Mi precipito di nuovo a Randolph Gardens, fermandomi in una cartoleria lungo la strada per comprare una busta e un foglio di carta da lettere, spessa e color crema. Non ho molto tempo per mettere a punto il mio piano.
La pioggia non mi sembra più né triste né deprimente. Al contrario, sguazzo allegra nelle pozzanghere, senza nemmeno preoccuparmi di aprire l’ombrello. Non m’importa di niente, se non di rivedere Dominic, di strappare qualche minuto con lui, di comunicargli le parole che mi affollano la mente.
Busso alla porta del suo appartamento, e con enorme sollievo non ottengo risposta. Vanessa dev’essersene andata.
Mi domando perché abbia deciso di mentirmi, a quale scopo volesse depistarmi, ma non è il momento di starci a pensare. Invece corro all’ultimo piano, al boudoir. È strano aprire la porta, sapendo di trovarlo deserto. Accendo la luce. L’anticamera è immutata, semplice e disadorna. Raggiungo la camera da letto e premo l’interruttore. Qui invece l’ambiente è cambiato. Il sedile in pelle è scomparso e l’armadietto è chiuso a chiave. Nel guardaroba non c’è più traccia delle bardature bondage, restano soltanto la lingerie di pizzo e il négligé. Dominic ha fatto sparire ogni indizio di attività fuori dall’ordinario, ma ha lasciato ciò che riteneva potesse ancora piacermi.
Mmm. Be’, posso farmelo bastare. Dopotutto le deliziose tenute bondage su misura non sono l’unica alternativa... Per prima cosa, però, scrivo il mio biglietto a Dominic. Il testo è telegrafico:
Vieni nel boudoir, subito. È urgente.
Sono certa che non serva altro. Scendo al suo piano, infilo la busta sotto la porta, poi torno di sopra a prepararmi.
Allo scoccare delle tre, sto camminando avanti e indietro per il boudoir, coi nervi a fior di pelle. Ho avuto tempo in abbondanza per guardarmi intorno. L’appartamento è più piccolo di quelli ai piani inferiori, ed è arredato con semplicità, ma c’è tutto il necessario, e per una persona sola lo spazio è più che sufficiente. Possibile che Dominic voglia davvero lasciarmelo a tempo indeterminato?
Dovrò ricordarmi di chiederglielo, ma al momento sono troppo agitata per pensarci. Indosso uno dei magnifici completi di lingerie nera trovati nell’armadio, i tacchi a spillo della mia seconda notte qui, e il trench, preso in prestito per andare all’appuntamento con James. Ho raccolto i capelli e fatto del mio meglio per truccarmi con quello che avevo in tasca: un lucidalabbra e una cipria.
Mi guardo allo specchio del bagno, e tutto sommato mi giudico passabile. Gli occhi mi brillano per l’eccitazione, e le guance sono accese di piccoli pomelli rosei: fard naturale. Fisso il mio riflesso, e mi auguro buona fortuna, a voce alta.
Alle tre e dieci, sento bussare forte alla porta. Sussulto e mi si mozza il fiato. Ha accettato d’incontrarmi. È qui. Devo farcela, a qualunque costo.
Inspiro profondamente, sforzandomi di controllare lo sfarfallio furibondo che mi agita lo stomaco, e vado ad aprire. Dominic è davanti a me, irresistibile in un magnifico completo nero, coi capelli scuri arruffati e con l’ansia negli occhi. «Beth? Stai bene? Ho ricevuto il tuo biglietto.» Il tono è angosciato.
«Entra», dico, con voce salda ma neutra.
Lui avanza di un passo, e aggrotta la fronte. «Di cosa si tratta? Dimmi solo se stai bene...»
Richiudo la porta e mi ci appoggio di spalle, nel buio. «In effetti, c’è qualcosa che non va», dico, abbassando il tono.
«Cosa? Dimmelo.»
Il mio timbro si è fatto duro. «Sono... molto... molto arrabbiata con te.»
«Come?» È frastornato, glielo leggo in faccia. «Ma... Beth, io...»
