So che Dominic è partito per Roma, quindi l’indomani mi sorprende ricevere una lettera, consegnata da un fattorino alla galleria.
Sto firmando il modulo quando James spunta dal retro. «È per me?» domanda.
«No.» Resto a fissare la busta di carta spessa, color avorio, col mio nome battuto a macchina. «È per me.»
«Oh.» James sembra perplesso, poi il suo viso si rischiara. «Una missiva dell’appetitoso Dominic, scommetto.»
«Immagino di sì.» Apro la busta. Contiene una chiave, dentro un foglio ripiegato. Leggo.
Beth,
voglio che mi aspetti nell’appartamento, giovedì sera. Questa è la chiave. Dovrai essere depilata e lavata, appena uscita dalla doccia. Raccogli i capelli sulla nuca, scoprendo il collo, e indossa il collare che ti ho lasciato sul comodino. Sul letto troverai la biancheria che ho scelto per te. Io arriverò alle sette e mezzo, e voglio trovarti pronta. Mi aspetterai in ginocchio sul pavimento.
DOMINIC
Arrossisco, e mi affretto a mettere via il biglietto.
«Una lettera d’amore?» domanda James. Per fortuna è distratto, sta uscendo per un appuntamento.
«Già... proprio così.» Sembra assurdo ma, per quanto lapidario, il messaggio lascia davvero trapelare una certa tenerezza. E indubbiamente promette qualcosa di strano ed eccitante.
«Che dolce», commenta James.
Non proprio.
Contemplo la lettera nelle mie mani, e solo ora mi rendo conto della serietà dell’avventura in cui mi sono imbarcata. Dominic mi ha dato un avvertimento, e mi ha lasciato il tempo di prepararmi, mentalmente e fisicamente.
Arrivo nell’appartamento ben prima dell’orario stabilito, preparata secondo le istruzioni della lettera. Mi sono strofinata e lavata scrupolosamente sotto la doccia, ho depilato gambe e ascelle, idratandole con un olio per renderle morbide. Ho pettinato i capelli all’indietro, raccogliendoli in uno chignon alto e stretto che lascia scoperti viso e collo. Mi sento davvero come purificata, emersa da un lavacro rituale per inaugurare questa nuova fase della mia vita.
Ieri avevo appuntamento all’ambulatorio medico in Harley Street, un ambiente tranquillo, raffinato e della massima discrezione, dove mi sono sottoposta a un check-up completo e alle analisi del sangue. Ho ricevuto i risultati stamattina: tutto in ordine.
Anche questo fa parte dell’iniziazione: sono pulita dentro e fuori.
Il letto è stato sistemato, e ora resta solo un lenzuolo tirato sul materasso, dove trovo già pronto un completo di lingerie nero. A prima vista è molto semplice, solo triangoli succinti di morbida seta ma, quando infilo gli slip, mi accorgo che la seta si alterna alla rete di pizzo, trasparente sui fianchi, con un’apertura a forma di diamante sull’inguine. Girandomi allo specchio, vedo che le natiche sono coperte solo sulla parte superiore, e una seconda fessura apre l’accesso anche lì. La curva dei glutei sporge bianca e morbida, messa in risalto dal colore scuro della seta. Il reggiseno è poco più di qualche nastro nero. Le coppe sono basse, e non mi celano i capezzoli, limitandosi a incorniciarli e spingerli verso l’alto. L’insieme ha un effetto sbalorditivo. Sottili linee nere s’incrociano sulla mia pelle e mi stringono i seni, enfatizzandone le forme e offrendoli come bocconi deliziosi su un vassoio d’argento.
Non ho mai indossato biancheria tanto elaborata, e la sua eleganza ricercata è molto sexy. I nastri neri mi mordono appena la pelle. Lo sguardo mi scende irresistibilmente verso il sesso che sbircia dalla fessura delle mutandine, e all’istante i miei capezzoli si scuriscono e diventano duri. Mi accarezzo, percorsa da un piccolo brivido. L’attesa mi sta già eccitando.
Mi volto, e vedo il collare sul comodino. Mi avvicino, lo prendo in mano e resto a fissarlo. Me l’ero immaginato ingombrante, di cuoio borchiato, invece è in lattice, merlettato di minuscoli forellini, con un nastro sul davanti e un bottoncino dietro. Lo metto al collo e, non appena mi sfiora la pelle, lo stomaco mi fa una capriola. Questo è il simbolo della mia sottomissione. Indossandolo, consegno me stessa al controllo di un altro. Con mia sorpresa, anche questo pensiero mi procura un fremito di piacere. Forse, in fondo, è davvero questa la mia natura.
Premo il bottoncino per chiuderlo. Il collare mi calza a pennello, grazioso e attillato come un girocollo di velluto nero.
Lancio un’occhiata all’orologio a muro. Quasi le sette e mezzo. Ripasso le istruzioni. Ho eseguito scrupolosamente la preparazione, così raggiungo il tappeto bianco ai piedi del letto e m’inginocchio. Anche se sono sola, all’inizio mi vergogno un po’. Per qualche minuto, cerco di distrarmi accarezzando il morbido tappeto sotto di me, ma mi sembra sempre di sentire dei rumori, e mi blocco. Le lancette segnano la mezza, poi i minuti continuano a passare senza che accada niente.
È in ritardo? Qualcosa lo ha trattenuto?
Non so se alzarmi e scrivergli un SMS per chiedergli se sta bene, o se devo restare dove sono.
In ginocchio, ascolto il ticchettare sommesso dell’orologio. Cinque minuti, dieci, poi non ce la faccio più. Forse Dominic mi ha mandato un messaggio. Vado in anticamera a prendere il cellulare dalla borsetta ma, non appena metto piede sul marmo freddo del corridoio, sento la chiave che gira nella serratura. Il cuore mi balza in gola, e un improvviso terrore m’invade. Mi giro e torno di corsa nella stanza, e in un batter d’occhio sono di nuovo in ginocchio. Sento aprirsi la porta, e un rumore di passi, ma lui non entra direttamente in camera. Penso con sollievo che, prima del suo arrivo, il mio cuore smetterà di battere tanto forte, il mio respiro si calmerà, ma non riesco a placare l’ansia. La consapevolezza della mia disobbedienza mi fa tremare le mani. Cosa diavolo sta combinando? Quest’attesa è un supplizio!
Poi i passi si avvicinano, si fermano sulla soglia della stanza.
Io non alzo lo sguardo.
«Buonasera.» La voce è profonda, bassa, autoritaria.
«Buonasera», rispondo, sollevando lo sguardo solo all’altezza delle sue gambe. Indossa un paio di jeans neri. Segue un lungo silenzio, poi un’illuminazione. «Signore.»
Lui avanza verso di me. «Hai eseguito le mie istruzioni?»
Annuisco. «Sì, signore.» Non l’ho ancora guardato in faccia. Mi sento nervosa al cospetto di questo nuovo Dominic, quello al quale mi sono consegnata.
«Davvero?» La sua voce è ancora più sommessa, ma il tono lascia trapelare una punta di severità inequivocabile. «In piedi.»
Mi alzo, consapevole dei seni nudi che sporgono dalle coppe, e dell’invito spudorato della fessura nelle mutandine. Eppure mi sento sexy, e il singulto brusco sfuggito a Dominic dimostra che lo pensa anche lui. Per la prima volta, sollevo lo sguardo. Lui sembra diverso: ancora di una bellezza sublime, ma ha uno sguardo duro negli occhi neri, e la piega delle labbra si direbbe crudele, se non fosse per la tenerezza di fondo.
«Dunque mi hai obbedito in tutto?» insiste.
«Sì, signore», ripeto io, ma impallidisco. Sto mentendo. E lui deve averlo capito. Il cuore riprende a battermi all’impazzata, il tremito delle mani s’intensifica, mi cedono le ginocchia.
«Ti concedo un’ultima possibilità. Hai obbedito?»
Inspiro profondamente, ma è quasi un singhiozzo. «No, signore. Quando si è fatto tardi, sono andata nell’anticamera.»
«Oh. Capisco.» Un lampo di piacere gli si accende negli occhi, le sue labbra hanno un fremito. «La prima sera e hai già violato le regole. Santo cielo. Ebbene, bisognerà darti subito una lezione, per stroncare l’insubordinazione sul nascere. Vai all’armadietto, apri l’anta di destra.»
Cercando di controllare il respiro e il nervosismo che mi sfarfalla nella pancia, faccio come mi ha ordinato. Sugli scaffali trovo un assortimento di strani oggetti.
«Prendi la fune rossa.»
Sull’ultimo ripiano in basso c’è una corda scarlatta arrotolata. La raccolgo. È morbida, sembra seta, non ruvida come temevo.
«Portamela.»
Mi giro per tornare da lui. Ha i capelli bagnati e pettinati all’indietro. Irradia forza e potere. Quando gli consegno la corda, non sorride. «La disobbedienza va punita, Beth», mormora. Solleva un’estremità della fune, sigillata con la cera scarlatta, e me la passa sul corpo, intorno a un capezzolo, poi intorno all’altro, e infine scende verso il ventre.
L’eccitazione mi stringe la bocca dello stomaco, il mio sesso si surriscalda e si bagna. Oddio, sono già eccitatissima.
Lui mi fa voltare. «Inginocchiati ai piedi del letto.»
Muovo due passi e mi chino sul pavimento, domandandomi dove mi colpirà con la corda.
«Stringi la sbarra con le mani, a braccia tese e dita intrecciate.»
Quando eseguo, lui avanza e, prima ancora che mi renda conto di cosa sta succedendo, mi lega la corda intorno ai polsi, e poi alla sponda del letto. Poi lascia cadere il resto sul pavimento.
«Apri le gambe», ordina.
Io obbedisco, sapendo che i miei glutei bianchi sono esposti, e le gambe divaricate svelano l’accesso della fessura, fanno sporgere le labbra. Sono già bagnata, e senz’altro gli indizi lucidi della mia eccitazione devono essere visibili a occhio nudo, un pensiero che mi rende ancora più calda e umida. Appoggio il viso arrossato sugli avambracci, stretti al telaio del letto, immobilizzati.
Mi sta premendo qualcosa sul sesso. Per un momento penso che sia un dito, ma è troppo grosso e spesso, e non è duro e caldo come il suo membro. Poi mi rendo conto che è la punta di cera all’estremità della corda; me la strofina addosso, facendola scivolare sui miei umori. La sensazione è deliziosa.
«Oh», mormoro.
«Silenzio. Taci e non muoverti.»
Sento un leggero colpo di frusta sui glutei. Ha usato la parte morbida della corda di seta. Non fa male, ma è una lampante dichiarazione d’intenti. Cerco di stare ferma.
