New York Beat

La capitale dello scenario di Downtown era un night di second'ordine e alla moda che si chiamava Mudd Club. Al 77 di White Street, appena pochi isolati sotto Canal Street, il club era un incubatore istantaneo per i saranno famosi: da Klaus Nomi a Lydia Lunch, da David Byrne a Kathy Acker. Era stato aperto nell'ottobre del 1978 da un tizio di nome Steve Mass che si vedeva come una specie di radical-rinascimentale.

Terminati gli studi di scrittura creativa alla University of Iowa negli anni Sessanta, Mass era sbarcato a New York, dove aveva fondato una casa editrice indipendente. Aveva anche collaborato con il regista underground Jack Smith. Negli anni Settanta era tornato a occuparsi degli affari di famiglia: un servizio di ambulanze e attrezzature ospedaliere che gli procurava delle considerevoli entrate ma pochi sbocchi artistici. Mass si lanciò così in una nuova avventura, una specie di azienda culturale. Insieme a lui il regista Amos Poe (il cui film del 1977, The Blank Generation, documenta gli esordi del Punk nell'East Village), il curatore d'arte Diego Cortez e la cantante Anya Philips.

Dopo un po' di disavventure (nel cercare di girare un film su Elvis a Memphis), in un capannone dell'artista Ross Bleckner venne aperto il Mudd Club, realizzato su modello di un club che Cortez aveva visto a Chicago. Cortez mentì a Bleckner dicendogli che sarebbe stato un tranquillo cabaret, poi si fece progettare l'impianto acustico da Brian Eno. «Doveva essere l'antitesi dello Studio 54», dice Mass. «E avevo solo quindicimila dollari per l'avviamento. Il budget da night club più basso della Storia. Il nome fu preso da quello di un celebre perseguitato, Samuel Alex[ander] Mudd, il medico che curò John Wilkes Booth dopo che aveva sparato a Lincoln»5-1, dice un po' per scherzo. Per Cortez «il club era volutamente sovversivo. Era la versione underground, downtown, artistica e rock dello Studio 54. Un vero fenomeno»5-2.

Il Mudd Club fu molto di più. La gente iniziò presto a mettersi in fila per entrare in quella caverna tetra e rumorosa di TriBeCa. Lo spazio in sé non era niente di speciale. l'unica decorazione permanente erano una serie di mappe aeree che tappezzava il piccolo bar e una serie di televisori appesi in alto. Quello che aveva di straordinario era l'energia generata stipando in un'unica sala d'attesa di punk-rocker, performer, pittori, designer, dilettanti e turisti di periferia o di chissà dove dentro il loft multisale. L'atmosfera luna park era enfatizzata da serate a tema, performance (i B-52's fecero il loro primo concerto al Mudd Club), droghe e sesso nei bagni misti. Mass non ci mise molto a individuare quella che sarebbe potuta diventare una facile moda: trasformò il quarto piano in una galleria d'arte, che divenne così il primo art-in-club. 

Infine, vennero stabilite delle regole d'ingresso: una catena d'acciaio al posto della celebre corda di velluto dello Studio 54 e accordata la preferenza ai personaggi più irriverenti, garantendo così una clientela appariscente. Celebrità come David Bowie, Brian Eno, Iggy Pop e Sid Vicious iniziarono a frequentarlo. E, logicamente, Warhol5-3. «Un'impalpabile folla newyorkese di punk, modelli e gente all'ultramoda aveva scoperto un nuovo prato sul quale ostentare il suo chic maniacale. Era il Mudd Club, discoteca folle immersa tra i capannoni della Lower Manhattan […]. Di posti così bizzarri non se ne vedevano dai tempi dei cabaret della Berlino anni Venti»5-4, strillò la rivista «People» sei mesi dopo l'apertura.

