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«No, davvero, mamma, sto benissimo.» Rivolgo un’espressione esasperata a James, che sta appoggiando sulla scrivania la mia tazza di caffè, per fargli capire che non ci metterò molto.

Lui mi segnala a gesti un «non c’è fretta, prenditi tutto il tempo che vuoi»; poi, con discrezione, si ritira in disparte, per consentirmi di parlare liberamente.

«Sei sicura, tesoro?» Mia madre sembra in ansia. «Mi preoccupa pensarti da sola in quella grande città.»

«Va tutto bene. E adesso sono al lavoro, quindi non posso parlare...»

«Però prometti di chiamarmi più tardi, okay? Se hai bisogno, posso prendere il primo treno e raggiungerti.»

«Non serve, ma ti chiamo non appena possibile. Ora devo proprio andare.»

«D’accordo. Abbi cura di te. Ciao, ti voglio bene.»

«Anch’io, mamma. A presto.» Riaggancio, confortata dalla conversazione con mia madre. Anche se non le ho detto niente di Dominic, le sue sensibilissime antenne materne hanno colto la tristezza che mio malgrado mi è trapelata dalla voce.

James torna alla scrivania, per vedere come procede la correzione delle bozze del catalogo. Gli mostro il lavoro, già quasi finito.

«Brava», commenta. «Hai buon occhio per i dettagli, Beth. E per me è un sollievo immenso poter contare sul tuo aiuto. Non sono molto portato per questo genere di cose. A volte chiedevo a Erlend di fare una seconda verifica, ma il suo inglese scritto non è perfetto, e capitava che aggravasse la situazione, infilando errori invece di eliminarli.» Scuote la testa, ridendo. «Siamo l’uno peggio dell’altro. E, adesso che le bozze sono così a buon punto, possiamo passare ad altro.»

Mi spiega le mie nuove mansioni. Dovrò aiutarlo a organizzare il prossimo vernissage privato, previsto tra due settimane, ovvero gestire lo smantellamento della mostra in corso e l’allestimento della successiva. Per i prossimi giorni, quindi, sarò impegnatissima, ma così James avrà più tempo da dedicare al suo punto forte: le relazioni con la clientela. L’ho già visto all’opera una volta, quando ha avvicinato un cliente entrato per caso, accompagnandolo nella visita e spiegandogli le tele a una a una. Da principio il tizio stava sulle sue, deciso a non lasciarsi convincere, ma la competenza e il garbo di James lo hanno conquistato; James ha intuito a prima vista quale genere di quadro potesse interessargli, perciò gliene ha mostrato uno di cui si è innamorato, e in un batter d’occhio ha concluso l’affare.

Sono rimasta molto colpita. Non dev’essere facile persuadere qualcuno a scucire cinquemila sterline così su due piedi.

«In questi tempi di crisi, la gente considera l’arte soprattutto come un investimento», mi ha spiegato James. «Così ho fatto il possibile per rassicurare il cliente che le quotazioni di questo artista sono destinate a conservarsi stabili, e addirittura a crescere nel tempo. È la prima preoccupazione di tutti, al momento, anche se naturalmente devono anche apprezzare l’opera in questione. Investire nell’arte è redditizio, e allo stesso tempo può procurarci un grande piacere.»

Ora mi sta scrutando con quel suo sguardo saggio, da sopra le lenti degli occhiali, un’espressione che lo fa somigliare al gufo sapiente di un libro di fiabe. «Oggi quasi non ti riconosco. Sei sicura di stare bene?»

«Sì, benissimo», rispondo automaticamente, ma con scarsa convinzione.

«Il tuo tono ti tradisce. Secondo me hai bisogno di sfogarti. La galleria è vuota, le bozze sono quasi pronte...» Prende una sedia e mi si piazza davanti, coi gomiti sulla scrivania e col mento appoggiato alle mani. «Coraggio, spara.»

