L’indomani alla galleria c’è molto da fare, e io e James ci fermiamo fino a tardi per sovrintendere allo smantellamento della mostra appena conclusa. Il pittore viene a verificare che stia filando tutto liscio, e che le sue tele vengano trattate con la dovuta cautela, così James stappa una bottiglia di vino bianco e finiamo per farne una serata. Questo lavoro mi si addice, mi dico. Frequentare artisti e prendermi una sbornia col capo? Decisamente il mio mestiere.
Cerco di non pensare a Dominic, concentrandomi su come fare per scovare Vanessa. L’unico aggancio che mi viene in mente è l’Asylum; potrei tornarci e chiedere di vederla, ma rischierei di trovare anche Dominic, e il piano andrebbe a monte. Di lei non conosco altro, nemmeno il cognome.
Quando rientro a casa, mi sento più depressa che mai. Sono quasi a metà del mio soggiorno londinese, e il tempo sembra avere accelerato. Adoro il mio lavoro, ma non potrò più permettermelo quando tornerà Celia. Lo stipendio è bassino, e devo organizzarmi da subito se voglio restare in città. In questo momento è l’unica cosa che desidero. Il solo pensiero di tornare a casa mi affossa. Ho mosso i primi passi verso una nuova vita, e non intendo tornare indietro proprio adesso.
E poi resta in sospeso la questione di Vanessa.
L’unico aspetto positivo è che James mi ha invitato fuori nel fine settimana. Mi porterà a teatro, e poi in uno dei suoi ristoranti preferiti, dove ha promesso di mostrarmi qualche star: è uno di quei posti dove cenano le celebrità.
Accendo il portatile per guardare un DVD comprato durante la pausa pranzo. In mancanza di un televisore, ho fatto scorta di film per le serate di solitudine, e oggi ho scelto un classico degli anni ’40, Lady Eva, in bianco e nero e interpretato da Barbara Stanwyck e Henry Fonda. Le battute effervescenti del dialogo riescono sempre a farmi ridere.
Mi sono appena sistemata in poltrona, davanti ai titoli di testa, quando sento bussare alla porta.
Il cuore mi balza subito in gola. Metto il film in pausa e raggiungo la porta in punta di piedi, col fiato sospeso. Apro, e lui è là, in jeans e camicia chiara, con un golf di cashmere grigio scuro che mette in risalto l’intensità dei suoi occhi neri.
«Ciao, Dominic.» La mia voce è appena un sussurro.
«Ciao.» La sua espressione è fredda, lo sguardo affilato. «Hai un paio di minuti? Dovrei parlarti.»
Annuisco, e mi faccio da parte per lasciarlo entrare. «Certo.»
Lui si dirige in salotto a passo di marcia, e nota il fermo-immagine sullo schermo del computer. «Oh. Stavi guardando un film. Non volevo disturbarti.»
«Non dire sciocchezze. Sai che preferisco mille volte parlare con te.» Torno a sedere, rimpiangendo di non avere avuto il tempo di pettinarmi e darmi una sistemata.
Lui tace, raggiunge la finestra e guarda fuori. Il suo profilo si staglia sul vetro, e io resto ad ammirare la lunga linea dritta del suo naso. La mandibola è contratta. Tutta la sua postura è rigida, in tensione.
«C’è qualcosa che non va, Dominic?» azzardo.
De Havilland è saltato sul divano, attorcigliandosi sul cuscino come una grossa chioccia, nera e pelosa. Io lo accarezzo, e lui comincia a ronfare soddisfatto.
Dominic si gira verso di me, e mi folgora con lo sguardo. «Ho cercato di starti lontano, ma mi sta uccidendo. Devo sapere chi è quell’uomo, e cosa ci facevi con lui.» In due lunghe falcate, mi raggiunge e mi si pianta davanti. «Ti prego, Beth. Dimmi chi è.»
Io lo guardo, concentrandomi sulle fusa costanti, imperturbabili di De Havilland, per non perdere la calma. Meglio mentire o confessargli la verità? Ho il presentimento che quanto dirò condizionerà il corso della nostra storia. «È un amico», ammetto, sommessa. È durissima avere Dominic tanto vicino, senza poterlo toccare. «Un amico che ha promesso di aiutarmi.»
«Aiutarti a fare cosa?»
Resto a lungo in silenzio, fissando il suo volto. Lo conosco da così poco tempo, ma già non riesco più a fare a meno di lui. Non so se le mie parole serviranno a cambiare le cose, e tuttavia so che in questo modo non posso andare avanti. «A entrare nel tuo mondo», rispondo, sottovoce.
