8

L’indomani sono già pronta quando, a mezzogiorno in punto, Dominic bussa alla porta. Il sole è alto nel cielo, è un’altra calda giornata d’estate. Non ricordo nemmeno l’ultima volta che ha piovuto, e stamattina il notiziario alla radio parlava delle misure che saranno adottate contro la siccità, se la situazione meteo non cambia.

Ma il clima è l’ultima delle mie preoccupazioni quando vado ad aprire. Dominic indossa una fresca camicia di lino bianca, pantaloni a tre quarti verde militare e un paio di sandali bianchi. Ha gli occhi nascosti dai Ray-Ban neri, ma il sorriso è smagliante. «Oh, wow, sei uno splendore!»

Io faccio una piccola piroetta. «Grazie. Spero sia l’abbigliamento giusto per ciò che hai in mente.»

«È perfetto. Forza, muoviamoci. Ho un programma fittissimo per la giornata.»

Sembra di buon umore mentre scendiamo al pianterreno con l’ascensore, ma intravedendo il riflesso della sua schiena nello specchio della cabina non riesco a evitare di chiedermi cosa si celi dietro il velo del tessuto candido. La cinghia gli ha lasciato i segni sulle spalle? E i glutei sono lividi e indolenziti per i colpi subiti ieri sera?

Smettila di pensarci, mi rimprovero, con decisione. Non sei nemmeno sicura che fosse lui.

E chi, se no? risponde una voce nella mia testa. Quello è il suo appartamento, per la miseria. Doveva essere lui per forza.

Mi ci sono arrovellata tutta notte, domandandomi cosa significasse. Almeno da quello che avevo visto, non avevano fatto sesso. Non c’era stato niente tra loro, salvo una violenta fustigata. Non riuscivo proprio a spiegarmelo, così ho deciso che la cosa migliore fosse smettere di rimuginarci, e godermi la giornata con Dominic. Se mai si presentasse l’occasione di affrontare un argomento simile senza risultare indiscreta o metterlo in imbarazzo... be’, vorrebbe dire che le cose tra noi sono decisamente progredite.

E, per essere sincera, nell’istante in cui ci ritroviamo insieme, lo spettacolo di ombre cinesi al quale ho assistito ieri sera svanisce, come un sogno, una visione irreale. Riesco quasi a convincermi di essermi inventata tutto. Lo sconosciuto senza volto, prostrato sullo sgabello e coi polsi legati non ha niente a che spartire con l’uomo affettuoso e bellissimo al mio fianco, la cui sola vicinanza mi fa venire la pelle d’oca. Non riesco a immaginare niente di più meraviglioso che passare una splendida giornata estiva con lui.

Ci avviamo verso Hyde Park e, non appena lo vedo, mi torna in mente il mio arrivo a Londra, quando guardavo fuori dal finestrino del taxi. La Beth di allora mi sembra un’altra persona rispetto alla ragazza col grazioso abito di seta e con l’elegante cappello di paglia che passeggia con un uomo stupendo e sexy. La mia vita è decisamente cambiata per il meglio. Da giorni, il pensiero di Adam non mi sfiora quasi.

«Conosci il parco?» domanda Dominic, mentre entriamo da uno dei cancelli.

Scuoto la testa.

«È pieno di tesori nascosti, e ho pensato di mostrartene alcuni.»

«Non vedo l’ora.»

Mi sorride.

Concentrati sul presente. Cogli l’attimo. Potrebbe non accaderti mai più.

Il parco è gigantesco, e camminiamo a lungo prima d’intravedere il riflesso azzurino di uno specchio d’acqua, con un capanno sulla sponda e file di barchette a remi, verdi con l’interno bianco, e pedalò blu allineati.

«Wow», mormoro.

«È il Serpentine Lake, progettato per i piaceri della regina Carolina. E adesso per i nostri.»

Nel giro di pochi minuti, mi ritrovo accomodata su una barchetta, di spalle alla prua e rivolta a Dominic, che comincia a remare verso il centro del lago.

«Ed è completamente artificiale?» chiedo, contemplando il vasto bacino d’acqua, lungo e serpeggiante come suggerito dal nome, e l’arco di un ponte di pietra in lontananza.

