La mia e-mail è piena zeppa di messaggi, in gran parte posta indesiderata. Faccio scorrere il cursore, cancellandoli l’uno dopo l’altro, e domandandomi per quale motivo mi sono abbonata a tanti siti di gossip e shopping. In una tazza accanto al computer si sta raffreddando un maxi cappuccino, con una spolverata di cioccolato sulla schiuma bianca. Mi sono infilata in una di quelle caffetterie in franchising dove tutti gli avventori siedono con una tazza semivuota davanti a un portatile, per approfittare del collegamento Wi-Fi gratuito. Apro un messaggio di Laura. Adesso si trova a Panama, e ha allegato parecchie foto che la ritraggono sorridente sotto il peso di uno zaino gigantesco, sullo sfondo verde della foresta, o davanti a panorami straordinari.
Mi manchi da matti. Non vedo l’ora di rivederti. Spero vi stiate godendo l’estate, tu e Adam.
Un abbraccio,
Laura
Resto a fissare il messaggio, incerta su cosa rispondere. Lei mi crede ancora a casa, a lavorare come cameriera durante il giorno e uscire con Adam la sera. Invece quella vita appartiene già a un passato remoto, e ho l’impressione di trovarmi sulla soglia di una nuova avventura. Per un momento, penso di raccontarle tutto, ma non mi sento pronta a condividere quanto mi è capitato. È un segreto troppo fragile e irreale, non si è ancora davvero concretizzato. Parlandone, temo di mandarlo in frantumi.
Provo un brivido di piacere al ricordo di ieri sera, e di quel momento d’intimità con Dominic. È straordinario come sia già diventato Dominic nella mia mente; adesso l’idea di chiamarlo Mr R mi suona ridicola, infantile. Solo il pensiero del suo sguardo, della nostra intesa bizzarra e immediata, mi mette sottosopra, come se fossi sulle montagne russe. Una sensazione di euforia quasi intollerabile.
Poi però mi torna in mente Vanessa. La sua fidanzata. Quella che avevo visto al suo fianco, e che aveva un appuntamento con lui.
Però non le ha detto di avermi incontrato a Soho, o di averle dato buca a causa mia.
Non significa niente, cretina.
Sarà... ma una ragazza ha almeno diritto di sognare, no?
Rispondo a Laura, augurandole di divertirsi e scrivendole che non vedo l’ora di rivederla. Sto digitando sulla tastiera quando un nuovo messaggio compare nella casella. Invio quello per Laura e clicco per vedere di cosa si tratta. Il mittente è james@ridinghousegallery.com. Chi? Per un momento resto perplessa, poi mi si accende la lampadina. Oddio, il colloquio alla galleria d’arte.
Apro il messaggio.
Cara Beth,
è stato davvero un piacere conoscerti ieri. Dopo la nostra conversazione, ho incontrato qualche altro candidato, ma ti confesso che nessuno aveva il tuo entusiasmo, e quel certo non so che che mi fa pensare di poter lavorare bene con te. Se sei ancora interessata, mi farebbe molto piacere offrirti il posto di assistente per l’estate. Dimmi a che ora ti posso chiamare, così facciamo due chiacchiere.
Un saluto,
James McAndrew
Resto imbambolata a fissare il messaggio, e devo rileggerlo tre volte prima di convincermi: James mi sta offrendo un lavoro. Oh, wow! Ma è fantastico! Sono entusiasta. Quindi la giornata di ieri non è stata un fiasco totale: almeno da questo punto di vista il mio nuovo look ha ripagato l’investimento. Con un lavoro in una galleria tanto prestigiosa sono davvero sul binario giusto.
Chissà dove potrebbe portarmi.
Rispondo a James in fretta e furia, specificando che sono interessata eccome e non vedo l’ora di lavorare per lui. Può telefonarmi a qualsiasi ora sul mio cellulare. Premo INVIO, e all’istante il cellulare appoggiato sul tavolo squilla.
Lo afferro al volo. «Pronto?»
«Beth, sono James.»
«Ciao!»
