Stamattina sono ancora su di giri. Provo una magnifica sensazione d’indolenza, la voglia di rotolarmi tra le lenzuola, o di mettermi nuda davanti alla finestra spalancata, per sentire la brezza sulla pelle. Rimango a letto, e la mano mi scende sulla pancia e poi più giù, fino al ciuffo di peli morbidi tra le gambe. La punta di un dito accarezza dolcemente il fiore piccolo e sensibilissimo che sporge sopra le labbra. Provo una scossa elettrica. Sotto le mie carezze, lo sento prendere vita, diventare duro, implorare la mia attenzione, e una sensazione gradevole si diffonde in tutto il corpo.
Nella mia mente fluttua l’immagine di quel fallo pulsante, con la sua allettante piccola protuberanza posta proprio nella posizione giusta, e dei quadri visti ieri sera. Deglutisco, e inspiro profondamente. Il mio inguine è caldo, bagnato. Rivedo Mr R in tenuta da tennis, sudato, e poi a torso nudo, con l’asciugamano legato in vita. La punta del mio dito s’immerge più in profondità nel tepore e io avverto un piccolo tremito. Il mio clitoride è rigido, adesso, è scattato sull’attenti, come per esporre ogni terminazione nervosa alla stimolazione.
Devo continuare?
Non sarebbe la prima volta che raggiungo l’orgasmo da sola. I lunghi mesi all’università, lontana da Adam, mi hanno insegnato i vantaggi di questa particolare attività solitaria. Ma, da quella notte, non l’ho più fatto. Non riesco a toccarmi. L’umiliazione di essere stata tradita mi trattiene sulla soglia delle eccitanti fantasticherie che mi permettono di darmi piacere.
Ma adesso? Forse qualcosa è cambiato...
Riporto il dito sul mio sesso gonfio, e questa volta il tremito si trasmette anche alle gambe e ai seni. Il mio corpo lo vuole, m’implora di dargli sfogo. Continuo a muovere il dito, col respiro un po’ affannoso.
E poi accade. Rivedo di nuovo quell’immagine odiosa: Adam che si gira a guardarmi, rivelando Hannah sotto di sé. Rivedo la sua pancia molliccia, col ruvido ciuffo scuro sull’inguine, e le gambe aperte di Hannah, col triangolo di peli appiattito e sudato. È l’ennesima volta che mi succede, ma l’orrore è inalterato: rivedo il loro incastro, il membro di lui immerso tra le labbra rosse e bagnate di lei.
Mi sfugge un gemito e l’eccitazione provata fino a un attimo prima si dilegua. Perché cazzo ho dovuto vederli in quel modo? Perché cazzo non riesco a dimenticarlo?
Quell’immagine non smetterà mai di tormentarmi. Il ricordo del loro coito frenetico, animalesco, ha annientato la mia sensualità. La vista del pene di Adam, un tempo il mio tesoro esclusivo, la nostra gioia condivisa, sprofondato nel corpo di Hannah ha fatto avvizzire il mio desiderio.
Mi sfioro di nuovo il clitoride, che freme, speranzoso. Ma non c’è verso. La mia carne ne avrebbe voglia, ma lo spirito è spento. Mi alzo in fretta e lavo via tutta quell’eccitazione febbrile sotto la doccia.
Non sono riuscita a soddisfare il disperato bisogno di orgasmo del mio corpo, eppure la sensazione d’indolenza non mi ha lasciato. Mi ero prefissa una giornata attiva e proficua, zeppa di visite ai musei e alle gallerie d’arte, pranzando al sacco per non spendere troppo nelle trappole per turisti, e indossando abiti comodi e scarpe da tennis. Ma, a dispetto di tanti bei programmi, non sono proprio dell’umore giusto. Per la verità, la mia immaginazione continua a tornare ai grandi magazzini di Oxford Street. Al mio arrivo in città, appena pochi giorni fa, l’imbarazzo mi avrebbe impedito di entrarci da sola, ma oggi mi sento diversa.
