L’indomani mi sveglio tardi, cosa insolita per me. Quando apro le tende, il cielo è perfettamente terso, e la luce dorata del sole inonda la stanza. Trascorro una mattinata tranquilla, tenendomi occupata con qualche mestiere di casa, canticchiando le canzoni trasmesse dalla radio mentre finisco di disfare le valigie e rimetto in ordine la cucina. Avevo in programma di visitare la National Gallery e poi di fare una passeggiata fino a Westminster Abbey, ma chissà come il tempo è volato. Per pranzo preparo un sandwich e una mela, e decido di uscire a mangiare in giardino.
Il custode mi spiega dove trovare la porta che dà sul cortile, accessibile solo dal condominio e dunque riservato ai residenti. Fuori, imbocco un sentiero di ghiaia all’ombra degli alberi e, finché i rami mi nascondono, ne approfitto per alzare lo sguardo verso l’appartamento di Celia e quello di Mr R. Poi mi ritrovo in pieno sole. Davanti a me ci sono aiuole e piante fiorite, alcune panchine, una fontana e un prato con l’erba più alta, come in una radura. Poco oltre intravedo due campi da tennis, e dall’accurata manutenzione immagino che vengano utilizzati spesso. Anzi proprio in questo momento due signore sono impegnate in un palleggio aggraziato.
Nel ripostiglio di Celia ho trovato un plaid, che stendo sull’erba fresca nei pressi dei campi da tennis. Mi piace sentire il tonfo smorzato della pallina, e uno «Scusa!» di tanto in tanto, mentre mangio con calma, leggendo il mio libro. Il sole cambia lentamente posizione. Prima mi scalda i piedi, poi i polpacci. Quando mi arriva alle cosce, ho finito il pranzo, e mi allungo sul plaid, continuando a leggere, ma già quasi in dormiveglia. Mi accorgo a malapena che le signore se ne sono andate, e al suono leggero delle loro racchette si è sostituita l’eco di battute più vigorose, accompagnate da voci alte, maschili.
«Ecco, così... Porta avanti il braccio, sul diritto. Scendi a rete! Volée, volée, volée! Ottimo, bel colpo.»
È un maestro di tennis che incita il suo allievo. La voce fluttua ai margini della mia coscienza, più concentrata sulla luce dietro le mie palpebre chiuse, e sul tepore del sole. Torna il silenzio senza che me ne accorga. Mi riscuoto quando il bagliore si spegne, e avverto addosso il fresco di un’ombra. Apro gli occhi, spaesata, e vedo qualcuno, in piedi accanto a me. Impiego un paio di secondi a metterlo a fuoco. Sembra un angelo. Poi mi rendo conto che l’effetto è dovuto al sole alle sue spalle, e alla tenuta bianca. Da tennis.
Oddio. È lui. Mr R.
Rimango a guardarlo in silenzio, e riesco solo a notare che ha i capelli umidi, scostati sulla fronte, e qualche goccia di sudore sul naso – santo cielo, così è ancora più irresistibile –, e che mi sta fissando. «Ci rivediamo, dunque.» Mi sorride.
«Salve», rispondo, senza fiato, come se fossi io quella che ha appena finito di giocare a tennis.
«Sei la ragazza di ieri, giusto?»
È imbarazzante parlargli da sdraiata, e a fatica mi metto a sedere, ma resto ugualmente in posizione di svantaggio. Lui incombe comunque su di me. «S-sì», balbetto.
Mr R si china, accoccolandosi accanto a me. Adesso ho una visuale perfetta di quegli occhi straordinari sotto le folte sopracciglia nere, e del suo sguardo che mi scruta attentamente, privandomi di qualsiasi difesa.
«Adesso ho capito. Abiti da Celia. Mi era sembrato di vederti nel suo appartamento, un paio di sere fa.» Il sorriso svanisce, e la sua espressione diventa corrucciata. «Cos’è successo a Celia? Sta bene?» La voce è bassa e armoniosa, e l’impeccabile accento inglese lascia trapelare una vaga inflessione straniera, che però non riesco a identificare. Potrebbe spiegare il suo aspetto mediterraneo. Lui si scosta appena, dal suo corpo s’irradia un’ondata di calore, e il profumo dolce e salato del suo sudore.
«Sì, sì, benissimo. È partita per una vacanza e io mi occupo del suo appartamento.»
«Ah, okay.» Il volto torna disteso. «Per un momento mi sono preoccupato. Voglio dire, è in forma smagliante per la sua età, ma comunque... lasciamo stare, l’importante è che non le sia successo niente.»