«Allora, parlo con la mia nuova assistente?»
Gli indovino un sorriso nella voce, e sorrido a mia volta, felice. «Sì, altroché!»
«Quando potresti cominciare?»
«Lunedì va bene?»
Scoppia a ridere. «Certo l’entusiasmo non ti manca. Lunedì è perfetto.» Snocciola qualche dettaglio sulle mie mansioni e sullo stipendio – poco più di quanto guadagnavo da cameriera, ma dopotutto comincio dalla gavetta – e conclude dandomi appuntamento per lunedì. Io mi spendo in mille ringraziamenti e, quando riaggancio, mi sento rinfrancata e ottimista. Forse è il segno che Londra mi sta davvero offrendo una nuova vita. Scrivo una rapida e-mail ai miei genitori, per dare loro la buona notizia, e rassicurarli che qui va tutto a meraviglia. Oltre la vetrina della caffetteria, la luce dorata del sole inonda la città.
Saranno gli ultimi giorni liberi, prima di cominciare a lavorare. Devo approfittarne.
Finisco il caffè, rimetto via il portatile e mi avvio verso casa. Resto nell’appartamento giusto il tempo di metter giù il computer, e poi esco di nuovo. Ho in programma di visitare la National Gallery e almeno alcuni dei siti principali della mia lista. Il mondo intorno a me sembra radioso ed eccitante. Straordinario come l’umore tinga le cose di nuovi colori. La pinacoteca è troppo vasta per un’unica visita, così decido di concentrarmi sulle sale d’arte europea del XX secolo, per prepararmi al mio nuovo impiego, e infine corono il tutto con un assaggio dei maestri del Rinascimento, con le loro tele strabilianti.
Al ritorno, mentre attraverso Trafalgar Square, passando davanti ai leoni neri di guardia alle fontane, mi viene da pensare che sarebbe davvero un delitto sprecare una giornata estiva tanto bella rintanandomi al chiuso. Mi faccio largo nella calca di turisti, e una volta arrivata a casa recupero il plaid, gli occhiali da sole, un libro, una bottiglia d’acqua e della frutta. Dopodiché scendo in giardino e mi piazzo di nuovo nel prato vicino ai campi da tennis. Dominic non c’è, i campi sono vuoti, e provo una punta di delusione. Forse sta lavorando. A proposito, chissà che lavoro fa. L’ho visto giocare in un giorno feriale, quindi probabilmente ha un orario flessibile, ma non ho altri indizi.
Mi sdraio sul plaid e mi metto a leggere, godendomi il tepore del sole sulle gambe. Eppure, per quanto mi sforzi, non riesco a concentrarmi sul libro. I miei pensieri tornano sempre a Dominic, a quel lampo di attrazione fra noi, ieri sera. Sono sicura che l’abbia provata anche lui. Rivedo distintamente il suo sguardo confuso, sbalordito dalla potenza del nostro trasporto, come se stesse pensando: No, è impossibile... proprio con questa ragazzina?
Con un sospiro beato, richiudo il libro, abbasso le palpebre e mi abbandono al ricordo del suo volto, dei suoi occhi, del tocco della sua pelle sulla mia, e della scossa elettrica che mi ha provocato.
Beth.
Risento la sua voce, chiara come se lui fosse proprio al mio fianco. Il timbro basso, maschile e armonioso mi suscita lo stesso brivido. Con un altro sospiro, mi passo la mano sul petto. Quanto vorrei che fosse davvero qui!
«Beth?»
La voce è più alta, il tono interrogativo. Apro gli occhi, e sussulto. Dominic è in piedi accanto al plaid, a guardarmi dall’alto, sorridendo. «Scusami, non volevo spaventarti.»
Mi metto a sedere, sbattendo le palpebre. «Non mi aspettavo di vederti.»
Indossa un paio di jeans morbidi e una T-shirt bianca. È adorabile. L’abbigliamento casual gli dona tanto quanto i completi. Ha negli occhi un’espressione cauta, indecifrabile. «A dirla tutta, non so nemmeno io perché sono venuto. Ero di sopra a lavorare, e d’un tratto ho provato l’impulso fortissimo di scendere in giardino. Ero certo che ti avrei trovato qui.» Apre le mani. «E infatti eccoti.»