Il Mudd Club era la più importante fabbrica di tendenze. Le donne erano impegnate a reincarnare le star dei B-movie: capelli biondi vaporosi, trucco pesante, profondi decolleté. Anche i vestiti più normali diventavano funky-glamour. «Cravatte sottilissime, jeans anni Cinquanta, spandex nero, un sacco di trucco. Gli occhiali da sole erano fondamentali», rievocò Stanley Moss, cliente fisso del Mudd Club. «Ogni serata era a tema. Ci si doveva travestire. La serata cowboy, la serata araba, la serata spiaggia, la serata drag. Ma ad attrarre la gente credo fosse soprattutto la musica. Una specie di chiamata alle armi»5-5. Ricorda Vincent Gallo, amico di Basquiat che suonava con lui nei Gray:

Se fisicamente eri strano, o eri vestito in modo strano, o ti comportavi in modo strano, per due o tre ore a notte diventavi qualcuno. Per il resto della giornata poi vivevi come un vampiro che si nasconde dalla luce. La gente che andava lì non lo faceva perché era un posto bizzarro. Ci andava perché era l'unico posto in cui si sentiva a casa. Il Mudd Club era un mondo che aveva i suoi eroi e le sue star, i suoi vip e i suoi leader5-6.

(Logicamente era frequentato anche dalla gente di Wall Street a caccia di club all'ultima moda). Anita Sarko, che ne era la dj, dice:

Con la musica che mettevo la gente si sballava al punto che cominciava a lanciarsi bottiglie e posacenere. Mi dovevo abbassare continuamente per ripararmi, finché non mi hanno costruito una cabina in plexiglass. A capire per primo quello che stavo facendo fu un gruppo di ragazzetti: Jean-Michel Basquiat, Michael Holman e Vincent Gallo5-7.

Basquiat e i suoi amici erano tra i più giovani lì al club. Ballavano in cerchio, come una tribù di adolescenti. «Andavamo al Mudd Club e ballavamo tutta la notte»5-8, ricorda Nancy Brody, una vecchia amica di Basquiat.

Ma Basquiat spiccava anche in una stanza piena di soggetti bizzarri. Se ne stava nascosto in fondo al club affollato, e ballava da solo. Con la pelle nera imperlata di sudore, in mezzo all'incessante pulsare di gente vestita da punk, di donne rimesse a nuovo come casalinghe di sit-com anni Cinquanta o dal look glamour con abiti neri vintage, di uomini abbottonati in completi troppo stretti, Basquiat era una star. La cresta bionda gli partiva dal centro della testa, che saettava dentro e fuori come quella di un serpente, e continuava sul cranio fino a dietro. Teneva le braccia strette ai fianchi e si muoveva spasmodicamente al ritmo della musica. «Sembrava un Tyrannosaurus Rex»5-9, raccontò Michael Holman, che suonava con Basquiat nei Gray.

La sua frenetica energia, l'idiosincratica coreografia e quell'assurda acconciatura ne fecero il beniamino dei clienti del club e della Sarko. «Lui e i suoi amici venivano verso le tre di notte. Io iniziavo a mixare nuova musica elettronica che veniva dall'Inghilterra insieme a vecchia roba funk. Jean era un bravo ballerino, e mi stava dietro». Una notte Basquiat e Haring ricoprirono la cabina del dj di disegni intricati. A quanto pare Mass non apprezzò l'opera d'arte gratuita: la fece cancellare il giorno dopo.

A quel tempo Basquiat trovava vitto e alloggio dovunque voleva. «Vivevo qua e là», raccontò alla Davis e alla Johnston, «mantenendomi con i soldi che trovavo per terra al Mudd Club. Come lavoro part-time, di tanto in tanto reggevo la scala a un elettricista»5-10. Partecipava a tutte le «cene degli uomini delle caverne» a base di bistecca con patate che Stanley Moss dava ogni settimana per i suoi amici di Downtown morti di fame. Basquiat provò a farsi aprire un conto all'One University Place, il ristorante in cui lavorava Schnabel. Era gestito dal leggendario Mickey Ruskin del Max's Kansas City che spesso faceva dei baratti i con gli artisti. Ma Ruskin non sembrò interessato5-11.

Ogni tanto Basquiat lavorava con Chris Sedlmayr, proprietario di un'impresa edile che si chiamava Clamp Down e che in seguito costruì alcuni degli allestimenti scenici per i Gray. «Si faceva vivo ogni volta che doveva fare un concerto a SoHo», dice Sedlmayr, anche lui un artista frustrato, che ammoniva Basquiat sulle crudeli realtà del mondo dell'arte. Ricorda una volta in cui stava allestendo le luci per una mostra di Schnabel alla Mary Boone Gallery, e Basquiat gli dava una mano: «Entrò Schnabel con una pelliccia di visone e scarpe arancioni di pelle di maiale fatte su misura. Solo due giorni prima faceva il lavapiatti. Ero uno scultore trentaduenne e cinico, e cercavo di trasmettere a Jean il senso di un vero lavoro etico»5-12.