Chiacchiero con De Havilland preparando il caffè e i cereali. Per tutta risposta, lui raggiunge un tiragraffi che Celia ha montato sull’anta di un armadietto e si diverte a farlo a brandelli. Forse la mia conversazione lo annoia, però io non mi do per vinta.
«Credi che Londra mi stia restituendo il coraggio?» gli domando, mentre lui affonda gli artigli nel pannello. «Non ci crederai, ma un tempo ero piuttosto audace. All’università non conoscevo nessuno, e alla fine mi sono fatta un mucchio di amici.»
Penso con nostalgia a Laura, la mia migliore amica del college. Adesso è in viaggio in Sud America, per godersi gli ultimi mesi di libertà prima di cominciare a lavorare per una società di management londinese. Ha promesso di scrivermi dagli Internet café, ma è da un po’ che non controllo la posta elettronica. E, cosa ancora più strana, non mi è nemmeno venuto in mente. Di solito vivo incollata al portatile, navigando in rete, aggiornandomi sulle novità degli amici e sugli ultimi pettegolezzi. In casa di Celia, invece, ho dimenticato il computer in camera, ancora chiuso nella sua borsa.
Oggi proverò a connettermi dall’appartamento e, se non ci riesco, andrò in un locale. Ormai il Wi-Fi ce l’hanno tutti.
Mentre mi vesto, mi domando come reagirebbe Laura alla notizia che la mia relazione è finita. Si dimostrerebbe solidale e comprensiva, ma so che sotto sotto ne sarebbe contenta.
L’unica volta in cui Adam era venuto a trovarmi al college, Laura aveva cercato di farselo piacere, e tuttavia la buona volontà non era bastata. Mentre parlavano, le leggevo negli occhi un’irritazione crescente. In seguito, commentando la serata, aveva fatto del suo meglio per trattenersi, ma poi era sbottata: «Beth, ma non lo trovi... diciamo un pochino... noioso? Insomma, ha parlato solo di se stesso. Di te non ha detto una parola».
Io l’avevo difeso, naturalmente. D’accordo, a volte era un po’ egocentrico e fanfarone, però mi amava, di questo ero certa.
«E invece io temo che non ti ami abbastanza. Ti dà per scontata», aveva risposto lei, con un’espressione preoccupata. «Secondo me non ti merita, Beth, tutto qui. Però, se davvero ti rende felice, allora non ho obiezioni.» Da lì in poi aveva tenuto per sé la propria opinione su Adam ma, quando uno studente del terzo anno di legge aveva dimostrato un certo interesse per me, mi aveva spronato a frequentarlo, tanto per vedere come sarebbe andata.
Io naturalmente non le avevo dato retta. Ero fidanzata.
Pensare a Laura mi ha messo voglia di compagnia. Ho passato troppi giorni da sola, e sento il bisogno di un contatto umano. All’improvviso, prende forma un diverso progetto per la giornata. I musei possono aspettare.
«Oh, le sta benissimo, davvero un incanto!»
Senz’altro la commessa lo dice a tutte – non esiste cliente che non stia un incanto con gli abiti del negozio –, eppure il suo sguardo sembra sincero.
E, guardandomi allo specchio, devo riconoscerlo: quest’abito sembra fatto apposta per me. Appeso alla gruccia non sembrava granché, un semplice tubino nero, ma indossato ha preso vita, mettendo in risalto il seno e cadendo alla perfezione sui fianchi, per terminare sopra le ginocchia. Il tessuto è misto seta, aderente e impalpabile allo stesso tempo, vagamente lucido.
«Deve comprarlo», sussurra la commessa, da dietro le mie spalle. «Dico sul serio, è un amore.» Sorride al mio riflesso. «È per un’occasione speciale?»
«Stasera ho una festa», mento.
«Stasera?» Sgrana gli occhi. L’idea di una ragazza che acquista un abito nuovo il giorno stesso di una festa sembra nascondere un retroscena interessante. «Che ne dice, si concede una giornata di restyling?»