«Ora comincia la punizione.»
Si allontana, e con la coda dell’occhio lo vedo avvicinarsi all’armadietto. Prende qualcosa e lo appoggia sul letto, in modo che possa vederlo. È un bellissimo oggetto di vetro, liscio e appena incurvato, lungo circa dodici centimetri. Dopo avermelo mostrato, lo raccoglie dal lenzuolo e torna alle mie spalle. Di colpo, lo sento inginocchiarsi dietro di me, avverto il calore del suo corpo sulla schiena. Avvicina il viso alla mia nuca, e sfiora il collare con le dita. «Mi piace. È magnifico. Ti sta benissimo», sussurra. China la testa e mi bacia il collo, stringendo delicatamente la pelle tra i denti. Un sospiro di piacere mi sale alla gola, ma ricordo le istruzioni, e faccio del mio meglio per restare muta e immobile.
Ora qualcosa si è accostato al mio varco. È freddo e liscio. L’oggetto di vetro.
«Questo è un dildo, Beth. Sto per infilartelo dentro. Voglio che tu lo stringa, per me. Non lasciarlo uscire.»
Mentre parla, sento il gelo che mi penetra. La sensazione di pienezza è assoluta, e il freddo acuisce la stimolazione. Ma il vetro è levigatissimo, e io sono molto bagnata. Dominic lo preme in profondità ma, non appena scosta le mani, io sento il dildo che scivola fuori.
«Bambina cattiva», mi rimprovera, quando lo vede uscire. «Cos’avevo detto?» Lo spinge di nuovo, con una forza che minaccia di strapparmi un gemito.
Io contraggo i muscoli pelvici, stringendoli per trattenere il dildo.
«Molto bene. Vedo che ti stai impegnando», mormora lui. «Ora è il tuo culo a esigere attenzioni.»
Mi accarezza le natiche, passando più volte dal pizzo di seta delle mutandine alla carne morbida e nuda. Di colpo mi assesta uno schiaffo, non violento ma secco. Io sobbalzo, e il dildo di vetro si muove dentro di me, rispondendo al colpo con una piacevole spinta. Dominic mi accarezza di nuovo i glutei, poi mi colpisce ancora, e l’impatto mi si riverbera dentro. Non è tanto un dolore quanto un tremito interno, intensificato dal movimento del dildo.
Oddio.
«Hai un culo bellissimo», dice Dominic, con la voce roca. Mi colpisce ancora.
Oddio, sto già per venire, lo sento. Appoggio la fronte alla sbarra del letto, coi polsi legati appena sotto il mento. La vista della corda scarlatta mi eccita. I miei seni, turgidi e sensibili, premono sul metallo freddo, i capezzoli si strofinano sulle sbarre. Il dildo si è riscaldato, e rischia di scivolare fuori. Io stringo i muscoli per trattenerlo, e sento un’altra estatica ondata di piacere.
«Santo cielo, non ci riesci proprio, Beth», mi rimprovera lui, in tono divertito. «Non mi era sembrato di pretendere troppo. Per questo...» Mi assesta tre schiaffi sonori, in rapida successione, e la sferzata bollente sulle natiche mi s’irradia in tutto il corpo. Poi comincia a muovere il dildo, su e giù, con forza. È una sensazione stranissima ma paradisiaca, restare in ginocchio, a gambe aperte davanti a lui, e permettergli di scoparmi con un oggetto di vetro.
Avvicina la mano libera al mio clitoride, che pulsa con un’intensità tale da farmi sospettare che sia pronto a venire senza nemmeno bisogno di essere sfiorato. Ma poi Dominic comincia a tamburellarci le dita, le fa scivolare sulla fessura bagnata, torna a premere sul clitoride, con forza, e ogni sua carezza mi provoca incontenibili brividi di piacere. Mi tremano le gambe, e mi sarei già accasciata se non fossi legata al sostegno del letto, mentre l’orgasmo imminente mi scuote dalla testa ai piedi.
«Sei una principiante», mi sibila lui all’orecchio. «Quindi ti permetterò di venire, ma solo se mi dai l’orgasmo più dirompente di cui sei capace. Avanti, abbandonati a me.»
Non chiedevo altro. Grido, raggiungendo il culmine, e l’orgasmo mi travolge, mi squassa fino al midollo.
«Oh, sì. Era questo che avevo bisogno di vedere. Ma non abbiamo ancora finito.» Mi sfila il dildo. È bagnato e scivoloso, e me lo passa lungo la fessura tra le natiche. Appoggia la punta lubrificata sul secondo varco, premendo dolcemente per un momento e, proprio quando penso, sospesa tra l’ansia e la curiosità, che voglia penetrarmi anche lì, lo sposta.
Un attimo dopo mi slega i polsi. Abbiamo concluso, penso io, ma mi sbaglio.
«Resta sul pavimento», ordina. «Col sedere in su, e la testa appoggiata sulle braccia.»
Mi metto carponi sul tappeto, e obbedisco, sollevando il sedere il più possibile e senza il minimo pudore, ben consapevole di ciò che offro ai suoi occhi: le labbra gonfie, bagnate e rilucenti degli umori del mio orgasmo. Sento le sue dita lungo la fessura, sulla peluria e sulla pelle scivolosa.
«Che vista allettante», dice, con la voce calda di desiderio. «Ed è tutta mia.»
Lo sento sbottonare i jeans, ma non li toglie. S’inginocchia dietro di me, afferra il membro eretto in una mano, e lo preme contro il mio varco. «Ora ti scopo, ma sarò brutale. Puoi urlare, se vuoi.»
È un sollievo averne il permesso, perché quando me lo affonda sembra voler entrare nelle viscere del mio essere, e mi strappa un grido. Non sarei riuscita a trattenerlo nemmeno volendo. Le sue spinte sono violente, cadenzate, e ogni volta mi portano al punto dove il piacere è in bilico sulla soglia del dolore; ma è un’agonia dolcissima, e ne voglio ancora. Voglio farlo godere con la stessa intensità che ha regalato a me, offrirmi a lui con tutta me stessa, senza remore.
Quando si preme contro di me, la tela ruvida dei jeans mi sfrega sulle natiche, e già quella sensazione mi fa impazzire. Lui mi tiene con una mano sul fianco, e con l’altra mi afferra un seno, stringe e strizza il capezzolo. Il suo respiro è affannoso. A ogni spinta, la sua erezione cresce, mi riempie sempre di più, finché non sento il suo corpo che s’irrigidisce, l’orgasmo che monta e infine mi esplode dentro.
Restiamo immobili a lungo, ansimanti, cercando di riprenderci. Lentamente, lui sfila il membro. Poi si alza, raggiunge il comodino e si pulisce con una salvietta. Io rimango accasciata sul tappeto, ancora senza fiato, consapevole soltanto dei battiti del mio cuore, che a poco a poco rallentano, e degli umori caldi dei nostri orgasmi che mi rigano le cosce.
«Dominic, è stato davvero incredibile.» Sorrido. Sento una tale intimità con lui, mi struggo dalla voglia di abbracciarlo, d’inspirare il suo profumo inebriante, di baciarlo teneramente sulle labbra.
Lui si gira e mi guarda, quasi impassibile. Poi risponde al sorriso. «Ti ringrazio, Beth. Ho molto goduto a infliggerti la tua prima punizione. L’hai subita con coraggio, ma era soltanto l’inizio.»
Sorpresa, resto a fissarlo mentre si avvicina, abbottonandosi i jeans.
Mi tratta così perché indosso ancora il collare? mi domando, e d’istinto sollevo una mano per slacciarlo.
Lui si china, mi prende la mano, se la porta alle labbra e la bacia. «Grazie», ripete. «Attendo con impazienza il nostro prossimo incontro.» Poi si alza e se ne va, lasciandomi abbandonata sul pavimento, ancora bagnata del suo sperma, completamente sola.
Sono sgomenta, e mi sento ferita. È così che sarà, d’ora in poi? penso, inorridita. Avevo un tale bisogno di stringerlo, di sentirmi avvolgere dal suo abbraccio, di scambiarci effusioni e tenerezze.
Ma ho promesso di obbedire. Questa è solo la prima notte. Aspetterò di vedere dove intende portarmi. Dominic sa quello che fa. Devo fidarmi di lui.
Mi sveglio prestissimo, nel letto di Celia. Sono appena le quattro del mattino. Non so perché, ma all’improvviso sono del tutto vigile. Dovrei essere sfinita dopo ieri notte. È stata un’esperienza spossante, sia emotivamente sia fisicamente. De Havilland dorme tranquillo al mio fianco. Forse Celia non gli permette di salire sul letto, ma la sua vicinanza mi conforta. Appoggio le dita sul suo pelo caldo e soffice, e nel giro di un minuto lui comincia a farmi le fusa.
«Hai bisogno di me, vero?» gli sussurro. «Sei felice quando ti accarezzo, vero, micino?»
Perché l’amore è tanto complicato? Perché, con tutti gli uomini esistenti al mondo, proprio di lui mi dovevo innamorare? Apparentemente tenero ma con l’anima d’acciaio. Il fatto è che me ne sto innamorando davvero, lo so. Nient’altro ha il potere di farmi sentire così smarrita e confusa, piena di struggimento, lacerata dallo strazio dolcissimo del «m’ama non m’ama». Mi desidera, su questo non ho dubbi. So che mi considera bella, che lo eccito e gli do piacere, tanto che è disposto a comprare un secondo appartamento e ad arredarlo, solo per me.
Quanto dev’essergli costato? E tutto per una settimana di sesso.
Un altro pensiero mi s’insinua nella mente. Magari, nei suoi piani, dovrà durare più di una settimana.
In tal caso, non so come reagirò. Finora ho apprezzato il nostro gioco, ma mi solleva l’idea che l’accordo preveda un limite. Potrei vederla in modo molto diverso se la considerassi una sistemazione permanente. Perché...
Ho bisogno d’amore, non di punizioni?
Voglio dare, oltre che ricevere?
Perché...
Un presentimento oscuro e orribile aleggia ai margini della mia coscienza. Sospiro, e mi giro sul fianco, disturbando De Havilland, che si stiracchia, estrae gli artigli con un piccolo miagolio, poi si raggomitola di nuovo e riprende a fare le fusa.
Vorrei riaddormentarmi, ma non ci riesco. Con gli occhi spalancati, resto a fissare la tappezzeria a disegni orientali, contando i pappagalli e seguendo il profilo del loro piumaggio con lo sguardo finché non suona la sveglia, ed è ora di alzarmi.
Sono stanca per la notte insonne, e per l’intera mattinata mi sento i nervi a fior di pelle.
«Stai bene, Beth?» domanda James, cogliendomi a imprecare tra i denti per la lentezza del computer.
