Compagni

Marcia May, membro di un circolo per signore dell'alta società di Uptown che collezionavano arte tra un pranzo da Coco Pazzo e un altro da Mortimer's, conobbe Basquiat la notte del suo grande party alla Mary Boone Gallery. Come molti nuovi collezionisti, la May si dilettava oltre che a collezionare le opere d'arte, a collezionare anche gli artisti. Dava del tu a tutte le più importanti star degli anni Ottanta, e le sue gite a New York erano sempre affollate di vernissage, party e, logicamente, aste.

Seduta nel soggiorno del suo appartamento di Park Avenue, con i mobili bianchi ancora coperti di cellophane per via dei recenti lavori di imbiancatura, la May racconta del suo rapporto con Basquiat. Sul pavimento, appoggiati contro il muro, ci sono due grandi dipinti, uno Schnabel e un Basquiat. Sul Basquiat c'è ripetuta la parola «Shame»22-1, che in queste particolari circostanze appare curiosamente appropriata.

Dopo essere stata presentata a Basquiat dalla collezionista Maggie Bult, la May stabilì una curiosa e morbosa amicizia con Jean-Michel e Jennifer, andando fuori a cena insieme a loro, o in giro con il furgone dell'Area. Un giorno, dopo che aveva portato i due fuori a cena, li invitò ad andare con lei a Dallas per l'inaugurazione di una mostra di Arte Primitiva organizzata dal Museum of Modern Art. Basquiat accettò all'istante la proposta.

Le sue gite a Dallas divertono ancora la May, che parla dell'artista con l'affetto di una nonna rimbambita e un po' matta. Dice:

Jean-Michel mandò con un corriere Federai Express un grosso pacco di erba a Dallas. Non potevo immaginare che cosa fosse! Gli dissi: «Oh, ma che bel sacchetto di pot-pourri!». E lui mi disse che l'aveva spedita solo perché a Dallas non avrebbe trovato roba buona22-2.

Basquiat dipinse per tutta la terrazza della May, e in quella dei vicini, coprendo tutto il prato artificiale. «Fece il caos più totale. C'era vernice dappertutto. Dovetti far ridipingere tutto»22-3.

La May diede un party per Basquiat, presentandolo all'educata società di Dallas, che aveva già scandalizzato spuntando all'inaugurazione del museo con il walkman acceso. Continua la May:

Tutti continuarono a parlare del fatto che si fosse presentato con uno zainetto a scacchi e le cuffiette a un evento in giacca e cravatta. E credo che la gente inorridì all'idea che dessi un party per lui. Parecchia gente si era portata la copia del «New York Times Magazine» per farsela autografare. Ma lui non voleva venire al party. Continuava a starsene dal vicino a dipingere. Riuscimmo a stento a convincerlo a entrare, era talmente timido. Forse era solo che non si sentiva a suo agio con quella gente22-4.

Ogni notte, puntualmente, Basquiat telefonava ad Andy Warhol. «Mi disse che doveva fissare un appuntamento con Andy»22-5.

Tramite la May Basquiat conobbe il manager texano Sam Feldman. L'artista gli fece un ritratto e lui gli diede un'American Express Gold Card che utilizzò per ricoprire la Goode di regali. Dice ancora la May:

Jean-Michel comprava continuamente vestiti a Jennifer. Credo che non gli piacesse come si vestiva. Arrivò a barattare un quadro in cambio di vestiti per lei. Bei vestiti, in uno dei migliori negozi di Dallas. Cercai di ricomprare il quadro dalla persona con cui l'aveva barattato, e lui mi rispose che non era disponibile22-6.

Dice la Goode:

A Dallas si comportò in maniera assurda con me, soprattutto all'inizio. Mi comprò un completo Chanel. Voleva che mi provassi delle cose e io gli dicevo di no. Era il suo modo di dimostrarmi che mi amava22-7.

Basquiat regalò alla Goode una cintura che aveva una fibbia con le sue iniziali e la sua classica coroncina. I due fecero un viaggio improvvisato per il Messico, dove, come al solito, Basquiat fu trattenuto alla frontiera perché aveva un'aria sospetta.

