Beth Villiers, spia internazionale.
No, meglio ancora: Beth Villiers, la Mata Hari di Mayfair.
Mi viene da ridere. Sono uscita di nuovo, e cammino decisa sui tacchi alti. A rigor di logica, dovrei avere i piedi doloranti, eppure non è così. Ho rimesso l’impermeabile di Celia e mi esercito nelle battute, recitandole mentalmente.
Ma pensa, che coincidenza! Sì, ho appuntamento con un amico, si chiama James. James McAndrew. Ha una galleria d’arte e mi ha invitato qui a bere qualcosa. Non capisco proprio perché tardi tanto. Vuoi offrirmi un drink? Grazie, accetto molto volentieri. Quest’abito? Mi sta bene, dici? Sei molto gentile...
Sto sognando l’incontro perfetto con Mr R quando avvisto le luci di Soho. Ho ricordato la strada senza esitazioni. Anzi ho ripercorso esattamente gli stessi passi, imbattendomi nelle medesime vetrine, persino riconoscendo il volto di qualche passante. Dev’essere per questo che la polizia organizza ricostruzioni simulate subito dopo un crimine, prima che i dettagli sfumino dalla memoria.
Imbocco la stradina buia e discreta, fiancheggiata dai palazzi in stile Reggenza. Strano posto dove aprire un bar. Impossibile capitarci senza conoscerlo, nascosto com’è. Non attira certo la gente di passaggio.
Al cancelletto, inspiro profondamente, armandomi della sicurezza ritrovata oggi. Posso farcela. Coglierò l’attimo, senza inibizioni.
Scendo i gradini, e i miei tacchi risuonano con più decisione di quanta non ne provi in realtà. Arrivata in fondo, intravedo qualcosa dalle finestre, ma all’interno la luce è troppo soffusa per distinguere i dettagli. Ci sono persone sedute ai tavoli, illuminati dalle candele, altre invece si avvicendano per la sala. Guardo la porta d’ingresso. È nera come la pece, e l’insegna è dipinta in caratteri bianchi:
ASYLUM
Ormai è tardi per tirarsi indietro. Speriamo di non trovarci davvero una bolgia di matti.
La mano trema impercettibilmente quando abbasso la maniglia. La porta non è chiusa a chiave, e si apre piano, cigolando, mostrando una piccola anticamera. Una lanterna a forma di stella pende da una catena, diffondendo una luce smorzata. Da una cornice appesa alla parete, un avvertimento:
LASCIATE OGNI SPERANZA VOI CHE ENTRATE
Ma che razza di locale è questo? Varco la soglia, avanzo di qualche passo. Nessuno mi sbarra la strada. Di fianco a me c’è un tavolo con un registro rilegato in pelle, accanto a una penna con lo stelo d’argento e il pennino infilato in un calamaio vecchio stile. Di fianco, una cassettina di metallo nero porta impressa la scritta ASYLUM in lettere dorate.
Mi dirigo con cautela verso il bar e mi fermo all’entrata, battendo le palpebre per abituarmi alla penombra. Ai tavoli siedono avventori in abiti eleganti e dall’aria sofisticata, si sente il brusio di conversazioni sommesse. Le fiammelle delle candele accendono riflessi su calici di vino, flûte e bicchieri da cocktail, ma il mio sguardo è calamitato verso la parete opposta, dove intravedo una schiera di gabbie, appese al soffitto con una catena. Ciascuna è occupata da una persona.
Dev’essere un’allucinazione.
In una c’è una donna in mutandine e reggiseno neri, coi polsi ammanettati a una lunga catena. Indossa sandali alla schiava, alti fino al ginocchio e coi tacchi a spillo. Il volto è semicoperto da una maschera rilucente di borchie, e i capelli sono raccolti in uno chignon severo. Stringendo le sbarre, la donna oscilla con movimenti sensuali e felini. I suoi compagni di prigionia sono simili a lei: donne seminude, incatenate, col volto nascosto dalle maschere. C’è un unico uomo, coperto soltanto da un minuscolo paio di slip di pelle. Porta un collare pieno di punte, fissato con la catena al soffitto della gabbia, e tiene lo sguardo puntato sul pavimento.