Restiamo a guardarci, sorridendo, un po’ impacciati. Ma, oltre il velo sottile d’imbarazzo, sento di nuovo bruciare la nostra intesa.
«Allora, cosa combini?» chiede.
«Niente. Prendevo il sole. Mi godevo questo tempo magnifico. Poltrivo, lo ammetto.»
Lui resta dov’è, continua a guardarmi. «Per oggi sono stufo di lavorare. Ti va di uscire? Conosco un fantastico pub qui vicino, con un giardino, dove preparano un Pimm’s da urlo. Se vogliamo oziare, non riesco a immaginare un posto migliore per farlo, insieme con te.»
«Ci sto.»
«Ottimo. Potrei mostrarti qualche angolo nascosto di Londra. Devo solo salire a prendere un paio di cose. Ci vediamo nell’atrio fra venti minuti?»
«Perfetto.» Gli rivolgo un sorriso radioso e mi alzo, camminando a mezz’aria.
Venti minuti sono appena sufficienti per togliere pantaloncini e maglietta e indossare un abito estivo, a disegni provenzali, e sostituire le scarpe di tela con un paio d’infradito coi brillantini. Dopo un attimo di esitazione, prendo dal ripostiglio di Celia uno scialle di pizzo e me lo metto sulle spalle. Con la nuova chioma bionda raccolta a coda di cavallo e gli occhiali da sole, l’insieme ha un tocco vagamente anni ’60. Non saprei spiegarne il motivo, ma ho il presentimento che lo scialle di Celia mi porterà fortuna. Chissà, forse mi ha offerto l’appartamento di proposito, per farmi incontrare il suo vicino di casa. Qualcosa mi dice che approverebbe una nostra relazione. Mi sembra quasi di sentire la sua voce che mi bisbiglia all’orecchio: «Lasciati andare, Beth. Goditi la vita. Perché no?»
Trovo Dominic ad aspettarmi davanti alla porta dell’atrio. Anche lui indossa gli occhiali da sole – un paio di Ray-Ban con la montatura nera e squadrata – e sta leggendo un messaggio sul cellulare. Quando alza la testa e mi vede, un sorriso enorme gli illumina il volto, e il telefonino scompare in una tasca dei jeans. «Eccoti. Magnifico. Andiamo.»
Chiacchieriamo amabilmente mentre percorriamo le vie assolate di Mayfair. Dominic conosce la strada, e io mi affido alla sua guida, seguendolo lungo tranquille viette laterali, vicoli in ombra e piazzette appartate. I bar e le caffetterie hanno sistemato i tavolini all’aperto, e spalancato porte e finestre per lasciar entrare la brezza leggera. Ai lati degli ingressi pendono vasi fioriti, che ravvivano le facciate di pennellate rosso scarlatto e magenta. Adoro la sensazione di passeggiare al suo fianco, come una coppia, e ho l’impressione di brillare di riflesso, illuminata dal suo fascino... o almeno m’illudo che sia così.
«Eccoci arrivati», annuncia, indicandomi un pub.
L’edificio non è niente di speciale, completamente ricoperto d’edera e piante rampicanti in fiore. Lui mi fa strada oltre la porta, lungo un corridoio moderno ed essenziale, oltre il bancone in penombra, fino a sbucare in uno splendido cortile interno, con alberi in vaso, vasche di fiori e tavoli di legno riparati da ombrelloni verdi. Prendiamo posto, e Dominic ordina Pimm’s per due. Quasi istantaneamente la cameriera fa ritorno con una caraffa piena di un liquido ambrato, ghiaccio e frutta: fragole, spicchi di mela e cetriolo, e foglie di menta che galleggiano sulla superficie.
«Non è estate, senza il Pimm’s», commenta Dominic mentre mi serve, riempiendomi l’alto bicchiere di vetro e facendoci scivolare i cubetti di ghiaccio e la frutta con piccoli tonfi delicati. «Una delle cose che agli inglesi riescono meglio.»