Malgrado l'evidente amore per la Goode, Basquiat stava portando avanti una storia con Liz Williams, una magnifica giovane donna che aveva conosciuto tramite Marcia May, riuscendo anche a stare contemporaneamente, e per breve tempo, con le due a Dallas e a Firenze. La Williams aveva conosciuto Basquiat nel 1983, quando aveva comprato uno dei suoi quadri (Cowboys and Indians) per ottomila dollari. Subito dopo gli aveva chiesto di farle un ritratto. La Williams, una classica bella bionda, all'epoca era sposata. A detta di lei la sua relazione romantica con Basquiat cominciò la notte in cui lei scoprì che suo marito, un manager inglese, la tradiva. La Williams fa una descrizione precisa e a tinte forti dell'inizio della loro storia:

Ero sconvolta e turbata. Andai a trovare Jean-Michel al suo studio. Era in boxer. C'era qualcosa nel modo in cui si prendeva cura delle persone che affascinava quelli come me. Tirò fuori una tela gigantesca grande come mezza parete. Avevo solo ventitré o ventiquattro anni, ed ero nervosissima. Sentivo la sua sensualità animalesca. Mi fece un ritratto a seno nudo. Era un genio. Ci mise venti minuti. Aveva disegnato anche la minima imperfezione: un seno era più grande dell'altro. E anche le imperfezioni del mio viso erano messe a nudo. Era divertente, sapeva quello che faceva. Un giapponese lo comprò per cinquecentomila dollari22-8.

(Il quadro asimmetrico venne venduto per quarantamila dollari a un'asta d'arte contemporanea da Christie's nella primavera del 1997).

Basquiat invitò la Williams a un party per Boy George al Palladium:

Non bevevo mai, ma mi ritrovai a bere e finii in una camera d'albergo con Boy George. Jean-Michel mi si strofinava contro in modo molto sexy. Mi disse: «Andiamo di sopra». Mi spinse contro la porta, m'infilò una mano sotto la gonna e mi disse: «Adesso ti faccio venire». Aveva un bellissimo corpo da modello Calvin Klein, completamente senza peli. Era davvero un ottimo amante, ma con lui non c'erano preliminari. Era abbastanza rude. Quella notte capii che c'era un qualcosa in lui di cui mi sarei dovuta occupare. Era una persona alquanto distaccata. Il che mi stava benissimo22-9.

La relazione continuò fino a poco prima della morte di Basquiat. Quando la Williams tornò a Dallas i due portarono avanti una «torrida storia a distanza». Basquiat chiamava Marcia May tutti i giorni per parlare con lei della Williams. A quel tempo la May non aveva idea che i due avessero una storia di sesso. «Era una di quelle situazioni vittima-carnefice», dice Liz Williams a proposito della relazione di Basquiat con la May. «Fu una cosa corretta. Lui si divertiva con i collezionisti. Diceva che Marcia lo faceva ridere»22-10. Durante il suo soggiorno a Dallas, lui e la Williams fecero un giro della città in furgone, a caccia di materiali con cui lui potesse dipingere. Dice la Williams:

Avevo una bella Rolls Royce, ma affittammo un furgone. Andammo all'Esercito della Salvezza e comprammo una culla. Comprare il letto per un neonato insieme a me lo imbarazzava. Era vestito come un barbone, si comportava da barbone. Il furgone sbandò e la culla si andò a schiantare sull'autostrada. Recuperammo i pezzi, e ci fece due quadri22-11.