Resto a fissarmi allo specchio. L’abito è davvero splendido. Mi fa sentire diversa, sexy e sofisticata. Ma il pallore del mio viso e i capelli in disordine smorzano l’effetto. E poi mi mancano le scarpe giuste. Una giornata di restyling sembra una buona idea. Quanto potrebbe costare?
Sono sempre stata una persona parsimoniosa, attenta alle spese. Non mi piace scialacquare denaro, e non ho mai fatto shopping solo per il gusto di farlo. Anzi, diversamente da quasi tutte le mie compagne di università, al momento della laurea non avevo debiti da saldare a parte il prestito per la retta, e ho ancora un sostanzioso gruzzolo da parte.
Perché non godersi un po’ la vita? Lasciati andare, per una volta, insiste una vocina nella mia testa.
«Forse», rispondo alla commessa, esitando.
Lei batte le mani, entusiasta. Dev’essere un’esperta in questo genere di cose. «Oooh, lasci che la aiuti. Tanto per cominciare, deve comprare il vestito. Dico sul serio. Le sta benissimo. Può affidarlo a me, glielo tengo da parte. E poi qui trova tutto ciò che le serve: sauna, trattamenti...»
«Adesso non esageriamo», mi affretto a interromperla, ma lei non si lascia distogliere.
«... parrucchiere, manicure...» Le brillano gli occhi alla prospettiva di plasmare il mio corpo imperfetto affinché sia all’altezza del vestito. Poi una punta d’ansia le vela lo sguardo. «Solo non vorrei che fossero già prenotati per la giornata. Posso fare qualche telefonata, ho le mie conoscenze.»
Senza darmi il tempo di fermarla, si precipita al bancone e afferra il cordless. A gesti, cerco di farle capire che non voglio trattamenti di bellezza, ma lei liquida le mie obiezioni sventolando una mano, e prenota una maschera per il viso. «Ne sarà soddisfatta, vedrà», dichiara, con sicurezza, e compone un altro numero. «Ha una carnagione magnifica, ma mi è sembrata un po’ secca. Non mette una crema idratante? Dovrebbe. Ne conosco una favolosa, un vero toccasana.» Non riesco nemmeno ad aprire bocca, e lei è già in linea con la parrucchiera, intenta a fissare l’orario per taglio e piega; poi mi lancia un’occhiata e aggiunge: «Anche i colpi di sole, Tessa, se hai tempo».
Alla fine mi ritrovo con una sfilza di appuntamenti, il primo dei quali tra pochi minuti.
La mia consulente è decisamente nel suo elemento, e ci sguazza. Chiama una collega per rimpiazzarla alla cassa e mi accompagna al pianterreno, dove si trovano i vari saloni. Ha un atteggiamento così cordiale che mi lascio contagiare dal suo entusiasmo e, quando vengo affidata a Rhoda, nel centro di bellezza, delego a lei il controllo sul resto della giornata. In un attimo, mi ritrovo sul lettino, e Rhoda mi massaggia la faccia, spalmandoci una sorta di argilla, appoggiandomi sugli occhi dischetti rinfrescanti, e poi mi lascia sola per un po’. È un’esperienza sorprendentemente rilassante. Avevo sempre dato per scontato che questo genere di cose si addicesse alle altre, non a me ma, quando le dita delicate dell’estetista cominciano a togliermi la maschera e ad applicarmi unguenti e creme sulla pelle, mi viene da pensare: Perché no?
«Ecco fatto», dice Rhoda, consegnandomi una manciata di campioncini. «È uno splendore.»
Alla cassa – il trattamento non è precisamente gratuito, nonostante le conoscenze della commessa – m’intravedo di scorcio in uno specchio, e sembro davvero radiosa. O forse è la mia immaginazione. Comunque, che differenza fa? Io mi sento benissimo.
«La aspettano al piano di sopra. Per i capelli», m’informa Rhoda.