«Sì, sì, scusami», rispondo, vergognandomi di me stessa. «Nottataccia. Non ho chiuso occhio.»
«Un’ottima occasione per dedicarsi alla lettura», osserva lui, in tono svagato, ma da quel momento mi tratta coi guanti, preparandomi il caffè e servendomi una scorta dei miei biscotti allo zenzero preferiti.
A metà mattina, un fattorino consegna un’altra busta color crema indirizzata a me.
Cara Beth,
mi congratulo per la tua iniziazione. Spero che tu ne abbia tratto un piacere pari al mio. Stasera fatti trovare pronta all’appartamento, alle sette e mezzo in punto. Indossa ciò che trovi sul letto. Prima del mio arrivo, dovrai lavare gli oggetti sul tavolo, lubrificarli, e disporre gli strumenti di correzione. Aspettami in ginocchio.
DOMINIC
La rileggo due volte. L’eccitazione mi sfarfalla nella pancia, ma non provo la stessa impazienza di ieri. La sculacciata inflitta da Dominic non è stata particolarmente dolorosa, ma solo perché ero in estasi. Ero già al punto in cui dolore e piacere sono stretti alleati, e i colpi secchi sul sedere sono serviti ad acuire il godimento. Però non sono sicura di come affronterò il passo successivo.
E senz’altro lui vorrà compierlo.
«Beth, sei pallidissima», mi fa notare James, avvicinandosi alla mia scrivania. «Sei sicura di sentirti bene? Problemi con Dominic?»
Scuoto la testa.
Lui mi guarda, pensoso. Di solito butta tutto sul ridere e, da quando gli ho confidato le inclinazioni di Dominic, mi prende spesso in giro, stuzzicandomi con battute e doppi sensi sul bondage e sulle punizioni corporali. Anche adesso sembra sul punto di rispondere sullo stesso tono, ma qualcosa glielo impedisce. Mi guarda dritto negli occhi. «Beth, sei qui da sola, lontana da casa. Se Dominic insiste per farti fare qualcosa che non vuoi, o ciò che ti fa non dovesse più piacerti, me ne puoi parlare. Sono tuo amico, e mi preoccupo.» Il suo sguardo s’intenerisce. «Sei così indifesa.»
Quelle parole affettuose mi suscitano un turbine di emozioni. Mio malgrado, mi salgono le lacrime agli occhi. «Grazie», dico, con un filo di voce.
«Di nulla, tesoro. È un mondo enorme e perverso quello là fuori, ma non sei costretta ad affrontarlo da sola. Puoi chiamarmi in qualsiasi momento, anche nel fine settimana.»
Quando si allontana, non riesco a impedire a una lacrima di rigarmi una guancia. Mi affretto ad asciugarla, ripiego la lettera, e faccio del mio meglio per concentrarmi sul lavoro fino all’ora dell’appuntamento con Dominic.
Quella sera, nell’appartamento, trovo ad aspettarmi un nuovo completo, sempre che si possa definire tale. Sembrano finimenti equestri, non di cuoio, però, ma di una gomma morbida, nera ed elastica. Impiego un po’ a capire come si mette ma, una volta infilato, l’intreccio disegna un ricamo provocante sulla mia pelle bianca. Due lunghe strisce nere mi scendono a V dalle spalle all’inguine, passandomi sui seni, completamente esposti, e una cintura sottile, bassa sui fianchi, regge i ganci della giarrettiera. Il tutto si chiude appena sotto l’ombelico, con una piccola cerniera, e altri due nastri passano sotto l’inguine e risalgono sulla schiena. Quando mi giro allo specchio, vedo che s’intrecciano anche dietro, con altri due nastrini reggicalze, e uno soltanto, sottilissimo, nella fessura tra i glutei, come un tanga. Nel punto in cui cintura e nastri s’incontrano, ci sono due fiocchetti. L’insieme ha una strana armonia geometrica.
Infilo le calze trovate sul letto, le aggancio alla giarrettiera, poi metto i tacchi a spillo. Anche quelli erano lì insieme col resto, e mi calzano a pennello.
Resta solo il collare. Ma non si tratta più del girocollo innocente di ieri sera. Questa volta è in cuoio, nero e lucido, e si chiude con una fibbia sotto la nuca. È decorato da paillettes nere, in rilievo, che imitano la forma delle borchie ma con un effetto più glamour. Mi guardo allo specchio, marchiata dal simbolo della mia sottomissione.
Ricordo le istruzioni, e ritorno verso il letto. Sul lenzuolo sono disposti un lungo vibratore blu, in lattice, non proprio di forma fallica ma quasi, e un flacone viola. Prendo il vibratore, e lo esamino. È piuttosto bello, con linee curve, delicate ed essenziali, e il blu evita l’effetto un po’ raccapricciante di quelli color carne. Alla base ha una piccola sporgenza, immagino per stimolare il clitoride.
Lo porto in bagno, e lo lavo accuratamente sotto il getto del rubinetto, anche se sono certa che non sia mai stato usato prima. Lo asciugo con una salvietta, torno in camera e mi siedo sul letto. Mi verso sul palmo il lubrificante dal flacone viola, e comincio a strofinarlo sulla lunga asta blu. Mi sorprende, ma c’è qualcosa di eccitante nello spalmare l’olio sul lattice. È solo un oggetto inanimato, eppure trovo molto intimo questo rituale di unzione, come se stessi suggellando un patto segreto, familiarizzando con la sua forma e indovinando i piaceri che potrò trarne. Provo una sorta di affetto per la sua curva delicata, con l’estremità puntata verso l’alto e, a mano a mano che l’olio lo rende lucido e scivoloso, ho l’impressione che si stia eccitando, che si stia preparando per me.
Lancio un’occhiata all’orologio. Mancano pochi minuti all’appuntamento. Stendo una salvietta sul letto e ci appoggio il vibratore, ora perfettamente lubrificato, per concentrarmi sugli altri accessori. Non somigliano affatto a quegli orrendi strumenti di tortura visti nella Segreta. Sono chic e ricercati, da mettere in mostra più che da nascondere. C’è una sorta di frustino col manico corto e rigido, in cuoio nero, con una biglia d’acciaio a un’estremità del manico, e una dozzina di strisce in pelle scamosciata. Le accarezzo con le dita. Sono morbidissime, flessibili come i tentacoli di un anemone di mare. Accanto al frustino c’è uno staffile lungo e sottile, in pelle nera, con un piccolo cappio al termine dell’asta.
Oh. Mio. Dio.
Rabbrividisco. Non sono sicura di poterlo sopportare.
Per amore, posso tollerare qualsiasi cosa. Non so da dove sia venuto, questo pensiero mi si è imposto alla mente di sua iniziativa. Voglio dimostrare a Dominic di essere degna del suo amore. E ci riuscirò.
Stasera Dominic ritarda appena cinque minuti, ma io ho imparato la lezione. Resto inginocchiata fino al suo arrivo, e quando entra non alzo lo sguardo. Fisso il tappeto bianco, intravedendo solo l’orlo dei suoi jeans e le Paul Smith nere ai margini del mio campo visivo.
Lui resta immobile a lungo, senza parlare, poi dice: «Brava. So che questa volta mi hai obbedito. Stai imparando. Come stai, Beth?»
«Molto bene, signore», sussurro, a capo chino.
«Sei impaziente per la nostra serata? Cos’hai pensato mentre preparavi lo strumento blu?»
Esito per un istante, poi rispondo: «Ho pensato a cosa proverò quando me lo infilerai dentro».
Gli sento esalare un lungo sospiro sommesso. «Benissimo. Ma non rilassarti troppo. Ho altre sorprese in serbo per te. In piedi.»
Mi alzo, un po’ goffa. Non sono abituata ai tacchi a spillo. Tengo lo sguardo basso, ma sento distintamente il sussulto spezzato di Dominic. «Sei fantastica. Girati.»
Mi volto a mostrargli il ricamo sulla schiena, il lattice merlettato alla base, il nastro che mi sparisce tra i glutei, bianchi e invitanti, incorniciati tra la cintura e il reggicalze.
«Bellissima», dice lui, con voce roca. «Ora voltati. Guardami.»
Eseguo, sollevando lo sguardo. La sua T-shirt nera è attillata, segue il contorno definito dei muscoli e gli mette in risalto le spalle larghe. È l’uniforme di cui ha bisogno per sottomettermi? La vista del suo viso mi provoca un fremito di passione. Amo il suo volto, non solo per la sua bellezza, ma perché gli appartiene. Vorrei sentirlo vicino, che mi bacia, mi ama.
Lui tende una mano ad accarezzarmi il collare. «Ti sta un incanto. Funziona alla perfezione.» C’infila un dito e mi attira a sé, poi preme le labbra sulle mie e mi bacia, con forza, costringendomi ad aprirle con la lingua e ficcandomela in bocca.
Mi sembra passata un’eternità dal nostro ultimo bacio, ma in questo non c’è traccia di tenerezza. Dominic si è impadronito della mia bocca con ferocia, indifferente a ciò che provo.
Si stacca, e sulle sue labbra aleggia un sorriso. «Ora, il tuo primo compito. Togli gli strumenti dal letto, e appoggiali sul comodino. Poi sdraiati a pancia in su, con le braccia sopra la testa e a gambe aperte.»
Avverto nella pancia il fremito che ormai mi è familiare, l’accelerazione dei battiti. Cosa succederà adesso? Cosa mi farà subire? Temo il dolore, ma smanio anche dalla voglia di provare quel delizioso strazio che precede il torrente di piacere.
Mi sistemo sul letto, come ordinato.
«Chiudi gli occhi.»
Appena abbasso le palpebre, sento il foulard di seta intorno alla testa. Mi ha bendato di nuovo. Poi mi prende i polsi, li infila in una sorta di braccialetto con un rivestimento morbido, e li fissa alla testiera. Manette. Si sposta ai piedi del letto, e mi blocca le caviglie nello stesso modo, legandole alle sbarre. Cavigliere. Mi tendo, ma non ho margine di movimento, riesco solo a oscillare appena di lato.
«Non muoverti», sbotta Dominic, secco. «È l’ultimo avvertimento. Immobile e zitta. O te ne farò pentire. Ora stai ferma.» Si avvicina.
Sento il calore del suo corpo, e mi struggo dalla voglia di toccarlo. Ho bisogno di sentire la sua pelle sotto le mie dita. È la cosa più difficile del nostro accordo, il divieto di amarlo a mia volta. Non mi aspettavo che facesse parte del ruolo di sottomessa.
