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Il mattino dopo, mi sveglia lo scroscio della doccia, e qualche minuto dopo vedo Dominic uscire dal bagno con un asciugamano legato in vita. A torso nudo, coi capelli bagnati che gli sgocciolano sulle spalle, è di una bellezza mozzafiato.

Il sorriso che mi rivolge gli illumina gli occhi. «Ciao. Hai dormito bene?»

«Benissimo.» Mi stiracchio indolente nel letto, con un sorriso sornione.

«Hai un aspetto meraviglioso», dice lui, contemplandomi ammirato. «Vorrei tanto non dover andare in ufficio oggi. Non riesco a immaginare niente di meglio che tornare a letto con te.»

«E allora perché non lo fai?» rispondo, scoccandogli un’occhiata maliziosa. La sua vista mi ha riacceso il desiderio, facendomi formicolare la pelle.

«Devo lavorare, tesoro. È già tardi.» Si strofina i capelli con una salvietta. «E poi, sbaglio o dovresti presentarti al lavoro anche tu, questa mattina?»

Per un momento non capisco a cosa si riferisca, poi di colpo mi metto a sedere. «Oddio! La galleria!» Nel turbine di eccitazione che mi ha travolto, avevo completamente dimenticato il mio nuovo impiego. «Che ore sono?»

«Quasi le otto. Devo darmi una mossa.»

Mi rilasso un po’. «Meno male. Io non comincio prima delle dieci.»

Scuote la testa, ridendo. «Voi artisti avete tutte le fortune.»

Sto pensando che per cambiarmi dovrò tornare nell’appartamento di Celia, quando d’un tratto mi copro la bocca con una mano.

«Cos’altro c’è, adesso?» domanda lui, arcuando un sopracciglio scuro con aria interrogativa.

«De Havilland! Ieri sera non gli ho dato da mangiare!» Balzo giù dal letto e raccolgo i vestiti da terra. «Povero De Havilland! Come ho potuto abbandonarlo così?»

«Non preoccuparti, qualcosa mi dice che è sopravvissuto. E, a dire la verità, sono contento che tu non mi abbia piantato in asso per il tuo gatto.»

«Non è il mio gatto, è di Celia... come ho potuto!» Infilo l’abito a tempo di record, poi corro a salutarlo. «Grazie, grazie. Per ieri, e per stanotte.»

Lui mi stringe a sé. Sento il battito del suo cuore, e inspiro una miscela inebriante di sapone, di dopobarba, e del profumo virile e agrumato della sua pelle. «Sono io a doverti ringraziare», mormora, e il timbro baritonale si riverbera nel suo petto. Poi prende il cellulare dal comodino. «Non ho il tuo numero, forse dovresti darmelo.»

Lo recito in fretta, e lui lo salva nella rubrica. «Ottimo. Ti scrivo un messaggio, così avrai anche il mio.» Si china a baciarmi dolcemente sulle labbra. La sua bocca sa di menta e miele. «Ora fila. Non arrivare tardi al primo giorno di lavoro.»

 

 

Ovviamente, De Havilland è offeso a morte. Non appena sente la chiave nella serratura, esplode in miagolii furibondi, e quando entro m’incenerisce con lo sguardo.

«D’accordo, hai ragione, ti chiedo scusa! È stato imperdonabile dimenticarmi di te, ma adesso sono qui.»

Mi precede di corsa in cucina, con la coda nera e vaporosa dritta in aria, a fare da punto esclamativo alla sua contrarietà, poi si arresta davanti alla ciotola, e continua a miagolare mentre io la riempio di crocchette. Infine si mette a sgranocchiare di gusto, come se fosse digiuno da settimane.

Io guardo l’orologio. Devo sbrigarmi. M’infilo sotto la doccia, anche se sono quasi restia a lavarmi dalla pelle il profumo degli abbracci di Dominic, un ricordo talmente meraviglioso che al solo pensiero sento un vuoto allo stomaco, come se mi stessi tuffando da una cascata. Con Adam non avevo mai sperimentato nulla di simile. Certo, facevamo l’amore, ma era sempre uguale: sereno, gradevole, prevedibile. Lui non mi aveva mai fatto provare nemmeno un decimo dell’eccitazione e dell’estasi che mi ha scatenato Dominic. Quando mi ha penetrato, ho provato una sensazione d’intimità assoluta e, quando ho raggiunto l’orgasmo, un appagamento senza precedenti, che mi ha scosso fino al midollo. Abbasso lo sguardo sul mio corpo, sui seni coperti dal bagno schiuma, sulla pancia, e sul monte di Venere, celato tra i peluzzi biondi, e mi sembra di comprendere per la prima volta di cosa sia capace.

