaglia da trapezio sotto i vestiti normali. Era una calzamaglia di raso bianco, molto aderente, che rivelava i contorni del posteriore del ragazzo e delineava i suoi possedimenti sessuali in tutto il loro rilievo.
Il Lord lo osservava vestirsi con un sorriso di apprezzamento. Il trapezista pensò che compiacere quell’uomo sarebbe stato molto facile. Era così pieno di fascino, così beneducato, così istruito e spiritoso.
Uscirono assieme, con la potente automobile del Lord.
Dopo una mezz’ora, attraversata New York, la macchina si fermò davanti a una sontuosa abitazione fuori città. Li aspettava una cena squisita, impeccabilmente servita da mani discrete in una grande sala da pranzo.
Dopo, fumarono e bevvero eccellenti liquori. Quando salirono nella camera padronale il trapezista era completamente avviluppato in tutta quella bellezza, il comfort, lo charme e il lusso che non aveva mai visto prima in vita sua, e si sentiva più che pronto a cedere ai desideri del Lord in qualunque momento.
Il Lord rimase fermo a guardarlo mentre si spogliava. Prima la giacca, la cravatta, la camicia. Osservò nuovamente con ammirazione le sue magnifiche braccia, dalle cui ascelle emanò un odore che il Lord apprezzava, l’odore del sudore di un giovane. Lo aspirò, continuando a guardare il giovane che si spogliava. Per levarsi i pantaloni si sporse leggermente in avanti, con un equilibrio perfetto, e restò, snello e ben fatto, nella sua calzamaglia di raso bianco, a farsi ammirare. Il Lord non lo toccò, ma il trapezista sentì che respirava in maniera affrettata per l’eccitazione e ne fu lusingato.
Cominciò a togliersi la calzamaglia di raso bianco, lentamente, con tutta la malizia di uno spogliarellista, consapevole dell’intenso piacere che dilazionando il momento gli stava facendo provare. Prima la abbassò sul davanti, esponendo i genitali, belli come tutto il suo corpo, poi con gradualità, con lentezza, svelò il più delizioso, il più tenero dei fondoschiena, simile a quello di una ragazzina, dalla pelle levigata e morbida. Ben sapendo che questa era la parte del corpo maschile più gradita a quel genere di uomini, girò le spalle al Lord per portarlo al colmo dell’eccitazione offrendogli la vista più completa del suo sedere rivolto all’insù.
All’improvviso sentì una specie di violento schiaffo su un lato del fondoschiena esposto.
D’istinto portò la mano al punto che era stato colpito e incontrò un fiotto tiepido di sangue. Ritirò la mano e se la guardò, perplesso.
Il Lord disse tranquillamente: “Non preoccuparti, è tutto finito.”
Suonò un campanello. “Ho qui un dottore e un’infermiera, ti metteranno subito a posto. Avrai tutto il denaro che vuoi. Non è niente, non devi aver paura. È tutto quello che volevo da te.”
Gli aveva inferto un lungo taglio nella parte più tenera del fondoschiena, con un rasoio.
Si aprì la porta, comparvero il dottore e l’infermiera, lo medicarono, e il giorno dopo il trapezista fu mandato via con una bella sommetta.
Ma non gli era rimasta solo una cicatrice. Aveva preso l’abitudine di tenere strette le natiche come se si aspettasse sempre di essere aggredito da dietro.
In mezzo agli artisti che vivevano nelle case sui pontili c’erano state anche delle famiglie molto perbene che venivano da Boston per le vacanze, con tanto di figli piccoli, e protestavano furiosamente contro il genere di conversazioni e rumori prodotti dai loro vicini.
Famiglie intere che denunciavano di aver sentito litigi e oscenità, famiglie intere che riferivano alla polizia di aver visto una donna completamente nuda sulla spiaggia, a non tanti chilometri dal posto in cui stavano loro.
Questa gente era dotata di un udito e di una vista davvero sensibili, per non dire ipersviluppati. Dovevano essersi proprio sforzati per riuscire a cogliere quelle correnti di amoralità che li circondavano sotterraneamente. Ma a poco a poco le vite amorali avevano preso il sopravvento e furono le famiglie a doversi mettere in cerca di case più lontane per sfuggire alla perniciosa influenza degli artisti.