Basquiat passava un sacco di tempo nel loft di Sedlmayr, insieme al figlio dodicenne Theo. Dice Theo: «Copiava i miei disegni. Le mie corone, le mie automobili, i miei aeroplani e le mie case diventarono parte del suo lavoro»5-13. Sedlmayr padre, che lavorava stabilmente per la Leo Castelli Gallery, rimase terrorizzato quando scoprì che Basquiat aveva scarabocchiato dei graffiti sulla tela arrotolata del Mao di Warhol. «Aveva scelto il modo peggiore per stabilire un contatto con Andy», dice.

Intanto Basquiat s'era messo a vendere per le strade di West Broadway le sue magliette, maglie e cartoline dipinte a spruzzo. Scriveva sugli abiti parole criptiche, un po' come quelle delle sue poesie di strada. Le cartoline erano minicollage ricoperti di fotocopie di disegni e foto, con sopra quei giochi di parole che erano diventati il suo marchio. Basquiat aveva abbandonato i disegnini alla Peter Max e s'era messo a fare dei lavori che erano influenzati dalle opere di Robert Rauschenberg. Fin dall'inizio i soggetti dei suoi lavori furono quelli della cultura pop: dalle squadre di baseball all'assassinio di Kennedy. In una cartolina fece un anagramma con il logo delle caramelle Pez.

Basquiat era consapevole della propria ambizione. E un giorno, infine, si fece coraggio e avvicinò Warhol che pranzava con Henry Geldzahler in un ristorante che si chiamava WPA. Warhol indicò una cartolina a Geldzahler. «Troppo giovane», disse l'allora sovrintendente alla cultura di New York. Warhol comunque la comprò (sarebbero passati diversi anni prima che Basquiat riuscisse a far parte della Factory)5-14.

Cortez, che divenne uno dei primi sostenitori dell'artista, notò subito Basquiat al Mudd Club:

Mi ricordo che ero sulla pista della discoteca e vidi questo ragazzino con la cresta bionda. Non aveva niente della cultura nera. Era una tecno-creatura kraftwerkiana, una specie di caricatura del futuro. Aveva un lungo trench verde e dei jeans. Era un diciannovenne borghese al tempo stesso straccione e modello. Non aveva mai un posto dove dormire né un soldo. Mi raccontò che i graffiti SAMO erano suoi. Mi stupii. Gli dissi: «Smettila di chiedere soldi alla gente. Se vuoi fare soldi inizia a dipingere e disegnare»5-15.

Nick Taylor ricorda la prima volta che lo vide. Basquiat stava ballando la sua strana robotica danza bugged-out, tutto solo in fondo alla sala accanto al palco:

Andavamo da Dave's, che era una tavola calda. Frequentavamo questo tizio più grande di noi che era un mio insegnante d'arte, e Jean gli fece vedere le sue cartoline di collage che faceva con le fotocopie e con le figurine dei giocatori del baseball. Jean gli spiegava tutte quelle sue teorie su come abbattere il Sistema delle gallerie d'arte. Voleva creare un gruppo di guerriglia che si sarebbe dovuto chiamare Art Corps. La sua idea era di andare al 420 di West Broadway a tirare secchiate di vernice sulla facciata del palazzo5-16.

Basquiat si portava ossessivamente in giro una copia della Scimmia sulla schiena di William Burroughs. Quando non veniva rimorchiato da qualche ragazza, finiva per battere o passare la notte dove capitava. Abitò con Maripol, una disegnatrice di gioielli nota per la sua collaborazione con Madonna, e con il suo fidanzato, il fotografo e regista Edo Bertoglio, nel loro loft tra Bleeker Street e Broadway. Maripol se lo ricorda incollato alla finestra, una notte, a guardare due macchine che si scontravano sulla strada di sotto. Lui aveva appena finito di dipingere una scena simile5-17.

