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In realtà dormo come un sasso, senz’altro grazie al vino. Faccio un sogno febbrile, eccitante. Io e Dominic siamo a una festa. Gli invitati indossano tutti una maschera, e io continuo a perderlo tra la folla; di tanto in tanto lo intravedo e allora cerco di raggiungerlo, spinta dalla certezza che, non appena ci riuscirò, accadrà qualcosa di bellissimo. Dopo un inseguimento interminabile, finalmente lo trovo, e lui sta per incollare le labbra alle mie quando mi sveglio, accaldata.

La frustrazione è tale che mi domando se non sia il caso di tornare in quel negozio ad acquistare davvero un vibratore. Sto quasi per risolvere il problema per conto mio quando De Havilland entra in camera, salta sul letto e m’informa di avere fame assestandomi dei colpetti con le zampe. Mi alzo a servirgli la pappa, e a quel punto l’attimo è passato.

Ho bisogno di vestiti nuovi per iniziare a lavorare in galleria, e decido di dirigermi in centro. Purtroppo l’esperienza si rivela molto diversa da quella di due giorni fa, interamente dedicata a soddisfare ogni sfizio. Il clima è torrido, in più Oxford Street di sabato è affollatissima e, nonostante l’aria condizionata, i commessi nei negozi sono sudati e irritabili. Impiego ore a trovare quello che mi serve e, al ritorno, carica di sacchetti, mi sento esasperata quanto loro. Randolph Gardens sembra un’oasi di pace al confronto con la ressa nella quale ho dovuto farmi largo. Per l’ennesima volta, benedico Celia per avermi ospitato in un posto tanto perfetto. Senza di lei, rischiavo di ritrovarmi in un’angusta casetta di periferia, lontanissima dal centro e alla mercé degli autobus e della metropolitana, o in uno squallido monolocale. Invece ho il privilegio di vivere in una posizione ideale, elegante e appartata.

E poi, rammento a me stessa, scartando i miei acquisti, domani rivedrò Dominic.

Oltre alle gonne e alle camicette da lavoro, mi sono concessa un abitino un po’ provocante, in vista del programma domenicale. Il tessuto è leggerissimo, in una fantasia rosa e azzurro pallido, stretto in vita e con una scollatura a barchetta che lascia appena intravedere la fessura tra i seni.

Lo provo, ammirandomi allo specchio. Sì, è proprio l’abito giusto. Nel ripostiglio di Celia, ho adocchiato un cappello di paglia vintage, perfetto per completare il look. Mi spoglio e mi concedo un lungo bagno, per lavare via la polvere cittadina. Dopodiché indosso una vestaglia di seta, trovata appesa alla porta del bagno, e mi aggiro sovrappensiero per l’appartamento, facendo ordine. Il sole è calato senza che me ne rendessi conto, e il salotto è sprofondato nel buio. Il mio sguardo continua a rivolgersi verso il rettangolo scuro sul palazzo di fronte, nella speranza d’intravedere Dominic. Aspetto solo che le luci si accendano all’improvviso, rivelando la sua sagoma ormai tanto familiare. Ne ho un bisogno disperato. Ho pensato a lui tutto il giorno, persino parlandogli nella mia immaginazione. Adesso non ne posso più: devo vederlo.

Tornando a casa, ho comprato una porzione di pasta condita con carciofi, peperoni e feta e, dopo cena, fatte le dovute coccole a De Havilland, mi accomodo sul divano con qualche libro di moda preso dagli scaffali di Celia e un calice di vino. Di solito non bevo da sola, ma mi fa sentire adulta sorseggiare del vino, mentre sfoglio un volume patinato.

Mi lascio assorbire dalla storia fotografica di Dior e del New Look e, quando infine alzo gli occhi, resto senza fiato.