In effetti, c’erano grandi opportunità per fare conoscenza, sulla spiaggia, per strada, tra le dune, nelle docce, ovunque. E di sera sette o otto night club disseminavano la città di luci rosse e riversavano per strada la loro musica, per chiunque volesse ascoltarla e farsene tentare. Erano locali pieni di fumo, a volte scavati sotto il livello stradale, a volte costruiti sugli stessi pontili, con le acque della baia che scorrevano sotto: pieni di fumo e affollati, perfetti per mani che vagano e ginocchia che si sfiorano, e per fare piedino sotto il tavolo, ballare appiccicati, avere un appuntamento clandestino. Gli abitanti del posto legavano con i villeggianti, le belle ragazze portoghesi, le modelle, i pittori.
Se una ballerina o un ballerino arrivavano in città, immediatamente venivano utilizzati come modelli per le lezioni di pittura. Chiunque avesse un po’ di bellezza o di carattere o fosse in qualche modo interessante diventava un soggetto per i pittori, e li si poteva vedere all’opera sulla spiaggia.
Ma poi a Provincetown arrivò, dall’Europa!, una danzatrice di pantomime viennese. All’inizio si fermava a parlare con gli amici nei caffè o per strada, e chi passava la sentiva descrivere vividamente i campi di concentramento in cui era stata. Sul suo soggiorno in uno di quei campi raccontava storie da far drizzare i capelli in testa. Era stata catturata dalle parti di Montparnasse e, in quanto ebrea, l’avevano arrestata ma, raccontò, alla fine era stata liberata perché aveva acconsentito ad andare a letto con l’intera divisione di soldati tedeschi.
Bisogna dire che quel ruolo sembrava fatto su misura per lei, che aveva forme estremamente voluttuose e camminando dimenava vistosamente i fianchi. Già da quel modo di camminare era chiaro come mai fosse stata ritenuta capace di soddisfare una divisione di soldati tedeschi. Ma lei ripeteva che le era costato giorni e giorni di ospedale, prima di poter finalmente salire su una nave per l’America e, una volta qui, rimettersi quel tanto da ricominciare a ballare le sue pantomime.
Questa storia aveva un effetto particolare sui suoi ascoltatori. Chissà perché, non si riusciva più a vederla senza immaginarsela stesa sulla schiena con le gambe per aria mentre scontava la sua pena, un soldato tedesco dopo l’altro. E lei puntualizzava: “Li cronometrava il capitano. Non più di cinque minuti, e fuori uno.”
La stavi a sentire e i tuoi occhi correvano alle sue gambe. Avevano una cosa strana, le sue gambe. Ben oltre il punto in cui ci si aspetta di trovare dei peli, lei mostrava le tracce di una rasatura recente, un’area scura che arrivava molto al di sotto dell’orlo del costume da bagno. Mentre raccontava, gli occhi degli uomini tornavano sempre lì. Era una storia magnifica per far sì che i maschi si concentrassero sulle sue zone sessuali dimenticando la sua faccia, che non era particolarmente bella. Quell’eccesso di peli le dava una curiosa qualità animale. Da lei ci si aspettava qualcosa di selvaggio. Ci si chiedeva se, nel campo di concentramento, si fosse sottomessa al suo destino senza neanche un morso, o un’unghiata.
Gli uomini hanno una sensazione particolare nei confronti delle donne che sanno per certo essere state molto usate sessualmente. Li libera da ogni timidezza. E questo spiega il successo di certe vecchie attrici del Varietà, a Parigi, donne assai consumate, alle quali la maggior parte degli habitué dei teatri parigini aveva reso omaggio nel più intimo dei modi.
Era quella la sensazione emanata dalla ballerina viennese. Una specie di invito. Ci si sentiva sicuri di non venire respinti. In pratica stava dando il benvenuto a tutti, perché, se aveva accolto tutti quei soldati tedeschi, avrebbe certamente accolto ogni possibile quantità di fuoco amico. Sì, ogni volta che raccontava la sua storia stava dando in realtà una specie di incoraggiamento.
Tali erano le sensazioni che suscitava in Pietro, alla ricerca di un modo per liberarsi dalla sua ossessione per la ragazza tutta bocca. Cominciò a seguire dappertutto la ballerina viennese.
