18

Domenica è il giorno peggiore della mia vita. Per cominciare, il dolore è ancora lancinante, ho la schiena coperta di striature livide e infiammate e sussulto inorridita quando me la vedo allo specchio. Da sola non riesco nemmeno a metterci un unguento, così faccio scorrere l’acqua fresca nella vasca, e resto immersa a lungo, sforzandomi di dare sollievo alla pelle.

Ma anche emotivamente sono in uno stato pietoso; mi basta ricordare ciò che Dominic mi ha fatto per scoppiare a piangere. Mi sento tradita. Aveva chiesto la mia fiducia, e io gliel’ho concessa. Aveva giurato di conoscere i miei limiti, e gli ho creduto. Gli avevo detto chiaro che la Segreta non mi piaceva, e lui mi ci ha portato lo stesso, infliggendomi una sofferenza indicibile.

E io gliel’ho permesso.

Anche questo fa male. Sarà anche stato Dominic a brandire la frusta, ma sono stata io a mettergliela in mano. Poi però ricordo di come ha perso il controllo, spingendosi ben oltre la mia soglia di sopportazione. Nell’impeto del momento, deve avere dimenticato che sono una neofita, ma era sua responsabilità avere cura di me, rispettare i miei limiti. E non l’ha fatto.

Come se non bastasse, non si è più fatto vivo, nemmeno una parola. Si è chiuso nel silenzio. Ho ricevuto soltanto un SMS.


MI DISPIACE, X D.



Poi più niente.

Crede davvero che basti un messaggino perché gli perdoni... quell’aggressione?

Dovrà fare di meglio.




Lunedì mattina telefono a James, gli dico che sono malata e non posso presentarmi al lavoro. Lui non sembra convinto, come se avesse intuito che sto mentendo, ma risponde comunque in modo sollecito, raccomandandomi di avere cura di me e riposarmi finché non mi sentirò meglio. Passo la giornata in solitudine, ripensando ossessivamente al tempo trascorso con Dominic, cercando di capire in quale punto della storia sia andato tutto storto. Mi rannicchio insieme con De Havilland sul divano, traendo tutto il conforto possibile dal suo calore e dalle sue fusa. Almeno lui mi vuole ancora bene.

Ho la schiena livida e indolenzita, ma il dolore è un po’ meno acuto, e il bruciore incandescente che mi ha tenuto sveglia tutta la notte comincia a scemare. Riesco persino a immaginare un futuro in cui non lo sentirò più del tutto, e sarò guarita.

Martedì mi prendo un altro giorno di malattia.

Al telefono, la voce di James è preoccupata. «È tutto a posto, Beth?»

«Sì... più o meno.»

«Ha qualcosa a che fare con Dominic?»

«Sì e no. Senti, James, ti chiedo solo un’altra giornata. Domani tornerò al lavoro, e ti spiegherò tutto di persona, promesso.»

«D’accordo, tesoro. Prenditi tutto il tempo necessario. Ti capisco.»

Sono davvero fortunata ad avere un capo simile.




Martedì pomeriggio comincio a sentirmi un po’ meglio. La schiena mi fa ancora male, ma sta migliorando. Il cuore invece peggiora: Dominic ancora non si è fatto vivo. Il pensiero che mi abbia trattato in quel modo per poi abbandonarmi è una ferita aperta. Come può non immaginare quanto sto male?

Nel tardo pomeriggio, sento bussare alla porta. Il cuore accelera i battiti al pensiero che possa essere lui.

Non illuderti, mi dico, severa. È sicuramente James, venuto a portarmi un brodo di pollo o una scatola di cioccolatini. Ma non riesco a soffocare la speranza mentre raggiungo la porta, e la apro.

Resto sgomenta. L’uomo sul pianerottolo non è né Dominic né James. È Adam.

«Sorpresa!» strilla, con un sorrisone gioviale.

Io resto a bocca aperta, non credo ai miei occhi. Lui mi sembra così diverso, sebbene sia identico a come lo ricordavo. I suoi abiti sono sciatti, completamente privi di stile: una dozzinale camicia scozzese, una felpa grigia con lo stemma di una squadra sportiva, pantaloni blu abbondanti, con la cinta sotto la pancia sporgente. Completano il quadro un paio di grosse scarpe da ginnastica bianche e un borsone sportivo a tracolla. Mi fissa, entusiasta della sua trovata. «Non mi saluti?» dice, vedendomi senza parole.