Sono ancora impalata a contemplare la scena quando un uomo con un completo elegante si avvicina alla prima gabbia. La ragazza all’interno si alza, mostrandosi a lui. L’uomo si sporge a sussurrarle qualcosa all’orecchio, e lei china la testa, poi si getta in ginocchio. Lui bisbiglia qualche altra parola, e lei fa un impercettibile cenno di assenso. Un attimo dopo, l’uomo apre la gabbia e fa uscire la ragazza, tirandola per la catena fissata ai polsi. Senza opporre resistenza, lei lo segue attraverso i tavoli.
Che diavolo succede? Sono finita in un bordello? Possibile che Mr R abbia davvero invitato la sua fidanzata in un posto simile?
«Cosa ci fai qui? Chi sei?»
La voce è tagliente, aggressiva. Io sobbalzo, e girandomi mi trovo davanti a un uomo. A prima vista non ha nulla d’insolito – altezza media, vestito di nero –, ma mi terrorizza. Ha la testa completamente rasata, con un tatuaggio tribale che gli copre il cranio e mezza faccia. L’effetto è inquietante. Mi punta addosso uno sguardo di brace, furibondo e minaccioso. Ha le iridi così chiare da sembrare quasi bianche.
«Come sei entrata?» domanda.
Qualche avventore mi lancia un’occhiata, ma in gran parte restano indifferenti, non sembrano interessati a quanto sta accadendo all’ingresso. Forse ci sono abituati.
«Io... io... ho trovato aperto...» farfuglio, arrossendo. Mi tremano di nuovo le mani. «Credevo che...»
«Questo è un club privato, riservato ai soci», sibila lui. «A te è vietato l’ingresso. Quindi levati di torno, e non osare più ficcare il naso in cose che non ti riguardano.»
Il disprezzo nei suoi occhi è incandescente. Mi fa sentire una bambina disobbediente, umiliata davanti a tutti, schiacciata sotto il peso della sua autorità.
«Mi hai sentito?» aggiunge, sempre con quel tono basso e malevolo. «Vattene subito, o ti butto fuori con le mie mani.»
Non so come, trovo la forza di muovermi. Supero quel cerbero, attraverso la piccola anticamera e infilo la porta. Mentre salgo i gradini, ho le lacrime agli occhi, e l’orrore di essere stata respinta in quel modo mi fa tremare tutto il corpo. A che scopo impegnarmi tanto? Come ho potuto pensare di potermi inserire in questa orribile città? Perché ho sperperato tanti soldi, mascherandomi da donna, quando invece sono solo una ragazzetta sciocca?
Sono proprio un caso disperato. Adam ha fatto bene a scaricarmi. Non sarò mai la persona che sognavo di diventare. Sulla strada, sotto l’alone del lampione, scoppio in un pianto a dirotto. Per fortuna la via è quasi deserta, penso, frugando le tasche del trench nell’inutile ricerca di un fazzoletto, col viso bagnato di lacrime. Tiro su col naso, e mi asciugo gli occhi col dorso della mano. Due frasi brusche da parte di uno sconosciuto e rieccomi al punto di partenza, a frignare come una scema, sentendomi più sola che mai.
«Ehi, stai bene?»
Alzo gli occhi, ma sono annebbiati dalle lacrime. La voce però mi è sembrata familiare. Ho l’impressione di averla già sentita da qualche parte...
«Posso aiutarti? Ti sei persa?»
Poi di colpo lo vedo, col volto illuminato dal lampione, e con uno sguardo carico di sincera preoccupazione. Nell’istante in cui lo riconosco, il mio stomaco fa una capriola e sprofonda sotto le scarpe, mentre lui sorride, tra il divertito e il perplesso. «Ehi, ma sei la ragazza dell’appartamento di Celia. Cosa diamine ci fai qui?»
