Gli uomini: burattini o sovrani?

Ma noi uomini siamo liberi o manipolati?

Persino gli dei sono sottomessi alle Parche, che filano, avvolgono e tagliano il filo del destino. Di che margine di movimento disponiamo, se le nostre esistenze si inscrivono in una trama già imbastita?

Omero non chiarisce la questione.

Gli uomini lo sanno: gli dei dispongono di loro. Priamo consola così Elena all’inizio dell’Iliade:

Per me, nessuna colpa tu hai, la colpa ce l’hanno gli dei,

che m’hanno attizzato la guerra sciagurata degli Achei.

(Iliade, III, 164-165)

Più avanti nel poema lo stesso Priamo invita i suoi guerrieri al riposo, dicendo loro:

Poi combatteremo di nuovo, fino a che la sorte

non abbia deciso fra noi, agli uni o agli altri dando vittoria.

(Iliade, VII, 377-378)

Se Ulisse si sottrae alla malia di Calipso è perché gli dei lo vogliono. Zeus dirà all’assemblea degli dei che apre l’Odissea:

Ma consideriamo noi qui tutti insieme il suo ritorno,

in che modo egli possa arrivare.

(Odissea, I, 76-77)

Il ritorno di Ulisse è dunque «autorizzato» dalle divinità, non è una vittoria dell’eroe sul proprio destino.

Tutto ciò che avviene nella vita degli uomini sembra ridursi a quanto gli dei concedono loro. Ettore si spinge ancora oltre nella sottomissione alle promesse della sorte. Ricordiamo le parole che pronuncia prima di andare in battaglia, mentre saluta Andromaca, consapevole che non vedrà crescere il figlio:

Penso che nessun uomo sia sfuggito alla sorte,

né un vile né un valoroso, una volta venuto alla luce.

(Iliade, VI, 488-489)

Allora siamo schiavi di un percorso già stabilito per noi da forze superiori? Che spazio rimane per i nostri slanci? Omero lascia intravedere il margine d’azione consentito agli uomini, quando Achille, pur consapevole della sua ineluttabile fine, confida:

Ma tuttavia

non smetterò, finché non sazi di guerra i Troiani!

(Iliade, XIX, 422-423)

Ci sarebbero dunque delle scappatoie alla fatalità. C’è una falla nell’onnipotenza degli dei, se l’uomo antico riesce a intenerirli. Dice Fenice ad Achille per convincerlo a tornare in battaglia:

Si piegano anche gli dei,

dei quali è pure più grande il valore e il prestigio e la forza.

Tuttavia li placano gli uomini coi sacrifici,

con offerte splendide, con libagione e con fumo,

quando li pregano, quando qualcuno sbaglia o traligna.

(Iliade, IX, 497-501)

Tutto viene negoziato nell’Olimpo.

La libertà dell’uomo consisterebbe nell’accettare con maggiore o minore convinzione ciò che è scritto per lui. Questo è uno dei cardini del pensiero di Omero: la libertà non sta nel determinare il proprio destino, ma nell’accoglierlo e abbandonarvisi.

All’eroe greco sarebbe dunque concessa la libertà di comportarsi degnamente nella parentesi di vita che gli è accordata, esprimendo al meglio il suo saper vivere e il suo saper morire. Se godiamo di un certo margine, è nell’ambito di un destino già stabilito...

Insomma, vivere consiste nell’andare, cantando, verso un destino segnato.