«Taci», lo interrompo, brusca. «Non un’altra parola. Mi manda in bestia che tu abbia pensato di partire senza nemmeno avvertirmi. Ma io so tutto. Tra poco verranno a prenderti, per portarti all’aeroporto dove ti aspetta un jet privato per la Russia.»
«Come fai a saperlo?» Adesso è sorpreso. Continuo a prenderlo in contropiede.
«Niente domande. E così pensavi di filartela senza il mio permesso...» Mi avvicino a lui, e dalla sua espressione intuisco che comincia a capire. «Adesso t’insegnerò a non farmi mai più uno scherzo del genere. Ci siamo intesi?»
Mi fissa per un momento, poi risponde, a voce bassa: «Intesi».
«Bene. Seguimi.» Lo precedo in camera da letto, dove ho chiuso le tende e acceso una luce fioca. Mi giro e, languidamente, mi lascio cadere il trench dalle spalle, rivelando la lingerie.
Lui sussulta, mentre il suo sguardo corre sui miei seni incorniciati di seta nera, sui fianchi, sulle mutandine di pizzo.
«Ti piace, Dominic?»
Annuisce, tornando a guardarmi negli occhi.
«Ottimo. Adesso spogliati.»
«Beth...»
«Mi hai sentito. Levati i vestiti.»
Sembra voler protestare, ma poi ci ripensa, resta immobile ancora per un momento, infine mi obbedisce. Si toglie la giacca, i pantaloni e tutto il resto, rimanendo in boxer. La sua erezione preme già contro il tessuto di cotone.
«Santo cielo. Mi pareva di essere stata chiara. Ti ho detto di toglierti i vestiti. I boxer non fanno parte dell’abbigliamento?»
Annuisce.
«Obbedisci, dunque. Subito.»
Li sfila, mostrandosi in tutta la sua gloria: il petto ampio, il ventre piatto, le gambe lunghe e muscolose. La sua erezione è dura e fiera, e il suo sguardo mi scruta, incandescente.
«Ora sperimenterai la furia della tua padrona. Mettiti a letto.»
Ma, quando si gira, mi sfugge quasi un gemito. La sua schiena è straziata da un intrico di striature infiammate, rimarginate solo in parte. Vorrei correre a baciare le ferite che gli ho inflitto, lenirle con un unguento, prendermi cura di lui finché non sarà guarito. Ma al momento ho altri piani. Voglio dimostrargli che posso tormentarlo anche in altro modo.
«Sdraiati a pancia in su», ordino, augurandomi che mi avverta, se sente troppo male.
Ma lui resta zitto, e si stende apparentemente senza difficoltà. Io mi avvicino al letto, e gli lego i polsi con la cintura del négligé di seta, fissandoli alla testiera di ferro.
Lui segue ogni mia mossa, con uno sguardo sempre più intenso a mano a mano che si sottomette alla mia autorità.
Mi sdraio al suo fianco e lo accarezzo dolcemente, scorrendo le dita sul suo petto, intorno ai capezzoli, verso l’inguine. Ora avverto il suo odore, quell’essenza dolce e maschile, con una nota agrumata. Oh, è magnifico. Un desiderio rovente e irrefrenabile mi scorre nelle vene. «Voglio infliggerti il mio genere di tortura», sussurro. «Così la prossima volta ci penserai due volte, prima di lasciarmi.»
Poi mi concentro sul suo corpo, baciando ogni centimetro di pelle, dalla testa ai piedi, dove gli succhio e gli mordicchio le dita, per poi risalire, avvicinandomi alla sua erezione ma senza sfiorarla, palpando e massaggiando tutto il resto, stuzzicandolo deliberatamente nelle zone più erogene, stringendo i capezzoli tra le labbra e coi denti, tirandoli piano, mentre il suo respiro diventa affannoso. Quando mi sembra pronto al passo successivo, mi sollevo e mi metto a cavalcioni su di lui e, senza fretta, sgancio il reggiseno, lo lascio cadere e mi avvicino a offrire i seni alle sue labbra. Lui risponde di slancio, prendendo in bocca un capezzolo e poi l’altro. Li bacia, li succhia con forza, li mordicchia finché non diventano turgidi e arrossati. Poi io mi chino da un lato e per alcuni, lunghissimi minuti gli bacio il collo e la mascella, gli mordo i lobi delle orecchie, allettandolo con la bocca fino a farlo impazzire dalla voglia di baciarmi, e infine glielo concedo, permettendogli di placare la sua sete.