«Da come parli, a volte si direbbe che tu non sia inglese», azzardo, timidamente. «Hai un accento perfetto, ma di tanto in tanto mi sembra di percepire l’indizio di un’inflessione diversa.» Muoio dalla voglia di conoscerlo meglio. Bevo un sorso. Paradisiaco: dolce e aromatico, fresco, con una punta più penetrante, di menta. L’avevo già assaggiato in passato, ma mai buono quanto questo. Devo stare attenta: benché il sapore dissetante lo mascheri molto bene, il Pimm’s è alcolico.
«Sei molto intuitiva», risponde lui, rivolgendomi uno sguardo indagatore. «Sono nato a Londra, ma mio padre era diplomatico, e veniva continuamente inviato all’estero. Così ho passato l’infanzia un po’ ovunque, soprattutto nel Sud-est asiatico. Per qualche anno, abbiamo vissuto in Thailandia, poi a Hong Kong, un vero spasso. Purtroppo, proprio quando ho raggiunto l’età giusta per cominciare a esplorarla un po’ per conto mio, mi hanno rispedito in Inghilterra.» Fa una smorfia. «In collegio.»
«Non ti piaceva? Ho sempre pensato che avesse qualcosa di romantico.» Da bambina, desideravo con tutta me stessa frequentare un collegio; mi emozionava l’idea delle feste notturne in dormitorio, il cameratismo con le compagne e tutto il resto. Un ambiente romanzesco, rispetto alla mia banale scuola di quartiere, dalla quale andavo e tornavo a piedi ogni giorno, carica di compiti.
Dominic si stringe nelle spalle. «Di per sé non era male. Ma c’era il problema della distanza. Salire in aereo e tornare a casa per le vacanze era un’avventura. Riprenderlo per tornare a scuola la cosa più brutta del mondo.»
Mi sembra quasi di vederlo: un ragazzino che si sforza di non piangere, facendo del suo meglio per dimostrarsi coraggioso, mentre la madre lo accompagna in aeroporto. Viene consegnato a un’assistente di volo e si allontana con lei, mentre la madre, impeccabile in cappellino e guanti, resta a salutarlo con la mano. Quando lei è fuori portata, lui non riesce più a trattenere qualche lacrima, ma non vuole far vedere alla hostess quanto è triste. Salito a bordo, si siede al suo posto e affronta da solo il lungo viaggio di ritorno in Inghilterra, dove lo aspetta la governante che lo accompagnerà a scuola, una donna robusta, col volto arcigno e coi capelli grigi stretti in una crocchia. Immagino il collegio come un edificio imponente e cupo, nel bel mezzo della brughiera, lontano mille miglia da tutto, e popolato di bambini che si struggono di nostalgia per le loro mamme. Di colpo non mi sembra più tanto romantico.
«Ti senti bene?» Dominic mi sta scrutando attentamente.
«Sì, certo, benissimo.»
«Per un attimo mi sei sembrata triste.»
«Stavo pensando alla tua infanzia, quando tornavi in collegio, così lontano dalla famiglia, pieno di malinconia...»
«Una volta arrivato, non era poi tanto tragica. Per certi aspetti, mi sono divertito un mondo. Condividevo una stanza con altri ragazzi della mia età, con le trapunte portate da casa, i poster alle pareti, i nostri libri preferiti sugli scaffali. Ho sempre amato lo sport, e quello non mancava di certo. Quasi tutti i fine settimana, giocavo a rugby, football o cricket nella squadra della scuola.» Il ricordo gli strappa un sorriso. «Una cosa è da dire dei college inglesi: hanno tutto ciò che potresti desiderare, in quanto ad attività extrascolastiche. Piscine, campi da tennis, laboratori d’arte... e io li ho sfruttati appieno.»
Nella mia mente, l’immagine dickensiana del tenebroso castello gotico viene rimpiazzata da quella di un allegro campeggio estivo. L’idea del collegio torna a sembrarmi magnifica.