«Oh...» Sto ancora cercando di capacitarmi della sua presenza. Non ha senso. Adam? Qui, nell’appartamento di Celia? Riesco a spremermi un fiacco «Ciao».

«Posso? Ho bisogno di pisciare e di un tè. Non contemporaneamente, ovvio.»

Non lo voglio in casa, ma non mi sento di rifiutargli il bagno. Mi scanso per lasciarlo passare. È così bizzarro veder entrare nella mia nuova vita il protagonista di un capitolo della mia esistenza che credevo chiuso. E non mi piace affatto. «Il bagno è di là», dico, indicando la porta.

Lui si precipita ad aprirla e si chiude dentro, dandomi il tempo di raccogliere le idee. Quando esce, fischietta spensierato, un’abitudine che in passato m’inteneriva, e che adesso mi dà i brividi.

«Adam, che cosa ci fai qui?»

Lui sembra sorpreso del mio tono secco. «Tua mamma mi ha detto dov’eri e sono venuto a trovarti.» Apre le mani, come a dire: «Che c’è di strano?»

Lo fisso. Ricordo vagamente di averlo amato, un tempo, di avere sofferto quando mi ha spezzato il cuore, ma adesso l’idea di avere provato qualcosa per lui mi sembra assurda. I capelli spettinati e senza taglio, la faccia grassoccia, gli occhi di un azzurro slavato lo fanno impallidire al confronto con Dominic, riducendolo a un’ombra informe. «Adam.» Mi sforzo di assumere un tono misurato e ragionevole. «L’ultima volta che ti ho visto, ci siamo lasciati. Ti stavi scopando Hannah, ricordi? Mi hai scaricato per lei.»

Lui fa una smorfia. «Ah, quello. Già. Senti, sono venuto a chiederti scusa. Con lei è finita. È stato un errore, mi dispiace. Ma la bella notizia è che voglio dare a noi due un’altra possibilità!» Sorride di nuovo, euforico, e poi rimane in silenzio, presumibilmente in attesa che mi metta a saltare e strillare di gioia.

Lo fisso, sconcertata. Non so proprio cosa dire. «Adam...»

«Cosa bisogna fare, qui, per avere una tazza di tè?» domanda, e comincia ad aprire le porte dell’appartamento. Individuata quella della cucina, esclama: «Tombola!» ed entra.

È intollerabile la sfrontatezza con cui si permette d’invadere i miei spazi. Mentre lo seguo, ricordo che ha sempre avuto il vizio di non chiedere permesso, facendo irruzione ovunque, servendosi a piacimento, e lasciandosi alle spalle una scia di caos. «Adam, non puoi presentarti qui senza preavviso. Avresti dovuto telefonare.»

«Volevo farti una sorpresa», insiste, come se fossi io a non capire. Prende il bollitore e lo riempie sotto il getto del rubinetto. «Non sei felice di vedermi?» Mi rivolge la sua occhiata da bambino imbronciato, quella che un tempo mi faceva sciogliere.

«Per la verità, non è un buon momento.» Ma, per l’amor del cielo, ti preoccupi ancora di ferire i suoi sentimenti? Lui certo non se ne è preoccupato! Digli chiaro e tondo di levarsi dai piedi, e facciamola finita!

«Non mi sembri molto indaffarata. Tua mamma aveva detto che probabilmente saresti stata al lavoro, e mi ha consigliato di aspettare più tardi, o di telefonarti, ma io ho pensato che tanto valeva venire a dare un’occhiata, ed eccoti qui! Vedi, era destino.» Mette il bollitore sul fornello.

D’accordo, ti concedo il tempo di un tè e poi ti sbatto fuori.

Preparo due tazze mentre lui mi racconta il tragitto in treno per Londra, e l’avventura di viaggiare in metropolitana. Lo accompagno in salotto, dove De Havilland è di sentinella sul davanzale della finestra, a contemplare i piccioni come sua abitudine. Ci punta addosso uno sguardo giallo, sbatte le palpebre, poi torna a concentrarsi sulla finestra, con la coda attorcigliata intorno alle zampe.