I due si scambiavano magliette e jeans dipinti come regali. «Eravamo una coppia strana», ammette lei. A New York la Williams abitava in un lussuoso edificio su Park Avenue. «Una volta Jean-Michel venne da me sul tardi portando degli hamburger», ricorda lei. «Il portiere citofonò dicendo: "C'è il ragazzo delle consegne, lo faccio salire?"»22-12. Come altre sue amanti, la Williams rimase incinta di Basquiat e abortì. A lui non disse mai niente. «Jean-Michel era contrario all'aborto. Voleva un bambino. E le donne della sua vita glielo hanno sempre negato»22-13. Erano coetanei, ma per la Williams Basquiat era un bambino. Dice lei:

Aveva quell'impazienza tipica dei tre anni. Era convinto di essere il centro del mondo. Era un bambinone viziato. La sola parola adatta a Basquiat è «eccesso». Oppure «di più». Se gli chiedevi cos'è che voleva, la risposta era «di più». Non era mai felice. Era ossessivo in tutto. Voleva di più, che si trattasse di gente, di cibo o di droghe22-14.

A luglio il fotografo Michael Halsband conobbe Basquiat a un dinner party dato da Marcia May per Jean-Michel e Warhol. «Finimmo per ritrovarci in bagno insieme, e lui mi disse: "Ehi, vuoi diventare famoso?". Poi mi chiese di fare un ritratto a lui e ad Andy Warhol per la mostra che stavano organizzando»22-15.

Subito dopo aver fatto la foto, Halsband andò a trovare Basquiat al loft per fargli vedere i provini: i piccoli ripetitivi quadrati di Basquiat e del suo mentore in posa come classici sfidanti sembravano quasi una delle serie di Warhol. Nancy Brody era impegnata a fare le valige, e disse a Halsband che stavano partendo per Parigi. Jean invitò il fotografo ad andare con loro.

Halsband non poté rifiutare l'offerta di un biglietto aereo gratis. Lui, Basquiat ed Eric Goode partirono quel pomeriggio per Londra e da lì andarono a Parigi. «Nemmeno lo conoscevo»22-16, dice stupito Halsband. Il nuovo acquisto fece delle riprese con la sua videocamera: un Basquiat dall'aria arruffata che indossava un completo di lino spiegazzato e che continuava ad asciugarsi con la manica il naso che gli gocciolava, un gesto compiuto sotto effetto di droghe che commuove come il gesto di un bambino. Subito dopo l'arrivo a Parigi, Eric si dileguò con la sua fidanzata lasciando Basquiat con Halsband. Jennifer Goode avrebbe dovuto raggiungerli qualche giorno dopo, ma intanto i due andavano a briglia sciolta. Dice Halsband:

Di fondo mi sentivo responsabile di Jean, perché mi aveva invitato ad andare con lui, e anche perché non aveva la patente, né la carta di credito. Aveva solo un bel mucchio di contanti. Credo che avesse qualcosa come ventimila dollari in biglietti da cento. E così affittai una macchina e ce ne andammo in giro. E trovavo che fosse anche divertente avere tutti quei soldi, perché era sempre così generoso22-17.

Halsband si offrì di pagare lui la macchina:

Gli dissi: «Lascia pagare qualcosa anche a me, perché lo so che ti è costato portarmi con te». Volle andare da Agnes B. a comprare tutto quello che voleva. Se vedeva cinque magliette e gli piacevano tutte, le comprava tutte. E se vedevo due magliette che volevo comprare, le pagava lui per me. E pagava le cene. Dovunque andassimo pagava lui l'ingresso, pagava da bere, pagava da mangiare. Per me cominciò a diventare imbarazzante, e mi sentii subito in trappola. Credo che il suo fosse un test22-18.

Andarono a un paio di party: uno in cui Halsband vide che tutti erano in bagno a iniettarsi eroina, e un altro a casa dell'artista George Condo (anche lui rappresentato da Bruno Bischofberger), che si era appena trasferito a Parigi. Lì Basquiat poté godere dei privilegi esclusivi che erano propri del successo degli anni Ottanta: si unì spiritualmente a Picasso sniffando cocaina sopra i vetri che ricoprivano i disegni del genio di un'altra epoca, e più tardi fece un singolare pellegrinaggio dallo stampatore di Picasso portandogli alcune sue incisioni. Ricorda Condo:

