Basquiat conobbe Jennifer Goode, con cui ebbe la sua ultima storia d'amore seria, alla fine del 1984 all'Area, il club più alla moda del momento. Sorella di due dei suoi proprietari, Eric Goode e Christopher Goode, lavorava come «ragazza del tema», orchestrando le mostre per le quali il club era famoso20-1.
L'Area, aperto nell'autunno del 1983, si trovava al 157 di Hudson Street a TriBeCa, lì dove, più di un secolo prima, c'erano stati gli edifici della Pony Express. Il club era stato avviato dai due fratelli minori di Jennifer, Eric e Christopher, e da due loro amici del liceo, Darius Azari e Shawn Hausman. Era stato ideato su modello di un primo locale che avevano gestito sulla Venticinquesima Strada, e in cui l'affitto era notevolmente più basso: il loro primo party, dove l'ingresso costava cinque dollari, vantava un contenitore di vetro con dentro due conigli vivi e infilati dentro finte pellicce, ossa fresche di macelleria appese al soffitto, e una testa di mucca ricoperta di plastica. Gli inviti erano altrettanto originali: pillole nere e gialle che immerse nell'acqua calda rilasciavano l'annuncio del nuovo club. All'inaugurazione c'erano un migliaio di persone20-2.
Un anno dopo il quartetto decise di cercare uno spazio più grande e dei finanziatori. Malgrado la confezione innovativa e stile anni Ottanta della proposta d'affari – una scatoletta nera con dentro una cassetta con registrato il piano finanziario – ci misero un po' a rimediare i soldi. Un gruppo di quindici persone, incluso un altro fratello Goode, Greg, lavorò sodo per tutto l'inverno rinnovando lo spazio di mille e duecento metri quadri. Quando la costruzione fu ultimata, inviarono un altro giro di inviti incapsulati: cinquemila pillole. E ancora una volta la formula funzionò. La sera dell'inaugurazione l'Area ebbe successo immediato. Il primo tema, «Cose che accadono di notte», includeva tra gli oggetti esposti un pipistrello morto in formalina.
Quello che accadeva di notte all'Area accadeva nella zona discoteca, nell'immenso e decadente bagno delle signore, in cui alla fine si incontravano tanti uomini quante donne che indulgevano attivamente in piaceri proibiti, dalle droghe al sesso, e nel bar argentato con la sua lunga scultura a chiodi sottovetro (ideata da un ragazzo che si chiamava Ward Fleming). Se passavi una mano sulla superficie coperta di chiodi, si formava all'istante una mano di metallo. Dentro un acquario c'erano pure degli squali, metafora visiva di alcuni dei clienti tipo del locale.
Non c'era notte in cui non incontravi Andy, Jean-Michel, Keith e altre star dell'arte, della moda e dei cinema che si aggiravano al bar, o sulla pista con la sua pulsante disco music, o nei bagni, dove si svolgeva gran parte dell'attività del club. O, altre volte, potevano apparire dentro gabbie di vetro: Matt Dillon che guardava la Tv, Liza Minnelli in tuta da meccanico, Robert Downey jr. che si muoveva a scatti come un robot20-3. Come scrisse Warhol nei suoi Diari:
Jean-Michel […] mi portò con sé ai bagni, i bagni degli uomini, e lì dentro era uno spasso, c'erano ragazze che si truccavano allo specchio mentre gli uomini pisciavano nei vespasiani e sarebbe stato grandioso se non fosse stato per la puzza di merda. Sembrava la scena di un mio film20-4.
Il club era famoso anche per i suoi singolari inviti: petardi a forma di bottiglie di champagne per il veglione di Capodanno, uova svuotate per la serata «Storia Naturale», fazzoletti neri per Halloween. Gli otto schermi dell'Area, distribuiti lungo i trenta metri d'ingresso, trasformavano il club in un parco a tema urbano. Le mostre di solito includevano arte performativa. In una mostra che si chiamava Science Fiction, ad esempio, c'era un astronauta che si avvicinava a una navicella spaziale. In Notte c'era una seducente fanciulla addormentata. Guerra era un Reagan di cartapesta con una corte di gente in costume nazista.