Per più o meno sei mesi, alla fine del 1979, abitò con Alexis Adler, un'altra dei ragazzi che frequentavano il Mudd Club, in un railroad apartment5-18 al 527 della Ventesima Strada Est, tra Avenue A e Avenue B. Racconta la Adler:

Era solo un ragazzetto molto selvatico. Stava nella stanza sul retro. Non avevamo mobili, e la casa era una specie di galleria d'arte. A quel tempo aveva cominciato a portare gente da lui per far vedere il suo lavoro, tipo Diego Cortez. Era sempre serio quando si trattava del suo lavoro, anche se gli altri pensavano stesse solo scarabocchiando sulle pareti. Aveva portato a casa un vecchio televisore trovato per strada, scatole e valigette, e li aveva trasformati in pezzi d'arte. I suoi lavori erano parecchio interessanti. Alcuni erano straordinari5-19.

La Adler ricorda anche la costante energia creativa di Basquiat:

Mi svegliavo la mattina e c'era un nuovo pezzo di pavimento dipinto, o la stanza completamente risistemata, o una nuova opera d'arte, tipo un guantone da baseball (che Basquiat aveva rubato al suo amico John Lurie) incollato a una scatola. Si aggirava per casa avvolto in un accappatoio che aveva trovato per strada, e si portava sempre dietro un piccolo registratore rosso.

I suoi dischi preferiti, che ascoltava per tutta la notte, erano Low e Heroes di David Bowie. I due andavano avanti a uova e polenta integrale. «Si relazionava agli altri in modo che si prendessero cura di lui», dice la Adler. «Era consapevole di avere un non so che, ed era questo a farlo andare avanti. Era come se avesse una scintilla negli occhi. Una persona così la incontri molto raramente»5-20. La Adler studiava Storia dell'Arte e Chimica Organica, e Basquiat prese alcuni dei primi simboli dai suoi libri. Lei conservò un vecchio quaderno, così come un po' delle poesie che Basquiat scriveva a quel tempo. «C'erano tutti questi simboli su cui lavorava, formule chimiche, composti organici e roba del genere che trovava nei miei libri di scienze»5-21.

Basquiat lasciò il disegno di una macchina e le parole «Famous Negro Athletes» sulla porta di casa (a inizio anni Novanta stavano ancora lì, malgrado le numerose offerte fatte alla Adler per acquistarla). La Adler tenne alcune magliette, maglie e camici «fatti a mano» da Basquiat, con sopra scarabocchiate parole tipo «Mao», «Olive Oyl», «Milk» e «Radiator».

Gli angeli custodi di Basquiat non erano solo donne. Per un po' Basquiat andò ad abitare con Wayne Clifford, tra la Diciannovesima Strada e la Settima Avenue. Clifford abitava con un amico gay più grande di lui, e insieme a Basquiat di tanto in tanto guadagnavano qualche soldo facendo marchette. Una volta, ricorda Clifford, Basquiat chiamò per scherzo il Telefono Amico, e poi si divertì a dire frasi criptiche, nomi di colori e cose senza senso. Clifford lo registrò in loop, ed entrambi lo considerarono un pezzo di arte performativa5-22.

A detta di alcuni amici, Basquiat abitò anche a Chelsea con un ragazzo che si chiamava Tony e gli comprava i colori. «Era un tizio carino e gentile», dice Ken Cybulska, «e non credo che andassero a letto insieme». Ma Al Diaz ricorda:

Jean viveva con questo tizio giù sulla Diciannovesima, vicino al Joyce Theater. Ogni tanto spariva. Quando lo vedevo con un paio di scarpe nuove, sapevo che s'era prostituito. Una volta mi disse che usciva con uno che lavorava alla Eight Street Playhouse. Avevano una relazione sadomaso e Jean lo portava in giro al guinzaglio. Mi disse che preferiva fare sesso con gli uomini5-23.

Basquiat abitò anche con Arlene Schloss in un loft su Broome Street che era anche un spazio d'arte performativa e un club che si chiamava At's. «Di solito Jean-Michel apriva le serate suonando con la sua band, i Gray. Mi ricordo che suonava in pigiama», dice la Schloss che ricorda di quando Basquiat usava l'At's come studio. «Fece un sacco di roba qui dentro. Se ne stava per terra a dipingere magliette»5-24.