Ma ero davvero io la donna di ieri? E ci riuscirò ancora? Oddio, speriamo di sì!

Ho già di nuovo voglia di lui, un bisogno profondo, viscerale, come una sete in un pomeriggio torrido.

Dominic.

Il suo nome mi procura un fremito delizioso.

Ehi, devi andare al lavoro, ricordi? Adesso basta pensare al sesso, signorina. Fatti una doccia fredda, e muoviti.

Arrivo alla Riding House Gallery alle dieci in punto. Busso alla porta, e dal vetro vedo James che viene ad aprirmi. Porta un paio di pantaloni di cotone color kaki, una camicia rosa e un gilet blu scuro, elegante come un lord inglese. Mi sembra persino più alto e più magro di quanto ricordassi, mentre mi scocca un’occhiata amichevole da sopra le lenti degli occhiali, scivolati sulla punta del naso aquilino. «Ciao, Beth! Come stai? Hai passato un buon fine settimana?»

«Sì, grazie», rispondo allegramente. «Mi sono divertita un mondo.»

«Bene. Ora, lascia che ti spieghi le nostre regole... Numero uno, il caffè. Chi arriva per primo, lo prepara per entrambi. E, regola numero due, niente caffè da asporto.»

«Ce ne sono molte altre?» domando, sorridendo, mentre lui mi fa strada nella galleria fino a un cucinino sul retro.

«Oh, no. Sono un tipo piuttosto accomodante. Ma ho i miei principi.»

Non mi stupisce. Ha l’aria di un uomo dai gusti molto precisi. Compreso, a quanto pare, il caffè: una miscela colombiana forte e aromatica, macinata di fresco, e preparata con una macchina Gaggia con le cromature lucidate. In un batter d’occhio, mi ritrovo tra le mani una tazza di porcellana piena di un cappuccino dal profumo invitante.

«E, ora che siamo tornati persone civili, possiamo cominciare», dichiara James, sorseggiando il suo caffè amaro.

Col trascorrere della mattinata, mi convinco che lavorare qui mi piacerà davvero. Dietro le apparenze composte e riservate, James nasconde un brillante senso dell’umorismo, e un lato davvero divertente, sempre disponibile alla battuta e alla risata anche mentre mi spiega cosa devo fare. Le mie mansioni non sono troppo impegnative. Per il momento, si tratterà di rispondere al telefono, accogliere i clienti e poco altro. Naturalmente sono alle prime armi, e da principio James deve farmi vedere tutto, ma mi sembra d’imparare in fretta.

«So che, per adesso, ti sto dando compiti poco stimolanti», mi dice, in tono contrito. «Ma ti prometto che, col tempo, il lavoro diventerà più interessante.»

«Non mi dispiace cominciare dalla gavetta.»

«Atteggiamento molto positivo.» Sorride di nuovo. «Ho il presentimento che andremo d’amore e d’accordo.»

Ha ragione. C’intendiamo alla perfezione. James è cordiale e disponibile, e mi fa ridere di continuo. E qualsiasi sospetto che stia flirtando con me viene messo a tacere nel pomeriggio, quando alla galleria si presenta un signore biondo di mezza età, con le rughe del viso messe in risalto dall’elegante completo bianco. Raggiunge James, lo bacia sulla guancia e comincia a parlargli in un idioma a me incomprensibile.

James gli risponde nella stessa lingua, poi si rivolge a me. «Beth, permettimi di presentarti Erlend, il mio compagno. Devi scusarci, ma tra noi abbiamo l’abitudine di parlare nella sua lingua madre, il norvegese.»

Erlend si gira e mi saluta con garbo. «Piacere di conoscerti, Beth. Spero che ti troverai bene con James. Ma non permettergli di comandarti a bacchetta, sa essere piuttosto prepotente.»