Un breve tragitto in ascensore e, come d’incanto, eccomi su una poltrona alta, con una mantellina nera chiusa al collo, e un mucchio di riviste tra cui scegliere. Un ragazzo magro, con una T-shirt nera e un improbabile ciuffo biondo sulla fronte, mi consiglia varie soluzioni. In passato avevo fatto qualche esperimento con stili e tinte ma, negli ultimi mesi, mi sono lasciata andare. Di conseguenza, adesso mi ritrovo con varie gradazioni di colore, dal paglia delle punte al grigio topo delle radici, e un taglio ormai irriconoscibile tanto è stato trascurato.
Cedric prende il timone. Con consumata perizia, mescola la tinta nei piccoli contenitori e la spalma sulle ciocche, poi le avvolge nella carta stagnola e infine mi lascia a distrarmi con una rivista, sotto una rotante luce al neon. Mezz’ora dopo, mi consegna a una ragazza che mi massaggia lo scalpo con dita magnificamente morbide, sciacquando via ogni traccia di sostanze chimiche e applicando al loro posto un prodotto che profuma di noce di cocco, e mi lascia i capelli soffici e lucidi.
Cedric ricompare, armato di forbici. Chiacchiera del più e del meno mentre solleva lunghe ciocche col pettine, sforbiciando le punte con le lunghe lame affilate. Io mi guardo allo specchio, domandandomi come emergerò a fine taglio. Lasciate le forbici, Cedric mi spruzza qualcosa in testa, afferra il phon, e domanda: «A quanto glamour vogliamo puntare?»
Io mi guardo e rispondo: «Il massimo».
Nella mia immaginazione, stasera strapperò un invito a cena a Mr R. Gli farò dimenticare la donna che gli ho visto accanto. Non appena mi vedrà, resterà a bocca aperta, incredulo. «Ma sei davvero la ragazzina dell’appartamento di fronte, quello al quinto piano? Sei... sei...»
Sono persa nelle mie fantasticherie, assordata dal ruggito del phon che mi brucia la punta delle orecchie e mi ustiona lo scalpo. Cedric ha in mano una spazzola rotonda e rigida, arrotola le ciocche e le stira energicamente sotto il getto d’aria calda, poi, con uno scatto del polso, le tramuta in boccoli morbidi. Quando finisce, il mio viso è incorniciato da un’aureola vaporosa e dorata. Lui si spruzza uno spray sui palmi, strofina le mani e poi me le infila tra i capelli, spalmando il prodotto per ammorbidire i ricci. Il taglio è un caschetto lungo, con la riga di lato e la frangia che ricade seducente su un occhio. La tinta ha un color oro profondo e luminoso.
«Le piace?» domanda Cedric, facendo un passo indietro, con la testa inclinata mentre scruta la sua opera con sguardo critico.
«È... splendido», rispondo, con la voce un po’ soffocata. All’improvviso ripenso al mio viso riflesso nello specchio della mia camera, dopo una crisi di pianto per Adam: coi capelli spenti, con gli occhi gonfi e arrossati, la pelle smorta e l’espressione smunta. Ora quella ragazza sembra lontana mille miglia, ed è un sollievo essermene liberata.
Cedric sorride. «Ne sono felice, cara. È stato un piacere aver fatto emergere la sua bellezza. E ora... via, al pianterreno. A quanto sento, la aspettano per una seduta di trucco e manicure.»
Non m’importa quanto verrà a costare, penso, consegnando con abbandono la carta di credito alla cassa. Sono tutti così gentili con me. Ben oltre il dovere professionale. È semplicemente fantastico.
