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«Ti senti davvero pronta a farlo? Sei sicura?» mi chiede James, preoccupato: vuole essere certo che non mi stia avventurando su un terreno minato.

«Assolutamente», rispondo, perentoria. Ho indossato il tubino nero e sexy comprato nel giorno del restyling, e messo in pratica tutte le tecniche di make up apprese per rendermi il più sofisticata possibile.

«D’accordo.» Tende il gomito per farsi prendere a braccetto. «Be’, comunque sei uno splendore. Sono molto orgoglioso di farti da cavaliere.»

Detto questo, ci avviamo nel crepuscolo, verso Soho. Spero solo di avere preso la decisione giusta. A dispetto della mia performance di ieri sera, Dominic non si è fatto vivo. Sono certa che ne abbia seguito ogni secondo, ma il cellulare è rimasto muto tutto il giorno. Niente SMS, nessuna chiamata. Mi viene il dubbio di avere ottenuto l’effetto contrario.

Comunque ormai è fatta.

Ma il piano di questa sera è ancora più audace. Sto per introdurmi, senza invito, nel suo mondo. Corro un grosso rischio, lo so. Non ho idea di come reagirà. Il suo lato oscuro potrebbe rivelarsi molto diverso dalla persona che conosco.

James continua a chiacchierare, distraendomi dai pensieri che mi affollano la mente. «Dunque, ho fatto una piccola indagine su questo locale», mi confida, mentre passeggiamo come una qualsiasi coppia elegante, diretta a teatro o a un ristorante di lusso. Ma la nostra meta è ben diversa da quella che potrebbero attribuirci gli estranei, guardandoci passare.

«Cos’hai scoperto?»

«Non è stato facile. Hanno un sito web, ma le informazioni sono molto vaghe, e in gran parte riservate ai soci. Non spiegano nemmeno come fare per iscriversi. Immagino serva la presentazione di un socio, come accade negli altri club privati. Ma ho fatto qualche telefonata e sono riuscito a scovarne uno.»

Drizzo le orecchie. «Oh? E cosa ti ha detto?»

«Lodi sperticate», risponde James, laconico. «Lui lo adora. Si era appena iscritto quando si è innamorato di una ragazza, e si è fidanzato. A lei non ha ancora confessato la sua predilezione per clisteri e piogge dorate, così di tanto in tanto va al locale a levarsi gli sfizi. A sentire lui, la tessera è costosa, ma vale ogni centesimo.»

Resto a bocca aperta. James se ne accorge, e scoppia a ridere. «Oh, povera piccola, caschi proprio dalle nuvole, non è così?» Mi dà un buffetto quasi paterno sulla mano. «La tua innocenza mi riporta ai bei tempi. Comunque, lasciamo stare. Non preoccuparti. Quel genere di pratiche non si svolge in pubblico. È un club troppo sofisticato per una simile caduta di stile, vedrai.»

James sa esattamente dove stiamo andando, il che è un bene, perché io comincio a nutrire qualche ripensamento. Se non ci fosse lui ad accompagnarmi, con la sua andatura decisa e la determinazione ad arrivare sino in fondo, sarei già pronta a battere in ritirata. Il tragitto mi sembra persino troppo breve, e in un attimo ci lasciamo alle spalle la zona più affollata di Soho per svoltare nella vietta stranamente silenziosa, dove i palazzi georgiani proteggono la loro privacy dietro persiane chiuse. L’antiquato lampione getta il suo cono di luce sui cancelletti in ferro battuto, accendendoli di riflessi, e io mi sento trasportata in un tempo remoto. Mi aspetto quasi di sentire un rumore di zoccoli sul selciato e il cigolio di una carrozza, e di vederne scendere una sagoma misteriosa, con mantello e cilindro.

«Eccoci arrivati», annuncia James, fermandosi davanti all’edificio. «L’Asylum. Sempre convinta di volerti gettare nella mischia?»

Faccio un respiro profondo. «Sì», replico, con fermezza, e insieme scendiamo i gradini.