E tuttavia non faceva progressi. La ballerina lo aveva intruppato nel gruppo dei suoi altri amici, se lo portava in spiaggia, al night club, ballava davanti a lui, ma non gli permetteva mai di avvicinarsi più di tanto.
Pietro era sconcertato.
Sapeva di essere bello, molto più bello degli altri suoi amici.
Una sera al night club, pieno di fumo, voci, musica, mentre lei si esibiva in una specie di danza del seno, senza muoversi dalla vita in giù ma facendo danzare solo le spalle e il busto, cosa che dava ai suoi seni uno strano ritmo selvaggio, Pietro si accorse che lo stava guardando e la fissò in risposta con tutto il suo desiderio, e allora per la prima volta le vide negli occhi un po’ di debolezza.
Accaldata e tutta sudata, venne a sedersi al suo tavolo, gli chiese un drink, che lui subito le offrì, e poi disse: “Pietro, sono stanca, puoi portarmi a casa.”
Indossava ancora il suo costume di scena, che consisteva in un vestitino corto e aderente, l’abito di una ragazzina che ha marinato la scuola, con lunghe calze nere come Kiki de Montparnasse.
Andarono assieme su per la lunga strada tortuosa, poi girarono verso uno dei pontili bui.
Pietro disse: “Ci sediamo un po’ sulla sabbia?”
Scesero la scaletta del pontile e in un attimo erano stesi sulla sabbia, tra le grosse travi sopra di loro e le piccole onde che lambivano i loro piedi.
Lei se ne stava supina con un ginocchio sollevato e le braccia incrociate dietro la testa.
“A che cosa pensi?” domandò Pietro, sperando che si sarebbe messa di nuovo a raccontare del campo di concentramento.
E in effetti fu ciò che fece. Non poteva fare a meno di ricordare quella cosa. Era facile indurla a parlarne. L’avevano portata nella tenda del capitano. Nuda. Completamente nuda. Il capitano era rimasto fuori e faceva entrare i soldati, uno per uno.
Tutti quegli uomini erano stati deprivati dei rapporti sessuali da molto tempo. L’esercito era esigente e il servizio impegnativo. Erano eccitati alla sola idea, prima ancora di vedere la donna. Quando entravano nella tenda erano già esaltati, infoiati, con tutto il sangue affluito nei genitali, prossimi a esplodere.
All’inizio non era stato un gran che. I primi erano così pronti che non l’avevano strapazzata troppo. Pochi colpetti, e via che andavano, veloci, che il capitano sulla porta gli metteva fretta. Dopo, lo sperma che la riempiva aveva reso facile il passaggio. Grondava di quel liquido, che la bagnava tutta.
Ma quelli erano i giovani, che venivano facilmente e non si accanivano molto su di lei. Quando fu il turno dei più anziani era già dolorante per essere stata posseduta tante volte, e loro ci mettevano di più e avevano bisogno di spingere e premere e insistere… le facevano male. I suoi gemiti di dolore li eccitarono a spingere con più forza, eccitarono la loro ferocia.
Le alzavano le gambe e le cadevano addosso senza una carezza, senza una parola, come bestie, intenti solo a svuotarsi.
Quando arrivò il capitano, lei sanguinava e piangeva. Dopo la portarono all’ospedale.
Questo fu il finale della storia, ma Pietro sentiva che non gli aveva detto tutto.
“E le conseguenze?” domandò. “Dopo questo, non hai odiato gli uomini?”
Lei fu sorpresa dalla domanda. Nessuno gliel’aveva mai chiesto.
Restò in silenzio per un poco, poi disse: “No, non ho odiato gli uomini, ma non riuscivo più a sentire niente. Ero frigida. Fare l’amore in un modo normale mi sembrava una cosa scialba, noiosa. Questa freddezza è durata finché non ho incontrato, a New York, un catalano. Ma… questo non posso raccontartelo, non posso.”
“A me puoi raccontarlo,” disse Pietro. “Sono un amico.”