«Io... io...» Sbatto le palpebre. Lui è così vicino che m’impedisce di ragionare. Riesco a pensare soltanto alla bellezza dei suoi occhi, al tratto deciso delle sopracciglia scure, alla perfezione della bocca... Come ci si deve sentire, baciate da quelle labbra, sfiorate da un volto simile? Avrei voglia di allungare una mano, per tracciare la linea virile della sua mascella con la punta delle dita, per sentire sulla pelle il solletico della barba appena ispida.
«Ti sei persa?» Sembra davvero preoccupato.
Annuisco, cercando di non tirare su col naso. «Ero uscita a fare una passeggiata...» Oddio, ti prego, non farmi venire il singhiozzo! «Devo essermi allontanata più del previsto.»
«Calmati, adesso.» Un bagliore gli si è acceso negli occhi. «È tutto a posto. Ti accompagno a casa.»
«Ma...» Sto per dire che non deve rinunciare al club per me, ma mi mordo la lingua appena in tempo. «Non hai altri impegni? Non vorrei rovinarti la serata.»
«Non dire sciocchezze», ribatte lui, quasi burbero. «Non intendo lasciarti qui da sola. Ho detto che ti accompagno, fine della discussione.»
Temo di averlo irritato. Prende un cellulare dalla tasca, invia un SMS, poi mi punta di nuovo gli occhi addosso. Lo sguardo è stranamente severo. «Ecco, tutto risolto. Adesso ti riporto indietro.»
Le mie lacrime evaporano quando, ancora incredula, mi rendo conto che sto attraversando le strade di Soho al fianco di Mr R. Ha indosso uno dei suoi impeccabili completi e, ora che me lo trovo vicino, mi accorgo di quanto svetti rispetto al mio metro e settanta. Deve superare il metro e ottanta. Cammina tranquillo, senza allungare la falcata per non costringermi a rincorrerlo, e io mi sento leggera come un palloncino gonfiato a elio. Se non sto attenta rischio di librarmi in aria da un momento all’altro.
Davanti a un fast-food, una folla di giovani turisti intasa il marciapiedi, e lui si fa largo tra la calca, tenendomi una mano sulla schiena. Il tocco delle sue dita mi procura un tale brivido di eccitazione da lasciarmi ammutolita.
«Certo che ne hai fatta di strada», commenta, aggrottando la fronte. «Non hai portato una cartina? Potevi usare il GPS del cellulare.»
Scuoto la testa, mortificata. «Sono proprio una stupida.»
Di nuovo quella scintilla negli occhi. «Già. Non sempre la città è un luogo sicuro.» Poi sembra ammansirsi. «Ma qualcosa mi dice che non sei abituata a Londra.»
«No, infatti. È la mia prima volta.»
«Sul serio? Ma allora come conosci Celia?» Ora il suo sguardo si è addolcito. La rabbia sembra dimenticata.
«È la madrina di mio padre. La conosco da quando sono nata, eppure non siamo molto in confidenza. Non ci vediamo spesso, e non ero mai stata sua ospite. La proposta di badare al suo appartamento è stata un fulmine a ciel sereno.»
«Un’occasione da non perdere.»
Chissà se i passanti ci credono una coppia. Forse lo prendono per il mio fidanzato... no, impossibile. È troppo bello...
Mentre procediamo verso ovest, diretti a Mayfair, lo studio con la coda dell’occhio. Le mani sono splendide: grandi e forti, con le dita lunghe e affusolate. Mi domando che effetto farebbero sulla mia pelle, sulla mia schiena nuda. Il pensiero mi suscita un piccolo fremito. I suoi abiti sembrano molto costosi, ma lui li porta con disinvoltura, senza traccia dell’arroganza che ci si aspetterebbe da un uomo con un fisico simile.
Mi parla di Celia, spiegandomi di averla conosciuta perché i loro appartamenti sono proprio l’uno di fronte all’altro.
