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Dom Isidro aveva sete, una sete folle che nessun margarita riusciva a placare.

I bicchieri vuoti tintinnavano sul comò. A terra, gli ombrellini di carta che avevano ornato i cocktail sembravano un tappeto di farfalle morte.

Guardò la Ragazza dai Capelli Lunghissimi che dormiva, giovane e soddisfatta. I capelli sparsi sul cuscino come raggi di un sole nero. Lei non gli aveva detto il suo nome, lui non gliel’aveva chiesto. Sapeva solo che era una hostess e questo lo rendeva felice: quando non erano insieme, volava tra le nuvole. Lontano dalle miserie, dai nemici, dagli intrighi. E soprattutto, confessò a se stesso, ogni tanto se ne andava.

L’uomo fece un paio di flessioni, tanto per sentire se il corpo gli rispondeva ancora. Nonostante l’alcol e lo sballo, i muscoli reagirono al richiamo. Il piacere fu passeggero. Quanto avrebbe resistito prima di rompersi in mille pezzi? E perché suo fratello non tornava a riprendersi la parte di ricordi che gli competeva? Perché nessuno riusciva a zittire quei dannati tamburi?

Indovinava che fosse giorno dal lucore che filtrava attraverso le tende. Un chiarore che gli arrivava forte quanto un’atomica vista da un bunker.

Udì dei suoni provenire dal basso. Voci femminili, agitate. Il brusio dei suoi uomini, basso e controllato. Si prese la testa tra le mani. Cos’altro stava succedendo? Indossò la vestaglia con il drago mentre la Ragazza dai Capelli Lunghissimi mugolava e si stiracchiava. La snella caviglia si attorcigliò intorno al lenzuolo e lui ne fu ipnotizzato, la seguì come se stesse assistendo alla danza di un cobra. Le unghie perfettamente smaltate, consapevole richiamo sessuale. Finché lei spalancò gli occhi: «Dove vai?»

«Giù. Ci sono visite non annunciate.» Le lanciò il tubino nero che giaceva a terra appallottolato come un fazzoletto usato: «Vestiti.» Poi uscì dalla camera, scese le scale e dall’assembramento alla porta capì che qualcosa non andava. Nestòr e altri due bloccavano fisicamente l’ingresso. Più incuriosito che spaventato, Isidro si affacciò. Vide due donne di mezza età, sovrappeso, abbigliate come attempate girl-scout in camicia beige e pantaloni d’un verde stinto. A parte il fatto che una aveva gli occhiali e l’altra un foulard sui capelli color topo, si somigliavano: due creature incolori e asessuate. Esponenti di una delle tante ong che pattugliavano il Brasile a caccia di abusi sui tronchi della foresta amazzonica, sui pappagalli ara macao o sugli esseri umani.

La tizia occhialuta gli sventagliò sotto il naso un tesserino. Isidro sogghignò: non si era sbagliato. «Bom dia, senhor» salutò la donna in tono deciso. Poi proseguì in inglese: «Veniamo dalla miniera. Volevamo controllare le condizioni dei ragazzi che lavorano all’interno dei tunnel, ma il caposquadra non ce l’ha consentito.»

«Ha detto che dovevamo rivolgerci a lei» precisò la compagna, «perciò eccoci qui. Ci sono minori che anziché andare a scuola passano la giornata a scavare. Vogliamo essere sicure che la loro salute non sia compromessa.»

«Fatica, oscurità prevalente, mancanza di vitamine fotosensibili» rincarò la prima. «Sono elementi devastanti per un organismo in crescita.»

Durante la tirata Dom Isidro si era limitato a guardarle dall’alto della sua stazza e le due si innervosirono. Circondate da uomini armati e lontane da un centro abitato, si stavano chiedendo se avessero avuto una buona idea.

«C’è altro?» domandò Isidro con la sua voce musicale, che nemmeno l’alcol riusciva a intaccare.

Le due donne si scambiarono un’occhiata guardinga.

«Sì» ammise la prima. «Abbiamo visto del fumo uscire dalla miniera.»

«Non è normale» fece eco la seconda. «Non si accendono fuochi al chiuso. È pericoloso: basta respirare i miasmi e…» L’uomo conosceva benissimo il seguito: introdurre del gas nell’aria rarefatta dei tunnel avrebbe significato una morte certa e immediata per chiunque vi stesse lavorando. I bambini per primi.

Inspirò, il petto si gonfiò e il drago sulla vestaglia assunse una posa minacciosa. «Andiamo a dare un’occhiata» ordinò Isidro indicando la Jeep Cherokee parcheggiata sul sentiero.

Venti minuti di sobbalzi dopo, la miniera si stagliava di fronte a loro.

Il cielo, che altrove era limpido, si ammantava di nubi grigie come se la montagna le richiamasse. Era un cielo color cemento che ricordava uno straccio sporco. Solo ai margini della vallata, il sole ricompariva e le nuvole si riducevano a strie bianche. Isidro non si stancava di meravigliarsene: la montagna respirava, il suo alito forgiava il proprio ecosistema che si esauriva ai confini della valle, respinto da pareti invisibili e invalicabili. Fuori, la natura tornava a imporre le sue leggi e i suoi colori. Ma lì dentro forze oscure esercitavano un dominio assoluto. L’uomo provò un assurdo senso di claustrofobia. Si costrinse a guardare con gli occhi e non con il cuore. Non si levava un filo di fumo.