«Ma, per quanto mi piacesse, dopo il liceo ho deciso di spiccare il volo, e per l’università mi sono iscritto all’estero.»
«Di nuovo a Hong Kong?»
Scuote la testa. «Stati Uniti. Princeton.»
Persino io ne ho sentito parlare. Una delle migliori università americane, all’altezza di Oxford e Cambridge. «E com’è andata?»
Sorride. «Un periodo fantastico.»
Mentre racconta, distinguo nella sua voce una leggera cadenza americana, come se il ricordo di Princeton gli avesse restituito l’accento acquisito là, poi cancellato dal ritorno a Londra.
«In cosa ti sei laureato?» Bevo un altro sorso di Pimm’s. Una fragola mi sfiora le labbra, e io le schiudo, assaporandola sulla lingua. Ha assorbito il sapore delizioso del cocktail. La succhio lentamente, immaginando un Dominic più giovane, irresistibile nella sua tenuta da matricola, seduto in aula mentre un docente tiene un’appassionante lezione di...
«Economia e commercio», risponde.
... economia e commercio. Il professore è un fanatico della materia, e ora Dominic indossa un paio di occhiali con la montatura scura, che lo fanno somigliare a Clark Kent, in versione sexy. È concentratissimo, con la fronte appena aggrottata e una piccola ruga tra le sopracciglia. Mentre prende appunti, trascrivendo le perle di saggezza del professore sulla struttura delle multinazionali e i cavilli delle normative, una ragazza seduta a qualche banco di distanza lo fissa, struggendosi di desiderio. La sua vicinanza le impedisce di concentrarsi, risvegliandole un formicolio in tutto il corpo, mandandola in orbita...
Senza volerlo, mi agito appena sulla sedia, a labbra socchiuse. La mia ragazza immaginaria doveva provare le stesse sensazioni che avverto io in questo momento. Strofino una coscia sull’altra, provando un brivido al contatto della pelle nuda.
«Beth? Dove sei andata?»
«Ehm...» Torno bruscamente al presente. Lui si è chinato in avanti, e negli occhi neri brilla uno sguardo divertito. «Niente. Stavo solo... pensando.»
«Vorrei proprio sapere a che cosa.»
Sento il rossore salirmi alle guance. «Oh, niente di che.» Accidenti alla mia immaginazione. Mi gioca sempre brutti scherzi, trascinandomi in universi paralleli, più reali della realtà stessa.
Lui ride, con dolcezza.
«E, dopo Princeton, cos’hai fatto?» mi affretto a domandare, augurandomi che non sia telepatico. Sarebbe troppo imbarazzante.
«Un anno di master a Oxford, e poi ho lavorato per un paio d’anni in una società finanziaria, per impratichirmi nel settore; ma sono state le esperienze fatte in seguito che mi hanno portato al mio impiego attuale.»
«Quanti anni hai?»
«Trentuno.» Di colpo, sembra sul chi vive. «Perché, tu?»
«Ventidue. Ne compio ventitré a settembre.»
Un’onda di sollievo gli illumina il volto. Per un attimo, deve avere temuto che fossi una di quelle minorenni che dimostrano più della loro età.
Prendo un altro sorso di Pimm’s, e Dominic m’imita. Siamo così a nostro agio insieme, sebbene le nostre domande rivelino quanto poco ci conosciamo in realtà.
«E dunque che mestiere fai?» domando. Avevo intuito che avesse qualcosa a che fare col denaro, altrimenti un uomo tanto giovane non potrebbe abitare a Mayfair. A meno che non abbia ereditato una fortuna, naturalmente.
«Mi occupo di finanza, d’investimenti», risponde, vago. «Lavoro per un uomo d’affari russo. Ha un mucchio di soldi e io lo aiuto a gestirli. L’incarico mi porta in tutto il mondo, ma la mia sede principale è qui a Londra, e gli orari sono molto flessibili. Quando ne ho voglia, posso concedermi il lusso di un pomeriggio libero, come oggi.» Mi sorride.