«Infatti...» farfuglio. Coraggio, di’ qualcosa, conquistalo con la tua arguzia. Ma non riesco a levarmi dalla testa l’immagine della donna sofisticata di ieri sera. Stravaccata sul plaid e ancora stordita dal sonno, non sono certo alla sua altezza.
«Meglio così.» Un altro sorriso smagliante. «Ti auguro un buon soggiorno, dunque. Se avessi bisogno di aiuto, fammi sapere.»
«D’accordo», rispondo, pur sapendo che non ne avrò mai il coraggio.
«Dico sul serio. Non farti scrupoli a chiamarmi.»
«Okay... grazie...»
«A presto, allora.» Si alza, indugia con lo sguardo su di me ancora per un momento, come in attesa che io aggiunga qualcosa, poi si volta.
«Ciao», mormoro io, mentre avrei voglia di prendermi a sberle. Tutto qui, quello che riesci a fare? L’hai proprio steso, eh? Muta come quella panchina. Persino la fontana è più spumeggiante di te.
Ma, anche se fossi riuscita a spiccicare più di due parole, cos’avrei ottenuto? Un uomo simile non potrebbe mai interessarsi a me. Non sono nemmeno riuscita a tenermi il fidanzato, e comunque, rammento a me stessa, lui è già impegnato.
Mr R si sta allontanando, diretto verso casa, poi di colpo si ferma, si gira e mi fissa di nuovo. Lo sguardo dura appena una manciata di secondi, prima che lui riprenda la sua strada, ma è sufficiente a provocarmi uno strano brivido in tutto il corpo. È la mia immaginazione, o era qualcosa di più di un’occhiata amichevole? La sua vicinanza mi ha fatto un certo effetto. La sonnolenza è svanita, e la vitalità dell’estate intorno a me mi trasmette una nuova leggerezza. L’erba fresca mi fa il solletico ai piedi mentre lo guardo svanire oltre la porta del condominio, poi mi volto verso il campo da tennis, dove l’istruttore sta raccogliendo le palline.
Beate voi, a subire i colpi di Mr R, penso, e poi mi viene da ridere. E va bene, ti sei presa una cotta. Tanto vale godertela. In fondo sei in vacanza. Che male c’è?
Quella brevissima conversazione ha acceso un bagliore dorato che rimane per tutta la giornata. Nel pomeriggio esco a fare due passi e scopro la magnificenza di Piccadilly, coi suoi edifici imponenti: il Ritz, Fortnum & Mason, la Royal Academy. M’incammino lungo St James’ Street, guardando le vetrine delle botteghe tradizionali che vendono cappellini, vino, articoli in pelle e sigari. Oltre un viale fiancheggiato da residenze maestose, mi ritrovo nell’ampio slargo del Mall. In fondo intravedo Buckingham Palace, e davanti a me si apre un parco meraviglioso. Sono arrivata al cuore della Londra turistica, in un tripudio di Union Jack e souvenir della famiglia reale, una delle mille sfaccettature di questa metropoli. Passeggio nel parco, circondata da bambini che scorrazzano, danno il pane alle anatre e si dondolano sulle altalene, e poi m’imbatto in un’altra faccia della città: le Houses of Parliament, cupe, gotiche e severe, affiancate alla solennità antica e un po’ sbiadita di Westminster Abbey, la meta che mi ero prefissata. Il sagrato è affollato di visitatori, in coda per entrare. Non ho voglia di unirmi a loro, ma resto a guardarli per qualche minuto, domandandomi come si trovino in città, poi mi avvio verso casa.
Lei è tornata anche stasera.
Le veneziane sono sollevate, lasciandomi la visuale sgombra, e io decido di cenare seduta in poltrona davanti alla finestra, per godermi il film muto interpretato da Mr R e dalla sua fidanzata. Siedono a tavola, davanti a una cena dall’aria appetitosa, chiacchierando e ridendo. Mi aspettavo la stessa interruzione di ieri sera, con le veneziane abbassate proprio sul più bello, e invece il copione cambia. Si alzano, la donna prende la giacca e si avvia alla porta insieme con Mr R, che spegne la luce.
Dove vanno? Che succede?
