L’Iliade è il racconto della guerra di Troia, l’Odissea del ritorno di Ulisse nel suo regno, a Itaca. L’una descrive l’imperversare della battaglia, l’altra la restaurazione dell’ordine. Entrambe tratteggiano, con incredibile precisione, la condizione umana. A Troia, l’assalto delle masse inferocite, plagiate dagli dei. Nell’Odissea, Ulisse che, navigando tra le isole, trova infine la via di fuga. Tra i due poemi c’è una violenta oscillazione: da un lato, la maledizione della guerra, dall’altro, l’agognato ritorno a casa; l’epopea eroica contro l’avventura interiore.
Questi testi hanno cristallizzato miti che venivano trasmessi dagli aedi ai popoli dei regni micenei e della Grecia arcaica oltre duemila anni fa. A noi sembrano strani, spaventosi persino. Sono popolati di creature terrificanti, maghe dal fascino letale, eserciti sgominati, amicizie indissolubili, spose sacrificali e guerrieri adirati. Le tempeste infuriano, le mura crollano, gli dei fanno l’amore, le regine si sciolgono in singhiozzi, i soldati si asciugano le lacrime sulle tuniche insanguinate, gli uomini si massacrano. Poi una scena tenera mette fine all’abominio: le carezze fermano la sete di vendetta.
Prepariamoci: attraverseremo mari e campi di battaglia. Saremo gettati nella mischia, invitati a presenziare all’assemblea degli dei. Saremo travolti da tempeste e fasci di luce, sprofonderemo nella nebbia, penetreremo nelle alcove, approderemo sulle isole, ci inerpicheremo sulle scogliere.
Tanti uomini morderanno la terra e moriranno. Altri si salveranno. Tutto sotto lo sguardo degli dei. Il sole splenderà sempre per illuminare la bellezza mischiata alla tragedia. I protagonisti si affanneranno per portare a termine le imprese, ma dietro ognuno di loro ci sarà un dio che muove le proprie pedine. L’uomo sceglierà liberamente il suo destino o dovrà sottostare al fato? È solo un burattino o una creatura sovrana?
Isole, promontori e regni sono la cornice di questi poemi. Negli anni Venti il geografo Victor Bérard ne ha effettuato una precisa localizzazione. Dal mare nostrum è sgorgata una delle sorgenti della nostra Europa, figlia di Atene quanto di Gerusalemme.
Da dove vengono questi canti, emersi dagli abissi e proiettati verso l’eterno? Perché, alle nostre orecchie, suonano ben noti? Come si spiega che un racconto antico di svariati secoli abbia conservato una luce tanto vivida, come lo scintillio di una calanca? Perché questi versi immortali sono ancora in grado di svelarci l’enigma del nostro domani?
Perché gli dei e gli eroi che li popolano ci sembrano così affini?
I protagonisti dei canti omerici vivono ancora in noi. Il loro coraggio ci affascina. Le loro passioni ci sono familiari. Le loro avventure hanno coniato espressioni che ancora utilizziamo. Atena, Achille, Aiace, Ettore, Ulisse ed Elena sono nostri fratelli e sorelle che si sono guadagnati l’eternità. Le loro epopee hanno generato noi europei, il nostro comune pensare e sentire. «I Greci hanno civilizzato il mondo» scriveva Chateaubriand. Omero ci aiuta a vivere.
Possiamo formulare due ipotesi per spiegare il mistero delle sue opere.
O gli dei sono veramente esistiti e hanno insufflato in lui una sorta di prescienza, ispirandogli le proprie agiografie. I suoi versi premonitori sarebbero stati dunque destinati ad arrivare fino a noi. Oppure i temi che attraversano i poemi omerici – la guerra e la gloria, la grandezza e la dolcezza, la paura e la bellezza, la memoria e la morte – sono il combustibile del braciere dell’eterno ritorno.
Io credo in questo: nell’immutabilità dell’uomo. I sociologi moderni sono persuasi che l’uomo sia «perfettibile», che il progresso lo faccia avanzare, che la scienza lo migliori. Sciocchezze: i poemi omerici sono immarcescibili perché l’uomo, pur cambiando nell’aspetto e nelle vesti, resta sempre lo stesso: è ugualmente miserabile o grandioso, mediocre o sublime, sia che indossi l’elmo sulla piana di Troia o che aspetti l’autobus sul marciapiede di una città del Ventunesimo secolo.