LIBRO SECONDO

MARCEL

Arrivò Marcel, con gli occhi azzurri pieni di stupore, di meraviglia, di riflessi come l’acqua del fiume. Occhi famelici, avidi, nudi. Su quello sguardo innocente, risucchiante, incombevano sopracciglia cespugliose, incolte, come quelle di un selvaggio. Poi l’impressione di selvatichezza era attenuata dalla luminosità della fronte, dalla setosità dei capelli. Anche la pelle era delicata, il naso e la bocca vulnerabili, trasparenti, eppure le mani da campagnolo, come le sopracciglia, affermavano il suo vigore. Là in piedi, fermo, appariva in continuo mutamento tra la più fiera assertività e un’improvvisa eclissi totale del suo essere. Oscillava costantemente, nello stesso momento, tra gli appetiti che schiudevano le sue tumide labbra sensuali e una qualche segreta, pallida fiamma di irrealtà che consumava le sue forze. Una confusione che all’improvviso emanava dal contrasto tra gli occhi sempre sorpresi, l’aureola dorata dei suoi bei capelli, le sopracciglia selvagge e le sue mani brutali.

Quando parlava, a predominare era la follia. La sua folle mania di analizzare. Qualunque cosa gli fosse successa, ogni oggetto che aveva avuto tra le mani, ogni ora della sua giornata veniva costantemente sezionata e commentata. Non poteva baciare, possedere, desiderare, godere, senza procedere immediatamente a commentare, riferire, descrivere. Pianificava ogni mossa in anticipo servendosi dell’astrologia; si era spesso imbattuto nel fantastico, aveva una speciale capacità di trovarlo, ispirarlo, evocarlo. Ma non appena il fantastico gli cadeva addosso, lui lo afferrava con quelle mani da campagnolo, con la violenza di un uomo che non era sicuro di averlo visto, di averlo vissuto, e cercava di farlo diventare reale.

Mi piaceva un attimo prima che cominciasse a parlare. Amavo quel suo essere poroso, sensibile, un attimo prima che cominciasse a parlare, quando sembrava un animalino molto morbido, o molto sensuale, un attimo prima che cominciasse a parlare, quando la sua malattia non era percepibile. Allora sembrava sano, sempre in moto con una borsa pesante piena di scoperte, appunti, programmi, nuovi libri, nuovi talismani, nuovi profumi, fotografie. Sembrava fluttuare come la mia casa galleggiante, senza ormeggi. Andava in giro, peregrinava, esplorava, visitava i dementi, faceva oroscopi, raccoglieva conoscenze esoteriche, collezionava piante e pietre.

“C’è qualcosa di perfetto in tutto quello che non può essere utilizzato,” diceva. “Lo vedo nei frammenti di marmo rimasti dopo il taglio; lo vedo nei pezzi di legno vecchio. C’è qualcosa di perfetto nel corpo di una donna, qualcosa che non può essere raggiunto nei rapporti sessuali, che non può mai essere posseduto, conosciuto completamente.

“Mi rimane sempre una fame, una fame insoddisfatta per l’insolente perfezione del ventre di una donna, per la bianca cattiveria dei suoi fianchi, del suo culo. Non finisco mai di scopare, non finisco mai di raccogliere tutte le cose del mondo, ossa scolpite dell’Artico, stoffe, vetri, alghe, perché non c’è nulla che io possa mai veramente possedere. L’essenza è sempre più in là, irraggiungibile, inafferrabile, torturante.”

Portava la cravatta a fiocco degli artisti bohémien di un secolo fa, un berretto da teppista, una giacca da cavallerizzo o i pantaloni a righe della borghesia francese. Se no, indossava un mantello nero da monaco con un farfallino da guitto di provincia, o con il fazzoletto da collo del magnaccia, un fazzoletto di un giallo acceso o di un rosso sangue di toro. Oppure, si metteva il completo che gli aveva regalato un uomo d’affari, con la cravatta che sfoggiavano i malavitosi di Parigi o il cappello che indosserebbe la domenica un padre di undici figli. Un giorno compariva con la camicia nera del cospiratore, un altro giorno con una camicia a scacchi da contadino borgognone, e un altro giorno ancora si conciava come un operaio con la giacca di velluto a coste blu e i pantaloni larghi sformati. A volte si lasciava crescere una barba che lo faceva sembrare Gesù Cristo, altre volte si radeva e spesso aveva l’aspetto di un violinista ungherese appena uscito da un luna park. Non sapevo mai da che cosa si sarebbe travestito la prossima volta che veniva da me. Se aveva un’identità, era quella di trasformarsi, di essere qualunque cosa, un marocchino, un lappone. Era l’identità dell’attore per il quale è tutto un continuo teatro. Il suo arrivo era un’entrata in scena. Ogni suo gesto aveva la tensione di un movimento fatto sul palcoscenico.

Anche le sue occupazioni erano ugualmente multiple e intercambiabili. Una volta se ne stava al tavolino di un caffè a fare il grafologo. Riusciva a raccontare su due piedi a uno sconosciuto i dettagli più intimi sul suo carattere: “La prima cosa che fai quando torni a casa, ti levi le scarpe, ci metti dentro il calzascarpe e le riponi subito al loro posto nella scarpiera.” Un’altra volta lo potevi trovare alla Sorbona che faceva una conferenza sul suo viaggio in Lapponia con tanto di diapositive. Molte delle diapositive erano messe a testa in giù e durante la conferenza perdeva spesso il filo del racconto. Il pubblico si spazientiva, lui ne usciva provato e pallido per lo sforzo di comunicare ad altri le meraviglie di un viaggio che era meraviglioso solo nella sua immaginazione. Era sempre fuori. Gli piaceva scrivere le sue conferenze e i suoi articoli al tavolino di un caffè, meglio dove c’era della musica. Il suo passatempo preferito era starsene seduto in un caffè sui boulevard a guardare le puttane. Si costruiva storie su di loro, in che maniera scopavano, come sarebbero state in pelliccia, in vesti di damasco distese su velluto nero, nude con pesanti braccialetti di rame in castelli tibetani. Amava l’illusione del lusso. Era figlio di contadini. Il lusso lo entusiasmava. Non sapeva niente del mondo dei ricchi e aveva elaborato straordinarie fantasie su di loro. Dava a quel mondo una mano di magia e di splendore che nella realtà non ha mai avuto, lo investiva di meraviglie sovrumane. Se gli avessi parlato delle difficoltà, della noia di quel mondo, di come sapesse rovinare ogni piacere accoppiandolo all’incapacità di goderselo davvero, di modo che qualunque meraviglia creata dal lusso finiva per essere infestata dai tarli dell’atteggiamento mentale di chi la possedeva, non sarei mai riuscita a convincerlo. Per lui, la ricchezza aveva sempre un fascino da Mille e una notte. Poteva rimanere per ore seduto in un caffè di lusso a gustare, con gli occhi semichiusi, i suoni vellutati, la musica, lo splendore delle donne, l’eleganza degli uomini.

Marcel sempre in movimento, per strada, al caffè, al cinema, nei quartieri bohémien, nei night club, sempre a sentire l’aria, a osservare, a cercare. Non aveva mai visto abbastanza, ascoltato abbastanza. Era sempre affamato di gente, folla, animazione, novità, cambiamenti, avventure. Non spendeva quasi niente per mangiare, in modo da poter comprare cose, un feticcio africano, un gong cinese, dell’incenso, soprammobili per la sua casa.

Aveva sempre gli occhi illuminati per qualcosa. Percepivo la sua intensità. Diceva cose come “Alan è un uomo adamantino. Ha una purezza che nessuno può frantumare. Tu sei mitologica, tu hai la bellezza delle donne del mito.”

Pioveva dal tetto della casa galleggiante. Io e Marcel stavamo seduti sul pavimento a passare in rassegna il contenuto della sua borsa. Il fiume era uno specchio. Alle cinque del pomeriggio Parigi è sempre percorsa da una corrente di erotismo. L’eros è nell’aria. Sarà perché è l’ora in cui si incontrano gli amanti? Dalle cinque alle sette, come in tutti i romanzi francesi. Di notte mai, a quanto pare, perché le donne sono tutte sposate e sono libere solo “all’ora del tè”, il grande alibi… Alle cinque io avvertivo sempre un brivido di sensualità, condiviso con la sensuale Parigi. Non appena il sole cominciava a calare, avevo l’impressione che ogni donna si precipitasse a incontrare il suo amante, e che ogni uomo si affrettasse verso la sua bella.