Nell’appartamento di Dominic le luci si sono accese finalmente ma, per la prima volta, non riesco a vedere niente: la veneziana è sollevata, però la finestra è velata da una tenda in tessuto di garza, così diafana che non l’avevo mai notata prima. L’effetto è uno spettacolo di ombre cinesi. Intravedo le sagome dei mobili, il tavolo e le sedie, eppure sembrano diversi; viste così, persino le cose più banali appaiono esotiche, ambigue. Una forma bizzarra attira la mia attenzione, un rettangolo basso con due sporgenze rivolte verso l’alto, come un animale sdraiato sul dorso, con le zampe in aria, e impiego un po’ a riconoscere lo strano sedile notato l’altro ieri.

Mi alzo dal divano e mi avvicino alla finestra in punta di piedi: so benissimo che lui non può vedermi né sentirmi, tuttavia l’istinto m’impone prudenza.

Due silhouette entrano nella stanza. È impossibile riconoscerne i volti, ma è evidente che si tratta di un uomo e di una donna, e lui dev’essere senz’altro Dominic. Proiettate sul velo candido della tenda, le due ombre nere camminano, si siedono, si aggirano tranquillamente per la sala. Da qualche parte dev’esserci una finestra aperta, perché la tenda oscilla come sospinta dalla brezza, distorcendo ancora di più le sagome. Per un istante, la tenda resta immobile, permettendomi di mettere a fuoco la scena, poi riprende a gonfiarsi e a dondolare, e di nuovo la perdo di vista.

«Stai ferma, accidenti a te», impreco tra i denti.

È una tentazione irresistibile, spiare Dominic con un’altra. Chi può essere? Vanessa, di sicuro. Non l’ho mai visto con nessun’altra. Ma le ombre sono così imprecise che potrei anche sbagliarmi. So che è una donna perché intravedo la forma dell’abito, ma il resto è troppo vago. Un’esperienza davvero esasperante.

De Havilland si è svegliato e salta sul davanzale. Si siede al mio fianco, con la coda attorcigliata intorno alle zampe, sbatte le palpebre e resta a fissare qualche piccione che dal tetto scende ad appollaiarsi sui rami degli alberi. Poi solleva una zampetta e comincia a leccarla. Gli invidio tanta flemma, mentre io non riesco a staccare gli occhi dalla scena di fronte a me, anzi allungo il collo per cercare di capire cosa stia succedendo.

Gelosa, io? Altroché!

Finora tra me e Dominic non c’è stato niente, soltanto una cena, eppure provo una gelosia feroce nei suoi confronti. Solo ieri sera aveva detto che con Vanessa era finita. Dunque, cosa ci fa lei in casa sua?

Però... io non gli ho chiesto se frequenta un’altra.

Il pensiero mi fa l’effetto di una doccia gelata, mozzandomi il fiato. Che razza d’idiota sono stata, dando per scontato che fosse single. E pensare che ho concluso la serata quasi implorandolo di baciarmi, col viso proteso verso il suo, con le labbra socchiuse, convinta che anche lui sentisse la stessa attrazione sessuale che provo io. Invece da parte sua poteva trattarsi di semplice imbarazzo, visto che non ho fatto mistero di essermi presa una cotta tremenda per lui.

Forse lo sta raccontando proprio adesso alla sua nuova compagna. «Mi ha fatto tenerezza, non lo nego», dice, mentre le riempie una flûte di champagne ghiacciato. «Si vedeva benissimo che si aspettava un bacio. Non sapevo come comportarmi, così l’ho accontentata con un bacetto sulla guancia, e l’ho invitata fuori domani. Poverina, è qui da sola, ho pensato che le facesse piacere passare del tempo in compagnia. Era una proposta innocente, eppure adesso mi viene il sospetto di averla illusa.»

La donna ride, accettando il calice. «Oh, Dominic, hai davvero il cuore troppo tenero, e finisci sempre per metterti nei guai! Avresti dovuto prevederlo, che una bimbetta ingenua come lei si sarebbe innamorata a prima vista!»

Lui si schermisce. «Se lo dici tu.»