Lo guardo. Non riesco a credere di conoscerlo solo da pochi giorni. Andiamo così d’accordo, e mi viene straordinariamente naturale parlare con lui, niente sembra mai scandalizzarlo. È un uomo ricco d’esperienza, e la sua indole indulgente lo rende il confessore perfetto. E poi l’interesse che mi dimostra sembra sincero. Posso dirgli la verità?

Come se mi avesse letto nel pensiero, lui aggiunge: «A me puoi raccontare qualsiasi cosa».

«Be’...» Inspiro a fondo, e vuoto il sacco, dalla prima sera in cui ho visto Dominic nel suo appartamento, fino a ieri, e al suo rifiuto inamovibile di dare una chance alla nostra relazione. È un sollievo togliermi questo peso di dosso ma, quando termino il racconto, l’espressione di James è decisamente pensierosa.

Dopo un momento di silenzio, commenta: «Beth, devo ammettere che, come problema sentimentale, è un po’ fuori dall’ordinario. Proprio un bel dilemma».

«Non so cosa fare. Non posso costringerlo a stare con me, se non vuole.»

«Oh, questo non mi sembra affatto in discussione. Lo vuole eccome.»

«Credi?» La mia voce è trepidante, speranzosa.

«Altroché. È evidente che è pazzo di te, e sta cercando di proteggerti. Si è sacrificato, per il tuo bene.»

«Ma non ne aveva motivo! È proprio il contrario di quello che volevo!»

«Lo so. Anche tu sei innamorata persa e, quando l’amore ti travolge, si è pronti a tutto. Lui sa già la piega che prenderà la vostra relazione, e non vuole farti soffrire, mentre tu sei disposta ad accettare il dolore di domani, pur di avere il piacere oggi.»

Ci rifletto per un momento, fissando il legno chiaro della scrivania, e la pila ordinata e lucida delle prove di stampa. «E se accettassi il dolore oggi?»

James mi guarda, perplesso. «In che senso?»

«Dominic ha descritto il suo bisogno di controllo come un vizio, una tossicodipendenza. Forse, se ci avventurassimo insieme nel suo mondo, potremmo trovare un modo di disintossicarlo, d’insegnargli a farne a meno.» L’idea mi sembra più sensata a mano a mano che la formulo. Provo un impeto di felicità, come se avessi individuato la soluzione perfetta. Ma certo! Se per avere Dominic devo inoltrarmi in quello strano universo, allora non resta che farlo. Ricordo le sue mani che mi bloccavano i polsi mentre facevamo l’amore, e l’ordine di venire, che mi ha catapultato in un orgasmo travolgente. Chissà, magari quel viaggio di scoperta potrebbe persino rivelarsi piacevole...

James interrompe le mie fantasticherie. Ha la fronte aggrottata. «È una faccenda seria, Beth. Dominic ha detto chiaro e tondo di non voler condividere con te quella parte della sua vita. Forse è un aspetto del suo carattere che in fondo non gli piace.»

«Ma, se non lo fa, non potremo avere una relazione», obietto, decisa. «E io lo desidero così disperatamente. E poi...» Sento il rossore salirmi alle guance. Sto per confidargli un pensiero che non avrei mai immaginato di esprimere ad alta voce, tantomeno al mio capo. «... una parte di me è curiosa. Voglio capire il potere che quel mondo esercita sulle persone. Da anni vivo solo a metà, e mi rifiuto di tornare in letargo.»