All’interno, il cerbero della prima volta siede dietro il tavolo. Ha lo stesso aspetto stranamente minaccioso che ricordavo, con gli arabeschi cupi del tatuaggio che dal cranio scendono a coprirgli mezza faccia, e gli occhi stranamente chiari, quasi bianchi. Non appena ci vede alza la testa, e il suo sguardo si punta subito su James. Spero che non mi riconosca, ma per sicurezza resto a capo chino.

«Sì?» domanda, scorbutico.

«Buonasera. Purtroppo non sono socio», esordisce James, dando prova di una disinvoltura di cui non sarei mai stata capace. «Ma il mio amico Cecil Lewis sì. Dovrebbe avervi avvertiti che per questa sera siamo suoi ospiti.»

«Cecil?» Il buttafuori inclina la testa di lato. Il tono è ancora gelido, ma meno ostile. «Certo, Cecil lo conosciamo tutti. Solo un momento.» Si alza e scompare nel corridoio buio a sinistra, che immagino conduca a qualche cripta sotterranea.

James e io ci scambiamo un’occhiata, la mia preoccupata, la sua divertita; poi lui alza la mano, mostrandomi le dita incrociate.

Un attimo dopo, torna il buttafuori. «Sì, Cecil ha organizzato tutto. Vi faccio una tessera provvisoria. Stasera c’è uno spettacolo, l’ingresso è a pagamento.»

«Nessun problema», risponde James senza scomporsi, e infila la mano nella giacca per prendere il portafoglio.

«Qui non si accettano contanti», lo blocca l’altro, con l’aria di giudicare la sola ipotesi di una volgarità indicibile. «Trascriva i suoi dati sul registro e le invieremo una fattura. Dato che Cecil garantisce per voi, sarà lui a corrispondere la cifra in caso non doveste saldarla.»

«Naturalmente. Il mio club ha le stesse identiche regole», replica James, ritrovando subito la spigliatezza. Si china, prende la penna antiquata e la intinge nell’inchiostro. Nel silenzio, sento il fruscio del pennino sulla carta mentre scrive nome e indirizzo. «Ecco fatto.»

Il buttafuori si gira verso di me. «Ora lei.»

Io eseguo, docile, trascrivendo il mio nome e l’indirizzo di Celia, poi rimetto la penna al suo posto.

Il cerbero ci consegna due cartoncini spessi, color avorio, con una scritta in rilievo, in caratteri neri.



SOCIO TEMPORANEO DELL’ASYLUM
SI RICHIEDE LA MASSIMA DISCREZIONE



Stringo il cartoncino tra le dita. È la mia chiave d’accesso al mondo segreto.

«Ora potete entrare», c’informa il buttafuori, indicando la porta sulla destra. So dove conduce. È l’ingresso del club.

«Grazie.» James mi fa strada e superiamo la soglia, sbucando nella penombra della sala. È identica a come la ricordavo, ma questa volta ho più tempo di studiare l’ambiente. D’istinto, cerco con lo sguardo le gabbie sul fondo. Sono vuote, come gigantesche voliere abbandonate, e le manette pendono aperte all’interno, appese alle catene.

«Avevo visto delle persone, là dentro», sussurro a James, segnalandogli le gabbie con discrezione. «Ragazze in abiti bondage.»

«Chissà perché stasera sono vuote», si chiede lui. Si fa largo tra i tavoli, finché non ne trova uno libero. «Mettiamoci qui.»

L’illuminazione è fioca, interamente affidata alle minuscole lanterne di vetro sui tavolini, e a poche altre appese al muro. Siamo circondati dai clienti, mentre i camerieri in divisa nera vanno e vengono con vassoi di drink. Non mi pare servano cibo. Evidentemente qui si saziano altri appetiti.

Uno di loro si avvicina al nostro tavolo e ci consegna la lista.

James la scorre per un momento. «Una bottiglia di Château Pichon Longueville Comtesse de Lalande del ’96, per favore.»

«Subito, signore.» Poi ci guarda, impassibile, e aggiunge: «Quale tipo di stanza devo prenotarle per dopo, signore?»