Il colpo di scena mi lascia spaesata. Poi mi coglie un impulso folle. Balzo su dalla poltrona, facendo cadere De Havilland, che mi dormiva sulle ginocchia, e corro in ripostiglio, dove Celia tiene un assortimento di cappelli e cappotti. Afferro un trench Burberry vintage e scappo fuori. L’ascensore è già al piano, e io arrivo nell’atrio giusto in tempo per vedere la porta a vetri che si chiude, e Mr R che scende i gradini esterni al fianco della fidanzata.
Cosa mi è preso? Chi mi credo di essere, un agente segreto? Mi sento eccitata, ma anche allibita. E se mi vedono? Lui potrebbe riconoscermi. Se mi affronta e mi chiede come diavolo mi permetto di pedinarlo, che scusa posso inventarmi? Non importa, ormai è troppo tardi. Stranamente, seguirli mi fa sentire come se io fossi parte della loro vita, e loro della mia. Comunque, presto prenderanno un taxi e sgommeranno via. A quel punto tornerò a casa, e in me.
Ma non accade.
Continuano a camminare, infilando viette secondarie, e conversando a voce troppo bassa per consentirmi di decifrare le parole. Sembrano conoscere il tragitto a memoria, mentre io sono completamente disorientata. Se li perdo di vista, sarò in guai seri. Non ho idea di dove mi trovo, e la cartina è rimasta a casa, nella borsa.
Al buio, è ancora più difficile riconoscere i palazzi e memorizzare l’itinerario, anche perché devo tenere d’occhio le due sagome davanti a me, restando a distanza di sicurezza per rimanere invisibile. O almeno spero. Non saprei dire se mi mimetizzo con lo sfondo, o se mi si noti lontano un miglio. Se di colpo decidessero di girarsi...
Invece procedono dritti per la loro strada, e i tacchi alti della donna risuonano decisi sul selciato. Stasera lei indossa un abito scuro, con una giacca fatta su misura, mentre Mr R ha tenuto il completo da ufficio, senza cappotto, visto il clima. A pensarci bene, devo essere l’unica persona in tutta Londra infagottata in un trench. I passanti che incrocio sono tutti in maglietta o top leggeri. Nessun problema. Se qualcuno s’incuriosisce, reciterò la parte della proverbiale eccentrica inglese.
Comunque, non c’è pericolo. Di me non importa a nessuno. È parte del fascino di questa città. Posso fare quello che mi pare, diventare chiunque. È così diversa dal mio paese, dove un cambio di tinta ai capelli scatena dibattiti febbrili in tutta la popolazione.
Percorriamo stradine buie, poi sbuchiamo su un’arteria trafficata, piena di macchine, autobus e taxi. Sull’altro lato si estende un’elegante zona pedonale, con bizzarre boutique e una successione di bar e pub affollati di giovani che si riversano sulla via a bere e a fumare. Temo che, facendosi largo tra i passanti, Mr R e la donna riescano a seminarmi; ma sono perfettamente ignari di avermi alle calcagna, e non hanno nemmeno accelerato il passo. Sono diretti a un altro quartiere, e presto comincio a intravedere locali più esotici. Alcuni espongono bandiere ad arcobaleno – l’emblema dei gay bar –, altri hanno entrate discrete, piccoli portoni protetti da pesanti tendaggi. Mi accorgo che, ai lati degli ingressi, accanto a cartelloni luminosi, stazionano donne in minigonna e bustier.
Superiamo un paio di negozi dall’aria equivoca e proprio quando, incredula, mi domando cosa diamine stia accadendo – Il quartiere a luci rosse? È lì che sono diretti? –, sbuchiamo in tutt’altra zona, con un’atmosfera elettrizzante, una singolare mescolanza di divertimento e affari: gli edifici somigliano ai capannoni solitamente occupati dagli studi cinematografici e televisivi, dalle agenzie pubblicitarie e di comunicazione, e sono intervallati da innumerevoli bar e ristoranti. Gli avventori nei locali sono vestiti nei modi più disparati, dal casual più sciatto all’haute couture. Ai tavolini all’aperto si servono specialità provenienti dai quattro angoli del mondo, insieme con vino, birra e cocktail, e nell’aria aleggia un odore particolare, un misto di gas di scarico e fumo di sigaretta, unito agli aromi di mille cucine. La vita notturna qui deve pulsare fino alle ore piccole, molto dopo la chiusura dei teatri e dei pub.
