Perché non accontentarsi?

Non c’è,

sono io a dirlo, evento più gradito di quando

su tutto il popolo la gioia della festa si diffonde,

e per la casa i convitati ascoltano attenti l’aedo,

seduti ordinatamente, e accanto i tavoli abbondano

di pane e di carne, e dal cratere il vino attingendo

il coppiere intorno lo porta e nelle coppe lo versa.

Questa a me sembra nel cuore la cosa più bella

(Odissea, IX, 4-11)

confida Ulisse ai Feaci. E più avanti:

E a me, la morte dal mare

verrà, assai dolce, che mi toglierà la vita,

vinto da splendida vecchiaia; e le genti intorno avranno

prosperità.

(Odissea, XXIII, 281-284)

Ecco formulato il sogno dell’uomo greco. Che finiscano guerre e peripezie e lui possa «vivere tra i suoi cari per il resto dei suoi giorni», come scrive Du Bellay nel suo sonetto dedicato a Ulisse.

Nulla vale per l’uomo antico quanto una vita pacifica, modesta, equilibrata, regolata sulla misura del mondo, imitata dalla natura. La baronessa von Blixen aveva esportato il progetto greco nella savana africana, perseguendo, ai piedi delle colline Ngong, un ideale di dolcezza, gioia e libertà. Non certo il tornado di violenza sulla piana di Troia.

Perché l’uomo si ostina a distruggere la bellezza? Perché aspira a uscire fuori di sé, «come una belva»?

Andromaca rimprovera a Ettore, già bardato nell’armatura, le sue pulsioni mortifere:

Sventurato, il tuo ardore sarà la tua rovina, e tu non hai pietà

di tuo figlio che ancora non parla e di me disgraziata,

che vedova presto sarò di te.

(Iliade, VI, 407-409)

Chiediamoci perché, immancabilmente, qualcosa dentro di noi si guasta?

A volte questa frenesia s’infiamma, infetta il corpo sociale e diventa cosmica. È ciò che gli antichi Greci chiamavano hybris.

La hybris è l’irruzione dell’uomo nell’equilibrio del mondo, un’ingiuria ai danni del cosmo.

Per la sua tracotanza, l’uomo, perturbatore della stabilità universale, cede alla cagna che lo porta fuori strada.

La sua maledizione consiste nel non accontentarsi mai di quel che è. Le filosofie legate alle religioni si sono date la missione di placare questa febbre. Gesù Cristo predicando l’amore per il prossimo, Buddha ricercando l’estinzione del desiderio, il Talmud attraverso l’universalismo... i profeti hanno un solo obiettivo: spegnere il fuoco.

In Omero la caduta non è la cacciata dell’uomo dal giardino dell’Eden, ma il rovesciamento dell’ordine di un giardino ideale.

Chi di noi non è combattuto tra il desiderio di coltivare il proprio orto e quello di lanciarsi all’avventura?