Anche se tutto lo staff di solito faceva e disfaceva i temi delle serate, Jennifer era stata nominata ufficialmente «ragazza del tema». «Ero incaricata della realizzazione dei temi delle serate. Una volta che avevamo pensato quale sarebbe stato, dovevo rimediare tutte le cose che servivano per l'allestimento, e gli attori. C'era un sacco di lavoro da fare»20-5, racconta lei.
Con i suoi lunghi capelli biondi e ondulati, un viso senza traccia di trucco e un'ingenuità quasi disarmante, Jennifer aveva l'anacronistica aria di figlia dei fiori. Suo padre, Frederick Goode, aveva avviato una sua School of Arts and Sciences in California. Il corso di studi sperimentali prevedeva che gli studenti studiassero al mattino e nel pomeriggio giocassero a fare gli artisti.
«Mio padre era un pittore e un insegnante, di idee politiche piuttosto progressiste, anche se pretendeva il rispetto di alcune regole di base»20-6, racconta la Goode. La sua famiglia viveva in un ranch a Sonoma che la madre aveva ereditato insieme alle sorelle. Secondo l'articolo di copertina sul club pubblicato sul «New York», il ranch era diventato presto una comune popolata da guru e nudisti in visita20-7. Frederick Goode aveva preferito un diverso stile di vita, e nel 1975 si era separato dalla moglie e si era trasferito a Seattle. A fine anni Settanta i fratelli Goode erano andati a vivere a New York. Jennifer li aveva raggiunti nel 1982. La Goode lavorava all'ingresso dell'Area la notte in cui vide per la prima volta Basquiat. Racconta:
Era con circa sei persone e non era in lista. Lo vidi andare alla biglietteria e comprare otto biglietti e pensai: «Oh, mio Dio, è terribile». E così corsi di sopra e gli dissi: «Fammi offrire da bere», e gli presi una bottiglia di champagne. Non è che sapessi chi era. Lo feci solo perché aveva un'aria talmente fuori dal comune, e poi di solito la gente viene a romperti le scatole per entrare gratis, mentre lui entrò e basta, senza dire una parola20-8.
Passò poco tempo e Basquiat le telefonò al club:
Al primo appuntamento mi invitò al cinema, e per caso c'era mia madre in città. Così mia madre, mia sorella Melissa, Jean-Michel e io andammo a vedere Witness. E già quella volta – io non ne capivo niente di droga – doveva essersi fatto di qualcosa perché era un po' intontito e per mia madre la situazione era un po' imbarazzante20-9.
Come era nel suo stile, Basquiat la corteggiò con dei regali costosissimi:
Mi ricopriva di roba. Io ero all'Area a lavorare e arrivavano queste scatole gigantesche di roba Comme des Garçons. Nessuno mi aveva mai fatto regali del genere, ed era divertente. Il fatto è che lui poteva pure comprarti cose, e portarti con sé in viaggio, ma quello che posso dirti è che era assolutamente incapace di amare20-10.
La Goode cominciò presto a passare quasi tutto il suo tempo libero nel loft di Great Jones Street. Ricorda:
Lui dipingeva al piano di sotto. Metteva le tele sul pavimento e ci camminava sopra a quattro zampe. Tutto l'arredamento era in stile coloniale, ed era davvero bello. Aveva un lungo, gigantesco tavolo a cui stavano sedute venti persone. Su una parete c'era una foto che Warhol aveva fatto a Jean-Michel, e una foto di Dizzy Gillespie. Aveva uno di quegli aggeggi costruiti da William Burroughs, da cui tirava fuori un fucile e faceva tutta una serie di buchi su un pezzo di legno. E sopra c'era la stanza da letto. Sopra non si andava se non si era invitati20-11.