Quando ci salutiamo, Marcel mi bacia sulla guancia. La sua barba mi accarezza. Questo bacio sulla guancia che dovrebbe essere fraterno è carico di intensità.

Marcel mi disse: “Non sei mai venuta a vedere il mio appartamento.”

“No, ma l’ho visto in sogno,” dissi io. “Era molto su, a un piano alto. Ed era pieno di cose meravigliose.”

“Assolutamente vero! È stupefacente,” disse Marcel.

“Un giorno o l’altro ci verrò.”

Marcel si stese sul letto, fissò il soffitto dipinto, tastò la coperta, guardò il fiume fuori dalla finestra.

“Mi piace venire qui, sul barcone,” disse. “È come farsi cullare. Il fiume è una droga. Le cose che mi fanno soffrire diventano irreali quando vengo qui.”

“Che cosa ti fa soffrire?”

“Oh,” gridò Marcel, “tantissime cose! Mi sento un fallito. Non concludo niente. La gente mi chiede sempre che lavoro faccio e non so mai come rispondere.”

“Il tuo lavoro è passare attraverso ognuno di loro come fossero trasparenti, vivere unicamente dell’estrazione della quintessenza, non accettare nessuna etichetta e scavalcare ogni tipo di lavoro o di esperienza. Tu sei il poeta, tu sei l’avventuriero.”

“Com’è vero!” disse Marcel. “Tu hai capito tutto. Perché gli altri non ci riescono? Continuano a dirmi ‘Non hai scritto il libro sulla Lapponia, non hai fatto la conferenza sulla grafologia’…”

Parlavo per districare i nodi della sua vita. Continuammo a parlare, ma lui era spento. Tra noi si interponeva un grande problema. Un fratello, lo percepivo come un fratello, ma c’era un eccesso di intensità, e al tocco delicato della sua barba alla nazarena mi sentivo rimescolare tutta. Marcel uscì dalla casa galleggiante con l’aria di essere stato ipnotizzato. Da me. Mi misi a ballare. Se non lo ami, dissi a me stessa, non emanare tutto questo calore. Chiuditi. Ma non avevo abbastanza porte per tenere rinchiusa quest’estasi. Mandra, Mandra, dicevi che era come un fratello. Non giocare con il suo amore.

Ma io volevo giocare con Marcel. Lo volevo vicino.

Uscimmo a cena insieme. Io suggerii di andare a ballare. Andammo al Bal Nègre. Immediatamente Marcel si paralizzò. Aveva paura di ballare. Aveva paura di toccarmi. Cercai di convincerlo a fare almeno un ballo, ma Marcel non voleva ballare. Era imbarazzato, era intimidito, era lontano da me, incapsulato nella sua paura. Quando finalmente mi prese fra le braccia, tremava. E io mi stavo godendo il turbamento che gli provocavo. Era nervoso perché per lui io ero tabù. Ero la moglie di Alan, che considerava come un fratello, facevo parte di un mondo diverso dal suo mondo di origine, ero un’artista, ero qualcuno. “Non ho mai incontrato una donna come te,” mi disse.

Mi piaceva molto stargli vicina, mi piaceva molto il suo corpo snello, la sua altezza. Volevo che danzasse, ma il tabù lo irrigidiva. “Sei triste?” gli chiesi. “Vuoi che ce ne andiamo?”

“No, non sono triste, ma mi sento bloccato. È come se mi stesse addosso tutto il mio passato, non riesco a lasciarmi andare. Questa musica è talmente selvaggia! Mi sento come se inspirassi senza poter espirare, sono troppo teso, innaturale.”

“È colpa mia, Marcel. La sensazione che tu condividessi il mio stesso ritmo era così forte che volevo ballare con te. Avevo la sensazione che ballare fosse naturale, necessario.”

Dopo queste parole, improvvisamente in lui la tensione si allentò. Mi strinse molto vicina, e sentii le correnti che passavano tra di noi, ondate di eccitazione… ma ancora intervallate da picchi di paura. Non gli chiesi più di ballare. Ballai con un negro.

Quando ce ne andammo, nella freschezza della notte, Marcel parlava e parlava dei suoi blocchi, delle sue paure, delle sue paralisi. Mi resi conto che il miracolo non c’era stato. Era con un miracolo che l’avrei liberato, non con le parole, non parlandogli direttamente, non con le parole che usavo con i malati. So che cosa stai passando. Una volta ci sono passata anch’io. Ma so com’è il Marcel libero. Voglio che Marcel sia libero. E però, Mandra, donnaccia che sei, se lo fai, se lo fai con l’amore, tu lo uccidi. Perché tu sei ebbra, ma non d’amore, mentre lui sarebbe ebbro d’amore. Bisognoso. Non ha mai incontrato una donna come te. E tu lo sai. Hai dieci anni più di lui.

Mi sentii travolgere da un’immensa ondata di tenerezza. Avrei voluto abbracciarlo, proteggerlo. Sarebbe meglio così, Mandra. Essere una sorella per lui. Ma quanto sono appassionata, come sorella. Non ci si può fidare di me.

Lo sto allontanando dalla Sorbona, dal gruppo di psicologia, da Montparnasse, spingendolo verso la pura poesia. Assomiglia a Gesù Cristo ma la sua bocca è sensuale, tumida, quasi come la bocca di un negro. Le sue orecchie sono piccole e delicate. Tutto il suo corpo è un conflitto vivente tra l’animalità e la spiritualità.

Mi scrisse la prima lettera che arrivò nella mia piccola cassetta postale. Diceva: “La tua casa galleggiante sarà l’Arca di Noè di questi tragici tempi di turbamenti. Salperà per portare in salvo tutto ciò che merita di essere salvato. Sarà l’Arca di Noè nell’inondazione di politica e odio, la sola a navigare, carica di ciò che deve essere salvato di noi e del mondo.”

Ma quando venne sulla casa galleggiante e vide che c’era Hans, quando vide Fiametta che mi ronzava attorno seguendomi come un’ombra, quando vide Gustavo che arrivava a mezzanotte e rimaneva dopo che lui aveva preso congedo, Marcel si ingelosì. Vidi scurirsi i suoi occhi azzurri. Mentre mi dava il bacio della buonanotte, fissava di traverso Gustavo, con rabbia. Mi disse: “Vieni fuori un momento con me, Mandra.”

Uscii con lui dalla casa galleggiante e camminammo lungo i moli nell’oscurità. Quando fummo soli, si chinò su di me e mi baciò appassionatamente, furiosamente, bevendo la mia bocca a piena bocca. Io gliela offrii di nuovo.

“Quando vieni da me?”

“Domani, Marcel, verrò da te domani.”

Quando arrivai a casa sua lo trovai che si era messo il suo costume da lappone, per sorprendermi. Era un vestito come quello dei russi, con un berretto di pelliccia. Portava dei lunghi stivali di feltro, neri, che gli arrivavano quasi ai fianchi.

La sua stanza era la tana di un viaggiatore, ricolma di oggetti portati da tutto il mondo. Le pareti erano coperte di tappeti rossi, sul letto c’erano pellicce. Era un luogo intimo, chiuso, voluttuoso come le stanze viste nei sogni dell’oppio. Le pellicce sul letto, le stoffe sulle pareti, il rosso profondo, oggetti come i feticci di uno stregone africano, tutto era intriso di un violento erotismo.

Ebbi voglia di giacere nuda sulle pellicce, di essere presa lì, su quell’odore animale, accarezzata dalla pelliccia.

Restai in piedi nella camera rossa di questo desiderio e Marcel mi spogliò. Strinse le mani attorno alla mia vita nuda. Con mani avide, desideranti, esplorò il mio corpo, saggiò la pienezza forte dei miei fianchi.

“Per la prima volta una vera donna,” disse. “Tante sono venute qui, ma ecco per la prima volta una donna vera, una che posso adorare.”

Giacevo sul letto e mi sembrava che la pelliccia, l’odore della pelliccia e la bestialità di Marcel si mescolassero in una cosa sola, combinandosi. La gelosia lo aveva spinto a infrangere la timidezza. Era come un animale, affamato di ogni sensazione, di ogni maniera di conoscermi.

