“Voglio che facciamo l’amore stando alla finestra, mentre la gente ci guarda. Voglio sentire il gusto di farlo in segreto. Voglio che tu mi stia vicino e mi prenda da dietro, e che nessuno possa sospettare che cosa stiamo facendo.” Questa frase, una delle più caste e suggestive del racconto intitolato “Marcel”, uno dei due che compongono questo libro, evoca meglio di qualsiasi discorso l’ambigua natura del desiderio sessuale: farlo di nascosto eppure davanti a tutti. Esporsi e però mascherarsi. Esibirsi nel privilegio gaudente del peccato e nello stesso tempo fingersi pudibondi.
Toccarsi i piedi sotto il tavolo mentre la conversazione continua, impeccabile, fra gli eleganti mezzi busti seduti a consumare la cena.
Essere l’unico a sapere che fra i commensali c’è una signora senza biancheria intima e che se ne è spogliata per te è uno dei massimi godimenti maschili.
Dedicare una trasgressione all’altro configura una complicità che diventa subito condivisione amorosa, cioè esclusione di chi non è il prescelto.
L’erotismo è così, tutta un’architettura di sottigliezze, sfumature, allusioni e reticenze.
I sessi si cercano e l’eros ritaglia per loro un’intimità segreta, un numero due, una coppia, un “io e te” che trionfa per intensità sensoriale sulla noia, sulla ripetizione, sull’insipienza del copione a cui si attengono “gli altri”.
Gli esclusi.
Ben diversa è la pornografia.
La pornografia è esplicita, descrittiva, pacchiana.
Taglia con l’accetta delle parole quel silenzio che l’erotismo sa cesellare.
Anaïs Nin lo sapeva eseguire magistralmente, quel lavoro di cesello: è una donna che ha dedicato all’erotismo la vita e l’arte. Ho letto i suoi diari a vent’anni e ho provato un sentimento di censurata invidia. Per la sua vita, certo, così sontuosa di incontri e avventure, ma soprattutto per l’arte di raccontarla.
Quando ho letto Il delta di Venere mi sono quasi offesa: perché, mi sono chiesta, si piega alla pornografia, lei che è così brava a evocare eros?
Erano gli anni settanta del secolo scorso, io stavo per incominciare a vivere e lei stava per finire quando acconsentì a pubblicare due racconti scritti per soldi e stampati in casa in cinque copie (con la mitica carta carbone, di cui ormai due generazioni non sanno nulla) e tutto il resto, tutta quella talentuosa paccottiglia porno che aveva ammucchiato negli anni, per motivi alimentari.
Acconsentì perché stava morendo?
Acconsentì perché aveva ancora bisogno di soldi?
Sapeva perfettamente che non c’era niente di nuovo, di davvero scandaloso, di rivoluzionario in quell’antologia di fantasie sessuali. Sapeva che erano fantasie maschili e quando le dissero che no, che lei era “la maîtresse della letteratura erotica femminile”, sapeva benissimo che non era vero.
Sapeva che nessuna autrice aveva ancora messo mano a quel silenzio, nessuna aveva ancora rinunciato ad abitare l’immaginario degli uomini, a imitarlo, quando scriveva di sesso.
Scientemente, con la sua conoscenza (carnale e non solo) del genere maschile, Nin sapeva di aver composto, in quelle pagine, il consueto quadretto: una femmina perpetuamente vogliosa alle prese con una mappa dettagliata di orgasmi possibili o pensabili.
Aveva dato prova di un’immaginazione sconfinata con punte di vero divertimento. Per esempio, il ragazzo bello e timido che guardando da lontano la femmina vogliosa che si titilla il sesso in riva al mare “viene” nella sabbia, quasi fecondando l’arenile. Grandioso. Ed è soltanto uno dei mille espedienti inventati per soddisfare il palato di un mecenate maniaco o di un editor avido quanto lungimirante, sul mandante non c’è certezza.
Sta di fatto che le ha scritte per soldi, Anaïs, quelle disordinate ottocento pagine, per soldi e per un uomo, sentendosi, è lei stessa a dirlo, come una prostituta che lavora con il linguaggio invece che con il corpo.
Non ha certo scritto di sesso per salvare le sue contemporanee, condannate alla frigidità dall’egoismo della maggioranza degli uomini, certo, ma soprattutto dall’assioma, mai messo in dubbio fino al femminismo, secondo cui le femmine non sono soggetti di desiderio bensì oggetto del desiderio altrui.
Bisogna partire da lì, dal diritto delle donne a desiderare in proprio, e riscrivere tutta la storia.
Che cosa eccita davvero le femmine della specie?
Non la descrizione del coito, anale normale speciale estremo eccetera, non l’orgia, non la pioggia dorata. Non un’immagine, una figurina scollacciata, un pene da premio, ma una storia. Una narrazione. Noi donne abbiamo bisogno di trama, di romanticismo. Come ha capito perfettamente E.L. James con le sue Cinquanta sfumature di grigio, abbiamo bisogno di Cenerentola in salsa piccante per mettere in moto la macchina del piacere. Con il principe che prima ti spegne sulla pelle la sigaretta, poi ti spalma la cremina con dita sapienti.
E alla fine magari si innamora. Allora il successo è assicurato.
Comunque oggi non si corre più nessun rischio a scrivere di sesso.
Negli anni quaranta del secolo scorso, quando Anaïs Nin produceva le sue pagine porno, il suo era considerato un crimine: si finiva in galera, l’ostracismo sociale era inevitabile, la punizione esemplare.
Negli anni settanta dello stesso secolo il peggio che poteva succedere era il sequestro dell’opera (a me è successo con il mio primo romanzo, Porci con le ali), ma nel frattempo scrivere di sesso era diventato la bandiera di una lotta culturale: contro la repressione di istinti che – per la prima volta anche tra le donne – ci sembrava urgente legittimare. Contro l’ipocrisia, contro la demonizzazione del piacere, contro il mito della verginità eccetera eccetera.
Ora non si scrive più di sesso eppure si scrive continuamente di sesso. Il sesso entra ed esce dai romanzi e dai film senza che nessuno si scandalizzi o se ne inquieti o ne sia turbato. Scrivere di sesso non è più un rischio e meno ancora una bandiera.
È concesso, legittimato e inflazionato.
Ma soprattutto è diventato domestico e visuale. Non ci sono più parole che stimolano l’immaginazione, che evocano alcove e fluidi corporei come nella letteratura erotica, né immagini che mostrano grandi falli e voraci vagine come nei giornaletti proibiti che i ragazzi si passavano.
Oggi il porno è un video amatoriale che mostra te e tua moglie alle prese con l’amore, o tua cugina col suo fidanzato o la vicina di casa con un vibratore, o la compagna di scuola filmata nuda e sbattuta in rete a sua insaputa.
Il porno homemade ci eccita perché a interpretarlo sono corpi imperfetti che ci rimandano ai nostri?
È uno dei tanti effetti collaterali del narcisismo di massa?
Certo è sparito il senso di colpa, e con il senso di colpa la vergogna.
I cultori della pornografia erano golosi di vergogna: la conoscevano bene, ed era una componente fondamentale del piacere.
Ma esistono ancora i cultori del piacere scritto, oggi che le parole sono state soppiantate da strumenti meno complicati?
Riuscirebbe Anaïs Nin a farsi pagare un tot a pagina per le sue eccitanti divagazioni sull’accoppiamento degli umani?
Settembre 2021