«Sì.» Un sorrisetto gli aleggia sulle labbra. «Come quasi tutti i piaceri più efficaci. La natura ci offre un modello, ma poi sta a noi migliorarlo. E, grazie ai capricci e alle bizzarrie di svariati sovrani, ora noi possiamo goderci delle vere meraviglie.» Voga con disinvoltura, con movimenti fluidi e collaudati, e noi avanziamo sulla superficie dell’acqua senza scossoni, sospinti dalla forza dei suoi muscoli.

Io tendo un braccio in acqua, lasciando scorrere le dita sulla superficie. «Conosci bene la città?»

«Cerco sempre di studiare a fondo i luoghi dove vivo», risponde. «E la storia di Londra è particolarmente affascinante. Lunghissima, tanto per cominciare. Se ne vedono le tracce dietro ogni angolo. È stato re Carlo I ad aprire il parco al pubblico; fino ad allora, era strettamente riservato ai reali. Ed è stata una fortuna. Metà della cittadinanza ha riparato qui, quand’è scoppiata la peste, nella speranza di sfuggire al contagio.»

Ammiro i prati curatissimi, con l’erba un po’ ingiallita dai quindici giorni senza pioggia, gli splendidi alberi e le eleganti costruzioni che sbucano dal verde di tanto in tanto. Ai tavolini di una caffetteria, gli avventori si godono un gelato o una bibita fresca. Al loro posto, immagino una folla enorme di poveri londinesi del XVII secolo, accampati alla meno peggio, terrorizzati dall’epidemia, tra discussioni e litigi, sporcizia e tanfo, frotte di bambini, donne con la cuffietta in testa e il grembiule lurido, intente a cucinare con un paiolo sul fuoco, mentre gli uomini fumano la pipa e riflettono su come tenere in vita i loro cari.

Sulla sponda soleggiata vedo una famiglia. La madre spinge un neonato su un passeggino costoso, mentre il padre s’ingegna a spalmare la crema solare sul viso della figlia più grande, che fa del suo meglio per scappare a bordo del triciclo rosa.

Altri tempi, altri problemi.

Torno a concentrarmi sulla barca. È così gradevole lasciarmi trasportare da Dominic. I muscoli delle sue braccia guizzano per lo sforzo e, quando, remando, lui china il busto in avanti, la camicia bianca si apre appena, rivelando un ciuffo di peli neri sul petto. Quella vista mi accelera il battito del cuore. Inspiro ed espiro lentamente. Devo conservare l’autocontrollo. Non voglio che si accorga dell’effetto che esercita su di me, così distolgo lo sguardo, sperando che lui non si accorga della mia reazione, dell’attrazione magnetica che mi mette sottosopra. Mi fisso le dita, immerse nell’acqua fredda, e con la coda dell’occhio mi rendo conto che anche lui mi sta guardando. L’effetto è elettrico; è come se avesse gli occhi al laser, li sento bruciare sulla pelle. È una sensazione incredibilmente intensa, piacevole e dolorosa al tempo stesso; vorrei non finisse mai. Lui continua a remare per un tempo che mi sembra eterno, attraversando il lago. Poi, di punto in bianco, mi chiede se ho voglia di dargli il cambio, e la tensione si spezza.

«Non credo proprio», rispondo, ridendo. «Non sono forte come te.» Non resisto all’impulso di lanciargli uno sguardo malizioso. «Fai molto esercizio?»

«Cerco di tenermi in forma», risponde. «Non mi va di lasciarmi andare. Passo un mucchio di tempo seduto alla scrivania, e sento il bisogno di muovermi un po’.»

«Vai in palestra?»

Mi punta addosso uno sguardo impenetrabile, con gli occhi scuri tornati quasi neri. «Ogni volta che posso», risponde, a bassa voce, e il sentore di un sottinteso mi provoca un brivido delizioso lungo la schiena.

Sotto il suo sguardo, mi sembra come di rifiorire. Ho l’impressione che oggi la situazione sia cambiata. Non mi sento più la ragazzina invitata fuori per buona educazione. Sono una donna desiderabile e, con un fremito di piacere, mi rendo conto che c’è una sorta di energia magnetica tra noi, che dà a ogni cosa un significato e una vitalità diversi.

«Sono cotto», annuncia Dominic. Minuscole gocce di sudore gli imperlano la fronte e il naso. Avrei voglia di asciugarle con la punta delle dita, ma resisto all’impulso, e lui sfila gli occhiali e si passa una mano sul volto. Poi sistema i remi per il lungo, e per un po’ ci lasciamo portare alla deriva, sotto il sole sfolgorante. Restiamo in un silenzio rilassato, poi lui dice: «Non so tu, ma a me è venuta fame. Pranziamo?»