Mi baciò avidamente, mi morse le labbra per l’eccitazione. Sdraiato tra le pellicce, mi baciava i seni, mi palpava le gambe, il sesso, le natiche. Poi nella penombra si sollevò su di me, mi infilò il pene in bocca. Sentivo i miei denti catturarlo mentre lo spingeva dentro e fuori, li sentivo graffiarlo, ma a lui piaceva; mi guardava, mi stava guardando mentre mi accarezzava, le sue mani su tutto il corpo, le sue dita dappertutto che cercavano di conoscermi completamente, di fermarmi. Alzai le gambe proiettandole sopra le sue spalle, in modo che potesse tuffarsi dentro di me e continuare a guardare. Voleva sapere tutto. Voleva vedere il pene che entrava e usciva luccicante, sodo, grande. Mi tenevo sollevata sui due pugni per offrire il sesso alle sue spinte, sempre di più. Poi mi fece voltare e mi montò come un cane, penetrandomi da dietro, con le mani che si chiudevano a coppa sui miei seni, mi accarezzavano la clitoride, mi abbracciavano tutto il corpo, accarezzando e penetrando allo stesso tempo. Era instancabile. Non sarebbe venuto. Stavo aspettando per avere l’orgasmo assieme a lui, ma lui rimandava, rimandava. Voleva procrastinare, sentire il mio corpo per sempre, esaltarsi all’infinito. Mi stavo stancando. Gli gridai: “Adesso, Marcel, vieni adesso!” e allora cominciò a spingere con violenza, muovendosi con me, salendo il picco selvaggio dell’orgasmo, e poi ho gridato, e lui è venuto quasi nello stesso momento. Siamo ricaduti tra le pellicce, liberati.

Giacevamo nella penombra, circondati da strane forme, magiche forme vagamente sessuali di slitte russe, stivali, cucchiai decorati, cristalli, conchiglie marine. C’erano quadri erotici cinesi alle pareti. Ma ogni cosa, anche un pezzo di lava del Krakatoa, perfino la bottiglia di sabbia del mar Morto, ogni cosa era dotata di una suggestione erotica, della capacità di farsi simbolo dell’irraggiungibile corpo del desiderio.

“Tu hai il ritmo giusto per me,” disse Marcel. “Di solito le donne sono troppo veloci per me, mi fanno venire l’ansia. Loro si prendono il loro piacere e io non ho più il coraggio di continuare. Non mi danno il tempo di sentirle, di conoscerle, di raggiungerle: eccole che vengono, e poi dopo che se ne sono andate io divento pazzo a ripensare ai loro corpi nudi e a come ho fatto a non arrivare al piacere. Tu invece sei lenta. Tu sei come me, sei troppo lenta.”

“No, è che ho imparato a trattenerlo fino al momento in cui sono sincronizzata. È una cosa che si impara. Trattenerlo fino al momento giusto.”

“Ma questo è fantastico, Mandra. Con te ho sentito di potermi prendere il mio tempo, senza timore. Con te ho sentito di poter soddisfare ogni desiderio. È stata la prima volta che sono venuto insieme a una donna.”

“Marcel, ma com’è possibile?” gridai. “Hai conosciuto una tale quantità di donne!”

“Sì, è vero che ne ho avute tante, tante che a volte non ricordo nemmeno i loro nomi. Ma lo sai com’è, di solito si tratta di qualche ragazza dell’università, qualche donna incontrata al caffè. C’è sempre un senso di estraneità, un certo imbarazzo, con una donna nuova: non so niente di che cosa le piace o non le piace. Divento un pochino timido. Perciò mi preoccupo sempre del loro piacere e finisce che spesso non ottengo il mio. In un’unica notte non hai il tempo di capire il carattere di una donna, non hai il tempo di scoprirla, di conoscere i suoi ritmi, le sue reazioni. È tutto un brancolare nel buio, e il piacere non è tanto profondo.”

Mentre parlava io pensavo a Hans, a Gustavo; quando ami qualcuno, a volte passano uno o due anni prima di scoprire armonie sensuali più grandi e più profonde. La conoscenza tra i corpi cresce e l’estasi aumenta, per la maggiore comprensione, l’accordo con le risposte e i desideri della persona amata. Il desiderio che si soddisfa con un estraneo è un desiderio di pelle. E questo solo gli amanti possono saperlo, perché lentamente tra loro si risvegliano i desideri più profondi, più intensi. Cominciano a esplorare i livelli illimitati di estasi sessuale che possono esistere tra coloro che avanzano nella conoscenza reciproca.

“Non so mai chi è la donna che porto a casa, non la conosco.” Marcel continuava a tenermi tra le braccia e a parlare nel crepuscolo che, per generare desiderio, aveva creato nella sua stanza. “Mi sento sempre a disagio. Non so mai cosa fare. Quello che so è che se non la soddisfo non tornerà mai. Non posso mai sentirmi libero di amare davvero, di scoprire una donna, perché c’è sempre questo pensiero, come una barriera, che lei non tornerà, che non le piacerà il mio modo di fare l’amore. È una disperazione, sapere che non riuscirò mai a scoprire una donna in una sola notte.”

“Il piacere sessuale è come una danza tra due persone,” gli spiegai. “Quando è libera, non premeditata, allora succede qualcosa di magico. L’estasi arriva solo quando non c’è più timidezza alcuna, quando non si tratta più di chiedersi che cosa sta provando l’altro. L’estasi può arrivare solo quando stiamo soddisfacendo i nostri desideri. La conoscenza sessuale deve essere cieca. Nel momento in cui ti domandi se la donna tornerà da te, quando ti preoccupi di come poterla soddisfare, hai già soffocato la passione. Se hai paura del tuo stesso desiderio, se sei in ansia per il risultato, per il significato, allora il sesso si riduce all’atto: e intanto pensi che non riuscirai mai a soddisfare una donna, che non potrai mai arrivare a conoscere i suoi desideri. Solo quando ti abbandoni liberamente, senza farti domande, ai movimenti del tuo corpo, quando ti lasci trasportare ciecamente dall’impeto della tua passione, solo allora puoi arrivare a conoscere l’amante.”

Marcel prese in mano un pezzo di cedro del Libano e si mise a carezzarlo. Disse: “Mi piacerebbe avere una donna tutta per me. Avrei voglia ogni giorno di toccarla, di arrivare a conoscere una nuova parte di lei. Ogni parte di me arriverebbe a conoscerla. Vorrei vivere con una donna fino a esserne davvero soddisfatto, fino alla completezza piena. Non voglio continuare così, sempre soddisfatto a metà, sempre consapevole di aver posseduto solo a metà una donna. Voglio toccare il punto più profondo dell’amore, conoscere una donna in tutto e per tutto, in ogni suo desiderio, e trovarmi a mio agio con lei, sapendo che finché la vorrò qui con me, lei ci sarà.”

“Nel sesso ci sono cose che possiamo conoscere solo dopo molto tempo,” gli dissi, “ed è questo che ho avuto io con i miei amanti, quelli che ho tenuto abbastanza a lungo. Una passione come non ne ho mai avute con uomini da una sola notte.”

“Vorrei che tu fossi libera di amarmi, Mandra. Lo so che ci sono Alan, Hans e Gustavo, lo so che non sei libera.”

“Ti troveremo una donna, Marcel,” gli dissi ridendo.

“C’era una ragazza che sembrava proprio la donna giusta per me,” disse lui. “Quella che alla fine portai in Lapponia. L’avevo incontrata su un autobus, d’estate, a Chauxcrutte. Indossava un vestito leggero, di stoffa fina, rivelatrice. Se ne stava sulla piattaforma dell’autobus a respirare l’aria fresca, con gusto, come se fosse un gran piacere in sé. Che corpo aveva, Mandra! Il vestito aderente ne rivelava ogni curva. Avrei voluto toccare quei seni sotto la stoffa. Quando andò a sedersi mi sedetti di fronte a lei. La gonna era molto corta e lei era alta, così quando si sedette potei vedere lo spazio tra le sue gambe fino a dove le calze terminavano. Sembrava che avesse addosso una specie di libertà di vivere. Quando muoveva le gambe, sembrava che le stesse aprendo apposta per me, per invitarmi a toccarla. Mostrava disponibilità in ogni movimento del corpo, nel vestito, nel modo in cui stava seduta. Alla fine mi decisi a parlare, esitante. Sarebbe venuta a prendere un aperitivo con me? Acconsentì e andammo a sederci in un piccolo caffè. Le sue gambe toccarono le mie sotto il tavolino, e quando risalii con la mano lungo una gamba, sfiorando i peli pubici sotto le mutandine, lei continuò a chiacchierare, fissandomi con quei suoi occhi luminosi, giovani, allegri.

“Poi venne a casa mia. Se ne stava a guardare fuori dalla finestra, e io le dissi a voce bassa, ‘Alzati il vestito, voglio vedere.’