Ho trascurato la sua erezione fin troppo a lungo. Sono impaziente di sottoporlo al mio supplizio, con le dita, le labbra, la lingua. Mi stava aspettando, e viene percorso da un tremito quando avvicino le labbra, facendolo fremere e poi irrigidirsi ancora di più. Faccio scorrere la lingua su tutta la sua lunghezza d’acciaio, sfiorando con le unghie il ciuffo di peli pubici alla base e poi abbassando delicatamente le dita verso i testicoli, nel punto più sensibile, e basta la minima pressione dei miei polpastrelli a fargli inarcare la schiena, strappandogli un sospiro e un gemito. La mia lingua indugia lungo l’asta, lasciando che la punta si strugga, nell’attesa della mia umida carezza. Quando io stessa non tollero più di procrastinare il godimento di avvolgere la lingua sul suo membro caldo e levigato, lo prendo in bocca, massaggiandolo con le mani, su e giù. Il movimento dei suoi fianchi è un’incitazione a metterci più forza, per intensificare le sensazioni estatiche che gli sto dando.
E io stessa comincio a lasciarmi contagiare. Anche il mio corpo eccitato e bagnato esige attenzioni, vuole essere adorato a sua volta.
Mi sfilo rapidamente le mutandine e mi stendo su di lui, coi seni premuti contro il suo petto, con l’inguine sul suo membro duro.
Lui mi geme tra i capelli: «Beth, sei così bella. Mi fai impazzire quando sei così, seducente, magnifica...»
«Voglio che tu faccia l’amore con me», rispondo. «Mi hai regalato scopate più straordinarie di quanto potessi desiderare. Adesso mi serve il tuo amore. Ti libero le mani, ma dovrai dimostrarmi quanto ti piaccio, e farmi capire cosa ti fa provare il mio corpo.» Mi sporgo e, con un piccolo strattone, sciolgo il nodo della cinta di seta.
All’istante le sue mani mi avvinghiano il sedere, e lui manda un gemito quando sente sotto le dita la carne morbida delle mie natiche. Le accarezza, le strizza. «Oh, è fantastico... non sarò mai sazio del tuo splendido culo.»
«Obbediscimi. Sai cosa voglio», bisbiglio.
«Ogni tuo desiderio è un ordine», risponde lui, e si gira su un fianco, puntandomi negli occhi uno sguardo rovente.
Io apro le gambe, mostrandogli ciò che lo attende. Lui china immediatamente la testa su di me, a baciare le labbra turgide, leccare i miei umori, scorrere la lingua sul mio fiore delicato, facendomi sospirare di beatitudine.
«Sai di miele», mormora. «Dolcissima...»
La mia fame della sua bocca non fa che crescere, e di colpo lui cambia posizione, mettendosi sopra di me. Ora è forte e autorevole, e usa il suo peso per divaricarmi le cosce ancora di più, e infilarsi tra le mie gambe.
«Mi vuoi?» domanda, tra un bacio appassionato e l’altro.
«Sì», rispondo, sospirando di desiderio.
«Abbracciami.»
Non osavo toccargli la schiena, ma ora obbedisco, e sotto le dita sento le sue ferite.
«Mi stai già guarendo», sussurra. Poi preme la punta della sua erezione sul mio varco trepidante, e comincia a penetrarmi. «Il tuo amore è un balsamo.»
Non riesco più a parlare, tutto in me si concentra sulla sensazione soave del suo membro rigido che lentamente avanza, e mi riempie. Sollevo il bacino verso di lui, per incoraggiarlo a spingere più a fondo, e per alcuni lunghissimi minuti ci perdiamo nel movimento dei suoi fianchi che incontrano i miei, del suo membro che affonda dentro di me, facendomi inarcare la schiena, delle nostre bocche perse l’una nell’altra.