«Ottima idea.»

«Bene. Allora torniamo indietro.» Rimette i remi in acqua, e si dirige a riva. Lo sforzo richiede tutta la sua concentrazione, lasciandomi il lusso di contemplarlo quanto mi pare. Il movimento ritmico del suo corpo mi riporta un’immagine alla memoria. Rivedo Adam. Ma i suoi gesti, un tempo così nitidi, strazianti nella loro chiarezza, mi appaiono stranamente sfocati, come un ricordo sbiadito. So che provavo qualcosa per lui, ma mi sembra passato tantissimo tempo. E non mi pare di avere mai nutrito nei suoi confronti un desiderio nemmeno paragonabile a questo. Fare l’amore con Adam era dolce, tenero e romantico, ma non aveva il brivido di eccitazione che mi provoca anche soltanto la vista di Dominic. Chissà cosa proverei, se mi toccasse. Il pensiero è sconvolgente, e mi scatena un pulsare caldo all’inguine. Mi agito sul sedile, quasi a disagio.

«Stai bene?»

Annuisco, senza aprire bocca, e Dominic non aggiunge altro, indugiando con lo sguardo su di me. Per fortuna, quando approdiamo al capanno e restituiamo la barca, riesco a recuperare la compostezza. L’uomo del chiosco dice a Dominic: «È arrivato tutto, signore, ed è stato preparato secondo le sue istruzioni».

«Grazie.» Lui si volta, e mi sorride. «Pronta?»

Mi conduce attraverso il prato fino a una quercia gigantesca. All’ombra dei rami, davanti a un plaid, un fantastico picnic è apparecchiato su una tovaglia a quadretti chiari. Un cameriere si tiene appena in disparte, in attesa del nostro arrivo.

«Dominic!» Mi giro a guardarlo, e sento che mi brillano gli occhi. «Ma è magnifico!»

Avvicinandomi, distinguo meglio ciò che ci aspetta: salmone affumicato; splendide insalate dove spicchi di pomodoro brillano come rubini accanto a peperoni e melagrana; rosei gamberi giganti, ancora nel guscio; minuscole uova di quaglia maculate; un piattino di lucida maionese gialla; fette di roast beef al sangue; un morbido brie e baguette fresche. Eleganti coppe da dessert contengono un liquido cremoso, dall’aria fruttata, e da un cestello di ghiaccio spunta una bottiglia di champagne. È perfetto.

Il cameriere saluta Dominic con un piccolo inchino. «È tutto pronto, signore.»

«L’aspetto è eccellente. Non serve altro, grazie.» Con un gesto rapido e discreto, consegna la mancia al cameriere, che con un altro inchino esce silenziosamente di scena, lasciandoci soli davanti al banchetto.

«Mi auguro tu abbia fame», mi dice Dominic, con un sorriso radioso.

«Eccome», rispondo io, felice, prendendo posto sul plaid.

«Ottimo. Detesto le donne inappetenti.» Prende la bottiglia dal cestello, e io intravedo l’etichetta: Dom Pérignon Rosé. So che è famoso, ma non l’ho mai assaggiato. Lui la stappa senza sforzo, e versa il liquido spumeggiante in due flûte.

Me ne porge una, poi solleva la sua: «Brindo a questo giorno d’estate. E alla bellissima ragazza con la quale ho il privilegio di trascorrerlo».

Divento rossa, ma rido, avvicinando il bicchiere e incrociando il suo sguardo, poi beviamo entrambi un sorso.

Potrebbe esistere qualcosa di più idilliaco?

Mangiamo con abbandono e, infine, sazi e un po’ brilli per il magnifico champagne rosé, ci stendiamo sul plaid a chiacchierare. Dominic tiene in bocca uno stelo d’erba, e ha l’aria pensosa. Io lo guardo da sotto le palpebre socchiuse. Avverto la sua vicinanza in tutto il corpo, ma c’è un pensiero che mi ronza per la testa, un pensiero che vorrei scacciare, e che si ostina a invadermi la mente.

È l’immagine dell’uomo sdraiato sullo strano sgabello nel suo appartamento, mentre Vanessa, forte e spietata, lo colpisce con la cinghia di cuoio sulle natiche nude, lasciando striature rosse e infiammate sulla carne...