“Si tolse il vestito e restò nuda nella luce calda del pomeriggio. Venne verso di me, mi mise le braccia attorno al collo, mi baciò, si strofinò a me col corpo nudo.

“Le piaceva tutto. Le piacevano anche le pellicce, come a te. Aveva un corpo meraviglioso, con un’abbronzatura totale. Aveva l’abitudine di stendersi sul fondo di una barca, spogliarsi e lasciarsi baciare dal sole dappertutto, perfino tra le gambe. Mi confessò che il sole la esaltava, la eccitava. Ogni volta che faceva un bagno di sole, indugiava a lungo distesa a masturbarsi, lentamente. Le chiesi di farlo per me. Mi disse che non lo avrebbe fatto con le dita ma con una banana, che una volta sbucciata la banana assomigliava molto a un pene, che diventava calda e umida come un pene. Glielo feci fare davanti a me. Mandra, non te lo puoi immaginare, il modo in cui lo fece. Le convulsioni, la vista della banana tra le sue gambe, il modo in cui la usava per stuzzicarsi, prima toccandosi solo con la punta e poi, di colpo, infilandola tutta dentro.

“Con lei ero sempre eccitato. Ma tutte le volte veniva prima di me, e allora io non riuscivo più ad andare avanti, sebbene lei continuasse a dirmi ‘Così, così, mi piace. Fammi venire di nuovo, fammi venire!’ Ma io non ci riuscivo. La portai in Lapponia con me. Sai che cosa feci? Mi comprai un pene finto, uno di quelli che si riempiono di acqua calda.

“La accarezzai dappertutto, standole steso addosso, facendola impazzire. Era come se avesse due uomini a fare l’amore con lei. Mentre mi succhiava il cazzo, le mettevo dentro l’altro pene. Lei nell’estasi si afferrò alle mie gambe, mi graffiò a sangue. Mi ero organizzato bene, la toccavo dappertutto con quel coso, e così ero sicuro che non mi sarebbe importato se il mio pene si spegneva una volta venuta lei. Sì, quando venne io non ero ancora venuto, e il mio pene in quella situazione si impauriva sempre, rinsaviva, si metteva a fare domande. Ma io non mi sentivo più in imbarazzo. Potevo continuare con il pene finto, spingendo dentro di lei il pene finto, facendola eccitare di nuovo. Scoprii che mi eccitavo anch’io, che sparita la paura di non essere capace di continuare una volta venuta lei, anche la mia impotenza era sparita. Mi tornò duro, e alla fine riuscii a venire e scoprii che a lei era piaciuta la seconda volta più della prima. La prima era stata solo un modesto preludio. Godette il secondo orgasmo più del primo, tutto il suo corpo si sollevò come per andargli incontro. Quella è stata l’esperienza più vicina a una vera armonia che ho mai avuto con una donna. Ma, sai cosa? Non era possibile senza il pene finto. Lei ci aveva preso gusto, come era successo con la banana. Le piaceva più con quello che con il pene vero, mi disse. Non è pazzesco? Certe volte voleva che facessimo l’amore solo con il pene finto. Cominciò a usarlo per masturbarsi. Sembrava non avere nessun bisogno di me. Passava pomeriggi interi a consumarsi stesa al sole, con gli occhi chiusi, mordendosi le labbra mentre stringeva tra le gambe il pene pieno di acqua calda. All’inizio mi era sembrata così viva! Anche quel suo masturbarsi con la banana mi aveva attratto: mi faceva sentire un’accelerazione di vita nelle vene. Ma poi, quando ci incontravamo, lei era sazia e annoiata. Non le bastava il mio corpo, non le interessava più. Io ero diventato di nuovo impotente, così alla fine ci siamo lasciati e io sono tornato a Parigi.”

Parlavamo in piedi accanto al caminetto nella stanza di Marcel, mentre mi rivestivo. Appena finii di vestirmi, Marcel mi infilò una mano sotto la gonna e ricominciò ad accarezzarmi. Fummo subito di nuovo ebbri, in preda a un desiderio cieco. Restai lì con gli occhi chiusi a sentire la sua mano che saliva sempre più in profondità. Lui tornò ad agguantarmi il culo con la sua stretta pesante da contadino e pensai che ci saremmo rotolati di nuovo sul letto, ma invece lo sentii dire: “Tirati su il vestito.”

Mi alzai il vestito, mi appoggiai al muro, mi strofinai contro il suo corpo. Marcel mise la testa tra le mie gambe, stringendomi le natiche, toccandomi il sesso, succhiando e leccando finché non fui di nuovo tutta bagnata. Allora tirò fuori il pene e mi prese contro il muro. Eretto, duro, spingeva, spingeva come un trapano, penetrando dentro di me, bagnata, sciolta nel suo impeto di passione.

Gustavo parlava di quando stava in Argentina e assumeva etere. Ne aveva preso tanto che era caduto a terra con le convulsioni e quando tornò in sé si trovò coperto del suo stesso sperma. Aveva un amico che faceva l’acrobata in un circo. Questo amico aveva i capelli rossi e le lentiggini, era un lungagnone allampanato e non trovava mai una donna che lo volesse, così aveva preso l’abitudine di appallottolarsi su se stesso, prendersi il pene in bocca e mettersi a succhiarlo davanti a chiunque fosse disposto a guardare. Lo guardavano solo persone che restavano scioccate alla vista di quella selvaggia criniera di capelli rossi sepolta tra le sue gambe come una bestia mitologica.

Anche un altro amico di Gustavo adorava esibirsi. Non aveva mai rapporti con donne. Quello che gli piaceva era appostarsi in qualche strada buia e quando passava una donna apriva l’impermeabile e si faceva vedere nudo. Questo gli procurava il più intenso dei piaceri. Quando andava alle feste degli artisti a Montparnasse, di punto in bianco capitava che dicesse “Posso?” e immediatamente si tirava giù i pantaloni. A volte lo cacciavano via, a volte lo tolleravano, e in questo caso cominciava a gironzolare esibendo il pene alle donne. Gli bastava essere guardato per avere un’erezione, e di tanto in tanto arrivava all’orgasmo, specialmente se le donne apparivano interessate e continuavano a osservarlo con una certa attenzione.

Il suo momento di gloria fu quando si trasferì in un appartamento che affacciava su una scuola femminile. Non faceva altro che guardare tutto il giorno le ragazzine che giocavano in cortile. Stava alla finestra e guardava le gambe nude delle ragazzine che correvano e facevano sport. Si tirava fuori il pene e guardava le bambinette mentre correvano e saltavano, e quando il pene gli si drizzava, qualche volta non riusciva a controllarsi e si metteva alla finestra nudo a esibirsi. Appena una delle bambine lo vedeva, l’estasi del piacere lo travolgeva ed eccolo che veniva, mentre la bambina lo fissava, a volte senza capire perché mai quell’uomo alla finestra si scuotesse a quel modo.

Quanto a Gustavo, con lui io godevo di più che con Marcel, perché non aveva timidezze, o paure, o nervosismi. Lui cade in trance: ci ipnotizziamo a vicenda a forza di carezze.

Io gli accarezzo il collo, la nuca, passo le dita tra i suoi capelli neri, gli accarezzo la pancia, le gambe, i fianchi. Quando gli tocco il dorso dalla nuca alle natiche, il suo corpo comincia a fremere di piacere. Gli piacciono le carezze, come a una donna. Glielo fanno drizzare. Io non tocco il suo sesso finché non comincia a sussultare. Allora, appena lo tocco, geme di piacere. Glielo prendo tutto in mano, lo stringo con fermezza e strofino su e giù. Oppure, glielo tocco sulla punta con la lingua e allora lui me lo infila in bocca facendo dentro e fuori. Qualche volta mi viene in bocca e mando giù lo sperma. Altre volte è lui che comincia le carezze. Mi bagno molto facilmente, le sue dita sono calde e sapienti. A volte sono così eccitata che ho un orgasmo al solo tocco delle sue dita. Sentirmi palpitare e pulsare lo eccita. Non aspetta che l’orgasmo sia terminato, infila subito dentro il pene, come per godersi le ultime contrazioni. Il suo pene mi riempie tutta, è fatto su misura per me, quindi scivola dentro bene. Gli chiudo attorno le piccole labbra e lo risucchio dentro. A volte il pene è più grande del solito, sembra carico di elettricità, e allora siamo come saldati assieme elettricamente, magnetizzati, e il piacere diventa enorme, prolungato. L’orgasmo non finisce mai.

Le donne gli corrono dietro molto spesso, ma lui è come una donna, ha bisogno di credersi innamorato. Una bella donna lo può eccitare, ma quando si trova a letto con lei e non sente una qualche specie di amore diventa impotente.