I Gray, che si autodefinivano una band art-noise, erano composti da Basquiat e un paio di altri habitué del Mudd Club, e poi Taylor, Vincent Gallo, Michael Holman e Clifford. A trovare il nome fu Basquiat, prendendolo probabilmentedall'Anatomia del Gray. 

I Gray iniziarono presto a esibirsi regolarmente al Mudd Club. Jean-Michel era il leader, stava al vibrafono e al sintetizzatore, o suonava il clarinetto, o di tanto in tanto solo in combo con la chitarra. Holman stava alle percussioni, Taylor suonava la chitarra e Shannon Dawson la tromba. Ogni tanto c'era una ragazza che si chiamava Felice Rossen al basso5-25. «Creammo questa scuola di stile che chiamavamo "ignoranza"», spiegò Holman:

Nick, Jean, io e Wayne eravamo fissati con questo concetto di controllata ingenuità. Dicevamo cose tipo: «Bum! Ignorante». Era una sorta di estetica dell'ignoranza. Facevamo cose primitive e sbagliate che però a modo loro funzionavano. Penso che la pittura di Jean sia un esempio perfetto di quello che intendavamo per «ignoranza»5-26.

Basquiat scriveva alcuni dei testi del bizzarro repertorio di canzoni della band, che era più che altro musica indstriale e non il Tecnopop di oggi. «Leggeva delle cose prese dall'Anatomia del Gray, con dentro parole tipo "cervello" o "mani". C'era Jackie Onassis che diceva: "Il suo cervello era nelle mie mani"»5-27, spiega Holman. Basquiat dava i titoli alle canzoni: La Dopa, Industrial Mind, Origin of Cotton, Pop-eye, Braille Teeth, Six Months, The Rent, Drum Mode. Poi c'era un'altra canzone che si chiamava Mona Lisa. «In Mona Lisa Jean si sdraiava per terra e leggeva i versi», dice Holman. «Era una cosa che si ispirava alla canzone di Nat King Cole»5-28.

Molti dei titoli delle canzoni, inclusi Origin of Cotton e Mona Lisa, in seguito avrebbero ispirato i suoi lavori. I Gray suonavano al Mudd Club, all'ABC No Rio, all'Hurras, al Rock Lounge, al Tier Three e in qualche altro club che era stato aperto sulla scia del Mudd Club. Suonarono anche alla festa di compleanno di Leo Castelli5-29.

A un certo punto la band creò un complicato allestimento scenografico al Mudd Club su un'impalcatura davanti al cancello di metallo dell'uscita di sicurezza che faceva da sipario. Ogni membro della band era legato a un diverso livello. «Eravamo lì che suonavamo questa sorta di nenia ripetitiva, quando il cancello cominciò a venire giù con tutti noi sopra. E mi ricordo che guardai il pubblico: erano tutti sotto shock!»5-30, dice Holman.

Quando Basquiat non teneva corte al Mudd Club, se ne andava al Club 57, nei sotterranei di una chiesa polacca, in St. Mark's Place. Il Club 57 era gestito dalla performer Ann Magnuson. Mentre il Mudd Club se ne stava lì a Downtown a pavoneggiarsi, fico e impettito, il 57 era una specie di vivaio del Kitsch. Scharf e Haring ci davano degli allegri party «a luci nere». La Magnuson inaugurò una rassegna cinematografica che chiamò Monster Movie Night. Tra gli habitué del club c'erano gli artisti performer John Sex e Klaus Nomi, che era una sorta di angelo-robot della lirica.

«Loro facevano gli strafichi», dice Scharf riferendosi al Mudd Club, «mentre noi stavamo lì a divertirci. La bella gente del Mudd Club si faceva di eroina, e noi di funghetti. Loro non facevano altro che stare in posa, aspirare le loro sigarette e starsene contro il muro, mentre noi passavamo le nottate sul palco a prenderci in giro da soli»5-31.

«Il nostro Dio era la televisione», racconta la Magnuson. «Avrei potuto fare i miliardi con i graffiti che c'erano sulle pareti del bagno degli uomini»5-32.