«Beth...»

Ho un piccolo sussulto. «Mmm?» Mi giro verso di lui. Si è messo sul fianco, vicinissimo a me. Il calore della sua pelle diffonde il profumo dolce e agrumato di un’acqua di colonia. L’eccitazione mi stringe lo stomaco e mi fa tremare le mani.

Lui mi guarda negli occhi, come se mi frugasse nell’anima. «Stavo pensando a quella sera... quando ti ho trovato in lacrime per la strada. Mi chiedevo perché piangessi. Solo perché ti eri persa?»

Resto a bocca aperta e distolgo lo sguardo, abbassandolo sui quadretti della tovaglia. «Non esattamente», rispondo, a mezza voce. «Avevo cercato di entrare in un locale. Un posto bizzarro, chiamato Asylum.»

Quando alzo lo sguardo, mi accorgo che Dominic ha gli occhi sgranati. Oddio, ma perché l’hai detto? Come ti è venuto in mente? E adesso guarda cos’hai combinato!

«Perché ci sei andata?» domanda lui, brusco.

«Io... non lo so... ho visto delle persone che scendevano i gradini, e le ho seguite...» Non è una bugia, dico a me stessa. È andata proprio così. «Ma il buttafuori mi ha aggredito, informandomi che era un club privato, e che dovevo andarmene subito.»

«Capisco.» Dominic fissa lo stelo d’erba che ora sta strofinando tra pollice e indice.

«Dove abito io non esistono club privati», dico, sforzandomi di alleggerire l’atmosfera. «Non mi è nemmeno venuto in mente che l’ingresso potesse essere vietato.»

«E... cos’hai visto?»

Faccio un respiro profondo, e scuoto la testa. «Niente. Gente che conversava e beveva. Mi sono fermata appena un secondo.» Vorrei dirgli la verità, e chiedergli di spiegarmi ciò che ho visto, ma non oso. La saracinesca si è già abbassata sul suo viso, e io desidero soltanto che si sollevi di nuovo. Rivoglio l’atmosfera calda e sexy di poco fa, la sensazione idilliaca e trepidante, come se stesse per succedere qualcosa.

«Meglio così», mormora piano lui. «Non credo sia un posto adatto a una ragazza come te. Sei così dolce...» Tende una mano e poi, con mio immenso stupore, la appoggia sulla mia, accarezzandola col pollice. La mia pelle si accende al suo tocco. Lui mi guarda negli occhi, e io leggo un dilemma nel suo sguardo. «Non dovrei, non dovrei proprio.»

«Perché no?» sussurro.

«Sei troppo...» Un sospiro. «Non so...»

«Giovane?»

«No.» Scuote la testa. Quanto vorrei sprofondare le dita in quella chioma nera! «L’età non c’entra. Ho conosciuto adolescenti che erano già donne navigate e quarantenni ingenue come Biancaneve. Non è quello il problema.»

«Cosa, allora?» La mia voce è gonfia di desiderio.

Lui intreccia le dita alle mie. Il contatto è quasi insopportabile. Riesco a stento a dominare l’impulso di prendergli il volto tra le mani, e attirarlo al mio.

Il suo tono si fa ancora più basso, e i suoi occhi rifuggono i miei. Ho il cuore in gola quando riprende a parlare. «Non mi capita spesso di lasciarmi andare, Beth. Ma c’è qualcosa in te... un meraviglioso senso di freschezza, così impetuoso e coinvolgente. Mi fai sentire vivo.»

A ogni sua parola, il mio corpo ha un fremito. Non riesco quasi a respirare.

«Non mi sentivo così da tantissimo tempo», prosegue, quasi in un sussurro. «Avevo dimenticato quant’è bello... e sei stata tu a ricordarmelo. Ma...»

Figurarsi se non arrivava un «ma». Perché le cose devono sempre essere tanto complicate? Hai appena detto che ti faccio sentire vivo! Però non oso nemmeno fiatare, per timore di rompere l’incantesimo.

«Ma...» ripete, con un’espressione sofferente.

«Hai paura di ferirmi?» riesco finalmente ad articolare.

Lui mi lancia un’occhiata impossibile da decifrare; poi ride, con una punta di amarezza.