James inarca le sopracciglia. «In tal caso, la situazione è diversa. Se decidessi d’intraprendere questo cammino per te stessa, oltre che per lui, potrei capirlo. Sarebbe meno pericoloso, per così dire. Mentre sarei assolutamente contrario se lo facessi solo allo scopo di tenerti Dominic.» Sembra riflettere per un momento. «L’ambiente cosiddetto BDSM – ovvero Bondage, Dominanza e Sado-Maso – non mi ha mai attirato, ma so di molti gay che lo frequentano. Ci sono i cosiddetti leather, appassionati di bondage, legature e disciplina. Una coppia di miei amici aveva un rapporto padrone-schiavo, che manifestava in privato, oppure in presenza di amici fidati.» Il ricordo gli strappa una smorfia di disappunto. «Ai miei occhi, era un comportamento davvero bizzarro. Mi sentivo a disagio. Joe era lo schiavo, e Gareth il padrone; non lo chiamava nemmeno per nome, e Joe lo serviva in tutto e per tutto: cucinava, puliva, lo seguiva addirittura camminando carponi. In casa avevano una sala delle torture dove si ritiravano a fare i loro giochetti, e Gareth seviziava la sua vittima per ore. Senz’altro con reciproca soddisfazione», si affretta ad aggiungere. «Ma sinceramente a me dava i brividi. E quanto al mio amichetto, non so se mi spiego, correva a nascondersi, invece che scattare sull’attenti, pronto a compiere il suo dovere.»

Ho gli occhi sgranati, e avverto un fremito di nervosismo. «Credi sia questo che vuole Dominic?»

«Uno schiavo?» James scuote la testa. «No. Un sottomesso non è uno schiavo, per quanto ne so. Una volta Gareth mi ha detto che Joe era quello che chiamano un masochista assoluto.»

«Un che?»

«Credo significhi che fosse disposto a subire un tipo di punizione estrema persino per gli standard BDSM, oltre i limiti generalmente considerati sicuri. Non ho l’impressione che Dominic desideri una persona così. Anzi, vista l’ottima intesa sessuale di cui avete goduto senza nemmeno vedere l’ombra di un frustino, direi che non sia affatto un sadico incallito.»

Arrossisco di nuovo, ma questa conversazione mi è stata utilissima. Per la prima volta, mi sembra di cominciare a capire qualcosa di questo mondo strano e oscuro. «Ti sono davvero grata del tuo aiuto, James», gli dico, con sincerità.

«Non c’è di che, tesoro. Ma, a parte questo, non so proprio cos’altro potrei fare per te.»

«Per la verità, una cosa ci sarebbe... So che è chiedere molto, ma...»

Lui si sporge in avanti, incuriosito. «Avanti, sentiamo. Di che si tratta?»

Nella mia mente ha preso forma un’idea. Esito ancora un momento, poi gli spiego il mio piano.




Più tardi, a casa, sono stravolta, probabilmente per tutto quello che è accaduto negli ultimi giorni. Mi sento come se fossi passata attraverso una sorta di frullatore emotivo, sballottata fino allo sfinimento tra le vette della beatitudine e il baratro della disperazione più nera. Mi rimetto un po’ in sesto, preparandomi qualcosa per cena, concedendomi un lungo bagno caldo e poi una seduta di coccole con De Havilland. Una volta rinfrancata, la prospettiva di ciò che sto per fare comincia ad allettarmi. Quando ci penso, sento le farfalle nella pancia e, per quanto ancora stenti a credere di aver escogitato un piano simile, l’idea di metterlo in atto mi eccita.

Mentre entro in salotto, la mia pelle, pulita e rinfrescata dal bagno, prova un brivido di piacere al contatto con la seta della vestaglia. Per la prima volta, mi auguro quasi che la casa di fronte sia al buio, ma naturalmente non è così. Stasera le veneziane sono alzate, la tenda tirata e, alla luce soffusa, distinguo gli oggetti nella stanza. Dominic non c’è, ma resto comunque a contemplare il suo bellissimo appartamento. Mi fa sentire più vicina a lui. Finora avevo sempre lasciato spente le luci nel salotto di Celia, per restare invisibile, ma non questa volta. L’una dopo l’altra, accendo le lampade della stanza, fino a inondarla di un bagliore morbido e diffuso. I pannelli laccati d’argento prendono vita, baluginando come la superficie di uno specchio d’acqua.