Dominic sbianca. Le labbra sono pallide, e non si muovono quasi quando domanda: «E come pensi di farcela?»
«Tu non me ne credi capace.» Ciò che provo affiora in superficie, e gli punto addosso uno sguardo intenso. «Ma ti sbagli. Ci riuscirò, e lui mi aiuterà.»
«Oh, mio Dio.» Si lascia cadere su una poltrona e nasconde il volto tra le mani. Indovino ciò che gli passa per la testa: immagini di James e me, insieme. Crede che io abbia già permesso a James di farmi tutto ciò che lui ha giurato di non farmi mai. Dev’essere un supplizio; so cosa si prova. Quando finalmente alza gli occhi, il suo sguardo nero è tormentato. «E tu gli lasceresti fare...»
Mi sporgo verso di lui. «Io voglio starti vicino, voglio stare con te. E, se questo è il prezzo, sono disposta a pagarlo.»
«No», mormora, e gli s’incrina la voce. «Questo no. Posso tollerare di perderti, ma non così...»
Mi alzo e mi accoccolo sul pavimento davanti a lui, con le mani sulle sue ginocchia, come una supplice. «Non è necessario», gli dico, implorante. «Non deve per forza accadere con lui. Potresti essere tu.»
Esitando, lui abbassa le mani e mi guarda, tra lo speranzoso e il restio. «Sei sincera? È davvero quello che vuoi?»
«Sì. Seriamente. E, se non c’è altro modo, e tu non vuoi, troverò qualcun altro.»
Ci fissiamo a lungo negli occhi. Non mi sono mai sentita tanto completa come quando lo guardo. Lui si china, e mi solleva piano verso di sé. «Beth», sussurra. «Dio, quanto ti voglio. Non ti rendi conto di ciò che mi chiedi. Ma mi uccide pensarti con un altro.»
«Allora permettimi di stare con te.» Mi porto la sua mano alle labbra, e la bacio. Poi gli prendo un dito e lo succhio dolcemente, scorrendoci sopra la lingua, amandolo.
Lui mi fissa, con gli occhi gonfi di desiderio. Mi avvicino, e mi tolgo la sua mano dalla bocca per appoggiarmela sulla nuca, invitandolo ad attirarmi a sé. Lentamente, le nostre bocche si sfiorano, premono piano l’una sull’altra. Sento il calore della sua lingua sulle labbra, e le schiudo per accoglierla. Mi esplora la bocca, riempiendola del suo sapore familiare, delizioso. Io m’immergo nella sua e ci perdiamo in un bacio sempre più profondo, sospinto dalla pressione della sua mano sulla mia testa.
Dopo un tempo lunghissimo ci stacchiamo, senza fiato. Siamo occhi negli occhi, il clima tra noi è bollente. Infine lui dice: «Ti ho visto. L’altra sera. Qui».
«Intendi...»
«Sì. Mentre eri sola.» Gli si accende un bagliore cupo negli occhi. «È stato fantastico.»
«Ti ho... reso felice?»
«Felice?» Mi accarezza la mano. «Non avevo mai provato niente del genere.»
Sorrido, imbarazzata e lusingata insieme. «L’ho fatto solo per te.»
«Lo so. Un dono stupendo.» Ride, e aggiunge: «Spero solo che al piano di sopra il vecchio Mr Rutherford non si sia affacciato alla finestra, o questa volta l’infarto di cui parla sempre se l’è beccato per forza».
Su quella battuta, ci rilassiamo entrambi.
«Resti qui?» domando.
«Anche volendo, non riuscirei ad andarmene», risponde, con gli occhi velati di passione.
«Allora vieni.» Mi alzo, lo prendo per mano e lo accompagno in camera da letto.
Lui mi toglie i vestiti lentamente, fermandosi a baciarmi la pelle appena scoperta. Sento le sue labbra che mi sfiorano, la punta della lingua che mi lecca, mandandomi in corto circuito ogni terminazione nervosa. In reggiseno e slip, non riesco più a trattenere il bisogno di toccarlo.
«Lascia fare a me», dico, infilando le mani sotto il golf e la camicia, e lui non si oppone. Gli sollevo il golf sopra la testa, poi apro la camicia, un bottone alla volta, baciandogli il petto. L’erezione gli preme dentro i jeans e io sbottono anche quelli, facendoli scendere sulle sue lunghe cosce muscolose.
Quand’è in boxer, lo prendo per mano e lo conduco al letto. Ci sdraiamo fianco a fianco, scorrendo le dita l’uno sul corpo dell’altra, io sui suoi muscoli scolpiti, lui sulla curva morbida dei miei seni.