«Non accadrà. Giuro. Non resterò qui abbastanza a lungo da lasciarmi coinvolgere.»

Dominic si porta la mia mano alle labbra, e la bacia. La sensazione è paradisiaca, il bacio più eccitante che abbia mai ricevuto, e non mi ha nemmeno sfiorato la bocca. Alza gli occhi su di me. «Oh, di tempo ne abbiamo più che a sufficienza, Beth. Credimi.»

E poi accade. Mi attira a sé, e in un istante mi ritrovo tra le sue braccia forti e muscolose, avvolta dal calore del suo petto, immersa nel suo profumo inebriante. Mi tiene una mano premuta sulla spalla, mentre l’altra mi circonda la vita, e la sua bocca incontra la mia. Io non esito neppure un istante. Le sue labbra sono deliziose quanto mi aspettavo, ma il bacio supera ogni immaginazione: caldo, profondo, travolgente, e io mi perdo nella sensazione della sua lingua che mi esplora. Il mio corpo prende il sopravvento, non è più il mio cervello a decidere. La mia lingua sfiora la sua, in un brivido paradisiaco, e in quell’istante comprendo di non essere mai stata davvero baciata prima d’ora. Provo una sensazione di perfetta affinità, come se le nostre bocche fossero state create per completarsi a vicenda.

Con gli occhi chiusi, precipito nel buio, consapevole solo della profondità dei nostri baci, sempre più intensi, e del tocco della sua mano sulla schiena, che scende in una lunga carezza fino alla curva delle natiche. Quando le raggiunge, gli sfugge un piccolo gemito.

Ci separiamo. Ho il respiro affannoso, gli occhi lucidi. Dominic mi guarda, e gli vedo bruciare nello sguardo l’intensità di ciò che abbiamo appena condiviso. «Desideravo farlo fin dal primo momento», dice, con un sorriso.

«Quando mi è caduto il gelato nel tombino?»

«Esatto. Non ho potuto fare a meno di notarti. Ma è stato dopo, quando ti ho visto distesa sul plaid in giardino... solo allora mi sono davvero reso conto di quanto sei bella.»

Mi sento a disagio, imbarazzata. «Bella, io?»

«Eccome.»

Non riesco a credere che un uomo tanto irresistibile mi trovi attraente.

«Sinceramente, è stata dura trattenermi. E quando ti ho trovato a Soho, in lacrime... non so cosa mi abbia fermato dallo stringerti e baciarti seduta stante.»

«E io che pensavo di averti fatto arrabbiare!» Mi viene da ridere.

«No.» Mi prende il mento con una mano, sollevandomi il volto. «Mio Dio, ti chiedo scusa, ma proprio non ce la faccio, devo baciarti di nuovo.»

Non appena lo fa, vedo un turbine di stelline dietro le palpebre e mi abbandono alla sensazione inebriante della sua lingua che accarezza la mia, del sapore di miele della sua bocca, della certezza di come mi completa. Ci stringiamo l’uno all’altra, in un abbraccio impetuoso, e io sento premere la sua durezza contro di me. La prova del suo desiderio eccita il mio, e un bisogno disperato mi scorre nelle vene, facendomi vibrare.

Quando le nostre labbra si staccano, lui dice: «Avevo in mente una sfilza di cose interessanti per questo pomeriggio, ma non so proprio come diavolo riuscirò a fare altro».

«Allora perché smettere? Chi ci impedisce di continuare?»

«Non possiamo restare qui tutto il giorno.» Mi stringe di nuovo le dita, puntandomi uno sguardo penetrante negli occhi. «Potremmo sempre tornare a casa... se ti va...»

Se mi va? Non desidero altro! «Sì, ti prego», rispondo, sottovoce, senza riuscire a mascherare ciò che provo.

Con gli occhi accesi dal desiderio, balziamo in piedi.

«E il picnic? Non bisogna sparecchiare?» chiedo, mentre raccolgo dal prato il cappello e lo scialle.

Dominic digita un rapido SMS sul cellulare. «Tra due minuti verranno a portare via tutto.»

«È stato magnifico.» Non voglio che fraintenda la mia impazienza di andarmene come un giudizio negativo su ciò che mi ha offerto.

«Mai quanto ciò che ci aspetta adesso», dice, e alla bocca dello stomaco io avverto la piacevole fitta che comincio a conoscere tanto bene.