Poi, senza bisogno di dire una parola, il nostro ritmo aumenta, le spinte si fanno più forti ed energiche, e il desiderio di raggiungere il culmine s’impadronisce di entrambi. Io gli stringo le gambe intorno alla vita, per aprirmi a lui, premendo il suo bacino contro il mio perché possa darmi quell’orgasmo devastante che mi scuote dentro e fuori.
Non intendevamo arrivarci simultaneamente, ma ciascuno trasmette all’altro la propria crescente eccitazione, sospingendolo a un livello superiore. Il respiro di Dominic è affannoso, la mascella è irrigidita, segno che non manca molto.
«Dominic», gli dico, e la mia voce è un gemito. «Ti prego, sì, non smettere, così...»
«Voglio sentirti venire.»
Bastano quelle parole perché la prima contrazione si stringa intorno al suo membro, facendomi rovesciare la testa e spalancare le labbra in un grido d’estasi. So che anche lui sta venendo, sento il suo orgasmo caldo esplodere dentro di me. Tremo, un’ondata dopo l’altra, finché la marea non recede, lasciandomi senza fiato, stordita. Dominic mi è crollato sul petto, e ansima per la potenza del suo orgasmo.
Quando riusciamo a riscuoterci, lui mormora: «Oddio, Beth, è stato incredibile». Ride, e mi copre di baci il viso e il collo. Per la prima volta da tantissimo tempo sembra davvero felice. «Grazie.»
«Grazie a te.» Lo guardo, e so che mi brillano gli occhi.
Lui ride di nuovo. «È stato un piacere davvero inaspettato. Non sapevo di avere un’imperiosa, piccola dominatrice ad attendermi quassù.»
«Non devi andartene subito, vero?» dico, stringendomi a lui, beandomi del peso del suo corpo sopra il mio. «L’autista ti sta aspettando?»
Lui guarda l’orologio, e sospira. «Probabilmente sì. Non voglio lasciarti. Voglio restare qui con te.»
Mi sento invadere da un appagamento assoluto. Era questo che desideravo da lui, la tenerezza che lenisce ogni dolore.
«Ma... non posso. Mi dispiace tanto, tesoro mio. Tra un minuto dovrò andarmene.»
Il cuore mi sprofonda. «Devi proprio partire?»
«Sì. E non so quando tornerò.»
«Dunque... cosa ne sarà... di noi?»
Lui mi scocca un’occhiata in tralice. «Mi era sembrato di capire che fossi tornata con Adam.»
Scuoto la testa. «No, no! Non è mai successo. Si è presentato a sorpresa, ma io gli ho detto subito che era finita. Giuro!»
Fissa il soffitto per un momento, poi dice, lentamente: «Sai, Beth, faccio una certa fatica a mettermi in pari con gli eventi. Fino a un’ora fa, avevo perso ogni speranza, e mi sono impegnato con tutto me stesso a rassegnarmi... invece guardaci adesso. So che hai sofferto molto, ma anch’io». Si gira a guardarmi. «Per essere sincero, soffro ancora. Ciò che è accaduto tra noi, quello che ti ho fatto... mi ha scosso profondamente.»
Tendo una mano ad accarezzargli i capelli. «Ora però... è tutto passato, no? Io ti voglio ancora, credo di avertelo dimostrato...»
Mi stringe le dita tra le sue, e ride con una tenerezza quasi malinconica. «Oh, Beth. Vorrei davvero che fosse tanto semplice. Vedi, quello che ti ho fatto mi ha terrorizzato. Non avevo idea di esserne capace, di poter perdere il controllo in quel modo. Ho bisogno di capire cos’è accaduto, prima di arrischiarmi ad avvicinarmi di nuovo a te. Lo capisci?» China il viso sul mio, e io mi accorgo che i suoi occhi non sono più neri. Si sono tinti di una ricca sfumatura color cioccolato. La tristezza nel suo sguardo è insostenibile. «Se non scopro cosa mi ha spinto a comportarmi così, e non corro ai ripari, esiste un concreto pericolo che ci ricaschi e, in tal caso... be’, non potrei sopportarlo. Per avere una relazione con te devo avere la certezza assoluta che sarai al sicuro.»
«Io non ho dubbi!»
«La tua fiducia in me è commovente. Ma temo di non poterla condividere.»
L’angoscia m’invade. «Che significa? Cosa pensi di fare?»