Davvero? Ma non mi dire! Io faccio finta di niente, e a lui non sembra venire il sospetto che l’abbia spiato.
«Ha un appartamento incredibile, non trovi?» dice. «Un paio di volte mi ha invitato a bere un caffè. Una donna davvero straordinaria. Così interessante. Racconta certe storie sulla sua carriera!» Scoppia a ridere, scuotendo la testa, e io rido a mia volta. Sembra saperla più lunga lui di mio padre sul conto di Celia, e le allusioni alla sua vita fanno venire voglia anche a me di conoscerla meglio. «Mi piacerebbe davvero essere come lei, alla sua età», prosegue. «È raro invecchiare con tanta grazia, mantenendo intatta la gioia di vivere. Al tempo stesso, mi preoccupo per lei. Per quanto sembri energica, gli anni passano. Celia morirebbe pur di non ammettere di aver bisogno di aiuto, ma io cerco di tenerla d’occhio, con discrezione, casomai le servisse qualcosa.»
Pure altruista, per giunta. Dio, uccidimi adesso.
«Ma sai com’è fatta», dice, in tono divertito. «Settantadue anni, e sembra una ragazzina. Sono certo che se la caverà benissimo. Anzi probabilmente ci seppellirà tutti, e andrà ancora a scalare l’Everest quando noi faticheremo a salire le scale.»
Adesso che ho smesso di piangere, l’atmosfera tra noi si è alleggerita; la rabbia che gli avevo letto negli occhi quando mi ha visto tanto inerme si è dissipata. Ci stiamo avvicinando a Randolph Gardens, e io rallento appena l’andatura, nella speranza di prolungare il nostro tempo insieme. Da un momento all’altro arriveremo a casa, e ciascuno se ne andrà per la sua strada. Vorrei poterlo impedire, per continuare a godere dell’alchimia che mi sembra di avvertire tra noi.
Di colpo lui si ferma e si gira a guardarmi. «Sei qui da sola, giusto?»
Annuisco.
Per un lungo istante, lui mi punta addosso uno sguardo indagatore, poi aggiunge, con dolcezza: «Non ti andrebbe di salire da me? Un caffè ti farebbe bene, e non mi va di rimandarti ancora sottosopra in un appartamento vuoto. E poi, finora ho parlato solo io, di te non so ancora niente».
Io potrei ascoltarlo all’infinito. La sua voce è calda e carezzevole, con un timbro profondo, virile. Se mi va di salire? E me lo domandi? Il cuore comincia a battermi più in fretta, e mi riprende il nervosismo. «Grazie», rispondo, con la voce un po’ troppo acuta. «Molto volentieri.»
«Ottimo, allora è deciso. Seguimi.» Mi fa strada sui gradini dell’ingresso, ma all’improvviso si ferma, e si gira.
Io resto pietrificata, temo che abbia cambiato idea.
«Non so nemmeno come ti chiami.»
«Beth. Mi chiamo Beth.»
«Beth. È un bel nome.» Mi rivolge uno dei suoi sorrisi irresistibili. «Io sono Dominic.»
Dopodiché si avvia oltre l’ingresso, e io lo seguo.
Nell’ascensore, siamo così vicini che mi manca il fiato. Non riesco a guardarlo, ma sono intensamente consapevole del suo braccio che sfiora il mio. Basterebbe un movimento impercettibile per finire incollati.
E se l’ascensore si guastasse? Se restassimo intrappolati qui dentro? Subito immagino la scena: la sua bocca avida sulla mia, le sue braccia che mi stringono... Oddio. Il solo pensiero mi ha acceso i fuochi d’artificio nella pancia. Gli lancio un’occhiata di nascosto, da sotto le ciglia abbassate. Sono quasi certa che anche lui percepisca questo strano magnetismo che c’è tra noi.