Non so come, arriviamo a casa in un batter d’occhio e ci ritroviamo in ascensore, diretti verso il suo appartamento. Ci baciamo di nuovo, di slancio e con passione. Con la coda dell’occhio, intravedo il nostro riflesso allo specchio – i corpi allacciati, le bocche premute l’una sull’altra – e la visione mi scatena un’altra scarica di eccitazione. Lo voglio disperatamente, ho fame di lui con tutta me stessa.

Con la mente annebbiata, mi domando fino a che punto potremo spingerci, ma non riesco a immaginare di poterci fermare. Il desiderio che si è impossessato di me sembra ancora più forte in Dominic. Mi copre il collo di baci, poi torna sulle mie labbra. Impieghiamo qualche secondo a renderci conto che le porte dell’ascensore si sono aperte.

«Vieni», mi esorta, con voce roca; poi mi prende per un polso e mi fa entrare nel suo appartamento. Un attimo dopo, la porta si richiude alle nostre spalle.

Finalmente soli, barcolliamo verso la camera da letto, senza riuscire a staccarci nemmeno per camminare. Il mio corpo vibra di desiderio.

La stanza è in penombra, a dispetto della giornata di sole. Il letto è gigantesco, a tre piazze, con la testata imbottita e rivestita di velluto, cuscini bianchi e lenzuola indaco. Sul fondo è ripiegata una coperta grigia di cashmere.

Lui si gira verso di me. Il suo sguardo è incandescente e accende in me un’eccitazione insostenibile. In vita mia, nessuno mi ha mai guardato così.

«Lo vuoi davvero?» domanda.

«Sì.» La mia risposta è a metà tra un sospiro e una preghiera. «Oddio, sì.»

Si avvicina. «Non so cosa mi hai fatto... ma so che non riesco più a trattenermi.» Tende una mano verso di me e le sue dita mi sfiorano le scapole mentre cercano la cerniera del vestito. La abbassano con abilità e poi, con uno scatto, sganciano la cintura. Il vestito scivola dolcemente a terra. Io resto immobile, coperta soltanto dal reggiseno bianco, bordato di pizzo, e dalle mutandine in tinta, con un casto ricamo sul davanti.

«Sei magnifica», sussurra Dominic, sfiorandomi il fianco con un dito. «Così bella...»

E la cosa davvero incredibile è che mi sento proprio così: sensuale e voluttuosa, pronta per essere amata da lui. Bella come non sono mai stata in vita mia.

«Ti voglio», mormora, prima di baciarmi di nuovo, mentre le sue mani si avventurano sul mio corpo, scendendo lungo la schiena, per indugiare infine sulla curva piena delle natiche. «Hai un culo perfetto», bisbiglia lui, sulle mie labbra. «Fatto apposta per me.»

D’istinto, inarco la schiena e premo il sedere sulle sue mani, e lui geme, piano. I suoi baci tracciano un sentiero infuocato sul mio corpo, dalla guancia al collo, poi sulla spalla, e questa volta sono io a gemere, sentendomi sfiorare dalla barba appena ispida. Provo un bisogno estremo di toccarlo, di sentire il calore della sua pelle ambrata sotto le dita, d’inspirare a fondo il suo profumo. Vorrei strappargli la camicia di dosso, e baciargli il petto, ma lui mi stringe con fermezza le braccia, impedendomi di muoverle. «Adesso è il mio turno», bisbiglia, con un sorriso. «Dopo toccherà a te.»

Promesse, promesse... però... oddio... La sua bocca mi fa impazzire, scendendo piano verso i seni, che si protendono verso di lui, spinti dal mio respiro affannoso. Dominic però non si lascia mettere fretta, e mi bacia ogni millimetro di pelle tra la gola e l’orlo di pizzo del reggiseno. I miei capezzoli s’induriscono, diventando squisitamente sensibili mentre premono sul tessuto di cotone. D’istinto, butto indietro la testa, sollevando i seni verso la sua bocca, che finalmente ha raggiunto il tessuto. E poi sento le sue dita, così eleganti, forti e affusolate, ricche di promesse, che scostano il pizzo dal seno destro, liberandolo dalla sua prigionia, lasciando emergere il capezzolo, duro e turgido, come se implorasse di essere stretto tra le sue labbra. Lui china la testa, seguendo con la lingua la curva morbida del seno, poi lo prende in bocca. Io inspiro, con un tremito, mentre una scossa elettrica si trasmette dal capezzolo all’inguine. Un’ondata di desiderio m’invade. «Ti prego», lo imploro. «Ti prego... non ce la faccio più ad aspettare...»