Strano come il carattere delle persone si rifletta nell’atto sessuale. Se uno è nervoso, timido, a disagio, impaurito, anche l’atto sessuale lo è. Se uno è rilassato e disinvolto, l’atto sessuale è altrettanto rilassato, godurioso. Il pene di Hans non si ammoscia mai, perciò lui fa le cose con calma: sentendosi sicuro da quella parte, si accomoda nel piacere così come si colloca nel momento presente, per goderselo lentamente, totalmente, fino all’ultima goccia. Marcel invece è nervoso, irrequieto, apprensivo. Perfino quando ha il pene duro lo sento ansioso di dimostrare la sua potenza, e va di fretta, spinto dalla paura che il suo vigore non durerà.

La notte scorsa, dopo aver letto delle cose scritte da Hans con i suoi temi sensuali, ho sollevato le braccia, stirandomi. Ho sentito vividamente le mie mutandine di seta scivolare un po’ scoprendo la pancia, ho sentito la mia pancia e il mio sesso, com’erano vivi. Nel buio io e Hans ci siamo lanciati in una lunga orgia. Sentivo che stavo prendendomi tutte le donne che lui aveva preso, ogni cosa che le sue dita avevano toccato, tutte le lingue, tutti i sessi che aveva annusato, ogni parola che aveva detto sul sesso, prendevo tutto questo dentro di me, come una grande orgia di scene ricordate, un intero mondo di orgasmi e febbri, e io divoravo tutto mentre Hans e io ci divoravamo l’un l’altra in un oscuro banchetto di denti nella carne e di carni saldate insieme da correnti di desiderio in eterno ritorno.

Io e Marcel parlavamo distesi sul divano. Nella semioscurità della sua stanza, mi raccontava di un amico che si lamentava di non essere portato per le avventure. “Quando si tratta di un’avventura, non provo niente. Ho tentato molte volte, ma sono sempre stato impotente. Eppure mi piacerebbe, vorrei tanto fare a meno dell’amore. Mi succede spesso di avere attacchi di erotismo e la donna che amo in quel periodo può non essere dello stesso umore, o essere ammalata, o lontana da Parigi. Allora mi piacerebbe avere un’avventura, la desidero. Ci ho provato tante volte, ma non sono capace. Riesco a provare qualcosa solo quando sono innamorato, ed è meraviglioso, quante notti di violenta passione ho avuto! Ma perché non posso godermi una notte sola, una donna che mi piace per un attimo, una qualunque che mi attiri a prima vista?

“Mi piace seguire le donne per strada, mi piace il loro profumo. A volte le seguo per un giorno intero. All’ora di punta mi piace stare in un autobus affollato ed essere spinto addosso alle ragazze. Piace anche a loro, a quelle commesse giovanissime, che si lasciano pigiare e se la godono. Una volta invece ero in autobus seduto vicino a una puttana. Stavo leggendo il giornale, l’ho abbassato un po’, mi ha coperto le ginocchia, e subito ho sentito una mano che armeggiava dalle parti del mio pene. Non ho fatto una piega. Era una sensazione stupenda. Sono rimasto a guardare fuori dal finestrino e la puttana ha continuato a manovrarmi il pene finché non ho avuto un’erezione fenomenale. Allora mi ha chiesto ‘Perché non mi offri un aperitivo?’ Sono andato con lei e ci siamo seduti in un caffè. Era una puttana simpatica, del sud della Francia, con occhi luminosi e un bel corpicino vivace. Siamo andati nella sua stanza e si è data da fare con me, non ti puoi immaginare tutto quello che si è inventata per eccitarmi, ma niente, non c’era verso. Ho cercato di pensare ai filmini osé che avevo visto nelle macchinette automatiche, di pensare a una qualunque delle donne che mi erano piaciute…”

A questo amico Marcel aveva raccontato del pene di gomma, di come lo aveva usato per eccitare e soddisfare le donne in casi del genere. Gli aveva parlato delle sue fantasie erotiche e di come fosse difficile soddisfarle. Aveva sempre desiderato di trovare una donna che indossasse una quantità di sottogonne, sotto le quali potersi distendere a guardar su. Ricordava di averlo fatto con la sua prima bambinaia: con la scusa di giocare, le aveva guardato sotto le gonne. E quel primo ricordo di sensazioni erotiche non lo aveva mai più abbandonato.

Perciò gli dissi: “Ma te lo faccio io. Concediamoci tutte le cose che abbiamo sempre desiderato di fare, o che abbiamo immaginato di farci fare. Se vuoi. Abbiamo tutta la notte a disposizione. Ci sono tanti oggetti qui che possiamo usare. Hai perfino dei costumi! Mi travestirò per te.”

“Lo faresti davvero?” esclamò Marcel. “Io farò tutto quello che vuoi, qualunque cosa mi chiederai di fare.”

“Per prima cosa vediamo i costumi: hai delle gonne da contadina che potrei mettermi. Cominceremo con le tue fantasie, e non ci fermeremo finché non le avremo realizzate tutte. Ora vado a vestirmi…”

Andai nell’altra stanza e indossai varie gonne che aveva portato dalla Grecia e dalla Spagna, una sull’altra. Marcel si era steso a terra. Quando tornai nella stanza, nel vedermi arrossì di piacere. Andai a sedermi sulla sponda del letto.

“In piedi, adesso,” disse Marcel.

Mi alzai. Steso sul pavimento, Marcel guardò tra le mie gambe, sotto le gonne, le allargò un po’ con le mani. Io stavo in piedi con le gambe aperte, come una ballerina. Lo sguardo di Marcel mi eccitava, così cominciai, lentamente, la danza che avevo visto fare alle donne arabe, sulla verticale del viso di Marcel, ondulando i fianchi, lentamente, perché potesse vedere il mio sesso muoversi sotto le gonne. Danzavo, mi muovevo, giravo, e lui continuava a guardare e ad ansimare di piacere, poi non riuscì più a controllarsi, mi tirò giù sul suo viso e cominciò a baciarmi e a mordermi. Dopo un po’ lo fermai. “Non farmi venire, conserviamolo per dopo.”

Lo lasciai lì e poi tornai, nuda, indossando solo i suoi stivali di feltro nero. Allora Marcel mi volle crudele. “Per favore, sii crudele,” supplicò. Completamente nuda con gli alti stivali neri, cominciai a ordinargli di fare cose umilianti.

“Esci e portami un bell’uomo. Voglio che mi prenda davanti a te,” gli dissi.

“No, questo non lo faccio,” disse Marcel.

“Te lo sto ordinando. Dicevi che avresti fatto qualunque cosa ti chiedessi.”

Marcel si tirò su e uscì. Tornò dopo una mezz’ora con un suo vicino di casa, un russo di gran bell’aspetto. Aveva spiegato al russo che cosa stavamo facendo. Il russo mi guardò e sorrise. Non c’era bisogno che mi dessi da fare per eccitarlo, quando venne verso di me era già stato messo sull’attenti dagli stivali neri e dalla nudità. Marcel non aveva voluto che succedesse questo, ma io lo feci assistere. Non solo mi detti al russo, ma gli sussurrai: “Fallo durare, ti prego, fallo durare a lungo.”

Marcel soffriva. Io mi godevo il russo, che ce l’aveva grosso e forte e riusciva a farlo durare a lungo. Marcel ci guardava, con il pene fuori dei pantaloni, eretto. Quando sentii che stavo arrivando all’orgasmo all’unisono con il russo, Marcel cercò di mettermi il pene in bocca, ma non glielo permisi. “Devi tenerlo per dopo,” gli dissi, “ho altre cose da chiederti, non ti permetto di venire!” Il russo si prese il suo piacere. Dopo l’orgasmo era rimasto dentro e ne voleva ancora, ma io mi svincolai.

“Mi lasciate guardare?” chiese il russo.

Marcel non era d’accordo. Lo facemmo andar via. Mi ringraziò con un tono molto ironico, furioso. Avrebbe voluto rimanere con noi.

Marcel cadde ai miei piedi. “Questa è stata una crudeltà, Mandra, lo sai che io ti amo! Sei stata molto crudele…”

“Ma ti è piaciuto, non è vero? Ti ha infiammato.”

“Sì, ma mi ha anche fatto male. Io non l’avrei mai fatto a te.”

“Non ti ho chiesto di essere crudele con me! Se qualcuno è crudele con me, mi raffreddo subito. Tu invece me l’hai chiesto, e ti ha eccitato.”

