In nome del figlio

Antinoo, il più subdolo tra i Proci che mirano al trono di Ulisse, si mostra in tutta la sua mediocrità rivolgendo a Telemaco queste parole:

E i tuoi beni e gli averi i pretendenti mangeranno

fino a quando ella avrà questo intendimento, che ora

gli dei le mettono in petto.

(Odissea, II, 123-125)

La madre del giovane principe, Penelope, è celebre per l’astuto trucco della tela, ma Omero le mette in risalto anche altre virtù. L’intelligenza di una donna e la sua risolutezza d’animo possono tenere a distanza gli sciacalli. L’Odissea, dopotutto, è il poema dell’intelligenza. Chi trionferà alla fine? Ulisse e Penelope, con l’aiuto di Atena: tre menti sopraffine.

Telemaco fa rotta verso il padre, mentre questi anela al ritorno. Gli dei assistono a quest’opera di rammendo della tela strappata. Spetta a Ulisse e Telemaco ristabilire l’ordine, nella gerarchia della famiglia e del regno.

I due si ritroveranno alla fine del viaggio. Nel mondo omerico, dal caos non trae mai origine nulla di buono: bisogna essere dei moderni filosofi schumpeteriani, sprofondati nel benessere, per credere che la distruzione possa avere una funzione creatrice.

Molliamo gli ormeggi con Telemaco! A lungo resteremo sul ponte delle navi, sferzati dagli schizzi d’acqua, veleggiando sul mare purpureo.

Triste è il figlio che parte alla ricerca di suo padre. E Ulisse, a sua volta, cerca se stesso. L’Odissea è il requiem degli uomini perduti. A Pilo Telemaco incontra Nestore, anziano guerriero, che gli racconta dei combattimenti avvenuti durante la guerra di Troia.

Lì allora furono uccisi tutti i più valorosi.

(Odissea, III, 108)

Ma dopo che distruggemmo l’alta città di Priamo,

e sulle navi andammo via e un dio disperse gli Achei,

allora Zeus pensò nella sua mente un doloroso ritorno

per gli Argivi, perché non tutti furono avveduti e giusti.

Perciò molti di loro andarono incontro a triste destino per l’ira

funesta della dea dagli occhi lucenti, la forte figlia del forte padre.

(Odissea, III, 130-135)

Anche Nestore, dunque, ammette che la tracotanza ha spezzato l’equilibrio e che gli uomini pagano i propri eccessi. Ma almeno sono rientrati tutti a casa. Tutti, tranne Ulisse.

La fantomatica ricerca di Telemaco è il desolato richiamo di un figlio che deve ritrovare il padre per diventare uomo. All’inizio del poema Atena gli ha detto:

Arma una nave con venti uomini, che sia la migliore,

va’, cerca notizia di tuo padre che da tempo è via.

(Odissea, I, 280-281)

Non devi

avere intenti di bimbo, perché non è più tale la tua età.

(Odissea, I, 296-297)

Si potrebbe opporre all’Edipo di Freud il Telemaco di Omero e inventare un nuovo complesso, basato sul ricongiungimento anziché sulla rottura. Telemaco non vuole uccidere il padre, né desidera la madre. Si affanna per ritrovarlo e rimetterlo sul trono, per riunire i genitori. L’Edipo freudiano deve profanare le sue origini per affermare la propria individualità. A mio avviso, confesso, è più nobile la figura di Telemaco. In cosa si discosterebbe dalle nostre strutture psichiche più recondite?

Telemaco arriva in Laconia e incontra Menelao con Elena, che ha riconquistato. Siamo ancora nel mondo della guerra, l’Odissea non è ancora iniziata davvero. Menelao riferisce al figlio di Ulisse le imprese di suo padre, gli racconta del cavallo di Troia, della morte di Agamennone, ucciso a tradimento da Egisto. Ulisse è già un eroe. Le sue gesta lo precedono, ma bisogna arrivare al canto V per incontrarlo finalmente in carne e ossa.