Eppure questo non è un quartiere solo di affari e consumo. C’è sotto dell’altro. Me ne accorgo quando passo davanti a un sexy shop, uno di quelli relativamente discreti, con la vetrina piena di boa di struzzo, cioccolatini dalle forme provocanti e biancheria osé per le feste di addio al nubilato. L’offerta comprende un certo numero di vibratori ma, più che lascivo, il tono sembra umoristico. Nel giro di pochi passi, però, m’imbatto in una vetrina di tutt’altro genere. I manichini illuminati dai faretti indossano stivali in plastica lucida, stringati o chiusi dalle cerniere, e con tacchi vertiginosi; calze a rete; mutandine di pizzo con una fessura sul davanti; reggicalze borchiati e reggiseni in pelle, alcuni con anelli e punte di metallo, tutti aperti sui capezzoli. Le commesse del negozio portano cappucci o maschere di cuoio e brandiscono fruste, e gli espositori all’interno sono stipati di altre mise e completi di lingerie provocanti, tanto che per un istante provo la tentazione di entrare a sfiorarle.
Non mi sono ancora ripresa dallo sconcerto quando passo davanti a un altro negozio, una libreria. L’allestimento in vetrina mostra una serie di volumi illustrati, con raffinate copertine in bianco e nero, sulle quali campeggiano sfacciatamente corpi nudi, o bardati di sex toys, o avvinghiati ad altri corpi...
Mr R e la donna mi precedono sul marciapiedi affollato. Mi sforzo di non perderli di vista, mentre con la coda dell’occhio individuo un negozio molto elegante, con la porta fiancheggiata da due ali dorate, ma è l’ennesimo sexy shop, col suo bravo cartello di divieto ai minori, e l’avvertimento che la merce è destinata a una clientela adulta.
Ah, ora capisco: questa deve essere Soho.
Non sono tanto sprovveduta da non aver mai sentito parlare del celebre quartiere a luci rosse di Londra, ma non è più malfamato come un tempo. Adesso non c’è più niente di sordido, e ovunque si respirano ricchezza e glamour. I frequentatori dei locali appartengono a ogni strato sociale, e nessuno sembra turbato dalla sfrontata ostentazione di armamentario erotico. Il sesso convive serenamente con gli altri piaceri della vita.
Io però mi sento smarrita come una ragazzetta di provincia. Non mi sono mai trovata in un posto simile, e certe esibizioni in pubblico mi mettono a disagio. Adam e io ci sentivamo in imbarazzo anche solo a tenerci per mano e, persino quando facevamo sesso, perfettamente soli, restavamo con gli occhi e la bocca chiusi. Non riesco a immaginarmi di entrare con disinvoltura in uno di questi negozi e acquistare articoli che proclamino al mondo intero le mie preferenze sessuali, né tantomeno d’indossare gli accessori e i gadget in vendita. Insomma, una cosa è lo spray al cioccolato, ben altra un gigantesco vibratore. Provo a immaginarmi alla cassa, a consegnarlo al commesso... No, morirei di vergogna. Dopotutto un vibratore ha un’unica funzione, e non potrei tollerare l’idea di rivelare a uno sconosciuto qualsiasi che mi masturbo.
All’improvviso, Mr R svolta un angolo, attraversa una piazza buia, poi un’altra strada, e infine imbocca una vietta appartata, illuminata soltanto dalla luce arancione di un lampione. Mi sembra di essere stata catapultata indietro nel tempo: gli edifici sono in stile Reggenza e svettano dietro cancelletti in ferro battuto, con una corta scaletta che conduce ai seminterrati. Non saprei dire se si tratti di residenze private, di alberghi o uffici; le persiane sono quasi tutte chiuse, anche se, qua e là, s’intravede qualche luce che filtra dai listelli di legno.
I due puntano dritti verso una casa in mattoni rossi, scendono la scaletta, facendo risuonare i tacchi sui gradini, e un attimo dopo una porta si apre, e loro svaniscono all’interno. Aspetto qualche minuto, per accertarmi che non escano di nuovo, poi mi avvicino e do una sbirciatina. Il seminterrato ha due grandi finestre, senza persiane perché affacciano sotto il livello della strada, e nella penombra intravedo una stanza, con le sagome di alcune persone. Di cosa si tratta? È un locale? Un appartamento?
Non ne ho idea, e sono troppo intimidita per indagare oltre. Poi, alle mie spalle, una voce profonda domanda permesso, e un uomo con un completo elegante mi supera, imbocca con decisione gli scalini, e sparisce oltre la porta. Io arretro. Mi sento proprio una scema. Non posso più seguirli, ma nemmeno posso restarmene qui ad aspettare. Dovrò ritrovare la strada di casa per conto mio. Però ho la sensazione che Oxford Street non sia lontana e, una volta individuata quella, saprò orientarmi.