Infine, come speravo, Dominic entra in salotto. Regge in mano un bicchiere pieno di un liquido ambrato, whisky o brandy. Ha l’aria di essere appena rientrato dall’ufficio, come se avesse gettato giacca e cravatta sul letto, ma fosse troppo esausto per cambiarsi del tutto. Non appena lo vedo, il mio cuore si gonfia di desiderio, e sento nelle vene il bisogno di abbracciarlo, di baciare quelle labbra perfette, di accarezzare il suo volto stanco, di passargli le dita tra i capelli scuri. Mi sembra persino di sentire il profumo delizioso della sua pelle. Ma in realtà non potremmo essere più lontani. Entrando nella stanza, lui lancia un’occhiata verso l’appartamento di Celia e, quando si accorge di me, si ferma di colpo. So che mi vede, ma non mi volto. Sono intensamente consapevole di lui, intuisco dov’è e cosa sta facendo, però fingo di non sapere che mi sta guardando.

Come un’attrice sul palco, apparentemente ignara del pubblico in sala.

Mi aggiro per la stanza, rimettendo in ordine questo e quello, cambiando la disposizione di portaritratti e soprammobili, prendendo un libro dallo scaffale e soffermandomi a sfogliarlo. So che ora Dominic si è avvicinato alla finestra. È proprio di fronte a me e mi fissa, col bicchiere premuto contro il petto, l’altra mano in tasca. Aspetta che mi giri, che stabilisca un contatto. Ma io non intendo farlo.

O comunque non nel modo che s’immagina lui.

Per mettermi dell’umore giusto, accendo il lettore CD. Celia ha lasciato inserito un disco di chitarra classica, e l’appartamento si riempie di accordi delicati. Non proprio la colonna sonora più adatta, ma dovrò accontentarmi. Cammino per la stanza, sciogliendo i muscoli, cercando di rilassarmi. Poco fa, mi sono versata un calice di vino rosso, dal sapore denso e ricco. Lo prendo dal tavolo e bevo un sorso, e all’istante il calore mi s’irradia nello stomaco, l’alcol mi scorre nelle vene. Un ottimo incentivo.

Dominic non si è mosso. Mi sta ancora guardando. Io mi avvicino alla finestra e comincio ad accarezzarmi le braccia, mi passo la mano sul collo, sul petto, infilandola nella scollatura della vestaglia. Le dita mi scivolano sui seni, fresche sulla pelle ancora calda, resa soffice e levigata dal bagnoschiuma, profumato all’essenza di rose. Sollevo i capelli sulla nuca, poi li lascio ricadere sulle spalle.

Sono sensuale? mi domando. Sexy?

Smettila di pensare. Se voglio che funzioni, devo mettere da parte ogni imbarazzo. Fallo per te stessa.

Chiudo gli occhi e dimentico il Dominic a pochi metri da me, fermo a guardarmi, per evocare mentalmente quello che mi ha scopato con tanto trasporto. Immagino il suo viso preso nella morsa del piacere, la sua espressione intensa quando mi ha penetrato, spingendosi sempre più a fondo dentro di me. Ricordo il momento in cui l’ho preso in bocca, succhiando la punta e facendolo gemere. Un brivido mi scuote, e di colpo avverto di nuovo quell’eccitazione crescente: i miei sensi si sono risvegliati, e il mio corpo reagisce, preparandosi al seguito.

Infilo di nuovo la mano sotto la vestaglia, ma questa volta sollevo un seno col palmo, strofinando col pollice il capezzolo già turgido, eretto, con la punta rosa scuro in tensione. Quando la sfioro, nel mio inguine si accendono mille scintille di piacere, facendomi sospirare. Ripeto gli stessi gesti con l’altro seno: lo accarezzo, tiro delicatamente il capezzolo, e il vortice si allarga, s’intensifica. Poi, piano piano, apro la vestaglia, e me la lascio scivolare dalle spalle, finché non si ferma sulla cintura. Sotto indosso un reggiseno nero di pizzo, col décolleté basso e con le coppe sostenute, dalle quali sporgono i miei seni, morbidi tra merletti impalpabili.