«Oh, avanti, tesoro! Sei un uomo ricco, di successo e bellissimo. Ti sarà bastato sorriderle per convincerla di essere il suo principe azzurro.» Si china verso di lui e sorride, con l’aria di chi la sa lunga. «Non farla soffrire, tesoro. Dille che ti dispiace tanto, ma che domani non puoi rispettare l’impegno.»

«Forse hai ragione...»

Sebbene me lo sia solo immaginato, quel dialogo mi scatena una rabbia tale che sto per precipitarmi nel loro appartamento, a difendermi dalle illazioni di quella donna misteriosa, quando dietro la tenda la scena cambia. La brezza cala per un momento, e riesco a vedere meglio. Ora le sagome appaiono diverse e mi rendo conto che l’uomo – Dominic – è nudo, o comunque indossa ben poco, si capisce dal profilo. E, se la donna indossa ancora qualcosa, deve trattarsi di una mise molto aderente. La sua silhouette è perfettamente definita e delineata. Le due ombre sono vicine, sembrano intente a esaminare qualcosa.

La rabbia provata per la conversazione immaginaria è svanita. Il mio cuore batte ancora all’impazzata, ma è il terrore ad agitarmi. Perché si è spogliato?

Secondo te? Per quale motivo un uomo si spoglia davanti a una donna? Persino tu dovresti arrivarci.

Forse per un massaggio...? azzardo, speranzosa.

Certo, come no.

Eppure, a giudicare dal loro atteggiamento, non sembra proprio che stiano per lanciarsi in un amplesso appassionato. Pare che stiano discutendo. Poi, di colpo, l’atmosfera tra loro cambia. Lo avverto al volo. L’uomo s’inginocchia e china la testa davanti alla donna. Lei incombe su di lui, con le mani piantate sui fianchi e il mento sollevato in una posa arrogante. Sta dicendo qualcosa. Poi comincia a girargli intorno, lentamente, mentre lui resta immobile. La scena prosegue per qualche minuto. Ho il respiro affannoso, e li guardo, pietrificata, domandandomi cosa diavolo stiano facendo, e cosa accadrà adesso.

La risposta non si fa attendere a lungo. La donna raggiunge lo strano sgabello, si siede, mentre lui si avvicina, camminando carponi. L’uomo è davanti a lei adesso. La donna solleva un piede, e lui si china come per baciarlo. Poi lei prende qualcosa da un tavolino laterale e glielo porge. Sembra uno specchio, di forma ovale, con un lungo manico. Lui s’inchina di nuovo, e avvicina le labbra allo strano oggetto.

Lo sta baciando? Non riesco più a ragionare. Guardo e basta.

Un attimo dopo, lui è di nuovo in ginocchio, ma ora è avvinghiato alle caviglie della donna, e si solleva lentamente, come se si arrampicasse su di lei. Si stende sulle sue ginocchia, a pancia sotto, con la testa penzoloni e il sedere sollevato.

Lei brandisce lo strano oggetto nella mano destra e, con un movimento delicato, quasi tenero, lo abbassa. Lui non reagisce. Dopo un istante, lei ripete lo stesso gesto, con più decisione. E continua, più e più volte.

Non è la mia immaginazione. Lo sta davvero sculacciando. Con una spazzola, o qualcosa di simile.

Ho la gola secca, la mente sprofondata nel caos. Da questa distanza, non riesco a distinguere i particolari, soprattutto quando la brezza agita la tenda e confonde le ombre, ma resta comunque la situazione più strana cui abbia mai assistito. Da un lato, mi sembra ridicolo: un uomo adulto che s’inchina all’autorità di una donna, abbandonandole il corpo muscoloso sulle ginocchia e permettendole di colpirlo. Ho sentito parlare di pratiche simili, ma credevo si facessero per scherzo, oppure fossero riservate a certi aristocratici complessati, che non hanno mai superato il trauma dei castighi della tata, o del frustino del rettore. Però, al giorno d’oggi, cose simili non accadono più. E non a uomini come Dominic, ricchi, belli, potenti...