Le due donne scesero, inquiete, le labbra strette in una linea sottile.

«Senhor, ha avuto tutto il tempo di avvertire affinché spegnessero il fuoco.» Era stata quella con gli occhiali a parlare: era lei a comandare.

Isidro non aveva voglia di difendersi. «Può darsi. Ma mentire sulle condizioni dei ragazzi non sarebbe facile allo stesso modo.» Batté le mani con forza, più volte. Il rumore si mescolò agli altri del campo, ma decine di piccoli visi spuntarono dalla finestra di una delle baracche e sciamarono fuori attorniando Isidro. Le manine vorticavano a mezz’aria indecise tra rispetto e avidità.

«Niente giornalini?» chiese infine il più piccolo, il più coraggioso. Quello con la maglia di Neymar e i piedi scalzi.

«Nada caramelle?» si lamentò un altro.

«No» fu la replica. «Sono venuto solo per presentarvi queste signore. Parlate con loro. Rispondete a tutte le domande.»

I bambini fissarono le donne con disinteresse venato di ostilità. Non avevano niente di bello. Non sembravano utili. E loro non amavano chi li interrogava. La donna con gli occhiali non si lasciò intimidire. «Tu» disse in uno stentato portoghese al piccolo a piedi nudi, «come ti chiami?»

«Moses.»

«Quanti anni hai?»

Il bambino fissò con disgusto le chiazze scure sotto le ascelle della sconosciuta. «Dodici» rispose. Lei si morse il labbro: poteva averne al massimo nove, ma senza documenti non era possibile dimostrarlo.

«Chi ti ha mandato qui?»

«Mio padre. A fine mese tornerà a riprendermi.»

«Che cosa fai dentro la miniera?» Era la domanda cruciale, la donna trattenne il fiato.

«Raccolgo con la pala la terra e i pezzetti di roccia. Poi con il carrello li porto fuori.» Indicò con la testa la monorotaia su cui era parcheggiato un carrello di metallo stracolmo di detriti.

«Chi scava, allora?»

«Uomini. E macchine. Hanno dei martelli con la punta rotante, molto veloci.»

«Quante ore al giorno lavori?»

Moses fece spallucce. «Non so. Comincio all’alba, poi pausa merenda, poi lavoro, poi pausa pranzo, poi lavoro, poi merenda, poi lavoro, poi fa buio e andiamo nelle baracche.»

«Certo, praticamente un campo estivo» replicò la donna, ma guardò perplessa l’amica. Sapevano entrambe, per esperienza, che bambini anche più piccoli di quelli avrebbero mentito senza esitazioni per obbedire alle istruzioni dei capisquadra. Quindi, non diedero credito alle loro parole. Ma lo stato di salute dei ragazzini parlava chiaro: non erano denutriti, non mostravano sintomi di malattie, non c’erano stomaci gonfi né vesciche sulla pelle. Gli occhi erano puliti e nessuno tossiva. Erano conciati meglio di tanti coetanei nelle favelas di San Paulo o Manaus. Eppure loro ne erano certe, perché ogni cellula del loro corpo comunicava la stessa sensazione: in quel posto c’era qualcosa che non andava. Qualcosa di terribilmente sbagliato.

La donna con il fazzoletto in testa parlò per la prima volta: «Non vi piacerebbe andare a scuola?»

I bambini scossero la testa come se avesse proposto loro la fucilazione sulla pubblica piazza.

«No» disse uno, risoluto. «Noi vogliamo guadagnare soldi.»

«Per le nostre famiglie.»

«Per comprarci quello che ci piace.»

«E poi qui studiamo» tagliò corto Moses.

«In che senso studiate?» si stupì lei. Sbirciò ai lati dell’accampamento: laggiù nulla aveva l’aria di somigliare a una scuola, tantomeno uno di quei bruti a un insegnante.

«Leggiamo. Ogni volta che abbiamo pausa. Ecco qui.» Il bambino infilò le mani dietro la schiena e tirò fuori dalla cintola un albo a fumetti ridotto in condizioni pietose. «Ne abbiamo tantissimi. Ce li regala il senhor Isidro. Prima ce li racconta. A volte, quando ha tempo, ce li legge anche» concluse con orgoglio.

Le due donne si arresero. Avevano fatto un buco nell’acqua. «Torneremo» promise quella con gli occhiali.

Ma Moses non voleva mollarle: «Guardate qui. La maledizione dello stregone. C’è un fantasma che ritorna dal passato. Ma non è morto davvero, ha solo fatto finta, capite? Perché la realtà era troppo brutta. Secondo me, se uno scappa lontano è meglio lasciarlo stare. I guai è meglio evitarli che cercarli… Ma nei giornalini va bene così, è più interessante.»

Le due donne si voltarono per accomiatarsi da Isidro.

Non si accorsero che era diventato pallidissimo e che gli tremavano le mani.

Avrebbe dato un anno di guadagni per un margarita.