Quando le porte dell’ascensore si aprono al pianterreno, mi sento una regina. Un’addetta è venuta ad accogliermi per accompagnarmi alla postazione di trucco che mi è stata assegnata. Dopodiché ha inizio un’esperienza completamente inedita. L’estetista, una ragazza giovane – se pur invecchiata dal camice del salone di bellezza e dall’obbligatorio strato di cerone –, si mette all’opera. Mi spalma la crema idratante e mi spruzza un fluido ionizzato, poi comincia a stendere lozioni colorate, fondotinta e correttore. Per tutto il tempo, non smette un istante di complimentarsi con me per la mia carnagione, per gli occhi, le ciglia, le labbra. A sentire lei, devo essere la donna più bella del mondo; a dispetto del mio ragionevole scetticismo, però, mi sento davvero lusingata.
Applica varie sfumature di ombretto sulle palpebre, poi si occupa di sopracciglia, ciglia, zigomi e labbra, per dare luce al viso e aggiungere quelli che definisce «punti di colore». Infine, dopo avermi dipinto a dovere, arretra di un passo, soddisfatta, e mi consegna uno specchio.
Resto senza fiato. È il loro mestiere, ripeto a me stessa. Serve per convincerti a comprare i loro prodotti. Sono artisti del make-up.
E, tuttavia, la metamorfosi è innegabile. L’azzurro degli occhi risalta molto più di quanto io sia mai riuscita a ottenere col solito kajal, le ciglia sono lunghe e ricurve, con appena un tocco di glitter. Le guance irradiano un rosa dorato e le labbra sembrano umide, di un invitante rosso ciliegia. Sembro appena uscita dalla copertina di una rivista.
Compro una generosa scorta di tutti i prodotti che mi hanno applicato al viso, senz’altro vittima della trappola ben congegnata, e poi vengo affidata a una vivace ragazzina che, nel laccarmi le unghie rosso fuoco, mi confida, con un marcato accento dell’East End, tutti i suoi guai col fidanzato. A dire la verità, la ascolto distrattamente. Sto pensando a Mr R, e sogno a occhi aperti di entrare in un ristorante per raggiungerlo al tavolo. Lui si alza, e sgrana gli occhi, sbalordito e, quando mi avvicino, non resiste alla tentazione di prendermi tra le braccia e...
«Ecco fatto!» annuncia la manicure, entusiasta. «Mi raccomando, lasci lo smalto ad asciugare per una ventina di minuti, tanto per sicurezza, okay?»
Resta un’ultima missione da compiere prima di affrontare il mondo. Devo comprarmi un paio di scarpe adatte al vestito nero. A furia di strisciare la carta di credito ho l’impressione che scotti, ma ormai è tardi per tirarsi indietro. Un’incursione al reparto calzature mi frutta un paio di sandali neri, col tacco alto e con la punta, e infine torno al punto di partenza, dalla mia prima consulente.
«Oh!» esclama lei, giungendo le mani. «Sta... da Dio! Addirittura al di là delle mie aspettative. Giuro, sembra un’altra!»
Ha ragione. Me ne accorgo persino io. Quando poi provo il vestito insieme con le scarpe, con la nuova pettinatura e il make-up... be’, la mia sicurezza sfiora vette record. Forse esiste davvero una vita dopo Adam. E, chissà, magari, in questa nuova veste, potrei convincere un uomo a volermi, desiderarmi... Non Mr R, naturalmente, lui è soltanto un sogno, ma un altro forse sì.
«Grazie», le dico, con assoluta sincerità. «Il suo aiuto è stato impagabile. Le sono davvero grata.»
«Non dica sciocchezze. Meritava di viziarsi un po’.» Poi si china verso di me, con un sorrisetto complice. «E adesso forza, vada alla sua festa, e li metta KO!»
Quando esco dai grandi magazzini, ho l’impressione che tutti mi guardino, ammirando il mio abito e la nuova acconciatura. Tre giorni fa, sono arrivata a Londra sudata e trasandata, e adesso invece... Persino Celia sarebbe orgogliosa di me.