L'assistente del momento di Basquiat, Shenge Ka Pharoah, uno dei pochi duraturi successori di Torton, viveva nello scantinato, uno spazio angusto che però aveva la sua Jacuzzi. Shenge era un educato pittore con i dreadlocks che amava i party tanto quanto li amava Basquiat, e che parlava per aforismi criptici e ad effetto. Il suo aspetto rasta era divertente, tenuto conto che il suo vero nome era Selwyn O'Brien.
La Goode andava a lavorare all'Area di giorno, mentre Basquiat dormiva. Di notte se ne andavano in giro. Come le altre donne della vita di Basquiat, era del tutto ammaliata da quest'artistico uomo-bambino. Di tutte le fidanzate, la Goode sembrò essere l'unica che Basquiat vide come una possibile partner a lungo termine, una che avrebbe potuto sposare. Ma anche se la Goode rimase incinta di Basquiat, dovette abortire. Continua lei:
Passai dei momenti bellissimi con lui. Ascoltavamo dischi: Gregory Isaacs, Lester Young, Miles Davis, El Grand Combo e Charlie Parker. Mi insegnò un sacco di cose sulla musica. Aveva una collezione pazzesca di film. Avevamo gli stessi gusti e ridevamo delle stesse cose. Ci divertivamo da matti. Progettava continuamente di fare un remake di Paura in palcoscenico di Hitchcock. Amava il cibo. Era un cuoco delirante, amava cucinare e finiva sempre per fare degli enormi pasticci. Gli piacevano gli oggetti. Comprava cose da Grass Roots, oggetti di Folk Art haitiana, messicana e brasiliana. Amavo il suo essere infantile, i suoi modi da ragazzino. Amavo il suo modo di pensare. Amavo il suo modo di guardare le cose. Ma con lui soffrii anche moltissimo. Soffrii in prima persona, per via della droga. Lo sai anche tu, ci furono delle donne nella sua vita che si presero cura di lui, e io fui una di quelle donne20-12.
Nel corso della loro relazione la Goode, che fino a quel punto non aveva avuto mai veramente a che fare con le droghe, diventò eroinomane. Dice:
Non fu lui a spingermi, non fu niente del genere, ma la droga stava lì, e io ero stupida e ingenua. Era eroina bella e buona quella di cui ci facevamo. Non ce la sparavamo in vena, la sniffavamo. E lo facevamo più o meno due volte al giorno. Ero a tutti gli effetti tossicodipendente20-13.
A detta della Goode non fu la prima delle sue fidanzate a diventare tossicodipendente: «È una storia che si è ripetuta anche con altre donne nella vita di Basquiat. Non aveva alcun rispetto per la gente che si drogava, ed era una cosa che lo turbava. Gli stava bene se ti facevi, ma fintanto che non diventavi una tossica»20-14. La droga rese la Goode incapace di sintonizzarsi con la vita notturna di Basquiat:
Il tempo passa, le ore passano, e tu sei lì che non fai niente. È una vera e propria fuga dalla realtà. Ma lui disegnava e dipingeva sotto effetto di droghe. Entrava in uno stato che gli consentiva di sedersi per ore e fare questi piccoli disegni meticolosi e dettagliati20-15.
A nessuno era permesso di andare al piano di sopra. Jean-Michel e Jennifer se ne stavano sdraiati sul suo letto gigantesco a guardare vecchi film (il suo preferito era Taxi Driver), o dove lei lo guardava disegnare. Il tempo passava lentamente. Quando era ora di cena, Basquiat andava a fare grandi acquisti da Dean & DeLuca e portava a casa ingredienti dieci volte più del dovuto per uno dei suoi piatti preferiti, il chicken gobo20-16, cucinato dentro una pentola di terracotta. Momentaneo nirvana: due bambini ricchi che giocavano a nascondino con il mondo.