“Che cosa vuoi adesso, Mandra?”

“Voglio che facciamo l’amore stando alla finestra, mentre la gente ci guarda. Voglio sentire il gusto di farlo in segreto. Voglio che tu mi stia vicino e mi prenda da dietro, e che nessuno possa sospettare che cosa stiamo facendo… Voglio farlo in segreto.”

Andai alla finestra. La gente poteva vedere l’interno della stanza dalle case di fronte… e Marcel si avvicinò e mi prese da dietro mentre stavo lì in piedi. Non mostrai nessun segno di eccitazione, ma me la stavo godendo. Lui ansimava e riusciva a stento a controllarsi. Era pronto a venire, là in piedi, e io continuavo a raccomandargli: “Piano, Marcel, fa’ piano, nessuno deve accorgersene.” Eravamo alla finestra e la gente ci guardava: pensavano che stessimo solo affacciati a guardare in strada, mentre noi eravamo travolti dall’orgasmo, come le coppie di amanti che a volte negli androni o sotto i ponti, di notte, fingono di stare solo abbracciati, in piedi, piano piano…

Eravamo stanchi. Chiudemmo la finestra. Ci riposammo un po’, cominciammo a parlare nell’oscurità come in sogno, ricordando.

“Poche ore fa, Marcel, sono andata in metropolitana all’ora di punta, cosa che mi succede raramente. Sono stata spinta dalle ondate di gente, immobilizzata, bloccata. E all’improvviso mi è tornata in mente un’avventura in metropolitana di cui mi aveva parlato Alraune, quando era convinta che Hans avesse approfittato dell’affollamento per accarezzare una donna, e proprio in quel momento ho sentito una mano sfiorarmi leggermente il vestito, come per caso. Avevo il cappotto aperto, il mio vestito era leggero e questa mano sfiorava leggermente solo l’estremità del mio sesso. Non mi sono allontanata. L’uomo accanto a me era così alto che non lo vedevo in faccia. Non sono sicura che fosse lui, e non volevo vedere, non volevo sapere chi fosse l’uomo che mi toccava.

“La mano accarezzava il vestito; poi, a poco a poco, ha aumentato la pressione, cercando il mio sesso. Ho fatto un leggerissimo movimento per sollevare il sesso verso le sue dita. Il dito è diventato più fermo, ha cominciato a seguire la forma delle labbra abilmente, dolcemente. Ho sentito un’ondata di piacere. Quando uno scossone della carrozza ci ha spinti l’uno addosso all’altra, mi sono premuta contro la sua intera mano e lui ha osato un gesto più audace, stringendomi le labbra del sesso. Ero in una frenesia di piacere. Ho sentito avvicinarsi l’orgasmo, mi sono strofinata contro il dito e, come se impercettibilmente sentisse quello che sentivo io, il dito ha continuato la sua carezza finché sono venuta, scossa in tutto il corpo dall’orgasmo. La metropolitana si è fermata, un fiume di gente spingeva verso l’uscita. L’uomo è scomparso.”

La donna era molto più simile al fuoco che alla luce. I suoi occhi erano di un colore viola ardente. I suoi capelli erano tinti di biondo ma gettavano intorno a lei un’ombra ramata, e anche la sua pelle era color rame… soda e senza alcuna trasparenza. Il suo corpo opulento riempiva i vestiti aderenti. Non indossava un corsetto, ma il suo corpo aveva la forma di chi lo indossa, si inarcava in modo da spingere il seno in avanti, le natiche in alto.

L’uomo dal portamento elegante stava in piedi davanti a lei, la guardava, il suo viso lungo dai tratti fini sorrideva, con gesti misurati e composti trasformò in un rito l’accensione della sigaretta, poi disse: “Questa volta sono venuto solo per vederti.”

Il cuore di Mathilde batteva così forte che le sembrò il momento che aspettava da anni. Quasi si sollevò in punta di piedi per ascoltare il seguito. Immaginò di essere la donna luminosa che riceveva nel palco buio del teatro i suoi insoliti fiori. Ma quello che disse il raffinato scrittore dai capelli grigi con la sua voce decadente, aristocratica, fu: “Non appena ti ho vista, mi è venuto duro nei pantaloni.”

La volgarità delle parole era come un insulto. Lei arrossì e lo schiaffeggiò.

Questa scena si ripeté varie volte. Mathilde scoprì che davanti a lei gli uomini di solito restavano senza parole, incapaci di qualunque corteggiamento romantico. Alla sua vista, lasciavano cadere parole come quelle. Aveva sugli uomini un effetto talmente diretto che tutto ciò che riuscivano a esprimere era il loro turbamento fisico…

Invece di accettarlo come un omaggio, lei se ne sentiva offesa.

Ora si trovava nella cabina della nave del cordiale spagnolo, Dalvedo. Stava sbucciando dei fichi d’India per lei, chiacchierando. Mathilde, rassicurata, si era seduta sul bracciolo della poltrona, con il suo vestito da sera di velluto rosso. Ma la sbucciatura dei fichi si interruppe. Dalvedo si alzò e disse: “Quel neo che hai sul mento è proprio seducente.” Lei pensò che avrebbe cercato di baciarla, ma l’uomo non lo fece. Si sbottonò in fretta e si tirò fuori il pene come avrebbe fatto un malavitoso con una donna di strada. “In ginocchio,” ordinò.

Mathilde gli mollò uno schiaffo come avrebbe fatto una donna di strada e si avviò verso la porta.

“Non te ne andare,” supplicò lui, “tu mi fai impazzire. Guarda in che stato mi hai ridotto. Quando ho ballato con te sono stato tutta la sera così. Non mi puoi lasciare in queste condizioni.”

Le andò vicino e cercò di abbracciarla. Nel divincolarsi per sfuggirgli, lei gli lasciò in mano tutto il vestito. Per tornare nella sua cabina fu costretta a coprirsi con il mantello da sera.

David è un giovane pittore. Quando lo incontrai a casa degli M la nostra intensità ci lanciò segnali di pericolo da un lato all’altro della stanza. Aveva un viso fresco, luminoso. I suoi capelli splendevano, i suoi occhi erano elettrici, i suoi gesti rapidi, appassionati. Non pensavo a lui, era troppo giovane.

Ma il giorno dopo mi mandò un telegramma: “Posso venire a farti il ritratto?”

Gli dissi di no. Dovevo andare a casa degli M per una conferenza. Gli dissi: “Puoi venire, se vuoi.” Era deluso di non vedermi a tu per tu, perciò rifiutò. Ma io sentii che sarebbe venuto. Quando arrivai dagli M fu il primo a salutarmi. Era timido, non riusciva a spiccicare una parola, ma mi seguì dappertutto, limitandosi a fissarmi e a sorridere.

Il giorno dopo lo lasciai venire da me. Si mise all’estremità opposta della stanza e cercò di farmi degli schizzi mentre scrivevo. Sentivo quanto era teso. Mi piace molto quel momento di tensione un attimo prima dell’esplosione del desiderio, quell’affacciarsi sul precipizio. Notai che portava un anello troppo piccolo per il suo dito, glielo stringeva. Gli chiesi di toglierselo. Lo fece. Poi disse: “Questo rappresenta esattamente l’influenza che hai su di me: sento che con te posso respirare, espandermi.”

Ora sono tornata in America.

I grattacieli illuminati brillano come alberi di Natale. Siamo stati invitati a stare da amici ricchi al Plaza. Mi crogiolo nel lusso, ma sul letto soffice giaccio malata di noia. Come i fiori in una casa troppo calda. Appoggio i piedi su morbidi tappeti. Ho la febbre di New York, la grande Babilonia. Bisanzio. Tutto bianco e oro, lustrini e sontuosità.

Incontro Lilith. Non sono più innamorata di lei. C’è chi danza e chi si attorciglia su se stesso. Io amo le persone che scorrono e danzano.

Vorrei rivedere Mary. Forse stavolta non sarò timida. Quel giorno che venne a Saint-Tropez e ci incontrammo per caso in un caffè del porto, mi invitò ad andare la sera nella sua stanza.

Alle undici lasciai Gustavo e Marcel e andai da lei. Indossavo il mio abito spagnolo di cotone pieno di volant e portavo un fiore nei capelli. Ero abbronzata, bruciata dal sole, mi sentivo bella.

Ero emozionata all’idea di stare con lei. Mi sarei potuta fermare. Quella notte Gustavo doveva tornare nel luogo in cui abitava, abbastanza lontano.

Ero libera.