«Sembra interessante», dico, sebbene ne sappia quanto prima. In realtà, sarebbe capace di farmi sembrare affascinante qualsiasi cosa.
«Adesso basta parlare di me. Dimmi di te, piuttosto. Per esempio: il tuo fidanzato non si preoccupa, a saperti a Londra tutta sola?»
Ho l’impressione che mi stia stuzzicando, e si diverta a suscitare il rossore che è tornato ad avvamparmi le guance. «In realtà, sono single», rispondo, impacciata.
«Davvero? Mi sorprende.»
Non riesco a capire se dica sul serio o se mi stia prendendo in giro: lo sguardo di quegli occhi scuri non è facile da interpretare. Spero solo che definirmi single non suoni come una dichiarazione di disponibilità. Sarebbe davvero mortificante. E poi lui è già impegnato. Non appena mi torna in mente, mi domando se non sia l’occasione giusta d’indagare un po’ su quel particolare aspetto della sua vita. «E tu e Vanessa, da quanto tempo state insieme?» domando, sperando di non essere più tanto paonazza.
Ho l’impressione di essere andata troppo oltre: la sua espressione si è incupita e lui si chiude a riccio. L’atteggiamento amichevole di poco prima è svanito, lasciando posto a uno sguardo di ghiaccio.
«Scusa. Sono stata maleducata. Ho parlato senza riflettere...»
Poi, come se avesse girato un interruttore, ogni freddezza scompare, e davanti a me rivedo il Dominic che ho cominciato a conoscere, anche se il sorriso appare appena forzato. «Non hai motivo di scusarti. Era una domanda perfettamente legittima.»
Provo un sollievo immenso.
«Solo... mi chiedevo cosa ti abbia fatto pensare che stessimo insieme.»
«Non so... da come si comportava... sembrava conoscerti molto bene... come una fidanzata...» Oddio, sono così imbranata!
Lui tace per un istante, poi dice: «Vanessa e io non siamo fidanzati. Siamo solo buoni amici».
In un lampo, mi torna alla mente il club privato. So per certo che ci sono stati. Devono essere davvero in confidenza, per passare la serata insieme in un posto simile. Ancora non riesco a conciliare quanto ho visto là con Dominic. È un mistero che per ora dovrò lasciare nel cassetto.
Lui abbassa lo sguardo sul tavolo, sfiorando la superficie di legno in punta di dita. Lentamente, come se ci stesse ancora riflettendo, aggiunge: «Non voglio mentirti, Beth. Vanessa e io stavamo insieme. Ma è stato molto tempo fa. Adesso siamo soltanto amici».
Ripenso a com’è entrata in casa ieri sera. Non ha nemmeno bussato, quindi ha ancora le chiavi. Solo amici? Possibile? «Okay», dico, con la voce fioca e incerta. «Non volevo essere indiscreta, Dominic.»
«Lo so. Non è un problema. Senti, avrei una proposta da farti.» È chiaro che vuole cambiare discorso. «Che ne dici se ordiniamo un altro Pimm’s, e poi andiamo a cena da qualche parte?»
«Be’...» Non so esattamente cosa preveda il galateo, ma non posso accettare l’invito di uno sconosciuto, giusto? «Va bene, però io pago la mia parte, d’accordo?»
«Di questo discuteremo dopo», risponde lui, e il tono lascia intendere che in realtà non vuole discuterne affatto. Per essere sincera, non m’importa. Ho davanti un’intera serata con Dominic e, salvo imprevisti, non dovrò preoccuparmi che Vanessa faccia irruzione e riprenda possesso del suo territorio.
Sospiro, felice, e aggiungo: «Almeno lasciami offrire il prossimo giro».
«Affare fatto», replica lui, con un sorriso, e io mi alzo a ordinare una seconda caraffa.