Insediatosi nel loft di Great Jones Street, Basquiat conduceva uno stile di vita che, quantomeno visto dall'esterno, corrispondeva all'idea che la gente ha di quello che è lo stile di vita di una star dell'arte. Ostentava l'acquisto del meglio di tutto, mobili o vini che fosse. Dice il gallerista John Good, che al tempo frequentava Basquiat:
Lo educavo ai vini Bordeaux. Aveva tutta una serie di pretese borghesi. Era ipercompetitivo. Andava da Sherry Lehman e chiedeva all'arrogante commesso dei vini: «Quante bottiglie di Mouton 1945 ci vengono con mille dollari?». Andava sempre al Ritz ed era sempre fatto di eroina20-17.
Robert Farris Thompson, esperto d'arte africana della Yale University e autore del libro The Flash of the Spirit (che Basquiat cita in diversi quadri) conobbe l'artista in quel periodo. A presentare i due fu Fab 5 Freddy. Thompson stava scrivendo un articolo sull'Hip-Hop, e accompagnò Fab 5 al loft di Basquiat. Era assolutamente impreparato a quello che avrebbe trovato in Great Jones Street, e quello che vide gli lasciò un ricordo indelebile:
Ero sbalordito. Jean-Michel aveva quattro o cinque persone che lavoravano per lui, ed erano tutte impegnate a inchiodare tavole tra loro che sarebbero diventate telai per i quadri. Mi fece sedere e aprì una bottiglia del più squisito Cabernet Sauvignon che avessi mai assaggiato, e poi mi diede una mela Stark della Giamaica. Capii che questo tizio stava afferrando il meglio di diversi mondi20-18.
Thompson iniziò a fare delle domande a Basquiat sul suo lavoro. «Sembrava un ventriloquo, perché rispondeva alle domande con malizia, tornando su risposte che aveva già dato. Aveva un modo di parlare assolutamente brillante»20-19, dice Thompson. Subito dopo Basquiat chiese a Thompson di scrivere un saggio per il catalogo della sua prossima mostra alla Boone Gallery. Alla sua seconda visita Thompson, sempre turbato, vide Basquiat a lavoro:
La stanza era inondata di superba musica jazz. Poi semplicemente esplose, mise giù la tela mentre stavamo parlando, e capii quanto complessa fosse la combinazione del suo modo di conversare e del suo modo di dipingere. Erano la stessa cosa. A stupirmi fu la spontaneità. E se qualcosa cadeva sul quadro, quel qualcosa diventava critico, perché era una specie di traccia organica. Ogni spargimento era parte del quadro. Metaforicamente era una sorta di altare da messa nera. Riuscivi a misurare ricchezza e devozione dall'entità dello spargimento compiuto20-20.
Thompson chiese a Basquiat perché amasse tanto cancellare parole e immagini nei suoi lavori:
La cosa che mi disse e che non dimenticherò mai è che «così fai più attenzione a quello che dico. Vuoi vedere che c'è sotto le cancellature». Da bravi bambini occidentali veniamo educati dai nostri genitori a non interrompere. Ma nel mondo nero ti insegnano a interrompere, perché è segno di un certo livello di attenzione20-21.
Per Thompson i quadri di Basquiat sono delle evidenti incarnazioni:
Incantesimi perché era nero, incantesimi contro le cose di cui aveva paura. Per la maggior parte incantesimi perché il suo corpo restasse integro. È come un tradizionale suonatore di tamburi africani, che non fa altro che trasformare il proprio nervosismo in arte. Era come se cercasse di trasformare le sue paure in energia creativa20-22.
Basquiat era consapevole dell'effetto che faceva: a volte sembrava che stesse interpretando se stesso. Si dilettava a intrattenere con cura il suo erudito pubblico. In una successiva visita, la musica lirica riempiva il loft mentre Basquiat preparava la colazione – omelette al caviale – per Thompson e «una bella fanciulla bionda se ne stava avvolta nelle lenzuola dentro il letto». «Tutto era assolutamente perfetto», ricorda Thompson, «e sapevo che il furfante era pienamente consapevole che sarebbe potuta essere la scena di un film dal titolo Il pittore»20-23.