Ora le sue dita mi sfiorano le orecchie. Mi sta infilando qualcosa, due piccoli tappi di gommapiuma, che si adattano perfettamente al canale auricolare, escludendo ogni suono. Ora sento soltanto i fruscii che provengono dal mio corpo, il battito del cuore, il sussurro del mio respiro. È una sensazione stranissima. Il cuore mi martella nei timpani con un’intensità spaventosa. Se parlassi sentirei la mia voce? Ma non ho dimenticato l’avvertimento di Dominic, e non oso provarci.
Mi sento completamente sola in questo spazio buio, pieno di tonfi e ronzii. Non avverto più la presenza di Dominic vicino a me, non ho idea di dove sia andato. Perdo ogni cognizione del tempo, ma la suspense cresce di secondo in secondo. So che sta per succedermi qualcosa – di piacevole o di doloroso – e il senso di attesa è così straziante che vorrei urlargli di fare qualcosa, qualsiasi cosa.
Sto quasi per cedere al bisogno di parlare o di muovermi quando sento qualcosa sul petto, sopra i seni. Scotta. È caldo. Anzi no... è gelato. Mi viene la pelle d’oca. Ghiaccio.
Il mio corpo risponde accendendosi, e mi verrebbe spontaneo contrarmi e dimenarmi. Devo chiamare a raccolta tutta la mia forza di volontà per resistere. Il ghiaccio mi fa rabbrividire e bruciare al tempo stesso. Ho un bisogno disperato di strofinarmi la pelle, ma sono bloccata. Poi una mano invisibile sposta il cubetto sui miei seni, lo strofina sui capezzoli. L’effetto è stranamente duplice, raggelante e incandescente, e la mia reazione è acutissima, in ogni terminazione nervosa. Il calore tra le mie gambe si fa più intenso e di colpo mi bagno. E tutto per un semplice cubetto di ghiaccio.
Quello appoggiato sull’ombelico si sta sciogliendo, e le gocce cominciano a scorrermi sulla pelle, tracciando un rivolo gelido che raggiunge i nastri di seta stretti ai fianchi, li segue verso il basso. Non so come riesca a trattenere l’impeto di sollevare il bacino, inarcando la schiena, per scrollarmi le goccioline di dosso, mettere fine al tormento.
Poi, molto delicatamente, sento qualcosa insinuarsi tra le mie labbra inturgidite. Riconosco la sensazione del dildo usato ieri, ma questa volta è un po’ diversa. Calda, spessa e scivolosa. È il vibratore. Sta per mettermelo dentro. Un brivido mi accende l’inguine, e il mio sesso si contrae per l’eccitazione. Ma Dominic non indugia sul varco, giocherellando un po’, per prepararmi. Lo spinge di colpo. Immagino la curva elegante del vibratore dentro di me, scaldata dal mio calore, pronta a muoversi. Ma, una volta inserito alla perfezione, con la piccola sporgenza appoggiata al mio clitoride, non succede niente. Lo sento dentro, immobile, un minuto dopo l’altro, finché non resisto più, e stringo i muscoli, spingendolo più su. Devo avere trasgredito un divieto, perché uno schiaffo secco mi colpisce la pancia. Mi blocco all’istante.
Ho disobbedito? Mi sento percorrere da un brivido di paura e di eccitazione. E adesso?
La risposta si fa aspettare, e quando arriva mi coglie alla sprovvista. L’oggetto dentro di me prende improvvisamente vita, e comincia a pulsare. Mmm. Bello, molto piacevole.
È così erotico sentire l’asta che pulsa e trema, mentre la piccola sporgenza ronza sul mio clitoride. Non vedo e non sento, ma è come se avvertissi le fusa di un gatto dentro il petto. Cerco di restare immobile, concentrandomi sulle sensazioni che mi suscita il vibratore, ma so che da un momento all’altro non riuscirò più a controllarmi. Volente o nolente, finirò per muovermi, e per venire. Stringo i denti, imponendomi di obbedire agli ordini.
Poi, come di sua iniziativa, il vibratore cambia velocità, accelerando il ritmo, e aggiungendo un movimento nuovo. Comincia ad agitarsi dentro di me, stimolandomi in un modo mai sperimentato prima.
Oddio, ma è fantastico. Adesso vengo di sicuro.
La piccola sporgenza esercita sul mio clitoride una pressione insostenibile, senza mai smettere o rallentare, innalzandomi verso le vette di un orgasmo inarrestabile.
Smettila, non pensarci...
Ho la mente in tumulto, il buio dietro le mie palpebre si accende di stelline colorate e, prima che riesca a trattenerli, i miei fianchi si sollevano, assecondando il ritmo che sento dentro e, come da una distanza remotissima, sento la mia voce salirmi dalla gola. Nel mio stordimento, mi rendo conto che sto urlando.
Di colpo, la pulsazione si ferma, il vibratore viene strappato bruscamente dal mio corpo. Mi ritrovo disperatamente vuota, ancora scossa per la potenza dell’orgasmo che stava per scatenarsi dentro di me.
Poi le orecchie si stappano, e io sento il mio respiro affannoso.
«Cattiva bambina. Ti sei mossa. Hai urlato. Volevi venire, eh?»
«S-sì», balbetto.
«Sì, cosa?»
«Sì, signore», sussurro.
«Sei una ragazzina avida e libidinosa, e il tuo corpo famelico, ingordo ed esigente deve essere punito.» Sento la voluttà nella sua voce mentre mi slaccia le manette dai polsi e mi libera le caviglie. La benda resta al suo posto. Sono disorientata, come atterrata di colpo in un luogo sconosciuto.
Le sue dita mi stringono un braccio. «Alzati. Vieni con me.»
Io mi lascio condurre, scendendo dal letto. Le gambe mi reggono a stento. Lui mi fa attraversare la stanza, e io lo seguo alla cieca, non riesco nemmeno a capire in che direzione mi sta portando. Poi mi appoggia le mani su una superficie curva, rivestita di pelle liscia. Adesso so dove siamo. È il sedile bianco, quello strano sgabello col poggiapiedi e con le redini di cuoio.
Cosa succederà adesso? Dovrei avere paura, eppure non è così. Il tocco delle sue mani è delicato, e io mi affido docile alla sua guida, fiduciosa che conosca i miei limiti, che sappia fino a che punto potrà spingersi. La sua rabbia nei miei confronti fa parte della fantasia, serve a renderci più vicini, a proiettarci insieme in un luogo idilliaco e proibito. Forte di questa certezza, mi concedo un brivido di trepidazione.
Dominic mi sistema a cavalcioni, con la faccia rivolta al lungo schienale reclinato e il sedere verso di lui, il sesso caldo e bagnato sulla seduta. In un attimo mi lega i polsi a qualcosa dietro il telaio, e io mi ritrovo avvinghiata alla superficie liscia del sedile, come a un amante. Sulle cosce, l’orlo superiore delle calze sfrega il bordo della seduta. Lui armeggia per un po’ coi miei gancetti e nastri, e infine li slaccia, lasciandomi la schiena completamente nuda.
«Oh, tesoro», sussurra. «Non vorrei essere costretto a farti del male ma, dopo una disobbedienza così sfrontata, non mi lasci altra scelta.» Sento i suoi passi che si allontanano, poi si avvicinano di nuovo. Resta a lungo immobile, e io aspetto, col fiato sospeso.
Infine mi sento sfiorare dalle code della frusta.
Non fa affatto male. Anzi è gradevole, allettante sulla mia pelle così sensibile. Mi accarezza tutta la schiena, disegnando un otto, e il movimento del cuoio morbido è perfettamente fluido, come l’oscillare delle alghe su un fondale marino. Comincio a rilassarmi, i miei timori si placano un po’. Di colpo la frusta si solleva, e poi mi colpisce, ma i nastri sono talmente soffici da schioccare appena. Una, due, tre volte tornano a sferzarmi la pelle, e la sensazione dei morsi delicati della pelle scamosciata è quasi rinvigorente.
«Stai diventando tutta rossa», mormora Dominic. «Reagisci al bacio della frusta.»
Non riesco a impedirmi d’inarcare appena la schiena, stirandola, quando le frustate si fanno più energiche. Ne sento il morso sulla pelle, ma ancora non è un dolore vero e proprio. È strano doverlo ammettere anche a me stessa, ma mi piace la sensazione di trovarmi a schiena nuda, mentre il fruscio e lo schiocco delle code mi stimolano le terminazioni nervose, col sesso premuto sul cuoio rigido e liscio del sedile. Forse perché l’orgasmo negato mi ha lasciato ancora formicolante e sovraeccitata. Un’immagine mi si accende nella testa: rivedo l’uomo nell’appartamento di Dominic, quello che veniva sculacciato su una sedia tanto simile a questa. Ricordo l’orrore e lo sgomento provato a quella vista. E adesso eccomi qui, a rabbrividire di piacere per un trattamento analogo.
Ora i movimenti della frusta sono più secchi, si alternano sui due lati della schiena. Comincio ad avvertire un bruciore e, per la prima volta, quando un colpo particolarmente energico mi accende migliaia di minuscole scintille in tutto il corpo, mi sfugge un gemito. Il suono attira un’altra frustata, ancora più violenta. All’impatto, io stringo le cosce, gemo di nuovo, e mi accorgo di premere sulla seduta, strofinandoci con forza il clitoride indurito, il sesso gonfio. La mia pelle è incandescente e, nei punti dove si è abbattuta la frusta, è ipersensibile, brucia, freme. Ogni colpo mi fa sussultare, mi costringe a inspirare bruscamente, e poi a esalare un «Ah!»
«Te ne spettano altri sei, Beth», annuncia Dominic, e somministra la mezza dozzina, con colpi progressivamente più delicati, come per calmarmi. Ho la schiena che scotta, mi sento pungere ovunque, ma, Dio, sono eccitatissima, e pronta perché il prossimo passo mi catapulti nell’estasi.
«Ora tocca al tuo culo peccaminoso», dice Dominic.
Non so cosa intenda, finché, a bruciapelo, una frustata dura e secca dello staffile non mi scudiscia le natiche nude. Il dolore è tremendo.
«Ah!» grido. «Ahia!»
È come se mi avesse premuto sulla pelle una sbarra di metallo incandescente. La sferzata s’irradia in tutto il corpo, facendomi sussultare. Sono ancora sconvolta, quando ne arriva un’altra. Urlo di nuovo. Lo staffile non mi sfiora con la dolcezza delle code scamosciate: questa è sofferenza vera, una ferita lancinante che si riverbera dalle natiche a tutto il corpo. Non ce la faccio a sopportarla, non voglio.
Poi lui smette, e la sua voce è tenera quando dice: «Hai subito il castigo come si deve. Così la prossima volta ricorderai di non venire senza il mio permesso. E adesso bacia lo scudiscio. E non con la bocca».