M’imbatto in una piazzetta appartata, lontano dalla strada principale, e decido di concedermi qualcosa da mangiare in un ristorante. La trasformazione mi ha tenuto impegnata ben oltre l’ora di pranzo e adesso ho così fame che non m’importa di sedermi da sola al tavolo. Gustando un delizioso piatto di pasta, mi torna in mente quanto mi spaventava, all’inizio della vacanza, l’idea di fare una cosa del genere. E invece eccomi qui, a pranzare per mio conto come se niente fosse. Nessuno ha fatto irruzione nel locale, a domandarmi come osassi presentarmi in pubblico, senza nemmeno un accompagnatore. Il cameriere non mi ha snobbato, rifiutandosi di accettare l’ordinazione. Anzi mi ha trattato con una certa deferenza, un atteggiamento piuttosto lusinghiero.
Quando esco dal ristorante è già tardo pomeriggio, ma ancora non ho voglia di rincasare. M’incammino verso nord, tornando nel quartiere elegante dove ho fatto la spesa il primo giorno. Naturalmente non ho appuntamento con Mr R, quell’invito esiste soltanto nella mia immaginazione, ma non mi sento ancora pronta a svegliarmi dal sogno. Ed è proprio questo strano umore a farmi arrestare sui miei passi, alla vista di un cartoncino affisso a una vetrina. Oltre il vetro, si estende una spaziosa galleria d’arte, col pavimento in parquet chiaro e con ampie tele appese alle pareti intonacate di bianco. L’ambiente ha attirato la mia attenzione perché durante gli studi universitari ho approfondito lo sviluppo dell’Espressionismo tra le due guerre, e i quadri esposti qui sembrano appartenere precisamente a quel periodo.
Il cartoncino in vetrina è scritto a mano, in un’elegante calligrafia ordinata:
Cercasi assistente qualificata per incarico temporaneo.
Per informazioni chiedere all’interno della galleria.
Resto impalata a fissarlo, intravedendo il mio riflesso sul vetro. Quand’ero partita, mi era passato per la testa il vago progetto di trovarmi un lavoro estivo, per tenermi occupata e per cercare di costruirmi una nuova vita. Dopotutto non posso continuare a fare la cameriera nella caffetteria del mio paesino e, dopo la laurea, molti miei amici si sono già trasferiti qui, in cerca di un futuro diverso, perciò mi sembra sensato seguirne l’esempio. Mi viene il dubbio di avere perso il treno non organizzandomi prima, ma forse non è troppo tardi. Laura mi aveva chiesto di andare a vivere con lei a Londra, condividendo un appartamento o una casetta ma, senza un lavoro, non sarei riuscita a pagare l’affitto, e comunque volevo restare con Adam.
All’interno della galleria vedo muoversi qualcuno: un uomo alto e magro, con gli zigomi pronunciati e il naso aquilino, con indosso un completo scuro. È a metà della sala, vicino a una scrivania, e sembra molto indaffarato. Mi avrà visto?
Decido di lasciar perdere e andarmene per la mia strada, quando un pensiero mi ferma. Sono elegante e curata come mai in vita mia. Se il mio nuovo look non riesce a conquistare un datore di lavoro, tanto vale rassegnarmi per sempre. Così, quasi senza rendermene conto, apro la porta e mi dirigo a passi decisi verso il tizio, facendo ticchettare i tacchi sul parquet. Lui si gira a guardarmi. Ha una chierica di capelli biondo cenere, rasata quasi a zero; gli occhi grigi sono racchiusi tra palpebre pesanti e, sotto il naso prominente, le labbra sono sottili, il mento deciso. Indossa un paio di occhiali con la montatura in metallo dorato, talmente discreta da risultare quasi invisibile. Le mani sono molto aggraziate, e l’insieme comunica un’aura di eleganza e cultura.
Non apre bocca, limitandosi a inarcare un sopracciglio in un’espressione interrogativa.
«Ho visto il cartoncino in vetrina», esordisco, in tono risoluto. «L’offerta è ancora valida? Forse potrei essere la persona giusta.»