Provo quasi sollievo quando, con un piccolo sobbalzo, la cabina si ferma. Riprendo a respirare, mentre lui imbocca il corridoio. È strano trovarsi sul lato opposto del condominio. Ora che siamo al chiuso, lontani dalla strada, la mia timidezza cresce di minuto in minuto. Senza contare la sensazione di straniamento che provo nel trovarmi in un ambiente identico, ma speculare rispetto al palazzo di Celia. Mi sento come Alice attraverso lo specchio, mentre Dominic apre la porta. «Vieni, accomodati. Ah, quasi dimenticavo: non sono un serial killer. Almeno non di giovedì.»
Scoppio a ridere. Nemmeno per un secondo mi era venuto il sospetto di trovarmi in pericolo con lui. È un amico di Celia, non uno sconosciuto qualsiasi, e so persino dove abita. Non corro nessun rischio.
Non appena entro, colgo il mio riflesso nello specchio dell’anticamera, e inorridisco: il mio look sofisticato è ridotto a uno schifo! Le splendide onde e i morbidi ricci dell’acconciatura si sono appiattiti, e i capelli mi pendono senza vita intorno alla faccia. Il trucco è sbiadito, lasciandomi pallida, con gli occhi gonfi e arrossati, e il mascara sbavato. Fantastico. E io che mi credevo sexy.
«Oh», gemo, a voce alta.
«Che c’è?» domanda lui mentre si sfila la giacca, rivelando i muscoli che guizzano sotto la camicia.
«Sono un disastro. Il mascara mi è colato ovunque.»
«Ora ci penso io.» Si avvicina, e poi, lasciandomi interdetta, mi passa delicatamente il pollice sotto gli occhi.
Sussulto. Il suo tocco è caldo, delicato. Mi rendo conto che mi sta fissando, con un’espressione intensa negli occhi. Il pollice si ferma, le dita si appoggiano sulla mia guancia. Forse vuole accarezzarmi, e io non riesco a immaginare niente di più bello. Sbatto le palpebre, inspiro appena, e di colpo lui sembra riscuotersi. Abbassa la mano, e distoglie lo sguardo. «Vado a preparare il caffè.» Poi si dirige in cucina, lasciandomi sola.
Me lo sono immaginato, o anche lui ha provato qualcosa?
«Come lo vuoi il caffè?» domanda, mentre il bollitore si scalda.
«Ehm... con un goccio di latte, senza zucchero, grazie», rispondo, precipitandomi allo specchio, cercando febbrilmente di ravviarmi i capelli con le dita, ma lui è già di ritorno, e devo rinunciare.
«Dammi il soprabito. Non fa un po’ caldo per un trench?» Me lo sfila, però ho l’impressione che si tenga indaffarato di proposito, per non ricascare nella trance di poco fa.
«Io... ehm... sono freddolosa. Soffro gli sbalzi di temperatura.»
Lui mi accompagna in salotto e indica un lungo divano, squadrato e moderno. «Mettiti pure comoda, io vado a occuparmi del caffè.»
Mi avvicino al divano, guardandomi intorno. Ho già visto questa stanza dal mio appartamento, ma dall’interno l’impressione è completamente diversa. Tanto per cominciare, l’ambiente è molto più lussuoso e di classe di quanto non s’intuisse da lontano. D’altronde, un uomo abbastanza ricco da comprare casa in questa zona può anche permettersi di arredarla al meglio. Lo stile è minimalista, i colori predominanti sono il bianco e il grigio, con qualche tocco di nero. Il divano a L, color avorio, con grandi cuscini grigi e bianchi, è posto davanti a un basso tavolino di cristallo, sostenuto da blocchi di granito, e a due eleganti poltrone nere. Sui tavolini accostati al muro, in legno lucidato, sono sistemate grandi lampade di cristallo, col paralume nero, e gli scaffali esibiscono una raffinata collezione di vasi bianchi di varie dimensioni, in coppia o a gruppi di tre, uno strano soprammobile a forma di cupola attraversata da intricate venature nere, e oggetti d’arte tribale. Una maschera d’ebano occupa parte della parete principale, affiancata a un’enorme immagine in bianco e nero che mi sembra una tela astratta finché, avvicinandomi, non mi rendo conto che in realtà si tratta della gigantografia di uno stormo in volo, con le ali e i corpi resi sfocati dalla rapidità del movimento. La tappezzeria è in tessuto, un materiale ruvido, simile a canapa, e la moquette sul pavimento è fitta, color bianco-crema, un privilegio completamente off limits per chiunque abbia bambini o animali domestici. Un grande televisore a schermo piatto è appeso sopra il caminetto, il cui vano è riempito di enormi ceri da chiesa spenti. Accanto alla finestra c’è un carrello da liquori, rifornito di bottiglie.