Sento la punta spessa del manico di cuoio sondare il mio sesso. Sale verso la fessura tra le natiche, poi scende di nuovo, fermandosi sul varco, e spingendosi appena più a fondo. Mi sfugge un gemito. Poi il manico sparisce. Dominic mi libera i polsi, mi toglie la benda dagli occhi. Mi stringe la vita con le mani, e mi volta verso di sé. È nudo, e la sua enorme erezione si leva con fierezza, quasi premendogli sullo stomaco da quanto è eccitato. Non ho idea di quando si sia spogliato, ma può averlo fatto in qualsiasi momento, mentre io ero isolata dal mondo. I suoi occhi sono più neri di quanto non li abbia mai visti, come se la flagellazione lo avesse trasportato a un altro livello di realtà.
Mi stende sullo schienale, e il fresco dell’imbottitura di pelle è un sollievo per il bruciore alla schiena. «Ora ti bacio», dice lui. Mi solleva le ginocchia, e per la prima volta noto due piccoli sostegni a staffa ai lati della sedia. C’infila le mie gambe, una alla volta, aprendomi completamente. Poi s’inginocchia sul predellino, col viso all’altezza del mio inguine. Inspira. «Hai un profumo divino», mormora. Si china in avanti, mi stringe le braccia intorno ai fianchi, e affonda il naso nei miei peli pubici.
Io gemo, provando una scossa elettrica, un brivido di piacere che mi pulsa in tutto il corpo.
Mi sfiora la punta del clitoride con la lingua. Oh. Oh...
Non ho più parole, posso reagire soltanto col corpo. So che non riuscirò a trattenermi, a dispetto delle regole. Ora mi sta leccando, con lunghi movimenti voluttuosi che salgono dal mio varco fino al punto più sensibile, che solletica con la lingua, procurandomi un godimento quasi insopportabile. Un’ondata di piacere mi attraversa, mi scuote, m’irrigidisce, e so già cosa sta per succedere. A quel punto mi prende tutto il clitoride in bocca e lo succhia, con forza, premendolo con la lingua, leccando, stuzzicandolo, e...
Oh... non ce la faccio... io... Stringo i pugni, strizzo le palpebre, spalanco la bocca, inarco la schiena. Non resisto più, non posso aspettare, devo...
L’orgasmo mi esplode dentro come un gigantesco fuoco d’artificio. Non so più chi sono o dove mi trovo, sono consapevole soltanto dei fremiti estatici che mi squassano, l’uno dopo l’altro.
Quando il pene enorme di Dominic s’insinua dentro di me, le contrazioni del mio sesso si stringono intorno alla sua erezione. Lui si regge ai braccioli della sedia, usandoli per spingersi ancora più fondo. Ha un’espressione di eccitazione torbida, il volto arrossato, gli occhi vitrei. Non dice una parola, ma mi schiaccia con tutto il suo peso, baciandomi con forza quando finalmente il torrente del suo orgasmo rompe gli argini.
Per un po’ mi resta sdraiato addosso, ansimando, con la testa appoggiata allo schienale, il viso girato dall’altra parte. Infine si volta, fa scorrere la mano sul mio corpo, e mi bacia sulla guancia. «Sei stata brava», bisbiglia.
Mi emoziona sentirglielo dire. Desidero tanto soddisfarlo, dimostrarmi degna del suo amore.
«È stata dura sopportare lo staffile», azzardo, umilmente. «Il dolore non mi è piaciuto.»
«Non deve piacerti», risponde, scivolandomi fuori e alzandosi in piedi. «E alla fine hai avuto la tua ricompensa. Non ti senti meglio?»
Lo guardo. Ha ragione. Provo un appagamento incredibile, un profondo languore estatico. Eppure... non sono sicura che mi basti. Lo scruto, consapevole d’indossare ancora il collare. Nel nostro boudoir, mi è vietato dirgli quanto vorrei che mi trattasse con tenerezza, con dolcezza. Il Dominic dominatore mi turba e mi eccita, ma vorrei stare anche con l’altro Dominic, l’amante più premuroso che potessi immaginare. Dopo, lui mi teneva stretta, mi accarezzava. E adesso, dopo la sua severità e i suoi castighi, ne ho bisogno più che mai.
Ti prego, cerco di comunicargli con lo sguardo. Ti prego, Dominic. Torna da me. Amami.
Ma lui sta già cercando una salvietta per asciugarsi, e si allontana. Resto a contemplare la sua magnifica, ampia schiena, il sedere sodo, le cosce muscolose, e quella vista mi spezza il cuore. Vorrei accarezzargli la pelle, ricevere la rassicurazione che sa ancora impiegare il suo corpo e la sua forza per confortarmi, non solo per farmi male.
Si gira, e sorride. «Ci vediamo domattina. Voglio che tu dorma bene, stanotte. Domani avrai bisogno di tutte le tue energie.»
Mi volta di nuovo le spalle e comincia a vestirsi. È ancora nella stanza ma, guardandolo dalla sedia, ho l’impressione che se ne sia già andato.
L’indomani mattina, mi guardo allo specchio. Non ho segni sulla schiena – evidentemente Dominic sa come gestire la frusta – ma sulle natiche intravedo due striature sbiadite, le tracce rosse dello staffile. Lo sapevo: ho la pelle delicata, basta un niente e viene fuori il livido.
Non provo dolore, ma riempio comunque la vasca e resto a lungo immersa nel bagno, sciogliendo i muscoli ancora tesi e indolenziti dall’immobilità forzata. Immersa nell’acqua profumata e nel silenzio dell’appartamento, mi domando perché sia il mio cuore e non il mio corpo a sentirsi contuso. Dovrebbe essere il contrario. Dopotutto, sono stata io a volerlo. Come promesso, Dominic mi sta accompagnando lungo il sentiero, facendomi inoltrare nel suo mondo finché riuscirò a reggere. Ogni giorno mi offre un piacere estatico, e gode del mio godimento.
Ma allora perché piango? mi domando, mentre le lacrime mi scorrono sulle guance.
Perché mi sento sola. Perché il Dominic che emana ordini e mi picchia mi è estraneo.
Però gli hai chiesto tu di farlo. Lui non voleva, e tu gli hai forzato la mano. Non puoi pentirti adesso, e rimangiarti la parola.
In realtà, non voglio tirarmi indietro. Ma, quando ho accettato l’accordo, non sapevo che questo Dominic avrebbe rimpiazzato quello che conoscevo e amavo. La tenerezza e l’affetto di prima mi mancano. Le cose che mi succedono nel boudoir, quando indosso il collare per segnalare la mia obbedienza, mi danno sensazioni incredibili, ma al tempo stesso mi umiliano e mi degradano. Una parte di me si vergogna di lasciarsi trattare come una bambina che va punita per la sua disobbedienza. Ho bisogno di sentirmi dire da Dominic che mi ama e mi rispetta, che nel mondo reale io sono sempre la Beth alla quale tiene, e che stima.
Ma ormai lo vedo solo nell’appartamento. Fuori non ci vediamo più.
Oggi è l’ultimo giorno dell’accordo. Non ho idea di cosa accadrà in seguito. Ma, prima di allora, devo superare le prove che Dominic ha in serbo per me. Il pensiero mi eccita, eppure dentro mi sento vuota e fredda.
Avevo messo in conto che i miei sentimenti per lui potessero cambiare, ma non che non ne avrei provati affatto.
Mi vesto e faccio pulizia nell’appartamento di Celia, riportandolo all’ordine impeccabile in cui l’avevo trovato. Ormai mi sento a casa qui, ma non posso dimenticare che in realtà questo posto appartiene a lei. Sto controllando il cellulare, in caso Dominic mi abbia scritto un SMS, quando qualcuno bussa alla porta.
Vado ad aprire, aspettandomi di vedere Dominic, e invece trovo il custode. «Buongiorno, signorina», dice, e mi consegna un grosso pacco confezionato nella carta marrone. «Mi hanno chiesto di portarle questo. È urgente, a quanto pare.»
«Grazie.»
Lui resta a guardarlo, incuriosito. «È il suo compleanno?»
«No», rispondo, con un sorriso. «Probabilmente è da parte dei miei genitori.»
Non appena chiudo la porta m’inginocchio sul pavimento di marmo dell’anticamera e strappo la confezione. All’interno trovo una scatola nera, legata da un nastro di morbido raso dello stesso colore, con una busta color crema infilata sotto. Leggo il biglietto.
Questa mattina il tuo compito è riposare. Il pranzo ti verrà servito a mezzogiorno, e dovrai mangiare tutto, entro l’una. Alle due hai il permesso di aprire questa scatola. All’interno troverai altre istruzioni.
Di lettera in lettera, il tono è diventato più autoritario, e Dominic ha esteso il suo dominio a nuovi ambiti del mio comportamento, sconfinando dalla sfera sessuale fino alla vita che conduco indipendentemente da lui.
Oggi ha stabilito lo svolgimento della mia giornata anche in sua assenza. E sa che obbedirò. Ho l’impressione che preveda esattamente le mie reazioni, come se il suo sguardo mi spiasse non solo dalla finestra del salotto, ma in tutto l’appartamento.
Non escluderei che abbia messo delle cimici, o fatto installare videocamere nascoste.
Mi stupisco di averlo pensato, e scaccio subito il sospetto dalla mente. E tuttavia non riesco a scacciare la convinzione che ne sarebbe capace.
Fisso la scatola nera, domandandomi cosa contenga.
«Pazienza, inutile starci a rimuginare», mi dico, a voce alta. «Non la aprirò fino alle due. Per quanto ne so, potrebbe persino contenere un timer che lo avverte di quando sollevo il coperchio.»
E non voglio offrirgli il pretesto di punirmi. Oggi è l’ultimo giorno, quello in cui ci spingeremo fino al limite estremo.
Al pensiero, mi sento pervadere da un’eccitazione fredda. Per la prima volta, il mio desiderio di Dominic ha il sapore della paura autentica.
Seguendo le istruzioni, m’impegno a trascorrere una mattinata tranquilla e rilassante. Ma, quando mia madre telefona per chiedermi come sto, per quanto mi sforzi di sembrare normale, lei intuisce al volo che qualcosa non va.
«Sei malata?» domanda, ansiosa.
«No, mamma. Sono solo stanca. È stata una settimana lunga. Il ritmo londinese è davvero impegnativo come dicono.» Per non parlare di tutto il sesso che sto facendo.
«Mi sembri depressa. Sii sincera: è per Adam?»
«Adam?» Sentirla pronunciare quel nome mi ha davvero colto di sorpresa. Non pensavo a lui da giorni. «No, no, al contrario. Da questo punto di vista, Londra mi ha completamente guarito.»