Per la prima volta, James ha un attimo di esitazione. «Ehm... francamente, non saprei. Non abbiamo ancora deciso.»

Il cameriere sembra sorpreso. «Davvero?»

«Vede, il fatto è che siamo membri temporanei. Non sappiamo cosa sia disponibile.»

«Ah, capisco. Le porto un menu, signore, così potrà farsi un’idea della nostra offerta.»

«Ora scopriremo i loro segreti», mi sussurra James non appena il cameriere si è allontanato.

Io mi guardo intorno. A prima vista, la clientela non ha niente di particolare: persone eleganti, intente a godersi tranquillamente drink e vini pregiati in quest’ambiente insolito; ma, a mano a mano che li osservo, emergono dettagli imprevisti. Una donna a un tavolo si rivela un uomo, en travesti e perfettamente truccato. Tiene gli occhi bassi, e si muove solo per riempire il bicchiere della sua compagna, o rispondere quando viene interpellato.

«Guarda», bisbiglio a James, e lui gli lancia uno sguardo in tralice. «Secondo te è un travestito?»

«Non credo. Ma, cosa sia di preciso, proprio non so dirtelo.»

Una donna siede apparentemente sola; poi un movimento attira la mia attenzione sotto il tavolo, e noto un uomo accucciato ai suoi piedi. È intento a leccarle gli stivali di pelle, con la meticolosità di un gatto che si pulisce le zampe.

Il cameriere torna con la nostra ordinazione e il menu delle stanze. Mentre appoggia la bottiglia sul tavolo, spiega: «Stasera prevediamo la presenza di parecchi soci, signore, per via dello spettacolo, e in seguito le stanze saranno molto richieste. Le consiglierei di prenotare subito». Prima di andarsene, stappa la bottiglia e ci consegna il menu.

Io lo afferro, e mi sforzo di decifrarlo nella penombra. «’La Nursery’», leggo a voce non troppo alta, per farmi sentire solo da James. «’Due sale disponibili, equipaggiate con tutto il necessario per il neonato. L’Aula: ideale per l’istruzione e la correzione degli allievi. La Sala del trono: un ambiente sfarzoso, all’altezza di una regina. Il Monte Olimpo: un boudoir ultraterreno, pensato per una dea e il suo succube, ma perfetto anche per gli dei e le loro schiave. Sala doccia: adatta a giochi di ogni tipo. La Segreta: tre diverse cripte sotterranee, con una vasta dotazione di strumenti, dove dominatori e dominatrici possono infliggere ai loro sottomessi la più completa delle punizioni.’» Appoggio il foglio, provando una leggera vertigine. «Oh, mio Dio. Ma che razza di posto è questo?»

«Dominic non te ne aveva parlato?» domanda James.

«Aveva detto che è un posto sicuro dove le persone possono vivere le loro fantasie. Solo non mi ero resa conto a quali fantasie si riferisse.»

James scuote la testa. «Non esistono limiti, tesoro. L’immaginazione è sconfinata.»

«Ma... una nursery

«Scommetto che ci troveresti il neonato più grosso e peloso del mondo», commenta lui, con una risata. «Ma vedila in questo modo. Certi maschi alfa hanno bisogno di prendersi una pausa di tanto in tanto, un momento in cui lasciare le redini del mondo e scrollarsi il peso enorme delle loro responsabilità professionali e finanziarie, tornando ai conforti dell’infanzia.»

«Forse posso arrivare a capirlo», rispondo, esitando. «Ma travestirsi da lattanti... lo trovano eccitante?»

«Ti sorprenderebbe scoprire la gamma di cose dalle quali la gente trae godimento sessuale. Scommetto che qualcuno si eccita persino a compilare i moduli delle tasse. Una mia amica impazziva di piacere risolvendo i sudoku. Ne teneva una scorta sul comodino, e se la biro esauriva l’inchiostro le prendeva una crisi di panico.» Ride. «Sto esagerando, naturalmente, ma è per farti capire.» Riempie i calici, e il vino manda un bagliore rosso rubino alla luce delle candele. «Credo che ti piacerà, è ottimo», dice, ruotando il calice e scrutando il vortice all’interno. Beve un sorso. «Oh, favoloso.»