Lui ride, e risponde, malizioso: «La pazienza è una virtù, signorina».

Ma io non mi sento affatto virtuosa. Trabocco di lussuria; lo desidero, lo voglio, ho bisogno di lui. Mi ha portato a un’eccitazione quasi intollerabile. Gli appoggio le mani sulle spalle. «Ti prego, lascia che ti tocchi.»

Lui mi stringe piano il capezzolo tra i denti, che indugiano un po’ sulla punta, prima di staccarsi. Fa un passo indietro, mi guarda, e un sorriso gli aleggia sulle labbra. Si sbottona la camicia e la lascia cadere sul pavimento. Io ammiro incantata il suo petto ampio, i capezzoli scuri, la pelle bruna e i peli neri, le spalle larghe e le braccia muscolose.

È davvero tutto mio?

Sfila le scarpe, poi la mia attenzione si concentra esclusivamente sui suoi boxer. Sotto il tessuto, la sua erezione è già evidente ma, quando lui si spoglia, resto senza fiato. Il suo membro eretto è incredibile: bellissimo e levigato, fiero nella sua lunghezza, nel rivelare quanto mi desidera.

Dominic si avvicina, con lo sguardo offuscato dalla lussuria. Mi avvolge in un abbraccio e mi bacia appassionatamente, premendo la sua erezione calda e dura contro di me. Io provo il bisogno incontenibile, assoluto di sentirlo dentro di me.

Lui mi sgancia il reggiseno, lasciandolo cadere a terra. Spingo i seni contro il suo petto, e finalmente posso abbracciarlo, accarezzare la sua schiena ampia e liscia, sfiorarne i muscoli, fino alla tensione dei glutei contratti.

Non c’è niente.

Il pensiero mi si è affacciato alla mente senza che lo volessi. Che significa? Cosa sta cercando di dirmi il mio inconscio?

La scena di flagellazione che hai visto. Sulla sua schiena non ce n’è traccia. Te ne saresti accorta, accarezzandola.

Allora non era lui! concludo, con immenso sollievo. Non so chi fosse quell’uomo, o perché si trovasse nel suo appartamento, ma non era lui.

Quella folgorazione libera qualcosa dentro di me. Da trepidante ed estatico, il mio desiderio si fa più impellente, ha bisogno di esprimersi. Le mie braccia stringono Dominic con più forza, le mie unghie gli graffiano delicatamente la schiena, e io abbasso la testa, leccandogli il petto, mordicchiandogli la pelle. Prendo tra i denti un capezzolo scuro, e tiro.

«Oddio», mormora Dominic, mentre io succhio, stringendo appena i denti. Poi, quasi brusco, lui chiede: «Vuoi che ti scopi?»

Gli si è incrinata la voce. Io annuisco, e socchiudo le labbra, liberando il capezzolo, lucido della mia saliva.

«Davvero?»

«Sì!»

«Chiedimelo.»

Non l’ho mai detto a voce alta in vita mia, ma ormai ho superato ogni inibizione. «Sì, ti prego, scopami, ti voglio da morire...»

Di colpo, lui mi solleva di peso e mi adagia sul letto come se fossi un fuscello. Le lenzuola sono fresche sulla pelle accaldata.

Lui raggiunge un tavolino laterale, apre il cassetto e prende una confezione di preservativi. Con un gesto rapido, strappa la bustina, toglie il dischetto di gomma e se lo infila.

Sta davvero per succedere.

Sono pronta, ho fame di lui, una smania disperata di sentirlo dentro di me. Ora è tornato, e per un momento resta ai piedi del letto. Poi si china, insinua le dita sotto il bordo delle mutandine e me le abbassa lentamente sui fianchi, sulle gambe, sulle caviglie. Quando sono nuda, lui s’inginocchia sul materasso, mi divarica le cosce con delicatezza e mi appoggia le labbra sul piccolo ciuffo di peli del pube. Io mi apro come un fiore, gonfia e calda di desiderio. Ne ho bisogno, ho fretta di averlo. Tutto il mio corpo non implora altro.