Basquiat frequentava Scharf, Sex e Nomi, e per un po' fu l'amante di Nomi. «Jean-Michel e Klaus si piacevano. Jean amava sentire Klaus parlare in tedesco. Ma Basquiat gli passò la gonorrea quattro volte, e Klaus lo mandò al diavolo quando si rifiutò di pagargli le spese mediche»5-33, ricorda Joey Arias, una drag cantante/performer molto amica di Klaus che gli fece da esecutore testamentario. Pochi anni dopo Nomi sarebbe diventato la prima star di Downtown a morire di Aids.

Nell'estate del 1979 un imprenditore inglese, di nome Stan Peskett, stava cercando di avviare un collettivo di artisti che si chiamava Canal Zone, invitò un gruppo di graffitisti nel suo loft per dipingere delle tele gigantesche. Lui Shafrazi erano stati entrambi finanziati dallo Scià dell'Iran per investire nell'underground artistico newyorkese.

Una delle prime persone dell'ambiente che incontrò fu il graffitista Fab 5 Freddy, che stava cercando in tutti i modi di promuovere se stesso. Freddy s'era messo d'accordo con il «New York Times» per un articolo e per fare delle riprese di una session di pittura di graffiti al loft di Peskett, al 533 di Canal Street. Anche se il «Times» non pubblicò mai il pezzo, e il loft in seguito avrebbe preso fuoco, il party mise insieme una serie di personaggi di Downtown: Freddy, Quinones, Holman e Basquiat, quest'ultimo invitato da Jennifer Stein, un ragazza che abitava nel palazzo. Ricorda Peskett:

Jean-Michel s'era messo una maglietta con su scritto Gumby is bad!5-34 Fece un lavoro di quattro metri e mezzo con domande a risposta multipla su Lee Harvey Oswald e la Coca-Cola. Nessuno sapeva che era SAMO fin quando non firmò. A quel tempo lui e Jennifer facevano cartoline con le figurine dei giocatori di baseball che poi vendevano fuori dal Metropolitan Museum5-35.

Racconta la Stein:

Eravamo molto offensivi. Ce ne stavamo in piedi fuori dal museo e urlavamo cose sull'arte e la libertà. Tiravamo su in media quindici dollari al giorno. Il nostro obiettivo principale era riuscire a comprare da mangiare. A quel tempo pensavo che Jean-Michel fosse la persona più pericolosa che avessi mai incontrato in vita mia. Era assolutamente unico, selvaggio e coraggioso. Portava un cappotto dipinto e suonava un sax giocattolo. Mi disse che aveva fatto il marchettaro nel West Village. Lui e Al Diaz dormivano nei palazzi abbandonati. Per un po' aveva abitato in Avenue D5-36.

Per qualche mese Basquiat andò a vivere con la Stein al 533 di West Broadway. «Lui e Jennifer erano sempre in giro a fumare erba», racconta Quinones. Quinones, Basquiat e Fab 5 collaborarono alla realizzazione di alcuni fondali di plastica per la Unique Clothing Warehouse, un gigantesco grande magazzino punk su Lower Broadway. «Io feci dei disegni a fumetti e poi Jean ci lavorò sopra e li riempì di commenti, poesie e altra roba»5-37. Basquiat fece anche delle magliette per la Unique Clothing Warehouse, finché non si stancò dei pochi soldi che gli davano e andò via, lanciando una manciata delle sue cartoline in aria come coriandoli. Basquiat sperava di conoscere Fiorucci, la risposta uptown a Unique. L'idea era quella di mettersi seduto a dipingere magliette dentro una cabina in plexiglass sul pavimento del negozio. Ma il contatto con Fiorucci si bruciò da sé dopo che Basquiat trascinò una tela ancora bagnata dentro il negozio per mostrarla a Maripol, art director del marchio. Con lui c'era Julie Wilson:

Prendemmo dei funghetti e restammo un po' a gironzolare per St. Mark's Place. Lì un autobus passò sopra la tela dipinta. Poi prendemmo la metropolitana all'ora di punta portandoci dietro la tela che aveva sopra tutta questa melma bagnata. Si appiccicava alle persone e Jean-Michel la teneva alta, su in aria, e andava gocciolando sui vestiti di tutti. In qualche modo riuscimmo a scendere sulla Diciannovesima e salimmo negli uffici di Fiorucci, e Jean appoggiò la tela contro il muro. Ci sentivamo sempre più stonati e guardavamo tutta questa gente camminare con i suoi vestiti da un milione di dollari. E c'è questa donna che si struscia contro la tela con la sua gran pelliccia, e se ne porta via metà!5-38.