Lo assaggio anch’io. Ha ragione. Non sono un’esperta, ma persino io riesco a capire che si tratta di una bottiglia speciale, una delizia.

Restiamo a degustarlo per qualche minuto, poi si accendono un paio di luci, e per la prima volta mi accorgo che contro la parete di fronte è montato un piccolo palco. Due fari azzurro pallido si puntano sulla pedana e una donna entra nel loro bagliore freddo. È bellissima e procace, e indossa un delizioso abito rosso, lungo e molto scollato, e stivali alti. L’acconciatura e il trucco sono degni di una diva del cinema muto. Parte la musica e, con voce roca, lei intona una struggente canzone d’amore. Sembra un normale spettacolo di cabaret, finché la cantante non comincia a spogliarsi. L’abito le cade ai piedi, rivelando un corsetto stringato – stretto sul vitino da vespa e dal quale trabocca l’ampio seno –, una culotte di seta, e giarrettiere.

«Una vera bellezza», commenta James, sottovoce.

È un numero di burlesque, un genere molto in voga ultimamente. Continuando a intonare il suo lamentoso pezzo da nightclub, la donna si toglie il corsetto. I seni sono ancora più prosperosi di quanto non mi sarei immaginata. Lei si dimena con grazia, facendo oscillare i fianchi e mettendosi in posa sui tacchi. Poi scalcia via le scarpe, e si abbassa le calze. Resta solo la culotte di seta e, quando la canzone raggiunge il culmine, lei sgancia qualcosa sul dietro, e si toglie anche quella, mettendo in mostra un grosso pene, rannicchiato sopra i testicoli depilati.

Dagli spettatori si leva un sussulto. La cantante armeggia un po’ col pene, fino a liberarlo e farlo pendere, gigantesco, tra le gambe. Poi sorride al pubblico, come chiedendo la sua approvazione.

«Oh. Questa proprio non me l’aspettavo», dice James, sorpreso.

A me sfugge una risatina.

Un’altra donna in corsetto entra in scena e comincia a rimproverare la cantante, che recita abilmente la parte, prima sbigottita, poi mortificata. La seconda donna – che lo è davvero, per quanto mi è dato di vedere – brandisce un frustino, e la cantante trema, o si finge spaventata. Cade a terra, e la donna le gira intorno e poi comincia a colpirla, con schiocchi secchi sulla schiena e sulle spalle candide, senza mai smettere di redarguirla per il suo scandaloso esibizionismo.

È evidente che gli spettatori se la stanno godendo un mondo. Forse è proprio questo numero ad avere attirato questa sera le tante dominatrici che siedono ai tavoli coi loro schiavi.

«Non so proprio cosa dirò quando ci chiederanno di prenotare una stanza», mormora James, versando dell’altro vino.

«Forse potremmo semplicemente andarcene», rispondo io, continuando a guardare il palco. Dalla penombra, vedo arrivare qualcuno. «Credo sia il nostro cameriere», bisbiglio a James. «Preparati a inventare una scusa.»

Ma, quando l’uomo si avvicina, mi rendo conto che non si tratta affatto del cameriere. È Dominic, col volto pallido e irrigidito, con gli occhi di ghiaccio. Sento una stretta alla bocca dello stomaco, un misto di piacere e paura, e resto paralizzata a guardarlo.

«Beth», sussurra. «Cosa diavolo ci fai qui?» Lancia a James un’occhiata orribile, ostile. «E questo chi cazzo sarebbe?»

«Ciao, Dominic», rispondo io, facendo la disinvolta, ma è difficile con lui tanto vicino. Indossa un golf di cashmere nero, pantaloni scuri, ed è bello come un dio. «Non pensavo d’incontrarti stasera.»

«Be’, invece eccomi qui», ribatte, e la voce gli trema quasi. Si sta sforzando di tenere a freno la rabbia.