«Accidenti, gran bel posto», commenta Adam, guardandosi intorno. «Di chi è?»

«Di Celia. La madrina di mio padre.»

«Però! Giocati bene le tue carte, magari te lo lascia in eredità.» Mi scocca un’occhiata. «Mica una brutta idea, eh?»

Ci sediamo sul divano. Io sto ancora annaspando alla ricerca di un argomento di conversazione, poi mi viene un’idea. «Dunque con Hannah non ha funzionato?»

Lui arriccia il naso, come per un odore sgradevole. «Nah. Tra noi proprio non andava. Era più che altro un’attrazione fisica, mi spiego? Bella finché è durata, ma dopo un po’ mi sono stufato.»

Rivedo l’immagine di loro due a letto, ma non mi provoca né dolore né sgomento. Anzi mi sembrano fatti l’uno per l’altra. Ricordo Adam quando faceva l’amore con me, ansimandomi nell’orecchio, muovendosi sempre nello stesso modo, su e giù, senza un guizzo di fantasia. Un atto dovuto e brevissimo. Dolce, sì, perché ero innamorata, ma dov’erano il mistero e la passione? L’eccitazione della suspense? Mi spingeva a esplorare i miei limiti, facendomi scoprire aspetti di me stessa di cui non sospettavo nemmeno l’esistenza?

Ovvio che no. Quello era Dominic.

Di colpo, mi rendo conto che la mia esperienza con lui mi ha cambiato per sempre. Non potrò mai più accontentarmi di un uomo come Adam. Dominic avrà anche dei gusti estremi e inclinazioni insolite, ma almeno con lui non mi annoiavo.

Adam mi sta guardando, con la tazza in mano. «Per questo volevo vederti. Tra noi c’era qualcosa di speciale. Sono stato un idiota, ma adesso è tutto dimenticato. Voglio che torniamo insieme.»

«Io... non credo che...» Faccio un respiro profondo. «No, Adam. Non è possibile.»

Resta allibito. «No?»

Scuoto la testa. «No. Ho una nuova vita, ora. Un lavoro.»

«Un fidanzato?» si affretta ad aggiungere lui.

«Be’, non esattamente, no.» D’altronde, tra me e Dominic sembra davvero finita. «Ma questo non cambia niente. Per noi non c’è futuro.»

«Ti prego, Beth», m’implora, facendo gli occhi dolci. «Non buttarmi via così. Sei ancora sconvolta dal mio arrivo improvviso. Ti serve tempo per rifletterci.»

«La mia decisione è già presa», rispondo, inamovibile.

Lui sospira, beve un sorso di tè. «Come vuoi, possiamo parlarne più tardi.»

«Più tardi?»

«Beth, non ho un posto dove andare. Credevo mi avresti ospitato tu.»

«E cosa te lo ha fatto pensare? Ci siamo lasciati!»

«Ma io ti rivolevo indietro!»

Alzo le spalle, e sbuffo. Siamo di nuovo al punto di partenza.

«Stasera non posso tornare a casa. Lasciami dormire qui. Per favore...»

Sbuffo una seconda volta. Non ho altra scelta; non posso mica lasciarlo in mezzo alla strada. «E va bene. Puoi sistemarti sul divano. Ma solo per stanotte, intesi? Dico sul serio.»

«Ricevuto!» risponde, allegramente, e io gli leggo in faccia la sicurezza che una notte basti e avanzi per riconquistarmi.

 

 

È strano ma, una volta abituata alla presenza di Adam, non mi dispiace averlo intorno. Mi fa compagnia e, superato il primo imbarazzo, si mette a chiacchierare allegramente, aggiornandomi su tutti i pettegolezzi che mi sono persa, e sulle ultime imprese di quello svitato di suo fratello. Cucino una pasta e ceniamo insieme, mentre lui continua a parlare a ruota libera. È così insolito sentire tanto rumore nell’appartamento di Celia, sempre così silenzioso.

Più tardi torniamo in salotto, e Adam cerca di addolcirmi ricordandomi i bei tempi, e le promesse che ci eravamo fatti. Non ho niente in contrario a rievocare il passato, ma non basterà a farmi cambiare idea. Quando gli porto un cuscino e una coperta e li appoggio sul divano, lui tenta di baciarmi, ma io lo respingo senz’appello, e lui sembra rassegnarsi.