Maripol mandò via Basquiat prima che potesse combinare altri casini. «Jean-Michel era totalmente stordito», dice la Wilson, «ma disse: "Fanculo, non ho bisogno di loro"»5-39. Come sempre i casini che faceva boicottarono potenziali contatti di lavoro. Una mattina Basquiat sbucò sulla soglia di casa di Arden Scott. Racconta la Scott:

Si presentò alle sei del mattino con caffè e cornetti. Voleva parlare. Era palesemente a un punto di svolta nella sua carriera. Le cose stavano iniziando a decollare. Aveva un sacco di cocaina addosso. Era come se dovesse stare su di giri per prendere la sua decisione. Sapeva che se l'avesse presa sarebbe diventato ricco e famoso. Ma non era un buon segno che per farlo dovesse farsi di droga e di una tremenda quantità di alcool. Le droghe erano il suo alleato decisivo per riuscirci. Non sarebbe stato facile5-40.

Il Times Square Show, che venne allestito in giugno, fu l'evento che, dai tempi di SAMO in avanti, diede a Basquiat la spinta più grossa. La mostra, considerata da molti un punto di svolta per il mondo dell'arte, lo collocò al ground zero di quello che sarebbe stato presto considerato un nuovo movimento artistico.

Scrissero Peter Frank e Michael McKenzie in New, Used & Improved: «Tenuto conto della costante brama del mondo dell'arte di qualcosa di nuovo e grezzo, il Times Square Show colpisce nel segno come una dose di cocaina free-base»5-41. Il lavoro di Basquiat, che era sempre firmato SAMO, ricopriva tutta una parete di un edificio fatiscente tra la Quarantunesima Strada e la Settima Avenue, e fu un vero colpo di fulmine per pubblico e critica.

A quel punto Basquiat era diventato una piccola star nel ridotto e incestuoso mondo di Downtown. Appariva regolarmente a Tv Party, il bizzarro programma aperto al pubblico di Glenn O'Brien in diretta sulla Tv via cavo. Una sorta di proto-David Letterman Show (a detta di O'Brien, Letterman avrebbe in seguito dichiarato di esserne stato influenzato), il programma era all'altezza del nome che portava. In pratica era un party in diretta a cui partecipavano tutti gli amici di O'Brien.

Gli spettatori chiamavano in diretta e tempestavano Basquiat di domande su SAMO. «Ehi, come avete fatto a portare in trasmissione Buckwheat? Pensavo fosse morto. Ci saranno anche Spanky e Alfalfa5-42?», chiese un tizio al telefono, con gran divertimento di Basquiat. «Sììì, stiamo facendo una rimpatriata», rispose ridendo. Ma la risata gli si congelò sulla faccia non appena il tizio aggiunse: «Ho una domanda da farti: eri tu che mi hai fregato la catenina l'altra settimana sulla metro?»5-43.

Intanto Maripol stava organizzando con Fiorucci le riprese di un film sullo scenario dell'arte underground, e O'Brien aveva scritto la sceneggiatura. Alla fine erano riusciti ad avere 350mila dollari da Rizzoli. Le riprese iniziarono nel dicembre del 1980. Il film si chiamava New York Beat e Basquiat era la star. Non ebbe bisogno nemmeno del provino per avere la parte principale: avrebbe interpretato se stesso. Un artista morto di fame che si sveglia in un letto d'ospedale, viene dimesso da lì, sfrattato dal suo appartamento e baciato da un angelo, interpretato dalla star del New Wave Deborah Harry, leader dei Blondie. Il film, diretto da Edo Bertoglio e interpretato da una serie di musicisti di Downtown, inclusi i Tuxedo Moon, Kid Creole and the Coconuts e i Contortions, non fu mai finito5-44. Ma Basquiat si installò nell'ufficio della produzione sopra il Great Jones Cafè. Proprio di fronte al loft che avrebbe occupato da ricco e famoso, ebbe così, quantomeno per il momento, una stanza tutta per sé5-45.