Jean-Michel venne da me e portò una videocassetta di Jimi Hendrix. Fu un'orgia di droghe. Guardavamo Hendrix e un altro video di Miles Davis ed eravamo dentro la musica. Nell'altra stanza c'era tutta quella gente che prendeva dalle pareti i disegni di Picasso e li usava per sniffare piste di coca. Usare un'opera d'arte per sniffare coca è una cosa molto borghese. Jean-Michel mi fece un bellissimo disegno in un quaderno rilegato e mi disse di incorniciarlo. Voleva sincerarsi che sarebbe stato usato anche quello per sniffare coca. Era completamente fuori di testa e andò ai Bains Douches. Aveva comprato una bombetta puzzolente alla Bastiglia e la lanciò. La gente che era lì cominciò a scappare via correndo. Voleva aspettare e vedere le facce delle persone. Amava fare scherzi del genere22-19.

Dopo di che Basquiat e Halsband andarono a Lisbona, dove l'artista affittò una limousine. Ricorda Halsband: «Era una lunga Mercedes bianca, ma era funky, una specie di rottame. Salimmo su e andammo dove avevamo intenzione di andare, ma era nel bel mezzo del nulla, un posto veramente spaventoso». I due trovarono un albergo e andarono in giro a esplorare la città. «Era una di quelle vecchie città, con tutte quelle stradine battute dal vento, e iniziammo a camminare»22-20. Dopo cena decisero di vedere com'era la vita notturna. Fu i preludio di quella che sarebbe stata una tipica disavventura in stile Basquiat. «Jean amava ballare. E così prendemmo un taxi e andammo in un club a ventidue chilometri dall'albergo, rimorchiammo un paio di ragazze e ci mettemmo a ballare»22-21. Alle due o alle tre del mattino Basquiat e Halsband erano pronti per tornare in albergo, ma non c'erano taxi. Riuscirono a trovare un taxi fuori servizio che li avrebbe riportati in città, ma prima di arrivare si misero a litigare con il tassista e si ritrovarono a piedi. Dice Halsband:

Camminavamo nelle tenebre. Non sapevamo dove stavamo andando. Le macchine passavano senza fermarsi. C'erano cani che abbaiavano e un buio pesto. Ed eravamo almeno a una ventina di chilometri da dove dormivamo. A un certo punto avemmo così paura che ci prendemmo per mano. Jean si mise a fumare una canna, e io gli dissi: «Amico, ma ti sembra il momento? Pensi che se ti fumi una canna poi ti viene più facile trovare la strada?». L'unica risposi a che mi diede fu: «Amico, l'avevo capito subito che saremmo diventati amici»22-22.

Halsband non riusciva a credere alle sue orecchie. I due camminarono fino all'alba. «Quando arrivammo in albergo e lui collassò sul letto, gli dissi: "Jean, io me ne vado"»22-23. Halsband disse che non riusciva a reggere la tensione di un viaggio con Basquiat, che era tutto il tempo fuori di testa. Ma a mettere a disagio il giovane fotografo di mondo, che era stato in tournée anche con i Rolling Stones, non erano solo le droghe. Si era manifestata la reazione che Basquiat sembrava sempre evocare nella gente. Vedendo come si comportava Basquiat in Europa, Halsband iniziò a capire che cosa vuol dire essere sempre considerato un outsider:

Veniva trattato in modo bizzarro, strano, come se lui stesso fosse una qualche stranezza. Le persone erano divertite da lui, sul momento ne erano affascinate, ma prima o poi lo buttavano via. E quella di Jean-Michel era solo paura. Sai di che parlo? Pura e semplice paura. Non sapevano che lui era docile, gentile, non era capace di fare del male a una mosca. E quando si fidava della gente che aveva intorno, lì si sentiva veramente vulnerabile. E aveva veramente paura. Ma cos'è che guardava la gente? Il colore della pelle, i capelli, i vestiti, la quantità di soldi che lasciava in giro? Voglio dire che c'erano un sacco di cose che potevano dare fasi idio, ma l'energia era sempre la stessa. Appena me ne andai capii di essere anonimo, ero soltanto una persona come un'altra, un bianco qualunque22-24.