Il suo sguardo mi soppesa con discrezione, scorrendo rapido sull’abito, sulle scarpe, sul trucco. «Sì, il posto è ancora libero, ma più tardi ho fissato alcuni colloqui.» Mi rivolge un sorriso educato eppure distante. «Purtroppo cerchiamo una persona che abbia esperienza.»
È evidente che non mi considera all’altezza. Mi viene il sospetto che il nuovo look sia risultato controproducente, dandogli l’impressione di avere a che fare con una bionda scema, troppo fissata coi rossetti per capirci qualcosa di arte. Il pregiudizio m’infastidisce. Possibile che ancora oggi i maschi si permettano di giudicare una donna solo dal suo aspetto? Dopotutto le sorprese possono presentarsi in confezioni diverse.
Sento riaccendersi un barlume della spavalderia di un tempo. «Se il problema è l’esperienza, io ho trascorso anni a diretto contatto con la clientela, in un esercizio commerciale.» Ho un po’ indorato il mio lavoro di cameriera, ma è pur vero che il locale aveva anche qualche articolo in vendita: uno scombinato assortimento di porcellane antiche, qualche cartolina, quindi la mia non è proprio una bugia. «Se invece si riferiva alla conoscenza dell’argomento, sono laureata in storia dell’arte, con una specializzazione sui movimenti Fauvisti e Cubisti precedenti il primo conflitto mondiale, e sulla loro evoluzione nel dopoguerra, con la proliferazione di Espressionisti e Modernisti. Dalle tele in mostra qui, mi sembra di capire che anche voi vi occupiate delle stesse correnti. L’autore di questa personale ha evidentemente subito l’influenza post-Espressionista del gruppo Bloomsbury; trovo magnifici la semplicità dei soggetti, i toni sfumati, l’apparente ingenuità dei colori pastello. Quella natura morta, con la seggiola e il vaso di fiori, potrebbe passare tranquillamente per un Duncan Grant.»
Il titolare della galleria mi fissa, poi gli spunta un sorrisetto agli angoli delle labbra sottili, e infine scoppia a ridere. «Be’, l’entusiasmo non le manca, devo riconoscerlo. Laureata in storia dell’arte, dunque? È un’ottima qualifica. Si accomodi, facciamo due chiacchiere. Posso offrirle un caffè, o una tazza di tè?»
«Volentieri, grazie.» Gli rivolgo un sorriso radioso, e prendo posto sulla sedia che mi ha indicato.
Da quel momento in poi, fila tutto liscio. Lui ha modi affabili, e il suo garbo e le ottime maniere mi mettono così a mio agio che non ho affatto l’impressione di stare sostenendo un colloquio di lavoro. Sembra piuttosto una conversazione amichevole con un professore gentile, salvo che nessuno dei miei vecchi docenti poteva rivaleggiare col suo stile. Mi propone di darci del tu, ed è bravissimo a carpirmi informazioni senza quasi che me ne accorga, tanto che gli racconto tutto sui miei studi, sulla vita all’università, sui miei pittori preferiti, e il motivo per cui mi sono interessata all’arte, per quanto sia una frana nel disegno e nella pittura.
«Il mondo ha bisogno di persone che si occupino d’arte quanto di artisti che la creano», commenta lui. «Il teatro, per esempio, non è fatto solo di attori e registi. Servono gli agenti, i produttori, gli impresari e i finanziatori affinché l’ingranaggio si metta in moto. I libri non esistono solo grazie agli autori, ma anche grazie al lavoro degli editori e dei redattori, e di tutti i commessi e i proprietari di librerie che amano il loro mestiere. Ciò vale anche per la pittura. Non serve saper dipingere come Renoir per apprezzarne le tele, né per svolgere il compito essenziale e delicatissimo di promuovere gli artisti, acquistando e vendendo le loro opere.»
Alla prospettiva di fare carriera nel mondo dell’arte, provo un brivido di entusiasmo.