«Promesso», rispondo, sorridendo. Dunque James non mi stava facendo la corte.

Mentre la coppia conversa amabilmente in norvegese, io contemplo lo spazio luminoso ed essenziale della galleria, e avrei voglia di abbracciarmi dalla contentezza. Ho un lavoro, e ho Dominic. Cos’altro potrei desiderare?

Nel tardo pomeriggio, ricevo un SMS:



CIAO, A CHE ORA STACCHI? TI VA DI BERE QUALCOSA DOPO IL LAVORO? XX D.



Rispondo:



OTTIMA IDEA. FINISCO ALLE 18. XX B.



Un istante dopo, ricevo un altro messaggio:



TI ASPETTO ALLE 18.30 DAVANTI A ALL SOULS, IN REGENT STREET, VICINO ALLA BBC.



«Buone notizie?» domanda James, guardandomi da sopra gli occhialini dorati.

Arrossisco, e faccio cenno di sì con la testa. «Mmm.»

«Un fidanzato?»

Divento ancora più rossa. «Ehm... no...»

«Non ancora», aggiunge lui, con un sorriso. «Ma è quello che speri.»

A questo punto devo essere paonazza. «Credo di sì.»

«È un uomo fortunato. Mi auguro che ti tratti come meriti.»

In un lampo, mi torna in mente l’immagine esatta di come mi ha «trattato» Dominic ieri notte, e provo la solita scossa di eccitazione, come se mi fossi appena lanciata da un trampolino altissimo. Incapace di aprire bocca, mi limito ad annuire di nuovo.

 

 

La galleria chiude alle sei e, seguendo le indicazioni di James, mi avvio verso la chiesa dove ho appuntamento con Dominic. Dista appena pochi minuti a piedi, e arrivo con largo anticipo. L’edificio è antico, costruito con pietre di un bruno dorato, e io mi attardo sotto il portico circolare, affacciato su Regent Street. Il traffico si addensa davanti all’imponente palazzo al mio fianco, la sede della BBC, e per distrarmi dall’impazienza di rivedere Dominic mi godo il viavai di passanti. Non sto più nella pelle per la trepidazione, mi sento come se fosse la vigilia di Natale.

Sto leggendo le informazioni sulla chiesa da una brochure appesa accanto all’ingresso quando lui arriva, e la sua voce mi coglie di sorpresa. «Beth?»

Mi giro all’istante, radiosa. «Ciao! Come stai?»

Dominic è stupendo come sempre, con un completo blu scuro che persino al mio occhio inesperto appare fatto su misura. Sorride e si china a baciarmi su una guancia, sfiorandomi la schiena con la mano. «Benissimo, grazie. E a te, com’è andata?»

Comincio a raccontargli il mio primo giorno di lavoro, mentre lui mi guida dall’altro lato di Regent Street, verso Marylebone. Mi ascolta, ma non parla molto. Sembra pensieroso.

«Va tutto bene?» domando, preoccupata.

Entriamo in una pittoresca enoteca, coi soffitti a volta, in pietra, e coi tavolini appartati. Le candele accese dentro piccole lanterne di metallo argentato proiettano strani disegni sulle pareti. Siamo già seduti nel nostro séparé, e Dominic ha ordinato per entrambi un Puligny-Montrachet ghiacciato quando finalmente risponde: «Sto benissimo, sul serio». Ma il suo sguardo è sfuggente.

«Dominic?» Appoggio una mano sulla sua, e lui me la stringe per un istante, ma lascia subito la presa. «Che cos’hai?»

Lui fissa il tavolo.

«Mi stai facendo preoccupare. Dai, raccontami cos’è successo.»

La cameriera arriva a servire l’ordinazione, e il silenzio si protrae finché lei resta al tavolo. Intanto il nervosismo mi ha stretto un nodo allo stomaco. Perché Dominic si comporta in modo tanto freddo e distante? Solo questa mattina era così affettuoso, galante, rilassato. Ha tirato il freno, me lo sento.

«Dominic», insisto, quando restiamo soli. «Ti prego, dimmi cosa c’è che non va.»

Finalmente lui alza la testa, e con orrore gli leggo negli occhi una profonda tristezza. «Beth. Mi dispiace tanto...»