Mi siedo, sforzandomi di assorbire ogni particolare.
Decisamente la casa di uno scapolo. L’atmosfera è mascolina, ma non in modo opprimente, e ogni dettaglio dà prova di ottimo gusto. Da lui non mi sarei aspettata niente di meno.
Uno strano mobile attira la mia attenzione. Somiglia a uno sgabello, o a un sedile basso, eppure qualcosa non quadra. Ha un ampio schienale curvo, che sembra montato al contrario, e i braccioli non sono uno per lato, ma entrambi dalla stessa parte, a una certa distanza.
Che buffo. Chissà a cosa serve.
Senza volerlo, un’immagine m’invade la mente. Rivedo la scena nel club, la ragazza nella gabbia, che si dondola dietro le sbarre, il bagliore dei suoi occhi, il viso nascosto dalla maschera borchiata. La vedo seguire lo sconosciuto, docile come una puledrina bene addestrata. È là che Dominic ha portato la sua fidanzata. Per la prima volta, ho un dubbio: possibile che mi sia lasciata abbagliare dalla sua bellezza, dalla sua aura e dalla gentilezza che mi ha dimostrato al punto di non avvertire il pericolo in agguato dietro le apparenze?
Ci sto ancora riflettendo quando lui entra in sala, reggendo un vassoio con una caffettiera, una lattiera e due tazze. Lo appoggia sul pianale di cristallo e si siede sul divano, a un cuscino di distanza da me, né scostante né invadente. Mi versa il caffè, aggiunge il latte e mi passa la tazza. «Dunque, parlami di te, Beth. Cosa ti porta a Londra?»
Il mio cuore spezzato; sono in convalescenza, sto per dire, ma mi sembra una confessione troppo intima. Opto per una risposta diversa: «La voglia di nuove esperienze. Sono cresciuta in una cittadina di provincia, e ho sentito il bisogno di allargare i miei orizzonti». Il caffè è caldo e aromatico. Esattamente ciò di cui avevo bisogno. Assaggio un sorso: delizioso.
«Allora sei nel posto giusto», annuisce lui con aria esperta. «Questa è la città più straordinaria del mondo. Non fraintendermi, adoro New York e Parigi, e anche Los Angeles, a dispetto dei suoi detrattori, ma Londra... è davvero unica. E Randolph Gardens è proprio al centro di tutto!» Con un cenno della mano, abbraccia il mondo di là dai vetri, dove le luci di case e palazzi accendono la notte estiva di mille bagliori dorati.
«Sono stata fortunata. Lo devo soltanto a Celia», rispondo, con sincerità.
«Sono certo che anche lei ti sia grata del favore che le stai facendo.» Sorride, e di nuovo avverto quella strana tensione tra noi. Sta flirtando?
È bello averlo così vicino. A questa distanza, la vista delle sue spalle larghe sotto la camicia bianca è ipnotica. Riesco persino a sentire il calore della sua pelle. La forma delle sue labbra mi accelera i battiti, e un tremito di eccitazione si diffonde fino all’inguine. Gesù, speriamo non si accorga dell’effetto che mi fa. Bevo un altro sorso di caffè caldo, cercando di ritrovare la lucidità ma, quando alzo la testa, i suoi occhi neri mi stanno fissando, e riesco a stento a trattenere un sussulto.