Quando Mary disse: “Entra” mi sentii eccitata. Ma quando entrai la vidi sdraiata sul letto che si stava passando una crema idratante sul viso, le gambe e la schiena, perché si era scottata restando al sole sulla spiaggia. Si massaggiava la crema sul collo, sulla gola… era tutta coperta di crema.

Questo mi scoraggiò. Mi sedetti ai piedi del letto e parlammo. Avevo perso la voglia di baciarla. Lei stava scappando da suo marito. Lo aveva sposato solo per protezione. Non aveva mai amato gli uomini, solo le donne, ma suo marito non l’aveva protetta.

Nei primi tempi del matrimonio gli aveva raccontato molte cose su di lei che non avrebbe dovuto raccontargli, che aveva fatto la ballerina a Broadway e, quando le cose non le giravano bene, aveva preso soldi per andare a letto con gli uomini, e che era perfino stata in un bordello per guadagnare qualcosa, e che mentre si prostituiva aveva incontrato un uomo che si era innamorato di lei e le aveva preso un appartamento in affitto mantenendola per qualche anno, eccetera.

Il marito non si era mai ripreso da quei racconti. Avevano risvegliato la sua gelosia, i suoi dubbi, e alla fine la loro vita insieme era diventata insopportabile.

Il giorno dopo Mary partì, e io restai con il rimpianto di non averla baciata. Ora la potrò rivedere e non essere più tanto timida.

A New York dispiego le mie ali di frivolezza e civetteria.

Mary è adorabile come sempre e molto eccitata da me. È tutta curve e morbidezza, gli occhi sono grandi e liquidi, la bocca piena, le guance luminose, i suoi capelli biondi sono densi, sensuali. È lenta, passiva, indolente. Siamo andate al cinema insieme. Nel buio mi ha preso la mano. La sua era morbida, tenera come il latte, calda, adesiva.

È in analisi. E ha scoperto quello che io avevo già capito da molto tempo, che a trentaquattro anni non ha mai conosciuto un vero orgasmo, anche se la sua vita sessuale richiederebbe un contabile esperto per tenere traccia di… Sto scoprendo i suoi modi di essere. È sempre sorridente e allegra ma sotto sotto si sente irreale, lontana, estranea a ogni esperienza. Agisce come se fosse addormentata. Cerca di svegliarsi andando a letto con chiunque.

Mary dice: “È molto difficile parlare di sesso… mi vergogno tanto.” Non c’era niente che si vergognasse di fare, ma non poteva parlarne. Con me però può parlare. Restiamo sedute per ore in luoghi profumati dove c’è musica. Le piacciono i posti dove vanno gli attori.

Tra noi c’è una corrente di attrazione puramente fisica. Siamo sempre sul punto di andare a letto assieme. Una notte ho pensato a lei con vero desiderio. Perché non accada io non lo so. Non è mai libera di sera. Non mi permetterà di incontrare suo marito, ha paura che io lo seduca.

Mi affascina perché emana sensualità, sgorga da lei come da una sorgente. All’età di otto anni aveva già una storia con una cugina più grande, un amore lesbico.

Aspetto che guarisca dalla sua frigidità. Condividiamo il gusto per l’eleganza, i profumi, il lusso. Lei è terribilmente pigra, languida, un vero vegetale, con il suo corpo pieno, la sua bocca piena. Non ho mai visto una donna così pronta a cedere a ogni avance. Va semplicemente a letto, come se niente fosse, anche quando non le interessa. Dice che si aspetta sempre che arrivi finalmente l’uomo che la farà eccitare. Ha bisogno di vivere in un’atmosfera sessuale anche quando non sente nulla. È il suo ambiente. La sua espressione preferita è: “A quel tempo andavo a letto con tutti.”

Se parliamo di Parigi e di persone che avevamo conosciuto lì, lei dice sempre: “Non lo conosco. Con lui non ho dormito”, oppure: “Ah sì, a letto era fantastico.”

Che io sappia, non si è mai rifiutata una sola volta. Eppure è frigida. Inganna tutti, inclusa se stessa. Gli uomini pensano che sia continuamente sull’orlo dell’orgasmo. Sembra sempre bagnata, aperta. Ma non è vero. Nasconde la sua chiusura. L’attrice in lei recita l’allegria e la serenità, ma dentro sta crollando, beve, riesce a dormire solo a forza di farmaci.

Quando viene a trovarmi sta sempre mangiucchiando caramelle come una scolaretta. Dimostra una ventina d’anni. Ha il cappotto aperto, il cappello in mano, i capelli sciolti. Si lascia cadere sul mio letto e butta via le scarpe. Si guarda le gambe: “Sono troppo grosse, una volta a Parigi mi hanno detto che ho le gambe alla Renoir.”

“A me piacciono,” dico io, “le adoro.”

“E le mie calze nuove, ti piacciono?” Si alza la gonna per farmele vedere.

Ordina un whisky. Poi decide che ha voglia di farsi un bagno. Prende in prestito la mia vestaglia a kimono. So che sta cercando di tentarmi. Torna dal bagno ancora umida, con la vestaglia aperta. Tiene le gambe sempre un po’ divaricate. Si direbbe così prossima ad avere un orgasmo che non si può fare a meno di pensare che basterebbe una minuscola carezza per farla impazzire. La tentazione c’è, eccome. Quando si siede sul bordo del mio letto per infilarsi le calze, non riesco più a trattenermi. Mi inginocchio davanti a lei e appoggio una mano sui peli tra le sue gambe. Li accarezzo dolcemente, delicatamente, e dico: “Piccola volpe argentata, piccola volpe argentata, così morbida, così bella. Oh, Mary, non posso credere che tu non senta niente quaggiù, là dentro.”

Sembra davvero sul punto di… la maniera in cui si mostra il suo corpo, aperto come un fiore, la maniera in cui si allargano le sue gambe. Basterebbe una minuscola carezza, si pensa, e lei avrà sicuramente un orgasmo. I suoi occhi sono così umidi, la sua bocca è così umida, così invitante… devono esserlo anche le labbra del suo sesso. Separa le gambe e me lo lascia guardare. Lo tocco delicatamente, tra le labbra, per vedere se sono umide. Sulla cima delle labbra c’è il minuscolo monticello della clitoride, dove lei certamente è sensibile, ma io voglio che provi l’orgasmo più grande.

Bacio la clitoride ancora umida per il bagno, i peli ancora umidi come alghe. Il sesso ha il sapore di una conchiglia di mare, una meravigliosa, fresca, salata conchiglia di mare. Oh, Mary, Mary! Le mie dita si muovono più rapide, lei ricade distesa sul letto, offrendomi tutto il suo sesso, più aperto, aperto e umido. Sembra una camelia laggiù, sembrano petali di rosa, sembra velluto, seta, raso. È tutto roseo, nuovo, come se nessuno l’avesse mai toccato. È come il sesso di una ragazzina…

Si è lasciata cadere all’indietro e le sue gambe pendono dai lati del letto, abbandonate, molli, inerti… il suo sesso è aperto, posso morderlo, baciarlo, inserirvi la lingua. Lei non si muove. La piccola clitoride si irrigidisce come i capezzoli di un seno. La mia testa tra le sue gambe è catturata nel più delizioso languore di carne setosa, salata… languidezza.

Le mie mani si sollevano verso i suoi seni pesanti, li accarezzano. Lei comincia a gemere piano, le sue mani scendono a unirsi alle mie che ora le accarezzano il sesso. Alla bocca del sesso, sotto la clitoride, là le piace essere toccata. Tocca quel punto con me. È là che vorrei spingere dentro un pene e muoverlo fino a farla urlare di piacere. Farla urlare di piacere, vorrei… Metto all’apertura la lingua e la spingo fin dove riesce ad arrivare. Prendo tra le mani il suo culo, come un grosso frutto, e lo tiro verso la mia bocca, e mentre la mia lingua gioca nella bocca del suo sesso, le mie dita affondano nella polpa del suo culo, le mie mani viaggiano attorno alla sua sodezza, alla rotondità delle natiche, si insinuano nel solco tra le due parti rotonde e sode, e il mio indice in qualche modo trova la boccuccia dell’ano e spinge delicatamente.

Di colpo Mary sussultò. Come se avessi fatto scattare una scintilla elettrica. Si mosse per accogliere il dito. Lo infilai di più, continuando a muovere la lingua nel suo sesso, e muovendo il dito nel suo culo. E di colpo Mary si mise a ondeggiare, a gemere, a ondulare solo dalla vita in giù, muovendo solo il culo e il sesso, avanti e indietro.