“Questo catalano aveva una collezione di oggetti speciali del Barrio Chino di Barcellona. Li teneva esposti in una vetrinetta in camera sua. Me li fece vedere. Stavamo tornando da una festa, io ero vestita bene, mi aveva portata da lui per bere un’ultima coppa di champagne… Per la prima volta dopo quello che era successo nel campo di concentramento, mi sentii interessata, risvegliata. In piedi davanti alla vetrinetta, osservavo quegli attrezzi e lui capì che mi eccitavano. Era un uomo di classe, benestante, sorridente, attraente. Un demonio elegante, era. Snello, raffinato, con le tempie grigie. Un perfetto aristocratico. Girava una storia su di lui e un trapezista, ma niente di accertato.
“Aveva un sorriso… il vero sorrisetto satanico dell’uomo che ormai ha visto tutto. Le sue mani avevano dita lunghissime, bianche, morbide e ben curate, cariche di pesanti anelli che accentuavano il loro aspetto fragile e aristocratico. I suoi denti erano piccoli, un po’ appuntiti, taglienti come le zanne di un lupo. La sua pelle era pallida, trasparente come quella di una donna.
“Mi vide interessata e allora prese una piccola chiave, aprì la vetrinetta e mi lasciò esaminare ogni oggetto. Ne tirò fuori uno, una lingua artificiale con due stringhe da legare attorno alla testa per fissarla sopra la bocca.
“Era una lingua fatta di gomma densa, tutta irta di punte di gomma. Quando il catalano se la mise, non ebbe più l’aspetto di un uomo ma di un mostro. Era terrificante e, al tempo stesso, per me, infinitamente seducente. I suoi occhi avevano cambiato espressione. Adesso aveva uno sguardo che si intonava alla lingua, uno sguardo di lussuria e crudeltà.
“Ero turbata, e lui se ne accorse. Mi spinse gentilmente ma con fermezza verso il letto a baldacchino, fino a farmici cadere distesa. Mi tirò su il vestito e all’inizio mi toccò con la lingua attraverso la biancheria, in modo che potessi avere la percezione di quelle punte prima che mi toccassero il corpo nudo.
“La sensazione che provai allora, di dover essere accarezzata da un uomo che era diverso da tutti gli altri, un superuomo… be’, era molto simile alla paura, al terrore che avevo provato quando giacevo nuda in preda ai soldati nel campo. Qualcosa di inumano, che avrebbe potuto darmi sensazioni mai sperimentate prima.
“Mi tirò giù la biancheria sganciando sapientemente i fermagli, sentii le mutandine scivolare sotto le ginocchia, alzai la testa. Il mostro dalla lingua spinosa si stava scavando una tana tra le mie gambe. A ogni suo movimento sentivo le punte di gomma strigliarmi la pelle più delicata, le parti tenere all’interno delle cosce, attorno al sesso.
“Sensazione stranissima. Non avevo mai sentito niente del genere, era come venire toccata da qualche bizzarro animale, non da un uomo. Era eccitante quello strano tocco delle spine gommose. E non aveva ancora mai sfiorato il mio sesso. Prendeva tempo.
“A volte era ruvida come la lingua di un cane. Non hai mai sentito la lingua di un cane sulla mano? O quella di un gatto? È ruvida, gratta la pelle. Si fermò, mi mise un cuscino sotto la testa in modo che potessi tenerla sollevata e guardarlo. Voleva che lo guardassi. Forse voleva godersi il mio terrore.
“Lo guardai. Con gli occhi sgranati, aspettando il momento in cui avrebbe cominciato ad accarezzarmi intimamente con la lingua finta, temendo il dolore, eppure curiosa di sentire che cosa avrei provato.
“Mi aveva carezzato tutto intorno alla clitoride e ora la stava raggiungendo. Cominciò a leccarmela, ad eccitarmi con le sue insistenti carezze, finché mi lasciai andare e il miele cominciò a fluire.
“Allora cercò di infilare la lingua tra le labbra della vulva, accarezzando. Mi graffiava, mi raschiava, mi feriva, eppure mi sentivo così eccitata che la volevo più in fondo.
“La spinse dentro. Dovette fare forza, gli spuntoni trovavano resistenza. Chiusi gli occhi. Mi sembrava che mi stessero di nuovo violentando, ma questa volta mi piaceva.