«Che te ne pare di Londra finora?»
Cerco di mostrarmi disinvolta, ma qualcosa nel suo magnetismo mi ha riportato alla vecchia Beth imbranata che credevo di essermi lasciata alle spalle. Comincio a raccontargli ciò che ho visto in città, impappinandomi di continuo, sforzandomi di trovare le parole giuste. Vorrei fare colpo con la mia preparazione artistica e l’eloquenza con cui descrivo i luoghi che ho visitato, e invece sembro la solita turista che elenca un itinerario di monumenti. Lui però si comporta in modo impeccabile, facendomi domande interessate, come se pendesse dalle mie labbra. Il che mi rende ancora più impacciata.
«Mi sono innamorata delle miniature alla Wallace Collection, e del ritratto di Madame de Pamplemousse», dichiaro, sforzandomi di dimostrare competenza.
Lui sembra perplesso. «Madame de Pamplemousse?»
«Sì... l’amante di Luigi XV», aggiungo, cogliendo al volo l’occasione di ostentare la mia cultura.
La sua espressione s’illumina. «Ah! Intendi Madame de Pompadour.»
«Certo. Madame de Pompadour.» Un momento di esitazione. «Perché, cos’ho detto?»
«Madame de Pamplemousse.» Scoppia a ridere. «La signora Pompelmo! Geniale!» Ride di gusto, con la testa rovesciata, mettendo in mostra la dentatura perfetta, e a me sembra di sentire echeggiare le sue risate baritonali in tutta la stanza.
Rido anch’io, ma in realtà vorrei seppellirmi dall’imbarazzo. Sono paonazza e, per quanto cerchi di riprendermi, gli occhi mi si riempiono un’altra volta di lacrime. Oh, no. Guai a te se ti rimetti a frignare! Sei ridicola. Ma più mi rimprovero e peggio è. Ho già fatto la figura della scema, manca solo di reagire con un capriccio, come una bambina piccata. Mi trattengo con tutte le mie forze, mordendomi selvaggiamente l’interno della guancia.
Lui si accorge della mia espressione, e smette subito di ridere; persino il sorriso svanisce. «Ehi, non offenderti. Non è successo niente, in realtà ti eri spiegata benissimo. Era divertente, ma non stavo ridendo di te.» Tende una mano, e la appoggia sulla mia.
Nell’istante in cui mi sfiora, accade qualcosa di strano. Il tocco della sua pelle mi trasmette una scossa elettrica, quasi un’ustione. Tremo davanti all’energia che si sprigiona tra noi e, sbalordita, alzo gli occhi, puntandoli nei suoi. È come se ci vedessimo per la prima volta, come se lui potesse leggere dentro di me e io finalmente cogliessi la sua vera natura, nascosta dietro la patina di garbo e di buona educazione.
Dominic sembra sorpreso quanto me, addirittura frastornato, come per un’emozione assolutamente imprevista.
Nella vita di ogni giorno, centinaia di volti ci passano accanto, insinuandosi nella nostra coscienza per poi eclissarsi subito dopo. Ma, a volte, sul vagone della metropolitana, in autobus, in ascensore o su una scala mobile, in un negozio o in un bar, andando o tornando dal lavoro, incrociamo lo sguardo di qualcuno e, per una frazione di secondo, si crea un contatto. Di colpo, diventiamo consapevoli di un’altra persona, ci rendiamo conto che ha una vita, una storia, un intero passato che l’ha condotta inesorabilmente al momento del nostro incontro; poi, con la stessa rapidità, la comunicazione s’interrompe, entrambi distogliamo lo sguardo, e ciascuno prosegue per la sua strada, verso il proprio futuro.
In quest’istante, guardando Dominic negli occhi, lui non mi sembra affatto un estraneo. È come se i nostri trascorsi, le diverse esperienze delle nostre vite non contassero nulla. Come d’incanto, ci conosciamo, a fondo.