Perché se la prende tanto? Non ha nessun diritto su di me! Non sono una sua proprietà, Cristo santo, e poi è stato lui a lasciarmi. Quel pensiero mi rende spavalda. «Come sapevi che ero qui?» domando.

«È spuntato il tuo nome nel sistema», si limita a dire, e io ne so quanto prima. Poi scruta di nuovo James. «Lui chi è?» ringhia.

«Un amico», mi affretto a rispondere.

Dominic mi fulmina con lo sguardo. Sa che non conosco nessuno a Londra, ma non intende indagare oltre davanti a James. Mi fissa per un momento, poi dichiara, gelido: «Non ti voglio qui».

Quelle parole mi feriscono profondamente, ma fingo che non mi abbiano nemmeno sfiorato. «Non m’importa cosa vuoi tu. Sono libera di fare come mi pare», ribatto, fredda quanto lui.

«Non di venire in questo club. È privato. Ho l’autorità per mandarti via.»

«Se vuoi ce ne andiamo. Ma ti dispiace se finiamo la bottiglia, prima? Questo vino è davvero ottimo...» s’intromette James.

Dominic lo guarda come se fosse un insulso verme che si è permesso di dire la sua, poi taglia corto: «D’accordo. Finite di bere, e poi andatevene». Si gira verso di me. «Beth, sei sicura di voler tornare con quest’uomo? Posso chiamarti un taxi.»

Io drizzo le spalle, e sollevo il mento in un’espressione di sfida. «Non mi serve il tuo aiuto. So badare a me stessa.»

Lui apre la bocca, poi la richiude. Mi punta addosso un altro sguardo infuocato, poi si congeda con un secco «Come vuoi». Gira sui tacchi e attraversa la sala.

Noi lo guardiamo allontanarsi, mentre gli altri avventori tengono gli occhi incollati sulla punizione in corso sul palco.

«Be’, una cosa posso garantirtela», commenta James, portandosi il calice alle labbra. «Il ragazzo non ti ha affatto dimenticato, sotto nessun punto di vista. Proprio il contrario, direi.» Mi sorride. «Se volevi provocarlo, credo proprio che tu ci sia riuscita.»




James e io torniamo sullo stesso taxi, anche se casa sua è nella direzione opposta.

«Non è un problema», mi assicura. «Farò un giro più lungo per arrivare a Islington. Ma tu sei sicura di voler restare sola, stasera?»

Annuisco. «Starò benissimo. Ci sono abituata, e poi c’è De Havilland a farmi compagnia.» Una nube nera di depressione mi è piombata addosso, e adesso non riesco nemmeno a ricordare cosa contassi di ottenere con quella messinscena. Se avevo sperato che Dominic mi accogliesse a braccia aperte, mi ero proprio sbagliata.

«Se ne sei convinta...» risponde James, salutandomi con un bacio sulla guancia e facendomi «ciao» con la mano mentre scendo dal taxi. «Ci vediamo domani. E telefonami, se hai bisogno.»

«D’accordo. Buonanotte.»

Salgo lentamente i gradini, curva sotto il peso della tristezza. L’esperienza al club ha scardinato ogni mia certezza. Volevo fare un primo passo verso Dominic, sperando d’incontrarlo a metà strada, ma non credo di poter procedere oltre. James può aiutarmi solo fino a un certo punto, e io non ho nessun altro cui rivolgermi.

A meno che... L’immagine di Vanessa si materializza nella mia mente. È l’unica altra persona che conosco a Londra, e dev’essere anche la sola in grado d’influenzare le decisioni di Dominic. Sarebbe disposta ad aiutarmi? Molto improbabile, e tuttavia... Già, ma come la contatto?

Nell’appartamento, raggiungo la finestra del salotto e guardo fuori. Com’è ovvio, la stanza di fronte è al buio. Dominic dev’essere ancora al locale. Ripenso a ieri sera, quando mi trovavo esattamente in questo punto, e a ciò che ho fatto.

Mi sono umiliata davanti a lui?

Sospiro. Non ne ho idea. Ma entrare nel suo mondo si è rivelato più difficile di quanto credessi.