Ti stai comportando da incosciente, mi rimprovero. Ma non riesco a soffocare la curiosità. Avverto che a un passo da me si spalanca un mondo di avventure e io smanio dalla voglia di entrarci. È un universo che mi esclude, mentre accoglie a braccia aperte Mr R e la sua fidanzata. Loro mi hanno lasciato indietro per condurre un’esistenza infinitamente più eccitante della mia e di qualsiasi esperienza fatta nel mio sonnacchioso paesino di provincia. Dovrei rassegnarmi, ma non ci riesco. È come se avessi scorto un filo luccicante, e non riesco a trattenermi dall’afferrarlo e seguirlo, ovunque possa condurmi.
Mi tolgo il trench.
È ora di andare a casa.
Torno sui miei passi, leggendo le indicazioni lungo le vie finché non riconosco un nome letto sulla cartina. Seguendo la strada che credo debba riportarmi a Oxford Street vedo un negozio ancora aperto tra baretti e ristoranti. Sembra una libreria, ma vende anche varie cianfrusaglie. D’impulso, entro.
Una signora dai capelli grigi mi accoglie con un sorriso, ma non appena comincio a guardarmi intorno distoglie di proposito lo sguardo, rispettando la mia privacy. Il motivo non è difficile da indovinare: i libri sono di vario genere, ma l’argomento è uno solo. Romanzi, poesie e volumi illustrati, tutti a sfondo erotico. Mi aggiro scorrendo i titoli e resistendo alla voglia di sfilarne uno dallo scaffale e sfogliarlo. Sarebbe troppo imbarazzante, in presenza della commessa. Una serie di bellissimi bozzetti alle pareti attira la mia attenzione ma, quando mi avvicino, mi sento mancare il fiato, e mi volto, paonazza, per verificare che non mi abbia notato nessuno. I quadri sono estremamente espliciti. L’artista ha dipinto i soggetti senza testa, concentrandosi solo sui corpi e sul loro intreccio: una donna seduta a cavalcioni sulle cosce di un uomo, con la schiena inarcata all’indietro, le mani appoggiate sul suo torace; un’altra piegata in avanti, appoggiata allo schienale di un divano mentre, dietro di lei, un uomo affonda il membro nel suo sesso.
Arrossisco ancora di più. Non ho scampo, ovunque mi giri: una donna stringe tra le mani un’erezione colossale, chinandosi come in adorazione; due dita divaricano le più intime parti femminili, per aprirne l’accesso. Una donna e due peni enormi, uno che la penetra da davanti, l’altro da dietro...
Oh, mio Dio, ma dove sono finita?
Cerco qualcosa d’innocuo su cui concentrarmi, e mi dirigo a una vetrinetta in legno di noce. Sembra contenere dei magnifici soprammobili, in materiali costosi che riconosco anche da lontano: marmo, giada, cristallo, cuoio e velluto.
Ormai ci sono proprio davanti, e mi prende un colpo. Sono davvero un’ingenua. Ho sotto gli occhi un ampio ventaglio di sex toys, bellissimi e osceni. Accanto a ciascuno c’è un cartoncino scritto a mano.
Filo di perle in onice
per la stimolazione vaginale
£ 400
Fallo in giada £ 545
Tappo anale in cristallo £ 230
Uova di marmo £ 200 × 3 pz.
Lo scaffale inferiore custodisce una raccolta di sottili frustini di pelle e un bastone da passeggio antico, col manico istoriato che a un esame più attento si rivela la riproduzione di un lungo fallo, con tanto di testicoli alla base.
In fondo noto degli oggetti in metallo che riesco a identificare solo grazie ai cartoncini: sono pinze e molle per capezzoli e altre parti sensibili del corpo, accompagnate da manette in cuoio nero rivestite di pelliccia bianca, e funi intrecciate e multicolori.
«Cerca qualcosa in particolare?» domanda una voce.
La commessa mi sta proprio accanto. Ha un atteggiamento gentile, ma mi getta nella confusione più totale. «Oh... no, grazie... stavo... solo dando un’occhiata.»
«Okay.» Mi guarda come se capisse perfettamente il mio imbarazzo, e il mio nervosismo si placa. «Questa selezione è la più costosa del catalogo. Si tratta a tutti gli effetti di objets d’art.» Indica una scaffalatura sull’altro lato della sala. «Da quella parte teniamo articoli più accessibili.»