«Sei magnifica», dice lui, con la voce bassa, e il suo respiro che mi sfiora il clitoride mi toglie il fiato. Sospiro, mentre lui passa le labbra sulla punta, indugia con la lingua, facendomi fremere di un’estatica agonia.

«Non ce la faccio più ad aspettare», ansimo. «Ti prego, Dominic...»

Solleva la testa e per un attimo rimane fermo, in ginocchio sul letto, col suo magnifico pene che mi sovrasta. Poi si abbassa su di me, premendo l’erezione contro il mio clitoride, facendomi dimenare. È bellissimo sentirmi schiacciata dal suo peso. Agendo di loro iniziativa, le mie gambe si spalancano ad aprirgli l’accesso, i miei fianchi si sollevano per incontrarlo. Il mio corpo agisce per volontà propria, consapevole soltanto di volere Dominic, una bramosia che esige di essere soddisfatta, subito.

Lui si ritrae appena, con la punta che sfiora il mio varco.

«Ti prego, ti prego», lo incalzo, con la voce ridotta a un gemito.

Il suo sguardo cupo e intenso è fisso su di me, assapora l’istante in tutta la sua delizia. Il mio corpo lo desidera così tanto che freme sotto di lui, mentre le mie labbra si aprono, pronte ad accoglierlo. Sollevo appena le spalle e tendo le braccia, per stringere i suoi glutei sodi, attirandoli verso di me, e finalmente lui mi penetra, scivolandomi dentro con un movimento fluido, eppure con una lentezza sensuale, provocandomi una sensazione di magnifico strazio.

Gemo e mi aggrappo a lui, facendolo sprofondare sempre più dentro di me. L’espressione del suo viso è di una concentrazione feroce, tesa nello sforzo di trattenersi. I miei fianchi si sollevano per accoglierlo, spinta dopo spinta. Provo un trasporto indicibile a sentirlo immergersi in me con tanta forza. Non ho mai sperimentato niente di simile. Ora lui ha accelerato il ritmo e io lo assecondo, inarcando la schiena a ogni colpo. Lui cambia impercettibilmente posizione, spostando il peso sulle ginocchia, e m’infila le mani sotto il sedere, lo stringe, e il mio corpo reagisce di conseguenza: la sensazione diventa più avvolgente, acuta, e ogni spinta poderosa mi leva il fiato. Inspiro, e grido, mentre lui mi stringe con forza e preme contro il mio clitoride gonfio e rovente. Mi sento invadere da un’emozione incredibile, s’irradia dentro di me in ondate sempre più intense. È una beatitudine quasi insopportabile, e io mi trovo trasportata sulla cresta della marea montante, verso l’orgasmo. Mi apro il più possibile a lui, divaricando le gambe, ora irrigidite dall’impellenza del mio desiderio. Sento il ritmo di Dominic farsi più veloce, eccitato dal mio orgasmo incipiente, e i suoi occhi si accendono mentre mi guarda superare la soglia. Spasmi deliziosi mi squassano, tremiti impetuosi mi scuotono in tutto il corpo. Precipito, consapevole solo della squisita sensazione del mio piacere, e del grido di Dominic, quando a sua volta raggiunge l’apice. Poi si abbandona sul mio petto, e resta a lungo così, ancora dentro di me, ansimante ed esausto.

Infine alza la testa e mi rivolge un sorriso radioso di felicità. «Ti ho fatto passare una bella giornata, Beth?»

«Ho apprezzato soprattutto la parte trascorsa dentro casa», rispondo, con una risatina.

«Io quella trascorsa dentro di te», risponde lui, e scoppiamo a ridere. Siamo così vicini, legati da un’intesa così intima. Poi lui scivola fuori, si gira sul fianco, sfila il preservativo e lo fa sparire. Dopodiché torna a voltarsi verso di me, mi abbraccia e mi bacia con dolcezza. «È stato fantastico, Beth. Sei una sorpresa continua.»

Sospiro, appagata. «Posso dichiarare sinceramente di non aver mai provato niente di simile in vita mia.»

«Vuoi passare la notte qui?» domanda.

«Che ore sono?»

«Le otto passate.»

«Davvero?» Sono sbalordita. Poi mi rannicchio al caldo, tra le sue braccia. «Sì, ti prego, sarebbe bellissimo.»

«Dovremo mangiare qualcosa», aggiunge, ma il tepore del letto è irresistibile, e senza rendercene conto ci addormentiamo entrambi, spossati.