Il sole ha cominciato a tramontare, diffondendo una luce dorata sul giardino del pub. A me sembra di vivere in un sogno. Adoro stare vicino a Dominic, e mi bevo con gli occhi la sua bellezza tenebrosa. Mi basta guardarlo per sentirmi al settimo cielo e, come se ciò non bastasse, lui sembra davvero interessato a me. Mi viene il sospetto che, forse, con Adam non ero così felice come volevo credere. Nell’ultimo periodo, lui non mi dedicava la minima attenzione e, quando sono tornata dall’università, mi ha fatto intendere chiaramente che dovevo essere io a adattarmi alla sua vita, frequentando la sua cerchia di amici e accontentandomi delle solite serate al pub o davanti alla televisione, a bere birra e ordinare la cena al take-away.
«Dimmi, Beth: che progetti hai per il futuro?» mi chiede Dominic.
«Mi piacerebbe viaggiare. Non ho ancora visto niente del mondo. Sento il bisogno di ampliare i miei orizzonti.»
La sua espressione è indecifrabile, ma intravedo un lampo pericoloso nei suoi occhi neri. «Davvero? Dovremo trovare una soluzione.»
Il mio stomaco fa una capriola. Cosa intendeva dire? Per quanto mi sforzi di conservare un tono leggero, parlando a ruota libera dei Paesi che mi piacerebbe visitare, l’eccitazione continua a bruciarmi dentro.
Con l’alcol che comincia a scorrermi nelle vene, finalmente riesco a rilassarmi, e gli ultimi residui di timidezza si sciolgono. Riesco persino a essere spiritosa, raccontandogli della vita nel mio paese e alcuni degli aneddoti più ridicoli del mio lavoro di cameriera.
Lui ride di gusto mentre descrivo i personaggi eccentrici che frequentano la caffetteria e le loro idiosincrasie.
Usciamo dal pub per dirigerci al ristorante e io sono così assorbita dalla nostra conversazione, dal piacere che provo nel farlo ridere, da non notare niente lungo il percorso. Solo quando mi ritrovo seduta a un altro tavolino all’aperto, questa volta sotto una pergola di tralci d’uva, con l’aroma di carni alla brace che mi scatena una fame da lupi, mi rendo conto che abbiamo preso posto in un ristorante iraniano. Davanti a noi sono già disposti una bottiglia di vino bianco ghiacciato e gli antipasti: una fresca insalata mista, con l’aggiunta di spezie profumate, una portata di hummus e un cestino di pita appena sfornata. Ha tutto un aspetto magnifico, e cominciamo entrambi a mangiare con appetito. Mi sento già sazia quando servono la prima portata: un aromatico agnello alla griglia, altra insalata fresca e un contorno di riso dall’aspetto ordinario ma straordinariamente gustoso, dolce e sapido allo stesso tempo.
A cena, la nostra conversazione scivola su argomenti più personali. Io gli parlo dei miei fratelli e dei miei genitori, della mia passione per l’arte. Lui mi racconta della sua infanzia di figlio unico, circondato da domestici e tate.
Visto il clima di confidenze, mi sembra naturale accennare a Adam. Non mi addentro nei dettagli, e naturalmente non faccio parola di quella notte orribile, con la visione agghiacciante di lui e Hannah avvinghiati; accenno giusto quanto basta per fargli capire che la mia prima relazione importante è andata a monte da poco.
«È un momento delicato», dice lui, con dolcezza. «Una di quelle esperienze tristi che purtroppo toccano a tutti. Adesso ti sembra la fine del mondo, ma passerà, te lo garantisco.»
Lo fisso per un istante. Il vino e la bellezza inebriante della serata mi hanno reso audace. «È stato così anche per te, quand’è finita con Vanessa?»
Lui sussulta appena, poi ride, ma senz’allegria. «Be’... per noi era diverso. Lei non era il mio primo amore, la mia prima esperienza importante o come vuoi definirla.»
Io lo incalzo, chinandomi verso di lui. «Sei stato tu a lasciarla?»
In un lampo, la saracinesca torna ad abbassarsi sul viso di Dominic, anche se questa volta rimane aperto uno spiraglio. «Lo abbiamo deciso insieme. Andiamo più d’accordo come amici.»
«Quindi... non eravate più innamorati?»
«Abbiamo capito di non essere... compatibili come credevamo, tutto qui.»