Il mondo intorno a noi si fa da parte, scompare. Esistono solo la pressione della sua mano sulla mia, il vortice di eccitazione che mi attraversa il corpo, la consapevolezza inequivocabile della nostra affinità. I suoi occhi sembrano penetrare fin nei recessi più reconditi della mia anima. Provo la certezza assoluta che lui mi capisca e che provi la stessa emozione.
Restiamo immobili per quella che mi sembra un’eternità. Infine comincio a riscuotermi e a tornare alla realtà, come se stessi riaffiorando in superficie dopo una lunghissima apnea e, con un brivido di trepidazione, mi domando cosa accadrà adesso.
Dominic sembra contemporaneamente impacciato e attonito, come se avesse provato un sentimento mai sperimentato prima. Schiude le labbra per dire qualcosa, ma un rumore in anticamera lo distrae.
Il suo sguardo corre subito alla porta, e anch’io mi volto, giusto in tempo per assistere all’ingresso di una donna. Nonostante la stagione, indossa una lunga pelliccia nera e cammina a falcate decise, con un’espressione contrariata in volto. «Dove diavolo ti eri cacciato?» domanda, imperiosa; poi si accorge della mia presenza, si ferma e mi squadra dalla testa ai piedi con uno sguardo rapace. «Oh.» Torna a girarsi verso Dominic. «E questa chi è?»
L’incanto si è rotto. Lui ritrae rapido la mano. «Vanessa, permettimi di presentarti Beth. Beth, questa è la mia amica Vanessa.»
Azzardo un «Piacere» a mezza voce. È la donna che avevo visto con lui. Vanessa. Il nome le si addice.
«Beth abita proprio qui di fronte», continua Dominic. Ha recuperato la compostezza, ma dietro la maschera colgo ancora un minuscolo fremito di agitazione. «L’ho invitata a bere un caffè, come gesto di buon vicinato.»
Vanessa mi rivolge un cenno. Poi commenta, gelida: «Molto galante. Peccato che avessi appuntamento con me due ore fa».
«Lo so, mi dispiace. Non hai ricevuto il mio messaggio?»
Noto che Dominic non ha fatto parola di avermi trovato a Soho, in mezzo alla strada.
Lei lo fissa, facendogli capire che non le va di discuterne davanti a me.
Scatto in piedi. «Dominic, grazie infinite del caffè, sei stato davvero gentile. Adesso però devo proprio andare, non dovrei lasciare De Havilland da solo tanto a lungo.»
«De Havilland?»
«Il gatto di Celia», spiego.
Vanessa sembra divertita. «Sei la cat-sitter, dunque? Che carina. Be’, in tal caso, meglio non trattenerti.»
Anche Dominic si alza. «Sicura di non voler restare, Beth? Non hai nemmeno finito il caffè.»
Scuoto la testa. «No, non è il caso. Ma grazie lo stesso.»
Dominic mi accompagna all’ingresso e, mentre mi restituisce il trench, io fisso di nuovo i suoi occhi neri. Abbiamo davvero vissuto quello strano istante d’intimità? Lui sembra tornato lo stesso di sempre: gentile, beneducato, un perfetto estraneo. Eppure... in fondo a quelle iridi scure è rimasto qualcosa.
«Stammi bene, Beth», sussurra, aprendo la porta. «Ci vediamo presto.»
Poi si china, e avvicina le labbra alla mia guancia. Quando mi sfiora, devo chiamare a raccolta tutte le mie forze per non cedere al desiderio bruciante di girare la testa e incollare la bocca alla sua. Ma persino quel castissimo bacio mi resta impresso a fuoco sulla pelle.
«Spero proprio di sì», rispondo, quasi con un sospiro. Poi la porta si richiude alle mie spalle, e io mi avvio barcollando all’ascensore, dubitando di riuscire a reggermi in piedi fino all’appartamento di Celia.