So già dove sta andando a parare, e quella consapevolezza è peggio di un pugno nello stomaco. «No!» lo interrompo, incapace di trattenermi. Non gli permetterò di farlo.

«Mi dispiace davvero», ripete lui, mortificato. Tiene le dita intrecciate sul tavolo, e lo sguardo basso. «Ci ho riflettuto tutto il giorno...»

«Non dirlo. Non ci hai nemmeno dato una possibilità...» Mio malgrado, il tono è implorante.

Lui mi guarda negli occhi. «Lo so, ma è proprio questo il punto. Non posso.»

«Perché no?» Mi sento come travolta da una valanga, trascinata da una forza soverchiante, ma non voglio perdere la calma. «La nostra notte insieme è stata straordinaria, unica... Io sarò anche una ragazzina ingenua, ma nemmeno a te saranno capitate tanto spesso esperienze del genere... Pensavo che significasse qualcosa, che fosse speciale...»

«È così!» esclama lui, combattuto. «È stata speciale eccome. Non è quello il problema, Beth. Magari lo fosse.»

«Cosa, allora?» Un pensiero rimasto in agguato in fondo alla mia mente, e che ho cercato di ricacciare indietro con tutte le mie forze, esce allo scoperto. Sai benissimo qual è il problema, mi bisbiglia una voce, quasi gongolante. L’hai visto tu stessa... «Hai un’altra? Qualcuno di cui non mi hai parlato?»

Lui chiude gli occhi, e scuote la testa. «No. No.»

«Dunque...» Coraggio, sussurra la vocetta malevola, non fare la finta tonta. Lo sai. Diglielo.

Vorrei strillarle: Non era lui! Non aveva segni sulla schiena!

Forse lei è abbastanza abile da non lasciare nessun segno, obietta la voce.

Oddio, non ci avevo pensato... Mi crolla il mondo addosso. Quando riprendo fiato, il mio tono è fioco, timoroso. «È per quello che fate tu e Vanessa?»

Ecco, adesso l’ho sconvolto. Resta pietrificato per un momento, e apre la bocca come per protestare, ma è ammutolito.

Io mi faccio forza. «Vi ho visti.»

«Tu hai visto cosa?» Temevo che perdesse le staffe, invece la sua espressione è allibita. Non so cosa dire, ma lui mi punta addosso uno sguardo penetrante, glaciale, il volto si fa severo. È così serio che mi terrorizza. «Beth, devo saperlo. Cos’hai visto?»

Rivedo l’intero spettacolo di ombre cinesi: l’uomo in ginocchio che bacia lo strumento di tortura, la donna che lo colpisce... «Ho visto...» La mia voce si è ridotta a un sussurro, e adesso sono io a rifuggire il suo sguardo. «Sabato sera. Dalla finestra del mio appartamento. La tenda era chiusa, ma è trasparente e in controluce... ti ho visto con Vanessa. O almeno credo che fosse lei. Non ne sono sicura.» Incrocio i suoi splendidi, profondissimi occhi neri, che la fiamma della candela accende di pagliuzze dorate, e mi pento di avere aperto bocca. Ma ormai è troppo tardi. «Lei ti picchiava. Prima tenendoti sulle ginocchia, come se sculacciasse un bambino disobbediente, poi in una posizione diversa, e alla fine ti ho visto su quello strano sedile, mentre lei ti frustava.»

Lui mi fissa, e giurerei che è sbiancato.

«Vi ho visti», ripeto, monocorde. «So cosa fate insieme. È per questo che vuoi scaricarmi, senza nemmeno darmi una possibilità?»

«Oh, Beth.» Gli mancano le parole. «Dio, non so proprio cosa dire. L’hai visto succedere nel mio appartamento?»

Annuisco.

«E hai dato per scontato che fossimo io e Vanessa?»

«Cos’altro potevo pensare? È casa tua. Vi avevo già visti là insieme. Dovevate per forza essere voi.»

Lui tace per un momento, come se riflettesse. Poi riprende: «Okay, capisco. Ma si tratta di un equivoco. La donna era davvero Vanessa. Ha le chiavi, come avrai intuito vedendola entrare l’altro giorno. Però l’uomo non ero io, fidati».

«Ma... chi può avere il permesso di entrare in casa tua per farsi picchiare?»