Aggrotto la fronte. Cosa significa?
«Avevamo esigenze diverse.» Si guarda alle spalle, in cerca del cameriere, e fa cenno di portare il conto. «Non è stata una tragedia. Siamo ancora in ottimi rapporti.»
Mi rendo conto che si sta innervosendo, e l’ultima cosa che vorrei è guastare l’atmosfera intima, quasi romantica della serata. «Capisco.» Mi arrovello in cerca di un altro argomento. «Oh, oggi mi sono trovata un lavoro.»
«Davvero?» Sembra interessato.
«Proprio così.» Gli spiego della Riding House Gallery, e lui si dimostra davvero entusiasta.
«È fantastico, Beth! È molto difficile farsi assumere in posti del genere, la concorrenza è durissima. Dunque da adesso in poi sarai impegnata, immagino.»
«Addio pomeriggi oziosi in giardino», rispondo, fingendomi affranta. «O almeno non nei giorni feriali.»
«Scommetto che troverai comunque il modo di divertirti», replica lui, con un’occhiata maliziosa.
Ma non ho il tempo di chiedergli cosa intenda. Il cameriere arriva col conto, e Dominic lo paga, rifiutando con un cenno la mia carta di credito.
È già quasi buio quando c’incamminiamo verso Randolph Gardens. Nell’aria aleggiano gli odori caratteristici dell’estate cittadina: il profumo di fiori, il calore che si leva dall’asfalto, la polvere trascinata dalla brezza. Io sono al settimo cielo, e lancio un’occhiata in tralice verso Dominic. Chissà se anche lui si sente come me. No, sarebbe assurdo. Per lui è stata soltanto una cena amichevole con una ragazzina di passaggio per le vacanze estive, una piccola distrazione dal suo ambiente d’investitori e finanzieri, o quello che è.
In cuor mio, vorrei tanto che non fosse così, ma non voglio illudermi.
Eppure, a mano a mano che ci avviciniamo a casa, l’atmosfera tra noi si fa più elettrica. In fondo è così romantico, passeggiare insieme, dopo una serata di aperitivi, vino e una cena deliziosa. Sarebbe perfettamente naturale coronare il tutto con...
Non oso nemmeno pensarlo.
... un bacio.
Lo ha detto lui di essere single, no? E non è gay, visto che stava con Vanessa. E poi... possibile che le senta solo io, le scintille tra noi?
Siamo arrivati a Randolph Gardens. Dominic si ferma davanti ai gradini, e io gli resto accanto. Una volta superato il portone, sarà tutto finito. Basterà la presenza del portiere, il suo sguardo indiscreto, a troncare qualsiasi iniziativa.
Mi giro, sollevando il volto verso di lui, mentre la brezza mi agita dolcemente i capelli. Adesso, fallo adesso, lo incito col pensiero, provando un bisogno struggente di sentire quella magnifica bocca sulla mia.
Lui mi fissa, come se cercasse di memorizzare ogni dettaglio del mio viso. «Beth», mormora, a mezza voce.
«Sì?» rispondo, sperando che la mia non mi tradisca troppo.
Un lungo silenzio. Lui si avvicina impercettibilmente, e una torbida eccitazione mi cresce dentro. È il momento? Oh, ti prego, Dominic, ti prego...
«Domani sono impegnato, ma ti andrebbe di passare la domenica insieme?» mi chiede infine.
«Moltissimo», rispondo, senza fiato.
«Bene. Anche a me. Passo a prenderti verso mezzogiorno, poi vediamo cosa fare.» Il suo sguardo indugia su di me quanto basta per lasciarmi l’illusione che stia davvero per succedere, ma poi lui si china in fretta, sfiorandomi la guancia con le labbra. «Allora buonanotte, Beth. Ti accompagno all’ascensore.»
«Buonanotte», bisbiglio, chiedendomi come riuscirò a soffocare il geyser di desiderio che mi è esploso dentro. «E grazie.»
I suoi occhi neri sono imperscrutabili. «Grazie a te. E sogni d’oro.»
Sempre che riesca a chiudere occhio.