“Poi sentii qualcosa di strano. Quando avevo chiuso gli occhi la lingua spinosa si era accanita su di me, eppure mi sembrava che fosse la lingua dell’uomo a infilarsi dappertutto, affilata, tagliente, mordendomi nelle parti più tenere, portandomi a una specie di frenesia selvaggia. Gemetti, e lui si mise a ridere. Cominciò a manovrare la lingua in maniera più brusca, lasciando perdere la gentilezza, inserendola e tirandola fuori, come un pene.
“Poi mi lasciò lì a contorcermi dicendo ‘Non ti muovere, vado a prenderti qualcosa di ancora più stupefacente.’ Tornò, si fermò accanto al letto facendomi vedere che sul suo vero pene eretto ne aveva infilato uno di gomma, molto grosso, considerevolmente più lungo e altrettanto duro, cosparso pure questo di punte di gomma.
“Mi tenne vicino alla faccia questo enorme strumento finché non mi vide sempre più spaventata. Avevo veramente paura. Era più grosso di qualunque altro oggetto del genere avessi mai visto e l’idea di averlo dentro mi terrorizzava.
“Di colpo mi tornò in mente l’episodio più pazzesco della Bibbia.
“Lo avevo letto quando ero una ragazzina e mi aveva fatto sentire eccitata anche se non ci avevo capito niente, parlava di certe donne che con gli uomini non erano soddisfatte e andavano in cerca degli enormi peni degli asini, avevano commercio con gli asini.
“Ora si era spostato davanti a me. Tremavo, ma al tempo stesso ero in uno stato di grande eccitazione, accesa di una curiosità e di un’aspettativa che erano più forti della paura.
“Lo sistemò sull’apertura e aspettò. Impossibile che entrasse, pensai, anche perché io sono abbastanza stretta, ma quando lo piazzò lì mi tornarono in mente tutti quei soldati che mi avevano penetrata, e alcuni di loro avevano membri altrettanto grandi, e ricordai quella sensazione che a forza di spingere stessero per aprirmi il ventre in due per farsi spazio.
“Il catalano adesso stava facendo la stessa cosa, era all’entrata e spingeva con forza senza minimamente badare ai miei tentativi in extremis di resistergli, perché era così grosso e faceva così male che volevo solo ritirarmi, e lui non mi lasciava. Continuava a spingere senza pietà, finché attraverso tutto quel dolore sentii il piacere più squisito, e alla fine lo lasciai fare, e quando fu entrato non poté più muoverlo, gigantesco com’era. Che strana sensazione… Dopo un po’, si ritrasse e mi lasciò lì ad ansimare, soddisfatta eppure così eccitata che sarebbe bastato un singolo altro tocco per farmi impazzire…
“Era andato a mettersi il più strano di tutti i peni, un pene di gomma interamente circondato da sporgenze a spirale, come una scala a chiocciola, come una Torre di Pisa, e quando lo inserì da cima a fondo, avvitandolo dentro di me, quelle sporgenze andarono a sfregare e premere ogni mio più remoto angolo, toccandomi in parti che nessun uomo aveva mai toccato, scatenando emozioni che nessun pene aveva mai destato.
“Ero sul punto di venire, ma non me lo permise. Si ritirò immediatamente, non appena capì che stavo per avere il mio piacere. Voleva prolungarlo. Andò a prendere un altro pene, fatto come una statuetta di Napoleone, con il cappello a tricorno e tutto il resto ben dipinto. Quando lo infilò, le tre punte del tricorno, fatte di gomma, si piegarono, ma una volta dentro ripresero di scatto la loro forma e io le sentii, le tre punte, piantate nel mio grembo, come le punte di una stella. Quando il catalano cominciò a ritirarlo, lo sentii incastrarsi, con le punte indentate che mi ferivano e al tempo stesso sollecitavano punti in cui il pene non va mai, luoghi che rispondevano elettricamente alle dure punte aguzze del cappello di Napoleone.
“Il catalano stava ridendo. Scoppiai a ridere anch’io, istericamente, scuotendo tutto il corpo. Poi si mise a mordermi. Mi affondava i denti nella carne e io rabbrividivo di piacere. Continuò a mordermi, più e più volte, e mi fece venire così, affondando i denti tutt’intorno all’orlo estremo del mio sesso.”
Pietro era stordito. Non avrebbe mai potuto sperare di soddisfare una donna come quella. Restò in silenzio. Lei, nel buio, si mise a ridere. Capiva bene che cosa gli era preso…