Sicuramente crede che sia solo questione di tempo.

Vado a dormire in camera di Celia, ancora disorientata al pensiero di Adam in salotto, forse impegnato a escogitare un modo per intrufolarsi nella mia stanza. Ma, per fortuna, la notte trascorre senza incursioni indesiderate.

L’indomani mi sento decisamente più in forma, e pronta a tornare al lavoro.

«Sei in partenza?» domando a Adam dopo colazione, mentre preparo le mie cose.

«Be’...» Ha un lampo di malizia nello sguardo. «Per la verità pensavo di restare ancora un po’, se non ti dispiace. Già che sono qui, vorrei approfittarne per visitare Londra, e dopotutto lo spazio non ti manca...»

«Adam», gli dico, in tono di avvertimento.

«Soltanto un’altra notte?» implora lui.

Resto a fissarlo. In fondo, che male c’è? «Una soltanto. Ma non un minuto di più.»

Sorride. «Affare fatto.»




È una gioia rivedere James. Ho sentito la sua mancanza.

«Micia, sei tornata!» grida, quando entro alla galleria. «Ero così in ansia.» Mi raggiunge e fa per abbracciarmi, ma io mi ritraggo, con una smorfia. Lui capisce al volo, e il suo sguardo s’intristisce. «Oh, Beth. Ti ha fatto del male?»

Annuisco, lentamente. È un sollievo potermi confidare con qualcuno.

«Quel bastardo. Lo ha fatto contro la tua volontà?»

Annuisco di nuovo, anche se così facendo mi sembra di tradire Dominic.

«Questo viola ogni regola», dice James, in tono severo, guardandomi come suo solito, da sopra le lenti degli occhiali. «Mi dispiace, Beth, ma, qualunque cosa tu provi per lui, sicurezza, ragionevolezza e consenso sono le basi del BDSM. Se è andato oltre, devi stargli alla larga, chiaro?»

A quelle parole, una parte di me sprofonda nella disperazione. Probabilmente ha ragione lui. Vorrei solo che fosse più facile.




Trascorriamo la mattinata mettendoci in pari con gli ultimi eventi, ridendo dell’apparizione di Adam e del suo tentativo d’insinuarsi di nuovo nel mio letto. Gli spiego che sono fermamente intenzionata a sbatterlo fuori domani, a qualunque costo.

Per pranzo ordiniamo sushi, ed è il mio turno di andarlo a ritirare al nostro take-away giapponese preferito, sull’altro lato di Regent Street. Fuori dalla galleria, passo accanto a una vecchia chiesa, appartata dietro un muro di mattoni rossi, col cancello aperto ai visitatori. Di colpo, dal cortile sbuca una sagoma che mi afferra per un braccio.

Io sobbalzo e, quando sollevo lo sguardo, mi trovo davanti Dominic. Le sue dita mi stringono in una morsa, il suo sguardo è selvaggio, e il suo aspetto insolitamente disordinato. «Dominic!» Solo rivederlo mi provoca una fitta di eccitazione.

«Devo parlarti», dice, concitato, e mi trascina nel cortile.

Vuole chiedermi perdono! Il mio cuore fa una capriola. Forse c’è una speranza...

Lui mi fissa, con gli occhi accesi dalla rabbia. «Chi è, Beth?»

«Cosa?»

«Non fare l’innocentina con me: l’ho visto! Chi diavolo è l’uomo nel tuo appartamento?»

«È Adam», rispondo senza riflettere.

Lui inspira bruscamente e mi scruta con un’intensità quasi disperata. Poi lascia la presa e si allontana, senza guardarsi indietro.

«Merda», impreco tra i denti, lanciandomi all’inseguimento, ma lui si è già dileguato in un vicolo laterale. Perché gliel’ho detto? Potevo raccontargli che era mio fratello. Adesso darà per scontato che io e Adam siamo tornati insieme. Inveisco di nuovo. Più tardi dovrò telefonargli, e spiegargli tutto.

E perché dovresti? Lui non si è nemmeno scusato di ciò che ti ha fatto. Forse friggere un po’ lo costringerà a rinsavire.