«Be’, non ha precisamente la mia autorizzazione. Io non approvo. Ma Vanessa sapeva di non trovarmi in casa l’altra sera, e aveva appuntamento con un cliente la cui fantasia preferita è interpretare il ruolo di un ricco magnate che viene torturato nel proprio appartamento di lusso. Lo avrà portato là per la scenografia.» Scuote la testa. «Non gliel’ho mai vietato in modo esplicito, ma le avevo detto di tenere il suo lavoro fuori da casa mia. Si approfitta parecchio della nostra relazione passata.»

Sono confusa. «Un momento: hai detto cliente? Il suo lavoro? Vanessa è... una prostituta?» Non riesco a crederci. La bellissima, elegante, sofisticata Vanessa, una squillo? No, è impossibile. Che bisogno avrebbe di abbassarsi a un mestiere simile?

Dominic esala un lungo sospiro rassegnato, e si appoggia allo schienale. «Oh, santo cielo. A questo punto il proverbiale vaso di Pandora è scoperchiato. Non ho altra scelta, devo dirti le cose come stanno.»

«Te ne sarei molto grata», ribatto, con una punta di sarcasmo nella voce.

«D’accordo. Per arrivare al punto, devo cominciare da Vanessa.» Solleva il bicchiere e beve un sorso, come per farsi coraggio.

Io afferro a mia volta il calice gelato, appannato dalla condensa, e prendo una lunga sorsata di vino bianco, secco e appena metallico. Ho l’impressione che servirà anche a me.

Dominic mi guarda. «Per prima cosa, Vanessa non è una prostituta, o comunque non nel senso che intendi tu. I suoi servigi non sono a pagamento, ed è rarissimo che comprendano un rapporto sessuale. Sono di tutt’altro tipo. È una mistress e dominatrice professionista. La sua specialità consiste nell’offrire a persone con esigenze particolari un ambito sicuro e protetto dove dare libero sfogo ai loro bisogni.»

Rimango in silenzio, cercando di assorbire l’informazione. Finora avevo creduto che le dominatrici fossero personaggi caricaturali di film o fumetti. Non avrei mai pensato che esistessero davvero. Quanto poi a farne una professione, mi sembra addirittura inconcepibile.

Dominic prosegue: «In genere, la gente crede che la sessualità e il romanticismo siano uguali per tutti. Un uomo e una donna s’incontrano, si spogliano e vanno a letto insieme. Punto. E immagino avrai visto quelle riviste nelle edicole, con paginoni a colori di tette e sederi in bella mostra, che si ritiene debbano eccitare i maschi».

È stranissimo sentire un discorso simile in bocca a Dominic, e il tono di disprezzo con cui lo pronuncia lo rende ancora più sconcertante.

Si sporge sul tavolo, concentrandosi completamente su di me. «Ma molti di noi sono diversi. Non sono quelle le nostre fantasie. Abbiamo bisogno di qualcosa d’altro, e non vogliamo soltanto immaginarlo. Vogliamo viverlo.»

Ha detto «noi». Quindi si è incluso nella categoria. Oddio, cosa sta per dirmi?

«Ricordi quel locale nel seminterrato, l’Asylum?» domanda, a bruciapelo, e io faccio cenno di sì con la testa. «Vanessa è la proprietaria. Anzi, possiede tutto l’edificio. È un posto dove la gente può inscenare le proprie fantasie e soddisfare i propri bisogni senza timore. Un luogo protetto, creato appositamente per quelli come lei.»

Cerco di ricomporre il mosaico, ripensando alle persone nelle gabbie. «Perché Vanessa è una dominatrice...» comincio a dire, frastornata.

