A volte gli dei non si accontentano di infondere negli uomini qualche goccia di elisir e prendono parte loro stessi al combattimento, si proiettano nella realtà, si manifestano con l’azione.
Bisogna, in questi casi, parlare di «miracolo», come quando la Vergine Maria appare in una grotta dei Pirenei? No, perché presso i Greci dell’Ottavo secolo a.C. la prossimità degli dei agli uomini non ha a che fare con il soprannaturale. La discesa degli abitanti dell’Olimpo nel teatrino umano è un fenomeno normale.
Ecco allora che un dio devia una freccia, una dea guida la traiettoria di una lancia, Atena si trasforma in uccello o si siede a poppa sulla nave di Telemaco. Achille, per esempio, è trattenuto proprio da lei, quando si infiamma al punto da voler uccidere Agamennone. Apollo protegge Ettore con una fitta cortina di nebbia dove per quattro volte la lancia di Achille si perde. Priamo si reca da Achille grazie all’intervento di Hermes.
A volte gli dei combattono persino, buttandosi nella mischia e imitando le beghe degli uomini: così facendo dimostrano di non essere affatto entità perfette e imperturbabili, esenti dalla rabbia.
Sono così coinvolti nella nostra esistenza da dissipare la nube destinata a sottrarli allo sguardo umano. Alcuni di loro appaiono sotto forma di uomo, come fa Posidone, che si mostra travestito da indovino nel canto XIII dell’Iliade. Altri splendono nella loro forma divina, come Atena, che afferra Achille per i capelli nel I canto. Va precisato, però, che non tutti gli uomini vedono l’apparizione, poiché gli dei non a tutti si mostrano nel loro splendore, come sottolinea Omero nel canto XVI dell’Odissea, quando Atena appare a Ulisse senza che Telemaco la riconosca.
La stessa dea si manifesta anche con l’aspetto di Deifobo, per ingannare Ettore, o di Mentore, per incoraggiare Telemaco, o ancora svolazzando simile a guardarla a una rondine nel palazzo di Ulisse. È lei, la dea dagli occhi lucenti, a sbizzarrirsi di più nell’arte del travestimento.
E se gli dei non fossero altro che la trasposizione dei nostri sentimenti, l’incarnazione delle nostre espressioni, o, per dirla con parole difficili, l’oggettivazione in una presenza simbolica dei nostri stati interiori?
I riflessi della psicologia umana prenderebbero dunque il nome di Afrodite quando si tratta di seduzione, di Ares quando siamo in collera, di Atena quando usiamo l’astuzia, di Apollo quando ci invade la foga della battaglia. La teoria della personificazione divina dei nostri stati d’animo è stata il combustibile della psicoanalisi, che Vladimir Nabokov ha definito, con il suo consueto acume, «una cura che consiste nello spalmarsi miti greci sulle parti intime».