Sono confusa, e d’un tratto mi viene quasi da piangere. Cosa sta accadendo dietro quella finestra? Mi accorgo che la sculacciata si è fatta più energica. La donna ha trovato il suo ritmo, e la forza dei colpi è aumentata. Mi sembra quasi di sentire il tonfo secco sulla pelle. Dev’essere un dolore atroce. Com’è possibile sottomettersi volontariamente a un trattamento simile? Chi potrebbe desiderarlo, per l’amor del cielo?

All’improvviso la scena cambia di nuovo. La donna spinge l’uomo a terra e divarica le gambe. Lui s’inginocchia di nuovo, questa volta col busto posato sulla sua coscia sinistra, i piedi infilati sotto la destra. Lei si sta armando di un altro oggetto, più largo e piatto del primo. Poi riprende a colpire con forza le natiche di lui. A ogni colpo, l’oggetto si apre come un paio di nacchere, e mi rendo conto che consiste di due superfici piatte, che all’impatto sbattono l’una sull’altra. Ogni colpo deve provocare una fitta e un bruciore tremendi, eppure lui continua a restare immobile, docile, accettando la punizione, abbandonato sulla coscia della donna come se fosse completamente sottomesso al suo volere.

Lei continua a picchiarlo per almeno una ventina di minuti, con un ritmo regolare, quasi come un automa. Immagino di sentire il fruscio del braccio che si solleva in aria, lo schiocco dello strumento sulle natiche.

Altro cambio di scena. L’uomo rotola sul pavimento, e resta sdraiato, mentre lei si alza e fa qualche passo intorno a lui. Dev’essere indolenzita, dopo avere sostenuto tanto a lungo il suo peso sulle gambe. L’uomo si alza e appoggia la pancia sul sedile, con le gambe aperte, le mani aggrappate ai due strani sostegni che spuntano dalla seduta. Ecco a cosa servono. Ed ecco perché sono entrambi dallo stesso lato.

La donna si avvicina, raccoglie degli scampoli di tessuto da un tavolino – sono foulard? – e gli lega i polsi ai sostegni. Poi dal tavolo solleva un altro strumento. Questa volta si tratta di una lunga cinghia. La fa schioccare in aria, probabilmente producendo un sibilo che acuisce il tormento della sua vittima. So cosa sta per accadere, e vorrei distogliere lo sguardo, ma non ci riesco. La cinghia di cuoio si solleva, poi si abbatte sui glutei nudi dell’uomo chino sullo sgabello. Una, due, tre volte... la donna non smette, frustandolo con mano sicura. Non voglio nemmeno pensare alla sensazione del cuoio sulla pelle, su punti già martoriati da altri strumenti. Una tortura pressoché intollerabile. L’uomo sarà svenuto, o agonizzante.

È il caso di chiamare la polizia? mi chiedo, d’un tratto, lanciando un’occhiata al telefono. Ma cosa posso dire? È un’emergenza! Una donna sta scudisciando l’uomo dell’appartamento di fronte, dovete fermarla! Lui è chiaramente consenziente. È illegale frustare a sangue qualcuno, se è lui a volerlo?

Qualcosa mi dice che telefonare alla polizia sia la mossa sbagliata. È evidente che l’uomo potrebbe ribellarsi in qualsiasi momento, o almeno poteva farlo, prima di lasciarsi legare le mani. Non c’è coercizione.

Chiudo gli occhi, sgomenta. Dominic, è questo che vuoi? Ricordo che è stato in collegio. Forse da piccolo qualcuno lo ha picchiato, suscitandogli questi bisogni incomprensibili. Non è un granché come teoria, ma non me ne vengono altre.

Quando riapro gli occhi, la brezza si è intensificata, e il movimento della tenda tramuta le sagome in un groviglio inestricabile.

Meglio così. Ho visto abbastanza.

Dopo uno spettacolo simile, non so proprio come riuscirò ad affrontare Dominic domani.