«Sono felice di sentirtelo dire.» Il tono è sollevato. «Ho sempre pensato che meritassi di meglio, Beth, ma ho preferito non interferire perché sapevo che ne eri innamorata. Andava benissimo come fidanzatino delle superiori, ma adesso è ora di spiccare il volo. Ti serve un uomo degno di te, qualcuno che allarghi i tuoi orizzonti e condivida la tua gioia di vivere. Voglio che la mia Beth sia amata dall’uomo migliore del mondo.»
Sono ammutolita. Un nodo mi stringe alla gola, e ho gli occhi pieni di lacrime. Cominciano a scendermi sul viso, e non riesco a trattenere un singhiozzo soffocato.
«Beth?»
Cerco di rispondere, ma mi esce soltanto un altro singulto.
«Cosa ti succede?» domanda mia madre, di nuovo ansiosa. «Che cos’hai, bambina mia?»
Mi asciugo gli occhi, e riesco a controllare il pianto quanto basta per parlare. «Oh, mamma. Davvero, non è niente. Un po’ di nostalgia di casa, tutto qui.»
«Allora torna, tesoro, vieni a trovarci! Anche noi sentiamo la tua mancanza.»
«No, mamma. Tra appena due settimane dovrò lasciare l’appartamento, e non voglio bruciarmi questa occasione.» Tiro su col naso, e rido, senza convinzione. «Sono proprio una stupida. Avevo solo bisogno di sfogarmi un po’, nient’altro.»
«Sei sicura?» La voce è ancora ansiosa.
Oh, mamma, quanto ti voglio bene. Qualunque cosa accada, resterò sempre la tua bambina. Stringo il ricevitore con tutta la forza che ho, per sentirmi più vicina a lei, come se potessi rifugiarmi nel calore familiare del suo abbraccio materno. «Sto benissimo, giuro. E, se proprio non dovessi farcela, tornerò a casa. Ma stai tranquilla, non succederà.»
A mezzogiorno in punto bussano alla porta. Quando apro, mi trovo davanti un uomo con la divisa di un hotel o di un ristorante di lusso. Regge un grosso vassoio carico di piatti coperti da cupole d’argento. «Il suo pranzo, mademoiselle», annuncia.
«Grazie.» Mi scosto per farlo entrare e gli faccio strada in cucina, dove lui appoggia il vassoio, fa comparire da chissà dove una tovaglia di lino bianco che stende sul tavolo, poi apparecchia con posate d’argento, un calice da vino e un minuscolo vaso con un’unica rosa scarlatta. Infine scopre i piatti e dispone le pietanze: una gigantesca bistecca cotta alla griglia sulla quale si scioglie una noce di burro aromatizzato al dragoncello; broccoli e fagiolini al vapore; patate novelle con una spolverata di prezzemolo fresco; spinaci appena scottati. L’aspetto è magnifico, e il vapore che sale mi porta un aroma squisito. Mi rendo conto solo ora di quanto sono affamata. Il cameriere depone in un angolo del tavolo una porzione di lamponi freschi, con una generosa dose di panna montata, riempie il calice di vino rosso da una bottiglia che teneva nella tasca, e sorridendo fa un passo indietro. «Il pranzo è servito, mademoiselle. Passerà qualcuno a ritirare i piatti. Li lasci pure davanti alla porta.»
«Grazie», ripeto io. «È tutto perfetto.»
«Dovere.»
Lo accompagno fuori, poi torno in cucina. Sono le dodici e dieci quando mi siedo a consumare il mio pranzo solitario.
Come previsto, il cibo è una delizia, la bistecca bruciacchiata all’esterno e tenera al centro, tutto il resto cotto a puntino. Ho la netta sensazione che la scelta delle pietanze sia stata studiata accuratamente, con porzioni abbondanti di tutti i gruppi alimentari, per darmi la resistenza necessaria a ciò che dovrà seguire. Finisco ben prima dell’una, e dovrò pazientare ancora un’ora prima di aprire la scatola.
Comincio a rendermi conto di quanto sia potente l’effetto dell’attesa, dell’appagamento procrastinato. I minuti trascorrono con lentezza esasperante, mentre oscillo tra la curiosità di aprire la scatola e il terrore di ciò che possa contenere. L’ho lasciata nell’anticamera, ma la sua presenza agisce su di me come una calamita, come se Dominic in persona fosse di là ad attendermi.
Mi aggiro snervata per casa, lanciando occhiate di tanto in tanto verso l’appartamento di fronte, domandandomi cosa stia facendo lui in questo momento, quali progetti abbia in mente per me. Ma non ci sono segni di vita dietro la sua finestra buia.
Alle due torno nell’anticamera, e fisso la scatola. Okay. È ora.
Sciolgo il nastro di raso nero, lasciandolo scivolare sul pavimento. Impiego un po’ ad aprire il coperchio: aderisce perfettamente ai bordi, e la scatola è pesante. Quando riesco a sollevarlo, lo appoggio a terra, e scruto all’interno. Non vedo altro che un mucchio di carta crespa nera, e un’altra busta color crema. La apro, svolgo il foglio di carta ripiegato, leggo il messaggio scritto in inchiostro nero:
Indossa ciò che trovi qui. Ogni articolo. Presentati al boudoir alle due e mezzo in punto.
Metto giù il biglietto, e scosto la carta crespa. Urca. Siamo davvero passati al livello successivo.
La bardatura bondage questa volta non è morbida e cedevole, ma di cuoio spesso e rigido. Nessun fiocchetto a ingentilirla, solo cinghie e anelli di metallo argentato. La sollevo dalla scatola. Per quanto riesco a capire, va infilata sulle spalle, e chiusa da una fibbia sotto i seni. Sul dietro, due strisce s’incrociano in mezzo alle scapole per riunirsi in una sola, con un grosso anello a mezza schiena, al quale si collegano anche le cinghie sotto i seni. L’insieme è molto semplice, ma efficace.
Nella scatola trovo un altro oggetto di cuoio. Sembra una grossa cintura, e impiego un po’ a capire che è una specie di corsetto: un bustino stringivita. E la taglia è davvero strizzatissima. Riuscirò a entrarci?
Infine il collare. È l’oggetto più impressionante di tutti: alto e spesso, in cuoio nero, mi coprirà completamente il collo, chiuso sul dietro da una fibbia, e con un anello di metallo sul davanti.
Oh, santo cielo.
Le istruzioni dicevano che dovevo indossare tutto. Cos’altro c’è nella scatola?
Frugando, trovo un paio di scarpe nere, col tacco a spillo, uguali a quelle di ieri, e due scatoline viola. Ne apro una. Contiene due graziose farfalline d’argento.
Cosa sono? Forcine per capelli? Me le rigiro tra le dita. Stringendo le ali della farfalla, si apre una molletta sul dietro.
Di colpo, capisco. Pinze per capezzoli.
Apro la seconda scatolina, e ci trovo un piccolo ovale di silicone rosa, con una base d’argento collegata a un filo nero. Accanto c’è un minuscolo telecomando. Lo accendo, e l’uovo rosa comincia a vibrare.
Adesso è tutto chiaro.
Sono gli oggetti di scena, per prepararmi a incontrare Dominic nel mondo che ama tanto.
Il tempo stringe. Devo sbrigarmi.
Dieci minuti dopo, sono quasi pronta. Indosso la bardatura, con la fibbia che chiude la cinghia sotto i miei seni, e il corsetto rigido, che mi strizza i fianchi. Sono senza mutandine: nella scatola non c’erano. A parte i tacchi a spillo, la parte inferiore del mio corpo è completamente nuda, esposta.
Devo andare. Lui mi starà aspettando. Se faccio tardi, si arrabbierà.
Prendo una delle farfalline. Farà male? Tiro un capezzolo, che si risveglia al mio tocco come se sapesse già che sta per succedergli qualcosa d’interessante. Premo sulle alucce, aprendo i sottili denti d’argento della pinza, e li richiudo sulla punta rosata. Si aggancia, come se la farfalla si fosse deposta sul mio seno a succhiarne il nettare. Provo una sorta di gradevole formicolio: la pinza non stringe troppo, ma temo che la pressione aumenterà col passare del tempo. Sistemo anche l’altra. Le due delicate farfalline d’argento appaiono incongrue con la severa bardatura di cuoio, eppure il contrasto funziona.
Ora, l’uovo.
Divarico le gambe e avvicino il piccolo ovale alla mia fessura. Manca poco all’appuntamento con Dominic, e io sono già bagnata. Spingo l’uovo con l’indice, e me lo infilo dentro. Mi dà un appagante senso di pienezza. Il filo nero pende all’esterno, per sfilare l’uovo quando avrà portato a termine il suo compito. Prendo il telecomando, e lo accendo. L’uovo comincia a vibrare e pulsare, perfettamente silenzioso e invisibile. Il mio segreto massaggiatore interno.
Adesso però come ci arrivo al boudoir? Non posso uscire di casa combinata così.
Le istruzioni non lo prevedevano, ma dovrò mettermi un soprabito. Dominic non pretenderà certo che me ne vada in giro mezza nuda. Prendo il trench dal ripostiglio in anticamera e lo infilo. Sono di nuovo presentabile. Non fosse per il grosso collare di cuoio, nessuno potrebbe sospettare che dietro le apparenze io sia addobbata per la sottomissione. Metto le chiavi in tasca, e mi avvio.
Non avrei mai sognato di eccitarmi tanto nel tragitto da un condominio all’altro, sapendo dove sto andando, e come sono vestita. L’uovo dentro di me continua a pulsare mentre scendo dall’ascensore e attraverso l’atrio per raggiungere l’altro ascensore che mi porterà al settimo piano del palazzo di fronte.
«Era bella, la sorpresa?» domanda il custode quando passo davanti al suo bancone.
Sobbalzo. Ero talmente concentrata sulla mia destinazione da non averlo nemmeno notato. «Cosa?»
«Il pacco. Le è piaciuto?»
Resto a fissarlo, consapevole dei capezzoli ora un po’ doloranti sotto le pinze, del movimento dell’uovo, della mia nudità quasi totale. «Sì, grazie. Molto bello. Un... vestito nuovo.»
«Oh, proprio un bel regalo.»
«Arrivederci.» Riprendo a camminare, ansiosa di raggiungere l’ascensore. Ho fretta. Mancano appena un paio di minuti alle due e mezzo. L’ascensore è occupato, e nell’attesa la mia angoscia cresce. Arriverò in ritardo!
Quando le porte si aprono, mi precipito nella cabina, e premo il pulsante per il settimo piano.
Avanti, sbrigati!
La cabina sale lentamente, e infine raggiunge l’ultimo piano. Io imbocco il corridoio di corsa, impacciata sui tacchi alti, arrivo trafelata al boudoir, e busso alla porta.
Ti prego, fa’ che non sia tardi.