«... e a tutti i dominatori servono sottomessi, altrimenti non c’è storia», conclude lui, e sorride per la prima volta in tutta la serata. «Un sopra e un sotto. Lo yin e lo yang.» Poi torna pensieroso. Dopo un breve silenzio, prosegue: «Ho incontrato Vanessa quando studiavo a Oxford. Mi è piaciuta subito, c’era un’attrazione fortissima tra noi. Io ero appena tornato dagli Stati Uniti, non conoscevo nessuno, ed ero entusiasta di essermi imbattuto in una donna simile, così diversa dalle altre. E presto mi ha introdotto alle sue... predilezioni. È cominciata in modo piuttosto innocente. Mi legava al letto quando facevamo sesso, mi eccitava e mi tratteneva a lungo sulla soglia, quasi tormentandomi con le sue tecniche... e a me piaceva moltissimo. Poco alla volta, nella nostra camera da letto sono comparsi altri strumenti: foulard, lacci, bende per gli occhi. Le piaceva imbavagliarmi, bendarmi, usarmi per i suoi giochetti. E infine ha cominciato a sculacciarmi. Con delicatezza, da principio – qualche colpo secco sul sedere, assestato con le mani – e poi con maggiore violenza, con palette e cinghie, finché alla fine non era arrivata a dedicare più tempo a quello che a qualsiasi altra cosa. E lei godeva, c’impazziva». Al ricordo gli s’illuminano gli occhi.

In fondo, non è affatto diverso dall’uomo sul sedile. Non mi piace per niente la sensazione che provo pensando a Vanessa e a Dominic che fanno sesso: una gelosia cocente, e un’eccitazione sotterranea al pensiero di lui, steso sul letto, trattenuto sulla soglia del piacere. «E a te... piaceva?»

Sospira di nuovo, e beve un altro sorso. «È difficile da spiegare se non l’hai mai provato. Sembra incredibile, lo so, ma il dolore e il piacere sono strettamente intrecciati. Il dolore non è per forza una cosa brutta; può essere stimolante, eccitante, e provocare un godimento molto, molto intenso. Se poi combacia con certe fantasie o inclinazioni già presenti nella psiche – il desiderio di venire controllato, poniamo, o punito, trattato come un bambino disobbediente o una ragazzina sfrontata che va domata –, be’, può diventare letteralmente esplosivo.»

Cerco d’immaginarlo, ma ancora non capisco cosa ci trovino a lasciarsi picchiare. Evidentemente non fa per me. Non mi sembra di coltivare un bisogno inconscio di punizione. Le mie fantasie erotiche sono d’amore.

Dominic continua, ora impaziente di confessare tutto: «Io ero disposto a seguire quella strada solo fino a un certo punto, però Vanessa voleva andare oltre. Sognava di sperimentare su di me una fustigazione a tutti gli effetti, ma a me non andava. I suoi giochetti mi piacevano, solo che oltre un certo punto non mi eccitavano più. Poi abbiamo trovato il Club».

«Il Club?»

Annuisce. «Una società di persone accomunate da gusti simili. S’incontravano in un vecchio capanno sulla riva del fiume. A guardarlo da fuori non sembrava niente di speciale, ma all’interno era interamente dedicato all’arte della frusta, con tutti gli strumenti che sarebbe difficile nascondere in una casa normale: croci di Sant’Andrea, divaricatori, gogne, e così via.»

Mi manca il respiro. Una sala delle torture? Mio Dio, non dovremmo impedire certe cose, invece che incoraggiarle? Ma Amnesty International lo sa?

Dominic nota la mia espressione inorridita. «Sembra tremendo, lo so. Ma sono pratiche perfettamente consensuali. Nessuno si sognerebbe di frustare qualcuno senza la sua esplicita autorizzazione. La mia prima esperienza là è stata sconvolgente. Ho visto un uomo scudisciare una donna.» Il suo sguardo diventa distante, e capisco che sta rivivendo la scena. «L’aveva legata per i polsi e le caviglie a una croce di Sant’Andrea – sai, di quelle a X –, e ha usato sette strumenti diversi, cominciando piano, con un frustino morbido, di crine, per arrivare fino al gatto a nove code... solo che il suo ne aveva venti. A quel punto, lei era quasi a pezzi. È stato strabiliante.»

L’immagine mi riempie la mente: una donna che urla di dolore, con la schiena lacerata e grondante di sangue, e un uomo ubriaco del proprio potere, che la percuote con tutta la forza che ha in corpo. E dovrebbe essere eccitante? «E il sesso, quando lo facevano?» azzardo.

Dominic sembra sorpreso. «Sesso?»

«C’erano anche attività sessuali vere e proprie, no? Oppure non ho capito niente. Il sesso quando arrivava?»