«Non ne sono sicuro. Ma, prima di tornare, dovrò affrontare i miei demoni, e sconfiggerli. Mi porto dentro una tenebra che va costretta alla luce.»
«Intendi il tuo impulso alla dominanza?» Aggrotto la fronte. «È questa, la tua tenebra?»
Lui scuote la testa. «No. È più complicato. Al punto che non lo capisco nemmeno io. Ho separato il sesso e l’amore troppo a lungo, e rimetterli insieme ha provocato un effetto sismico, e scoperchiato qualcosa dentro di me. Devo accertarmi di non costituire più una minaccia, prima di ritentarci.» Sospira. «Vedi, persino quando ti ho chiesto di punirmi, ti ho imposto di agire contro la tua volontà. Il bisogno di esercitare il dominio sfugge al mio stesso controllo.» Ride piano, al paradosso. «Non so se riesco a spiegarmi. È difficile. Non posso prometterti niente, Beth, ma, se vorrai aspettare finché non avrò risolto tutto questo, forse potremo scoprire insieme se esiste un futuro per noi.»
«Certo che ti aspetterò», rispondo, anche se il pensiero di separarmi da lui mi sembra intollerabile. «Ma per quanto?»
Con la punta del dito mi traccia un disegno sul palmo. «Non lo so. Davvero credi di farcela, Beth?»
«Sì. Per tutto il tempo necessario.»
«Grazie.» Mi bacia sulla fronte. «Mi terrò in contatto durante la mia assenza. Tu starai bene, vero?»
Annuisco. Dunque, a dispetto di tanti sforzi, siamo al commiato. Lui sta per partire, diretto chissà dove, in un luogo lontano dove non potrò seguirlo. Forse tornerà cambiato. Se rischiara la tenebra che lo angoscia tanto, sarà ancora lo stesso Dominic, o diventerà un’altra persona? Lo stringo tra le braccia, improvvisamente spaventata. «Non andartene, ti prego!»
Lui mi bacia, un bacio lunghissimo e dolcissimo. «Vorrei tanto poter restare. Ma saremo di nuovo insieme, ne sono certo.» Poi, con delicatezza infinita, si scioglie dal mio abbraccio e scivola via. Si alza e resta a guardarmi, con quei bellissimi occhi gonfi di tristezza. «Tornerò, Beth. Non dimenticarmi.»
Dimenticarti? Come se fosse possibile. «Non ti dimenticherò mai», sussurro. «Addio, Dominic.» Poi chiudo gli occhi, perché è troppo straziante restare a guardare mentre si appresta a lasciarmi.
Sento il materasso che si solleva quando lui si alza, i suoi passi intorno alla stanza mentre raccoglie gli abiti da terra, il fruscio quando li infila. Dietro le palpebre, avverto il bruciore cocente delle lacrime che mi sforzo di trattenere. Una volta rivestito, lui si avvicina e s’inginocchia sul bordo del letto. Mi prende la mano e avvicina il viso fino a premere una guancia sulla mia. Mi sfugge un piccolo singulto, e una lacrima s’insinua sotto la palpebra stretta, e mi scende lungo il naso.
«Non piangere, mia Beth.» La sua voce è così dolce e tenera che devo impegnarmi con tutte le forze per non scoppiare in singhiozzi. Mi bacia la lacrima, mi sfiora le labbra con le sue. «Ci sentiamo presto.»
Non riesco ad aprire gli occhi. Non sopporto di vederlo andar via. Lui mi lascia la mano, e lo sento spostarsi, e scendere dal letto. Poi si allontana, e io riapro le palpebre appena in tempo per intravedere la sua ampia schiena, i capelli scuri sulla nuca prima che la porta della stanza si accosti alle sue spalle. E infine quella d’ingresso, che si chiude irreparabilmente.
È accaduto. Chiudo gli occhi, per cancellare la vista del boudoir. Nella mia mente si fa largo un’immagine di lui in giardino: è forte, felice, sorridente. Mi sta dicendo che un’intuizione gli ha suggerito di venirmi a cercare, e infatti eccomi qui.
Ma lui non c’è più.
La mia attesa è cominciata.