Gnosi, ipnosi e nevrosi

Perché non canticchiamo i versi di Omero come facciamo con l’ultimo tormentone dell’estate? I nostri nonni imparavano a memoria interi passaggi dell’Iliade e dell’Odissea, noi invece faremmo fatica a citarne un solo verso. La nostra scuola ha forse trascurato i tesori omerici?

Sarebbe davvero un peccato privare le future generazioni di questi canti divini, di questo verbo appassionato. Negli ultimi decenni, lo studio del mondo greco e latino ha subito una pesante battuta d’arresto. Un manipolo di ideologi incaricato di riformare la scuola è riuscito a dissanguare gli studi classici. Per loro le «lingue morte» sono un prodotto di nicchia.

Invece tutti avrebbero il diritto di conoscere e appassionarsi alle avventure di Ulisse, alla tenerezza di Andromaca e all’eroismo di Ettore.

Schliemann scrisse nel suo diario: «Da quando ho imparato a parlare, mio padre ha cominciato a raccontarmi le grandi gesta degli eroi omerici; mi piacevano quelle storie, mi affascinavano, mi entusiasmavano. Le prime impressioni che un bambino riceve gli restano per tutta la vita».

Da due millenni l’Iliade e l’Odissea, nutrimento dell’anima europea, sono state commentate da ogni letterato e filosofo. Già Platone sosteneva che Omero avesse «istruito i Greci».

Ogni verso dei suoi poemi è stato analizzato da migliaia di studiosi, in qualche caso fino all’eccesso. Ci sono esegeti che hanno dedicato la vita intera a studiarne un solo passo, che hanno scritto pagine e pagine sull’uso di un aggettivo (per esempio il «divino» con cui Omero qualifica il porcaro di Ulisse). Mette un po’ di soggezione avvicinarsi a un simile oggetto di venerazione. Eppure ognuno di noi, nonostante l’Himalaya di glosse (da Virgilio a Marcel Conche, da Racine a Shelley e Nietzsche), può trarre beneficio dal confrontarsi in prima persona con questi lussureggianti poemi, ricavarne una citazione o un insegnamento, scoprirne un passaggio illuminante.

Sono poche nella storia dell’umanità (fatta eccezione per i testi sacri) le opere che hanno suscitato un tale interesse e una simile mole di studi e interpretazioni. L’esercizio del commento è un gioco meraviglioso. Il poeta svizzero Philippe Jaccottet mostra un atteggiamento teneramente ironico al riguardo. Nell’Avvertenza alla sua traduzione in francese dell’Odissea scrive infatti di aver provato ad affrancarsi dal profluvio di studi sui poemi omerici, ponendosi come obiettivo di tornare al «tempo in cui sarà stata, per noi, come acqua fresca nell’incavo della mano. Poi si è liberi di commentare all’infinito, se si vuole». Un’altra possibilità è fare come Henry Miller, che sceglie la via dell’ignoranza e confessa, al momento del suo sbarco in Grecia (nel Colosso di Marussi), di non aver letto Omero, forse per non esserne influenzato.

Io invece vi esorto a immergervi nei poemi omerici e a citarne i versi come fossero salmi. In quella fonte ciascuno troverà un riflesso della propria epoca, una risposta ai propri tormenti, il racconto delle proprie esperienze. Qualcuno ne trarrà una lezione, qualcun altro vi cercherà conforto. E vi assicuro che, sebbene in molti sostengano il contrario, non bisogna essere degli eruditi o aver fatto anni e anni di studi classici per lustrarsi lo spirito con la melodia di questi canti.