Capitolo Cinque

Aisling e Joe erano esausti. Ogni volta che la signora Grough aveva abbaiato ordini, loro avevano obbedito. Avevano passato l’aspirapolvere, lavato e spolverato ogni superficie della casa. Avevano pulito le piastrelle del bagno con lo spazzolino da denti, finché non erano passate da un triste grigiastro a un bianco splendente. Si erano impegnati portando fuori la spazzatura, soffocando gemiti angosciati quando i sacchi si erano lacerati mentre il contenuto putrido, viscido e disgustoso aveva impiastricciato il pavimento della cucina: questo significava che avevano dovuto mettersi i guanti e raccogliere tutto, pezzo marcio dopo pezzo marcio.

«Abbiamo finito adesso?» domandò Joe. Non riusciva a ricordare un Natale tanto misero.

«Be’, in effetti avete sgobbato, quindi immagino che sia il momento di mettersi comodi e godersi la soddisfazione di un lavoro ben fatto.»

«Lei proprio non se la intende con i bambini, vero, signora Grough?» la incalzò lui.

Non c’era soddisfazione in un lavoro ben fatto, ma, dopo tanta fatica, Aisling e Joe scoprirono di essere affamati quanto bastava per divorare il disgustoso fegato in umido e i cavolini di Bruxelles sottaceto che la signora Grough aveva servito loro per cena. Ed erano talmente stanchi che, in effetti, si addormentarono alle 19.01, scivolando in un lungo sonno senza sogni fino alla sveglia, alle 6.30 in punto. La tata aveva lasciato la sveglia puntata a quell’ora per annunciare la colazione a base di porridge annacquato.

«Non ce la faccio più: è come un campo di prigionia» disse Aisling. Era approssimativamente la quattrocentotrentasettesima volta, nelle ultime ventiquattro ore, che lo ripeteva. «E poi è sempre così seria! Non so nemmeno come sia la sua risata.»

«Io pensavo di averla vista sorridere una volta, ma credo che volesse trattenere un rutto» le confidò Joe.

A peggiorare la situazione c’era il fatto che a Hudson era ancora vietato l’ingresso in casa. La signora Grough era una donna di parola, a differenza di molte altre persone. Al suo posto, Aisling avrebbe guardato Hudson, con il musetto schiacciato contro il vetro, implorante, e il suo cuore si sarebbe sciolto. Era il cane più diligente in assoluto? No. Era probabile che combinasse guai non appena fosse rientrato in casa? Decisamente. Bisognava controllare le scarpe ogni mattina prima di indossarle per assicurarsi che non ci avesse fatto la cacca sopra? Ovvio. Ma restava un membro della famiglia.

Era trascorsa un’altra ora quando Joe sentì il rumore, in fondo al corridoio. Rumore di guai. Sembrava provenire dalla stanza della signora Grough, sebbene lei fosse al piano di sotto. Aveva appena terminato il suo allenamento di duecentocinquanta flessioni e trecento saltelli, ed era seduta in cucina con una tazza di tè e il giornale. Ma se non era lei, nella sua stanza, allora chi era?, si domandò Joe. Ci volle un minuto prima che il suo cervello unisse i puntini.

Aisling!

Oh, no, pensò. Oh no, oh no, oh no. Non andava bene. Non andava affatto bene.

Percorse il corridoio in punta di piedi cercando di fare meno rumore possibile. Poi aprì la porta della stanza, tristemente determinato a evitare che emettesse anche solo un minimo, singolo cigolio.

«Cosa ci fai qui?» sussurrò. «Non siamo autorizzati a entrare in questa camera!»

Sua sorella era a quattro zampe sul parquet immacolato e sbirciava sotto il letto. «Non ricordi il suo interminabile discorso riguardo alla sua stanza? È andata avanti per ore, forse persino per giorni!»

Qualcosa non quadrava. Aisling sembrava preoccupata, molto preoccupata. Joe non l’aveva mai vista così prima e la cosa non gli piaceva per niente.

«Dammi solo un secondo» disse lei.

«No, non ti darò nessun secondo. Se ci scopre qui, siamo morti. Morti per sempre, estinti come un tricerotopo

«Un triceratopo, vuoi dire.»

«Tricerotopo o triceratopo, che differenza fa? Saremo morti» sussurrò lui tutto concitato, con gli occhi sgranati. «Esci subito. Credo di averla sentita. Anzi, l’ho sentita per certo!»

«Non l’hai sentita. Hai solo una crisi di panico» ribatté Aisling, che sembrava piuttosto agitata di suo.

«Non ho una crisi di panico, ho solo paura. Aspetta un attimo, ma perché sei lì per terra? Cosa stai cercando?»

Joe si abbassò sul pavimento e seguì il suo sguardo. Hudson era sotto il letto e stava masticando qualcosa. Era molto buio, là sotto, e Joe non avrebbe potuto dire che cosa fosse.

«Hudson è qui? Non può stare in casa. Non dovrebbe. Perché lo hai fatto entrare?»

«Sembrava così infreddolito e solo là fuori, e io… be’, mi mancava averlo con noi, così l’ho lasciato entrare di soppiatto. Solo che invece di restare in camera mia, come avrebbe dovuto fare, è scappato qui…»

«Aspetta, cosa sta mangiando?»

«E va bene, te lo dico, ma devi promettermi di non farne una questione di Stato.» Ma non ci fu bisogno di dirglielo, né che lui facesse una qualche promessa. Alla fine, i suoi occhi si adattarono al buio permettendogli di vedere: Hudson stava rosicchiando la valigia della signora Grough. O almeno ciò che ne era rimasto.

Joe non riuscì a trattenersi e… strillò.

E prima che Aisling potesse zittirlo, l’urlo aveva messo in allerta la tata. Ci fu un breve attimo di silenzio. Il mondo sembrò fermarsi e Aisling pensò che forse l’avrebbero fatta franca, ma poi la sentirono salire le scale di corsa. Hudson decise che era il momento giusto per trascinare la valigia lacerata e coperta di bava da sotto il letto alla luce impietosa del giorno, proprio mentre la signora Grough spalancava la porta.

«Questo non va…» sibilò a labbra strette, bianca in viso, osservando la scena. «Questo non va affatto bene.» Hudson sembrava quasi sorridere, come se fosse orgoglioso di ciò che aveva fatto e si aspettasse un premio. E fu allora che cominciò a scodinzolare.

Hudson mastica la valigia della signora Grough