La porta resta chiusa. Busso ancora, e aspetto. Niente. Ci riprovo, più forte.
Di colpo, si spalanca. Lui è là, con una lunga vestaglia nera. Il suo sguardo è di ghiaccio, la bocca è contratta in un’espressione intransigente. «Sei in ritardo», dice soltanto, e il mio stomaco si scioglie dalla paura.
«Io... io...» Ho le labbra come paralizzate, sto tremando. Riesco a stento a parlare. «L’ascensore...»
«Avevo detto alle due e mezzo. Non ci sono scuse. Entra.»
Oh, merda. Sono terrorizzata, il cuore mi batte a martello, l’adrenalina mi produce un formicolio in tutto il corpo. Una voce interiore mi suggerisce di scappare. Di mandarlo a quel paese, di dirgli in faccia che non ci sto più ai suoi giochetti. Ma so che obbedirò. Sono andata troppo oltre per tirarmi indietro proprio adesso.
«Togli il trench. Non ti avevo autorizzato a metterlo.»
Vorrei protestare, ma ormai ho capito che le sue regole sono pensate apposta per indurmi a trasgredire. E poi l’ho già fatto arrabbiare arrivando in ritardo. Lascio cadere il trench dalle spalle e resto soltanto con la mia bardatura. Ho i capezzoli doloranti; ora che si sono induriti, le pinze stringono con più forza. Il mio corpo traditore sta già reagendo alla presenza di Dominic, trasmettendomi ondate di brividi e di calore. L’uovo preme dentro di me, caricandomi con le sue carezze vibranti.
Sotto le sopracciglia dritte e nere, gli occhi di Dominic brillano. «Ottimo. Proprio come ti volevo. Ora: mettiti carponi.»
«Sì, signore.» Obbedisco, abbassandomi sul pavimento. Lui si china ad armeggiare con l’anello del mio collare. Quando si alza, mi rendo conto che mi ha agganciato a un lungo guinzaglio di cuoio.
«Vieni.»
Si avvia verso la camera da letto, e io lo seguo, camminando a quattro zampe. Il guinzaglio non tira, ma io so che Dominic lo regge saldamente nella mano, il simbolo della mia appartenenza a lui. Le luci in camera sono smorzate. Sul pavimento ai piedi del letto è comparsa una lunga panca bassa. Superata la soglia, lui si china di nuovo, e mi toglie le pinze dai seni. Provo un sollievo enorme, ma i capezzoli si sono allungati e la pelle pulsa, ipersensibile.
«Vai alla panca. Mettiti in ginocchio», mi ordina Dominic.
Obbedisco, domandandomi cosa accadrà mentre, sempre carponi, raggiungo la panca e mi appoggio a un’estremità del legno levigato, con le ginocchia a terra, il sedere sollevato.
«Abbracciala.»
Stendo il busto e stringo le braccia intorno alla base della panca, sentendo una fitta ai capezzoli quando li appoggio contro il tessuto.
Dominic cammina avanti e indietro alle mie spalle. Non vedo cosa sta facendo, ma sento lo schiocco ritmico di qualcosa che gli batte sul palmo. «Mi hai disobbedito», dice, con assoluta severità. «Sei arrivata in ritardo. Credi che una sottomessa sia autorizzata a far attendere il suo dominatore, sia pure per un secondo?»
«No, signore», sussurro. Il timore di ciò che sta per farmi mi dilania.
«Era tuo dovere arrivare qui in anticipo, in modo da trovarti nel boudoir come ordinato, al rintocco della mezza.» Alla parola «rintocco», sento di nuovo lo schiocco.
Cosa sta brandendo, per la miseria?
Il suo tono si abbassa a un mormorio. «Cosa dovrei farti, adesso?»
«Punirmi, signore», rispondo timorosa, con un filo di voce.
«Non ho sentito.»
«Punirmi, signore», ripeto, alzando appena il tono.
«Sì. Bisogna insegnarti un po’ di educazione. Sei una bambina cattiva?»
«Sì, signore.» Le sue parole mi stanno eccitando, mi surriscaldano. Mi domando se ha dimenticato la presenza dell’uovo, che ancora pulsa dentro di me.
«Cosa sei?»
«Una bambina cattiva.»
«Sì. Molto cattiva e disobbediente. Meriti sei colpi assestati come si deve, per imparare la lezione.»
Smette di camminare, e fa sibilare qualcosa in aria. Il suono è simile a quello dello staffile. Provo un impeto di terrore. Non voglio, fa male. Resisti, dico a me stessa. Non mostrargli la tua paura.
Un lungo silenzio, mentre la pelle delle mie natiche formicola nell’attesa. La suspense è insopportabile. E poi... Ciaff!
Lo staffile mi colpisce sui glutei. Brucia, ma l’effetto non è devastante come temevo. Cerco di restare ferma, immobile.
Ciaff!
Di nuovo, lo staffile colpisce la parte più soda del sedere, e la sferzata è più energica. Sussulto. Prima che riesca a riprendere fiato, lui mi colpisce di nuovo, con più forza, e poi ancora. Lancio un grido. Le mie natiche sembrano in fiamme, la pelle s’incendia, avvampa. Sento un’altra volta il morso della frusta, così secco e spietato da irradiarmi un’agonia incandescente in tutto il corpo. Non mi piace affatto questa sensazione di bruciore e sofferenza. L’uovo continua a pulsare, ma io non me ne accorgo quasi. Sento soltanto la scudisciata lancinante dello staffile, il quinto colpo. Il dolore mi strappa un gemito, e mi riempie gli occhi di lacrime. Mi preparo alla successiva, e arriva, la più violenta di tutte, ustionandomi la pelle sensibile come un attizzatoio incandescente.
Sento un singhiozzo salirmi dal petto, ma chiamo a raccolta tutte le forze, e lo soffoco. Non voglio piangere davanti a lui.
Ha smesso. Il peggio è passato.
Ma non intendo dirgli che non voglio mai più provare questa sensazione. Non sopporto l’effetto dello staffile, e non solo per il dolore che m’infligge, ma per l’umiliazione che provo a farmi frustare in quel modo.
Lui si china e tira il cordino che mi pende tra le gambe, sfilando l’uovo con un minuscolo schiocco. Lo spegne.
«Brava, Beth», dice con dolcezza, e mi accarezza delicatamente le natiche. «Sono stato duro con te. Non ho potuto resistere alla vista della tua splendida pelle che si arrossava e si scaldava per me. Avrei voluto lacerarla con tutte le mie forze.» Sospira. «Mi hai molto eccitato. Alzati.»
Mi sollevo dalla panca, col sedere in fiamme. Riesco a reggermi a stento.
«Vieni qui, carponi.»
Obbedisco e, quando lo raggiungo, lui lascia cadere la vestaglia. È nudo, e il suo membro si erge, enorme e duro, evidentemente stimolato da quanto mi ha appena fatto. I suoi occhi sono torbidi di libidine mentre mi guarda camminare a quattro zampe, coi seni che sporgono da sopra le cinghie. Tengo in mano il guinzaglio, per non inciampare.
«Dallo a me.»
Glielo consegno, con gli occhi bassi per non offenderlo con uno sguardo diretto. Lui prende il guinzaglio e lo tende, fino a tirarmi a sé, col viso premuto sulla sua erezione, coi seni sulle sue gambe, col collare contro le sue cosce.
Sento risvegliarsi il desiderio, che sovrasta il bruciore dolorante alle natiche. Il profumo della pelle di Dominic è inebriante, familiare, confortante. Finalmente mi permetterà di amarlo come vorrei. Potrò toccarlo, accarezzarlo, dimostrargli ciò che provo per lui.
«Prendilo in bocca», ordina. «Ma non usare le mani.»
La delusione mi assale. Però almeno potrò baciarlo, leccarlo, sentire il suo sapore...
Scorro la lingua sull’asta: è rigida, e irradia calore. Quando arrivo alla punta, la stringo tra le labbra, muovendo la lingua intorno alla pelle liscia, succhiando e leccando. Lui m’infila le dita tra i capelli, tenendomi in posizione, e io mi lascio scivolare il suo pene in bocca, riempiendola finché posso. La posizione è scomoda, sento già la mascella indolenzita, ma la apro lo stesso il più possibile, per farlo entrare più a fondo, e la gioia di amarlo così supera qualsiasi disagio. Oh, adoro leccarlo, annusarlo, sentire il suo sapore salato.
Mentre succhio, le sue dita mi stringono con più forza le ciocche. Lui geme. Poi si sfila dalla mia bocca, e si avvicina al sedile di cuoio bianco, tirando il guinzaglio perché lo segua. Si siede, apre le gambe, mi fa inginocchiare sulla predella, così che possa ricambiare ciò che lui ha fatto per me ieri, e io mi rimetto al lavoro.
Mi aggrappo ai lati della seduta e lo prendo di nuovo in bocca, succhiando e leccando. Lui geme più forte. Vorrei poterlo stringere in mano, muovendola su e giù per dargli più piacere, ma ricordo che me l’ha vietato, così mi concentro a offrirgli il massimo con la bocca, stuzzicandolo con la lingua, a volte leccandolo per tutta la lunghezza, altre avvolgendola intorno alla punta.
«Sì, così», mormora. Ha gli occhi socchiusi, ma da sotto le ciglia mi guarda mentre sono chinata sul suo pene. Immagino l’effetto che devo fargli, col collare e con la bardatura, in ginocchio al suo cospetto, col suo uccello infilato in bocca. Ora comincio a eccitarmi anch’io, mi bagno in mezzo alle gambe, e mi cresce la voglia di farmi riempire da questa erezione gigantesca.
Lui manda un gemito gutturale, inspira bruscamente. Lo sento gonfiarsi dentro la bocca. Sta muovendo i fianchi, si spinge più in profondità, mi scopa in bocca. Voglio toccarlo, ne ho bisogno... e una parte di me teme che un affondo mi arrivi in gola e mi soffochi, e in quel caso avrò bisogno delle mani per fermarlo. I suoi colpi mi penetrano con più impeto, mi sento quasi strozzare, ma so che il suo piacere sta per esplodere. Ancora qualche spinta brusca, poderosa, e un getto caldo mi erompe nella bocca, il liquido salato mi schizza sulla lingua. Raccolgo il vortice sul fondo del palato, e ingoio, sentendolo bruciarmi in gola. D’istinto, appoggio una mano sul pene di Dominic, mentre lui lo sfila.
«È stato molto piacevole, Beth», dice, con una voce vellutata e insieme minacciosa. «Ma mi hai toccato. E se non sbaglio te l’avevo proibito espressamente.»