Ancora non ho deciso se chiamarlo o no quando rientro col sushi.

Ci penserò più tardi.




Nel corso di un’unica giornata, Adam è riuscito a sparpagliare il contenuto del suo borsone in tutto l’appartamento e la cucina è incrostata degli avanzi di ciò che ha cucinato od ordinato per pranzo. La sua maleducazione m’irrita, e al tempo stesso provo sollievo all’idea che non dovrò passare il resto della vita a raccogliere i suoi calzini da terra.

«Com’è andata, oggi?» domanda, sollecito. «Pensavo d’invitarti fuori a cena.»

«È gentile da parte tua, Adam, ma perché non andiamo semplicemente a bere qualcosa, e poi vediamo come evolve la serata?» Ho già deciso di essere del tutto franca con lui, di dirgli che con me non ha nessuna possibilità, e imporgli di fare fagotto domattina appena sveglio. Il pub mi sembra il posto ideale per il mio discorsetto.

«Okay, ottimo. Andiamo.»

Fuori dal condominio, l’aria è soffocante, e il cielo è coperto di nuvoloni bianchi per la prima volta da un secolo. Mi sembra di avvertire un temporale imminente; potrebbe essere una manna, dopo tante giornate calde e terse.

«Sai una cosa, Beth?» dice Adam, in tono svagato, mentre ci dirigiamo nello stesso bar dove mi aveva portato Dominic la sera del suo discorsetto. «Sembri diversa. Più... come dire... adulta. Sofisticata. E sexy. Decisamente più sexy.» Mi lancia un’occhiata che vorrebbe essere seducente, ma che risulta vagamente sordida.

«Davvero?» Mio malgrado, sono incuriosita. Mi ero chiesta anch’io se le esperienze delle ultime settimane mi avessero cambiato. A quanto pare, sì.

«Già. Sei proprio bella», risponde lui, con convinzione.

«Grazie.» Mi viene da ridere, ma poi ricordo che tra poco dovrò disilluderlo. «Sei gentile, ma questo non significa che tra noi succederà qualcosa.»

Si ferma di colpo, e mi guarda dritta negli occhi. Poi fa un sorriso vagamente triste. «Dunque è proprio finita?»

Annuisco. «Sì. Io non ti amo. Tra noi non c’è più nulla.»

«Hai un altro?» domanda.

Io divento paonazza, e resto zitta.

«Come pensavo», sospira lui. «Pazienza, valeva la pena tentare. Sono stato un idiota, Beth. Non mi sono reso conto di ciò che avevo finché non l’ho distrutto. Chiunque sia questo tizio è un uomo molto fortunato.»

Gli sorrido, un po’ commossa. «Grazie di averlo detto, Adam. Sul serio. Significa molto per me. Possiamo comunque restare amici.»

«Certo, altroché», risponde lui. «Però qualcosa mi dice che non ti rivedrò in paese tanto presto. Potrei sbagliarmi, naturalmente, ma ne ho la netta impressione.» Ci riflette per un momento, e aggiunge: «Andiamo lo stesso a bere qualcosa? In nome dei vecchi tempi?»

«Sì. Volentieri.»

«Ottimo. Domattina riparto.»

Restiamo a guardarci ancora per un momento, consapevoli di ciò che siamo stati l’uno per l’altra, e della fine di quel periodo delle nostre vite. Poi proseguiamo, diretti al pub.




Rincasiamo tardi. Io apro la porta, mentre Adam, piuttosto brillo dopo quattro medie, parla a voce alta e non nota la busta color crema che mi attende sul pavimento nell’anticamera.

Il mio cuore salta un battito, e mi chino a raccoglierla al volo. Adam continua a blaterare da solo anche dopo che io mi sono infilata in camera da letto, e con le dita che tremano sfilo il messaggio dalla busta.



Alla mia Dominatrice,

il tuo schiavo chiede umilmente una notte con te. Onoralo della tua presenza domani sera, nel boudoir. Ti attenderà a partire dalle otto.



Mi stringo la lettera al petto.

Oh, mio Dio! Il mio schiavo? Cosa significa?

Ci andrò, naturalmente. Come potrei trattenermi?