Ho le palpebre socchiuse, e tra le ciglia vedo Dominic di fronte a me. So che mi guarda. Immagino il suo respiro che diventa affannoso, più rapido, mentre lui comincia a capire cosa sto per fare. Poi, di colpo, si sposta, e un attimo dopo il suo salotto sprofonda nel buio. Quando torna alla finestra, si tiene appena defilato, lasciandomi intravedere soltanto la sua sagoma, come un’ombra indistinta.

Ci siamo scambiati le parti. Adesso è lui, al buio, a spiare me, in piena luce.

Ma io ne sono consapevole. So che mi sta guardando.

Avverto un’altra ondata di eccitazione e riprendo ad accarezzarmi i seni, giocando coi capezzoli che premono, sensibilissimi, sulla trama rigida del pizzo. Le mie mani risalgono lungo le braccia, le spalle, la gola, poi scendono verso l’inguine, tornano sui seni. Questa volta abbasso il reggiseno, lasciando esposti i capezzoli, ancora sospinti verso l’alto dalle coppe. Prendo il calice, bevo un sorso di vino, poi ci immergo i polpastrelli e mi bagno i capezzoli col liquido rosso.

Ogni volta che mi sfioro, il mio corpo reagisce. Il mio respiro ha accelerato, e il mio sesso è gonfio, caldo, deliziosamente bagnato. Dominic ha risvegliato la mia libido, e adesso ho fame di sperimentare di nuovo il trasporto del piacere. L’istinto guida le dita verso il basso. Una mano scompare tra le pieghe della vestaglia, si ferma sul calore che mi brucia tra le gambe.

Mi stai guardando, Dominic? Sei eccitato?

Lentamente, slaccio la cintura, e la vestaglia scivola a terra, lasciandomi solo in reggiseno e mutandine di pizzo. Mentre continuo ad accarezzarmi e a strofinarmi i seni con una mano, infilo l’altra negli slip, fino al mio centro segreto. Immergo un dito nel mio calore bagnato. Oddio, sono così pronta, eccitata, a un passo dal piacere al minimo tocco. Mi passo le dita sulle labbra gonfie, scivolando come sul miele, e raggiungo il clitoride, quella gemma sensibile che invia messaggi di piacere a ogni terminazione nervosa.

Mi lecco le dita, poi lo strofino, e lui freme. Ne vuole ancora. I miei movimenti si fanno più energici, la pressione della mano cresce. Il mio clitoride m’implora di essere più rude, più decisa. Vuole arrivare alla soglia, tutto il mio corpo lo desidera.

Dominic. Immagino che sia lui a toccarmi, le sue grandi dita intente a eccitarmi, sprofondate dentro di me, mentre il polpastrello del suo pollice mi preme sul clitoride.

Non riesco più a trattenermi. Mi tremano le gambe mentre aumento il ritmo, strofinando tutti i miei punti più sensibili.

«Dominic», gemo, e poi eccolo, l’orgasmo che esplode, e mi scuote dalla testa ai piedi. La sensazione è così intensa che devo reggermi al tavolino per non perdere l’equilibrio, la sua forza mi fa tremare, le ondate mi squassano con violenza, finché la marea non recede, lasciandomi senza fiato.

La testa mi ricade sul petto, le palpebre si abbassano. Inspiro profondamente, poi mi chino a raccogliere la vestaglia, la infilo senza allacciare la cintura, e mi aggiro per la stanza, spegnendo le luci l’una dopo l’altra.

Non so cosa stia succedendo nell’appartamento di fronte. È ancora completamente buio, e comunque io non mi volto. Mi sono offerta al suo sguardo nel modo più intimo possibile. Ora lui sa che sono capace di superare i limiti.

E questo, Dominic, è soltanto l’inizio.