«Le regole del Club vietavano il coito o la penetrazione, salvo in circostanze private, e se i partner lo avevano concordato come parte della fantasia erotica. Ma moltissime persone raggiungono l’orgasmo senza quello che definisci ’sesso vero e proprio’. La flagellazione è sesso, e viceversa. Oppure no. Dipende. Spesso il rapporto di forza e di potere tra i partecipanti è sufficiente a dare loro lo sfogo di cui hanno bisogno.»

Resto a fissarlo, attonita. Non avrei mai immaginato situazioni del genere. «E voi siete diventati soci del Club.»

Annuisce. «Vanessa lo adorava. Era esattamente il tipo d’ambiente che stava cercando. Aveva trovato la sua famiglia. L’Asylum è una filiazione del Club, solo un po’ più elaborata, perché non si limita a offrire la semplice dominanza.»

«C’è dell’altro?» domando, con un filo di voce.

Dominic scoppia a ridere. «Oh, sì. Molto di più. Ma non divaghiamo. Sto cercando di spiegarti perché l’uomo nel mio appartamento non potevo essere io.»

«Perché no?»

Mi guarda dritto negli occhi. «Perché, quando ho visto quella donna che veniva fustigata, ho capito con assoluta certezza che non volevo farmi incatenare alla croce, non volevo essere legato e imbavagliato, sotto i morsi dei vari strumenti. Volevo essere l’uomo che brandiva la frusta. Non sognavo di subire la punizione. Volevo infliggerla.»

Resto senza parole. Lo fisso, con gli occhi sgranati.

Dominic sospira, improvvisamente rassegnato. «Non intendevo dirtelo così. Mi sono espresso male.»

Non lo ascolto quasi, troppo assorta a ricucire insieme i dettagli. «Quindi è a questo che ti riferivi, quando hai detto che tu e Vanessa eravate incompatibili.»

Annuisce. «Sì. Temo proprio di sì. Due personalità dominanti non possono coesistere in un rapporto in cui la dominanza è parte essenziale della dinamica sessuale. Ma soprattutto non ci amavamo più. La nostra storia aveva fatto il suo tempo, ed eravamo diventati ciò che avremmo dovuto essere fin da principio: amici. Ma la nostra comune esplorazione ci ha legato a filo doppio.»

«Per non parlare delle manette», commento, sarcastica, e mi risento un po’ quando lui scoppia a ridere. «Non era una battuta. L’intera faccenda mi sembra pazzesca.» Mi chino verso di lui, fissandolo attentamente. Avrei dovuto sapere che un uomo tanto bello avrebbe rivelato un lato oscuro. «Quindi mi stai dicendo che hai bisogno di frustare le donne?»

Beve un altro sorso. Lo sto rendendo nervoso? «Questa situazione è piuttosto strana anche per me, Beth, perché tu non sai niente del mio mondo, e giudichi bizzarre cose che a me sembrano perfettamente normali. Ma, che tu ci creda o no, ci sono donne che traggono grande piacere dalla sottomissione. E io ne provo altrettanto a dominarle.»

Non so cosa dire. Sto cercando d’immaginare l’uomo davanti a me, all’apparenza perfettamente normale, che colpisce una donna inerme con uno scudiscio. Provo un misto di rabbia e di tristezza, emozioni che non riesco a spiegare nemmeno a me stessa. Prima ancora di averlo deciso in modo consapevole, mi alzo e spingo indietro la sedia, facendola stridere sul pavimento di pietra. «Ora capisco perché volevi troncare», dico, con un tremito nella voce. «Immagino che ieri notte non ti sia bastato. Per me è stata un’esperienza straordinaria ma, a quanto pare, tu non ci provi nessun gusto, senza picchiarmi a sangue. Be’, grazie tante d’avermi avvertita.»

Sembra ferito. «Beth, no, le cose non stanno così.»

«Certo, come no. Comunque adesso devo andare.» Mi giro e mi precipito alla porta.

Lui si alza, cerca di richiamarmi indietro, ma so che non potrà seguirmi prima di aver pagato il conto, così esco di corsa in strada, e fermo un taxi di passaggio. «Randolph Gardens, per favore», dico trafelata al conducente, aprendo la portiera, e per tutta la strada di ritorno a Mayfair tremo come se la temperatura fosse calata a zero.