Lui deve averlo notato, perché mi scruta da sopra le lenti degli occhiali e dice, non senza gentilezza: «Di contro, la concorrenza in quest’ambiente è agguerritissima. La cosa più difficile è proprio il debutto. Al mio annuncio in vetrina hanno già risposto dozzine di candidati, tutti consapevoli che si tratta di un’ottima opportunità per fare esperienza».
Il mio entusiasmo dev’essersi sgonfiato visibilmente.
Lui sorride, e aggiunge: «Tu però mi piaci, Beth. Si vede benissimo che ami l’argomento, e lo conosci a fondo. Per la verità, un docente del tuo corso è un mio vecchio amico, quindi so per certo che la tua preparazione è solida. Ho ancora parecchi altri colloqui da sbrigare, ma posso garantirti che non dimenticherò la nostra chiacchierata». Per un momento, la sua espressione si fa seria. «E, comunque vada, devo ribadire che si tratta di un lavoro temporaneo. Il mio assistente si è dovuto sottoporre a un intervento e resterà in malattia parecchie settimane ma, non appena sarà guarito, riprenderà il suo lavoro.»
Annuisco. «Intesi.» Non gli confido che anche il mio soggiorno a Londra è temporaneo. Lo farò solo nell’improbabile eventualità di ottenere il posto.
Lui mi consegna un biglietto da visita color avorio, stampato in rilievo con un elegante corsivo blu scuro:
James McAndrew
Riding House Gallery
Sotto sono indicati gli estremi per contattarlo, e io ricambio dettandogli il mio numero di cellulare e l’indirizzo e-mail, che lui trascrive su un bloc-notes, in una calligrafia che lo rispecchia alla perfezione: misurata, elegante, un filo antiquata.
«Mi farò vivo», dice infine, rivolgendomi un altro dei suoi sorrisi, e io mi ritrovo per strada, letteralmente euforica.
Passando davanti alle vetrine, sorrido al mio riflesso sul vetro. Non mi sono ancora abituata alle onde morbide dell’acconciatura bionda, e alle curve messe in risalto dall’abito nero. Anche se non otterrò l’impiego, sono comunque contenta di avere trovato il coraggio di presentarmi, e di avercela messa tutta. Decido che, in ogni caso, tornerò a far visita a James, per chiedere il suo consiglio su come muovermi se volessi davvero lavorare nel settore.
Do un’occhiata all’orologio, sorprendendomi di quanto s’è fatto tardi, e mi avvio verso casa. Incredibile come vola il tempo, tra shopping e restyling.
L’appartamento di fronte è al buio. Resto a fissarlo per un momento, sperando che di colpo si accendano le luci per rivelare Mr R. Provo un bisogno disperato di vederlo. Il pensiero di lui mi è frullato in testa per tutto il giorno, come se questa volta fosse stato lui a seguirmi e spiarmi in segreto. Stasera mi sento pronta ad affrontarlo in modo diverso. Prima ancora di entrare in salotto a verificare cosa succede in casa sua, mi ero rinfrescata il trucco, ravviata i capelli con le dita, stirato l’abito sui fianchi con le mani. Mi sentivo sofisticata e sexy, come se mi fossi avvicinata di un passo alla perfezione della sua fidanzata.
E credi che lui se ne accorga? Povera illusa!
Dopo tanti preparativi, le luci spente sono una delusione ancora più cocente, e la situazione resta immutata per tutta la mia cena solitaria. C’è qualcosa di deprimente nella vista di un appartamento vuoto, sprofondato in un sonno senza sogni, in attesa che qualcuno lo risvegli. Niente ha significato se non c’è nessuno a guardarlo, usarlo, viverlo. De Havilland si è offeso perché non gli ho permesso di addormentarsi sulle mie ginocchia, ma non voglio che mi riempia di peli l’abito nuovo. Imbronciato, si accoccola sul divano, girandomi di proposito le spalle per snobbarmi.
Poi un piano, che nel corso della giornata ha preso lentamente forma nel mio inconscio, affiora di colpo alla coscienza.