Lo fisso, nervosa. Ha ragione, sono ancora la sua sottomessa, devo obbedire. Significa che subirò un altro castigo? Avevo sperato che facesse qualcosa per levarmi la voglia calda che ho tra le gambe, per soddisfare il mio crescente desiderio. «Io... chiedo perdono, signore.»
Lui taglia corto: «Alzati e va’ nell’anticamera. Indossa il trench e aspettami là».
Obbedisco, chiedendomi cos’altro s’inventerà adesso. Qualche minuto dopo lui esce dal boudoir. Indossa la T-shirt e i jeans neri.
«Seguimi.» Esce dall’appartamento, precedendomi in corridoio fino all’ascensore. Sotto il trench, il guinzaglio mi ciondola dal collare. Entriamo nella cabina e scendiamo nell’atrio. Per tutto il tempo, Dominic si comporta come se non ci fossi, mandando messaggi col cellulare. Al pianterreno, attraversa a lunghe falcate l’atrio, e io fatico a stargli dietro, facendo ticchettare i tacchi sul pavimento. Una lunga Mercedes nera accosta al marciapiedi davanti alla porta a vetri. Lui apre la portiera posteriore e sale, e io mi precipito a raggiungerlo. Dietro la partizione oscurata intravedo la sagoma dell’autista. Mi sistemo accanto a Dominic, sull’elegante sedile in pelle, e l’auto si mette silenziosamente in moto.
Vorrei chiedergli dove stiamo andando, ma non oso. Lui non apre bocca, ancora concentrato sul cellulare.
Questa giornata si sta rivelando davvero strana, e Dominic ancora di più. Senza farmi notare, lo studio con la coda dell’occhio. Sembra così distante.
Non è quello che volevi, insiste la voce nella mia testa.
Cerco di zittirla: L’ho voluto io, invece. L’ho chiesto.
Mi sforzo di raccogliere le energie, per prepararmi a ciò che mi attende alla fine del viaggio.
Non mi sorprendo quando l’auto si ferma davanti all’Asylum. Temevo che prima o poi saremmo finiti qui, e quel momento è arrivato.
Un fiotto di paura mi scorre nelle vene.
«Scendi», ordina Dominic.
Io obbedisco, e lui mi segue. Poi mi supera, precedendomi sugli scalini, prende una chiave dalla tasca ed entra senza esitazioni. Quando lo raggiungo nella piccola anticamera, richiude la porta alle nostre spalle. Il locale è deserto. Lui mi sfila il trench e prende l’estremità del guinzaglio. Senza una parola, supera a lunghe falcate il bancone vuoto del bar, costringendomi quasi a correre per tenere il passo. So dove stiamo andando.
L’ho sempre saputo.
Come previsto, mi conduce alla porta imbottita e punzonata di borchie di metallo. La apre, poi si gira a guardarmi per la prima volta da quando siamo usciti da Randolph Gardens. «Ora imparerai il vero significato della punizione.»
Sono terrorizzata. La morsa della paura è reale, fisica, mi stringe alla gola. M’inoltro nel buio, poi Dominic preme un interruttore e le lanterne a muro prendono vita, diffondendo una luce simile a quella prodotta dalla fiamma di una candela.
Rivedo quegli strumenti: le croci, le sbarre, la schiera spaventosa delle fruste. Lo stomaco si contrae, provo un senso montante di nausea. Eppure devo farlo. Devo superare la prova.
Rammento a me stessa la decisione di fidarmi di Dominic. Non andrà troppo oltre con me, lo ha detto lui stesso.
Mi porta alle sbarre fissate alla parete di fondo, sgancia la mia bardatura e me la sfila dalla testa, lasciandola cadere con nonchalance sul pavimento. Mi fa girare verso il muro, con le spalle rivolte verso di lui. Mi solleva la mano sinistra e ammanetta il polso alla sbarra, all’altezza della mia spalla, lasciandomi il margine per tendere e flettere il braccio. Poi esegue la stessa operazione col polso destro. Mi divarica le gambe e mi chiude i ferri alle caviglie, prima l’una, poi l’altra. Sento il suo respiro farsi affannoso. Si sta eccitando.
Quando sono completamente incatenata, bisbiglia piano: «Ora possiamo cominciare».
Io strizzo le palpebre, contraggo i muscoli dello stomaco. Posso riuscirci. Arriverò sino in fondo. E dopo potrò spiegargli che quanto accade nella Segreta non fa per me.
Perché ti ha portato qui? domanda la mia voce interiore. Sapeva benissimo che questo posto ti spaventa!
Non voglio ascoltarla. Non posso. Devo concentrarmi per sopportare quanto sta per succedere.
La prima sensazione è leggera, sensuale, la carezza di una lunga coda di ruvido crine sulle scapole. Dominic me la passa sulla schiena come per segnare il suo territorio, studiandone i contorni per decidere dove colpire. «Questa è la tua punizione per avere disobbedito», dichiara. Sento la sua presenza dietro di me, e so che si sta godendo la scena: la ragazza incatenata, le luci fioche, la frusta pronta a entrare in azione.
Avverto il primo colpo sulla schiena. È delicato, contenuto, come quelli che seguono. Dominic si sta riscaldando. Il sangue m’irrora la pelle, e a ogni tocco di frusta provo la sensazione di dozzine di piccoli tagli precisi. Il crine mi graffia, strofinandosi sulla cute già sensibile. Tengo gli occhi chiusi, concentrandomi a controllare il respiro, ma il cuore ha accelerato i battiti, la paura mi paralizza.
Il calore si diffonde sulla schiena mentre lui comincia ad assestare sferzate più energiche, cadenzate.
Dunque questa è una flagellazione. Mi sto facendo frustare, in una sala delle torture.
È come se osservassi la situazione dall’esterno e, con un brivido, mi rendo conto delle conseguenze: ho preso le distanze dalla fantasia erotica, e il mio desiderio si spegne, e muore.
Ma ormai è troppo tardi.
I colpi s’interrompono, e i passi di Dominic si avvicinano alla schiera di fruste, poi tornano verso di me. Ha cambiato strumento, lo sento. Lo fa sibilare in aria, come per metterlo alla prova, poi lo abbatte sulla mia schiena. Una dozzina di code, con nodi alle estremità che mi mordono la pelle.
Io rovescio la testa e grido di dolore e di sorpresa. Nemmeno il tempo di riprendere fiato, e lui mi colpisce ancora, con forza. Fa schioccare la frusta a destra e a sinistra, e ogni affondo va a segno.
Oh, mio Dio, è orribile!
Le sferzate proseguono, poderose, con la regolarità di un metronomo. Il dolore è acutissimo, e ogni colpo mi strappa un grido. L’assalto mi ha fatto perdere ogni padronanza di me e la violenza delle frustate cresce, come se le mie urla stessero incitando Dominic a metterci più potenza. Il suo respiro è affannoso, roco.
Sento le staffilate su tutta la schiena, i morsi crudeli delle code nella mia povera carne abusata. È un’esperienza spaventosa, ben oltre la mia soglia di sopportazione. Tremo e, tra le grida di agonia, piango.
La safeword. Devo usare la safeword.
Non confido più che Dominic si renda conto di come mi sento. Mi sta frustando con totale abbandono, e perfino nel mio stato di sofferenza e confusione s’insinua il pensiero che lui abbia perso il controllo.
La prospettiva mi scatena un terrore animale, una paura incontenibile e il mio pianto si fa disperato, i singhiozzi mi scuotono mentre lo strumento continua spietato a flagellarmi la schiena, senza sosta, da un lato e poi dall’altro. A volte le code superano le spalle, e le punte annodate mi colpiscono i seni e lo stomaco.
Qual era la safeword?
Sono in preda a una sofferenza atroce. La testa mi ciondola sulle spalle, ho le braccia ripiegate, la schiena ritratta nel vano tentativo di sottrarsi ai colpi. Non riesco a ragionare, la mia mente è invasa soltanto dal terrore del prossimo colpo.
La... safe...word... è...
Chiamo a raccolta tutte le mie forze, e urlo: «Rosso!»
Lui mi colpisce ancora, centinaia di lame mi straziano la pelle arroventata.
«Rosso, Dominic, basta, fermati!»
Non è rosso... è... oh, cazzo, fa male... è... un’altra... oddio... sto morendo... muoio...
«Scarlatto!» strillo. «Scarlatto!»
Mi preparo alla sferzata successiva e, quando non arriva, comincio a tremare, scossa dai singhiozzi. Non avevo mai provato un dolore simile in vita mia, dentro e fuori.
«Beth?» È una voce che non sentivo da giorni. La voce normale di Dominic. Quella del mio amico, del mio amante, dell’uomo che desideravo tanto rivedere. «Beth, stai bene?»
Non riesco a parlare, il pianto mi travolge, le lacrime mi scorrono sulla faccia, mi cola il naso. Sono squassata da singhiozzi.
«Oddio, tesoro, che cos’hai?» Sento il panico nella sua voce, poi il rumore della frusta che cade a terra mentre lui si precipita ad aprirmi i ferri. Non appena mi libera, io crollo sul pavimento, con le gambe strette al petto, la testa abbandonata sulle ginocchia. Mi cullo avanti e indietro, e piango.
«Beth, ti prego, parlami!» Mi appoggia una mano sul braccio, prestando attenzione a non sfiorare la pelle straziata della schiena.
«Non toccarmi!» esplodo, furiosa, tra le lacrime. «Stammi lontano!»
Lui arretra, sconcertato e incerto. «Hai usato la safeword...»
«Perché mi stavi massacrando, bastardo figlio di puttana, dopo tutto quello che ho fatto per te, dopo tutto quello che ti ho offerto, che ho sopportato... Mio Dio, non riesco a crederci...» Sto ancora singhiozzando forte, ma riesco a parlare tra un singulto e l’altro. «Che razza di cretina sono stata, a fidarmi di te. Ti ho dato la mia fiducia, e guarda cosa mi hai fatto...»
Provo una sofferenza inconsolabile, per il dolore fisico e per la delusione cocente; lui ha infranto il nostro patto e non posso fare altro che piangere.
Per parecchi minuti, Dominic mi guarda in silenzio, come se non riuscisse a spiegarsi come fossimo arrivati a questo punto e non sapesse cosa fare per confortarmi. Poi va a prendere il mio trench, e me lo appoggia sulle spalle. Persino il morbido tessuto di cotone mi provoca una fitta lancinante sulla schiena.
Lui mi aiuta ad alzarmi e mi conduce fuori dalla Segreta, attraverso il bar vuoto, e sulla strada. L’auto ci sta ancora aspettando davanti al marciapiedi. Saliamo. Io continuo a piangere, chinata in avanti per non appoggiarmi allo schienale, e ci avviamo verso Randolph Gardens.
Piango per tutto il tragitto. Dominic non apre bocca.