Quando si muoveva all’indietro sentiva il mio dito; quando si spostava verso l’alto incontrava la mia lingua che le guizzava dentro; a ogni movimento che faceva sentiva questa lingua e questo dito accelerare sempre di più, finché ebbe un lungo spasmo finale e cominciò a tubare come una colomba… e io con il dito sentii il palpito del piacere, il piccolo battito del piacere che pulsava una volta, due volte, tre… il piccolo gong dentro la donna che rintocca nell’estasi.

Ansimante, cadde su di me. “Mandra, Mandra, cosa mi hai fatto, cosa mi hai fatto?” I suoi seni caddero sul mio viso, i suoi baci sulla mia bocca umida del suo umidore. Bevve dalla mia bocca i suoi umori salati, mi baciò, i suoi seni premuti sul mio viso mentre mi abbracciava dicendo: “Oh, Mandra, cosa mi hai fatto, cosa mi hai fatto, è stato meraviglioso…”

Una sera fui invitata a casa di una giovane coppia della buona società, gli H. Il loro appartamento fa pensare a una barca, perché è vicino all’East River e mentre parliamo passano continuamente imbarcazioni da carico, il fiume è vivo. Guardare Myriam è un piacere: gran bella donna, grande in tutto, una ragazzona vichinga, seno pieno, tanti capelli elettrizzati, una voce profonda che ti attira magneticamente. Di una meravigliosa nonchalance. Lui è piccolo di statura, della razza dei folletti, più fauno che uomo, una specie di animale poetico di mente pronta, spiritoso. Ama la mia scrittura e pensa che io sia bella. Mi tratta come un’opera d’arte. Il maggiordomo nero apre la porta. George si profonde in esclamazioni sul mio aspetto, il mio cappuccio alla goyesca, il fiore rosso tra i capelli, e mi spinge nel salone per mostrarmi in giro. Myriam stava seduta a gambe incrociate su un divano di raso viola. Lei, la bellezza naturale, io quella artificiale che per fiorire ha bisogno di un’ambientazione e del giusto calore. Quella notte nel calore della loro ammirazione sbocciai anch’io. La sua bellezza mi scaldava.

L’appartamento è pieno di oggetti che presi uno per uno giudicherei brutti: candelieri d’argento, tavoli con ricettacoli per fiori ricadenti a ogni estremità, enormi pouf coperti di raso di seta pura, soprammobili rococò come se ne vedono nelle case aristocratiche francesi e inglesi, oggetti collezionati con un atteggiamento di enorme superiorità nei confronti dei loro proprietari, collezionati per riderne in quel modo superiore, con nonchalance, come dicendo: “Io posso permettermi di fare cose ridicole, io sono al di sopra, posso farmi beffe di ogni creazione dell’uomo e della moda, io sono al di sopra.”

Cose troppo decorate, di ogni tipo, raccolte qui con leggerezza giocosa, snobistica, cose “divertenti”, che non vengono prese sul serio, molto chic. Per una persona normale sarebbero cose impossibili, ma qui erano una specie di impertinenza dadaista messa in atto con quella baldanza aristocratica che fa diventare bella la spudoratezza collezionistica che solo gli aristocratici sono capaci di dare a una casa.

Ogni cosa aveva un tocco di quella spudoratezza aggraziata. Attraverso gli oggetti potevo sentire la vita favolosa che conducevano a Roma e a Firenze, le frequenti apparizioni di Myriam su Vogue con abiti Chanel, la pomposità delle loro famiglie, gli sforzi della coppia per essere elegantemente bohémien, i loro limiti che sconfinavano nel surrealismo, e quella parola ossessiva che è la chiave della società e della vita aristocratica: “divertente”. Ogni cosa veniva detta in modo da essere “divertente”. Ogni cosa mi parlava di raffinatezza, disinvoltura, audacia.

Myriam mi chiamò nella sua camera da letto per farmi vedere un costume da bagno di nuova concezione che aveva comprato a Parigi. Per farlo si denudò completamente, poi prese il lungo pezzo di stoffa e cominciò ad avvolgerselo addosso come il drappeggio primitivo di una balinese.

La sua bellezza mi stava dando alla testa. Srotolò il costume da bagno, andò avanti e indietro nuda per la stanza, poi mi disse: “Vorrei assomigliare a te. Sei così minuta e squisita… Io sono così grossa.”

“Ma è proprio per questo che mi piaci, Myriam.”

“Oh, che profumo hai, Mandra.”

Nuda com’era, mi accostò il viso al collo, sotto i capelli, e annusò il mio profumo.

Io le misi una mano sulla spalla.

“Sei la donna più bella che abbia mai visto, Myriam.”

George ci stava chiamando: “Avete finito di parlare di vestiti, lì dentro? Ci stiamo annoiando.”

Myriam rispose “Arriviamo”, e si vestì in fretta, mettendosi un paio di pantaloni. Quando uscì, George esclamò: “Ma ti sei vestita da casa, e io che volevo portarti a sentire l’uomo della corda! È uno che canta delle canzoni meravigliose su una corda e alla fine ci si impicca.”

Myriam disse: “Oh, va bene, vado a cambiarmi.” E si chiuse in bagno.

Restai nel salone con George e gli altri due uomini. Poi Myriam mi chiamò: “Mandra, vieni qui a chiacchierare con me.”

Pensavo che stavolta l’avrei trovata mezza vestita, e invece era in piedi completamente nuda nella stanza da bagno e si truccava incipriandosi il viso.

Era procace come una spogliarellista del burlesque, gli abbondanti capelli sciolti sulle spalle. Mentre si allungava in punta di piedi per colorarsi attentamente le ciglia, fui di nuovo attratta dal suo corpo. Mi avvicinai da dietro e stetti a guardarla. Mi sentivo un po’ intimidita. Non era provocante come Mary; era più come le donne sulla spiaggia, asessuate, o al bagno turco, indifferenti alla loro nudità. Provai a darle un bacio leggero sulla spalla. Lei mi sorrise. Disse: “Vorrei che George non fosse così irritabile. Mi sarebbe piaciuto provare il costume da bagno su di te. Sarebbe carino vedertelo indossare.” Rispose al mio bacio ma appena appena, sulla bocca, facendo attenzione a non sciuparsi il rossetto. Non sapevo che altro fare. Volevo stringerla tra le braccia. Sono rimasta lì accanto a lei.

Poi George entrò senza bussare, senza avvertire, entrò in bagno e disse: “Ma dai, Myriam, come puoi andare in giro così? Non farci caso, Mandra. È un’abitudine sua. È posseduta dalla necessità di andare in giro senza vestiti. Vestiti, Myriam.”

Myriam andò in camera sua a infilarsi un vestito, ma sotto non indossò niente. Poi si mise un mantello di volpe e disse: “Sono pronta.”

In macchina fece scivolare una mano sulla mia, poi la attirò sotto la pelliccia, in una tasca del vestito, e mi ritrovai a toccare il suo sesso. Viaggiavamo nell’oscurità.

Myriam disse che voleva prima passare dal parco. Voleva aria. George invece voleva andare al night club, ma attraversammo il parco, io con la mano sul sesso di Myriam, a toccarlo, accarezzarlo, palparlo, sentendo la mia stessa eccitazione crescere, tanto da non riuscire quasi a parlare.

Myriam invece continuava a parlare, spiritosa, leggera. Sentendomi dispettosa, mi sono detta: “Adesso vediamo se riesci a continuare a parlare.” Ma lei l’ha fatto, per tutto il tempo in cui l’ho accarezzata nell’oscurità, sotto il raso e la pelliccia. La sentivo sollevarsi verso le mie dita, aprendo un po’ le gambe in modo che potessi inserire tutta la mano tra le sue cosce, e poi la sentii irrigidirsi sotto le mie dita, tendersi come sull’orlo del climax, e si mosse più veloce, e seppi che si stava prendendo il suo piacere, e il suo piacere era contagioso. Arrivai all’orgasmo senza un solo sfioramento.

Mi sentivo così bagnata che temevo si vedesse attraverso il vestito. E sicuramente doveva vedersi attraverso il suo. Quando siamo entrate nel night club, nessuna delle due si è tolta il soprabito.

Gli occhi di Myriam brillavano, profondi. Aveva dei segni sotto gli occhi. George ci lasciò sole per un po’ e andammo nel bagno delle donne. Questa volta Myriam mi baciò la bocca per bene, senza badare alle conseguenze. Ci baciammo, ci sistemammo e tornammo al tavolo.

Riproduzione di una pagina dalla copia n. 1

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