La mia mano si abbassa, seguendo la sottile linea di peluria scura che dall’ombelico gli arriva alla vita, poi le mie dita spariscono sotto i boxer. Quando sfioro la punta vellutata del pene, lo sento pulsare e fremere al mio tocco.
Lo accarezzo per tutta la lunghezza, poi mi chino a baciargli la pancia, leccando languidamente la pelle, scendendo sempre più in basso.
Lui geme. «Oh, Beth... è bellissimo.»
Mi abbasso per fargli scivolare via i boxer, poi risalgo strusciandomi lungo il suo corpo, mi tolgo le mutandine e mi siedo a cavalcioni sulle sue cosce. Lui ha lo sguardo perso, fisso sui miei seni ancora imprigionati nel reggiseno.
Mi chino, e i miei capelli scendono a sfiorargli la pelle. Gli stringo il membro con le mani, abbassando piano la pelle. «È così grosso», mormoro.
Lui non risponde, ma schiude le labbra in un respiro affannoso.
«Ho voglia di baciarti, di sentirti in bocca e di succhiarti», dico, guardandolo dritto negli occhi e vedendo accendersi un lampo di eccitazione alle mie parole. Poi mi abbasso, fino a fargli sentire il mio respiro sulla punta del pene, la parte più sensibile e delicata. Lo bacio, lo lecco, poi apro le labbra e lo prendo in bocca, scendendo sino in fondo. Quando risalgo, lo stringo in una mano, mentre con l’altra gli sfioro i testicoli, premendo con l’indice il punto che gli strappa un gemito a ogni carezza.
Lui sospira, e i suoi fianchi hanno un sussulto, spingendomi il pene più in profondità. Gioco con lui a lungo, godendo dell’effetto che gli provoco, del desiderio che gli cresce negli occhi, e della pressione delle sue cosce dure sul mio sesso caldo, umido, sul mio clitoride eccitato.
«Beth», dice, roco. «Non ce la faccio più a trattenermi. Se continui vengo.»
Una parte di me vorrebbe farlo venire, ma un’altra, più avida, non si accontenta. Alzo la testa e mi metto cavalcioni su di lui. Sollevo il busto, reggendomi sulle ginocchia, e con le mani tengo il suo pene dritto sotto di me. Lui mi guarda da sotto le ciglia, con gli occhi offuscati dall’impazienza, e io mi appoggio delicatamente sulla sua punta, strofinandola sul mio sesso bagnato. Il mio corpo ha fame di lui, lo desidero con tutta me stessa, ma allo stesso tempo godo nel prolungare l’attesa.
Dominic mi prende i fianchi tra le mani, accarezzandomi le cosce e i glutei. «Fallo», sussurra. «Ho bisogno di te.»
A quelle parole, mi abbasso di colpo, inghiottendolo completamente. Per un istante mi sento quasi lacerare, tanto è arrivato in profondità. La sensazione è travolgente, mi mozza il respiro e mi fa inarcare la schiena. Le sue mani guidano i miei fianchi al ritmo dei suoi, il mio corpo incontra le sue spinte con una sincronia perfetta, e i nostri respiri si spezzano ogni volta che il suo pene colpisce il punto più sensibile dentro di me.
Sento montare la mia marea, e Dominic accelera. La mia lunga adorazione orale lo ha portato sulla soglia di un orgasmo esplosivo, e ora lui lo insegue, con colpi impetuosi. La sua eccitazione mi fa un effetto incredibile. A ogni spinta, la sensazione diventa più potente, più forte, vibrante, sismica; poi, sotto di me, i suoi fianchi s’irrigidiscono, il suo viso si contrae per l’intensità del tremito che lo scuote, e l’orgasmo lo travolge, scoppiandomi dentro e proiettandomi a mia volta oltre la soglia, squassata dal piacere fino al nucleo più profondo, finché non mi abbandono sul suo petto.
Con un sospiro, Dominic si riscuote, e mi prende tra le braccia, mi accarezza i capelli. «Finalmente sono tornato a casa.»
«Non devi lasciarmi mai più», gli dico, scorrendo le dita sulla sua pelle sudata. «Voglio stare con te. Farò qualsiasi cosa. Vuoi insegnarmi? Vuoi lasciarmi entrare?»
Mi stringe forte la mano, mi sfiora la spalla con le labbra. Poi mi guarda negli occhi. «Ti porterò con me. Promesso.»
Una calma profonda m’invade, per quanto sia consapevole che la battaglia vinta potrebbe non condurmi alla felicità. «Grazie», sussurro.
Lui mi fissa con gli occhi nerissimi e insondabili, e tace.