Mi accompagna. Gli scaffali sono stipati di una varietà impressionante di aggeggi in gomma e lattice, alcuni simili a grossi razzi con protuberanze grottesche, altri levigati e sottili come stilografiche di lusso, e in varie sfumature brillanti di verde, blu e rosa. «Immagino ne abbia già sentito parlare», dice la donna, notando dove si è soffermato il mio sguardo. «Quelli sottili sono per uso anale. Tradizionalmente quelli vaginali sono più grandi. Questo, per esempio.» Solleva una delle mostruosità. «Molto gettonato. Uno dei nostri articoli più venduti.»
Lo fisso, e senza volere mi sfugge una sorta di singhiozzo. Il fallo è così lungo e spesso. Possibile che si riesca davvero a infilarlo... lì? Non ho mai usato un vibratore, per la verità non ci ho mai nemmeno pensato, e non riesco proprio a capire come l’oggetto che ho davanti possa stare dentro qualsiasi donna, per non parlare di me. Ho fatto sesso con un unico uomo in tutta la mia vita e, per quanto ben dotato, le sue dimensioni non erano nemmeno paragonabili a queste.
La commessa indica una delle sporgenze più rilevanti sull’asta. «Questo è lo stimolatore clitorideo. Si può usare così com’è, oppure...» Preme un interruttore alla base, e la propaggine a forma di pollice comincia a ronzare e a muoversi in piccoli cerchi concentrici. All’interno si accende persino una lucetta strobo, come una discoteca in miniatura. La donna mi sorride. «Funziona a meraviglia. Per questo ne vendiamo tanti. E guardi qui.» Preme un altro interruttore, e l’asta intera comincia a vibrare, mentre un grosso anello pulsante sale e scende, si dilata e si contrae. Il tutto produce un ronzio sommesso e ritmico, simile alle fusa di De Havilland, come se anche il vibratore stesso fosse sereno e appagato. In effetti sembra curiosamente vivo, soprattutto con le lucette lampeggianti, come una medusa bizzarra e voluminosa. Mi leva il fiato. Dopo un momento la donna spegne gli interruttori e rimette il mostro al suo posto. «Ne abbiamo moltissimi altri. Se le servono spiegazioni, basta chiedere. Sono qui apposta.»
«Grazie.» Fisso l’assortimento di vibratori, e sento crescere dentro di me una strana eccitazione. Sono pensati per le donne. Non per pervertite o ninfomani, ma per donne normali, con naturali esigenze sessuali. La verità è che il sesso comincia a mancarmi. Senza Adam, sono rimasta non soltanto priva del mio migliore amico e dell’uomo al quale avevo dato il cuore, ma anche del mio amante, dell’uomo che mi toccava, mi baciava, mi stringeva tra le braccia. L’uomo che mi desiderava, mi accarezzava i seni, mi passava le mani sui fianchi, conosceva i miei posti più intimi e li amava, con la lingua, le dita, il pene. Ora lui non c’è più, e il mio corpo ha fame di attenzioni. Quando, di notte, inzuppo il cuscino di lacrime, disperata per il suo tradimento, e sapendo che adesso tutte quelle cose le sta facendo con un’altra, piango anche la perdita dell’amore fisico e del piacere che mi procurava. Chissà che la soluzione non sia proprio qui, in uno di questi marchingegni, o aste di gomma a batterie, con appositi stimolatori del punto G.
Potresti comprarne uno. Sei l’unica cliente al momento, la signora è gentile, e comunque non la rivedrai mai più. A lei non interessa cosa ci fai...
Senza contare che, nell’appartamento di Celia, perfettamente sola e al riparo da sguardi indiscreti, sarei libera di sperimentare a mio piacimento.
Poi però mi viene in mente che sono uscita senza soldi. Non posso comprare niente. Tutti quei deliziosi pensieri di trasgressione svaniscono, e di colpo ho soltanto voglia di tornare a casa.
«Grazie», dico alla padrona del negozio. Le volto le spalle e scappo fuori, sentendo risuonare la campanella sopra la porta che si richiude.
Mi concentro sulla via del ritorno ma, mentre mi dirigo a falcate decise verso le vie più trafficate, mi accorgo che qualcosa è cambiato. Mi sento viva, elettrizzata, avverto distintamente persino la brezza leggera che mi solletica le guance. Sotto i vestiti, il mio corpo è accaldato, eccitato.