Halsband prese un Concorde e tornò a New York. Ma qualche settimana dopo ci ripensò e tornò a Parigi. «Non so perché tornai. Avevo i sensi di colpa per averlo lasciato in Portogallo»22-25, dice. A quel punto la Goode aveva raggiunto Basquiat. I tre si imbarcarono in quella che sarebbe stata una decadente abbuffata continentale. «Andammo in Portogallo, Francia, Italia, Inghilterra, e poi ad Amsterdam», racconta lei, «e ad Amsterdam fu il delirio totale. Entravamo in tutte le hash house»22-26. «Insegnò a tutti i baristi d'Europa come fare il Margarita», dice Halsband, «ed era un modo per fare immediatamente amicizia»22-27. Lui, Basquiat e la Goode passavano il tempo a cercare party. E gran parte del tempo se ne andava cercando droghe. Dice Halsband:

Passava metà del tempo a comprare droga. Riusciva a scovare tutti i posti giusti, ma non era mai una cosa facile. Dovevi andare lì, aspettare e alla fine qualcuno arrivava, e si faceva l'accordo. Era una cosa che ti mangiava una tremenda quantità di tempo22-28.

I tre andarono a stare a casa di un amico ai margini del Sedicesimo Arrondissement. Ogni notte se ne andavano per bar e club. A detta di Halsband, la Goode spesso si ubriacava al punto da perdere quasi conoscenza. Una notte stavano correndo a casa perché così Basquiat si sarebbe potuto fare di un po' delle droghe che aveva appena comprato. «Uscimmo fuori da un tunnel, e guidavamo velocissimi, subito dopo il Louvre, lungo la Senna. Volavamo, erano le tre del mattino e stavamo urlando»22-29, ricorda Halsband. Arrivati a Trocadero vennero fermati dalla Polizia francese:

Tirarono fuori le pistole e ci fecero delle domande. Jean era perfetto, lucidissimo. Poi illuminarono con la torcia il sedile posteriore dove c'era Jennifer svenuta. Dissero: «Elle est morte?». E Jean mi disse che ci stavano chiedendo se era morta. E così gli rispondemmo: «È solo un po' stanca»22-30.

Tornati a casa misero Jennifer a letto. Jean-Michel iniziò a fumarsi la sua eroina, e Halsband decise di unirsi. Dice: «Ma mi lasciò fare solo due o tre tiri e poi disse: "Ecco, questa ti basta"». E quando volli riprovarci mi ignorò. Aveva uno straordinario modo di ignorarti. Ti chiudeva fuori e basta»22-31. Halsband dice che Basquiat era terribilmente legato alla Goode. «Credo che in Jennifer vedesse qualcosa che non aveva mai visto in nessun altro, un qualcosa che andava al di là della semplice bellezza»22-32. Halsband fece una foto dei due abbracciati alle Tuileries.

A Roma andarono a stare dai genitori di Halsband, prima di spostarsi a Firenze per andare a trovare la May. Dopo qualche giorno Jennifer rientrò in America, lasciando Basquiat ai suoi affari. Dipinse diverse grandi tele che fece spedire alla May in America. Dice Halsband:

Andarsene in giro con Marcia e Jean era una cosa che mi faceva sempre sentire come se fossi nel film di Robert Downey Greaser's Palace22-33. Lei era sempre lì che gli diceva: «Tu per me sei come un figlio». Una frase assurda che continuava a ripetere, ma Jean-Michel non le rispondeva in nessun modo. La lasciava parlare e basta22-34.

Liz Williams sfruttò il fatto che la Goode fosse partita per raggiungere Basquiat a Firenze. Quando si perse mentre andava a casa della May, Basquiat passò tutta la giornata in mezzo alla strada ad aspettarla. Presto si ritrovarono felicemente insieme. «Era una casa grande», dice la Williams, «nessuno avrebbe mai potuto immaginare dove dormivo. Anche se in camera da letto facevamo parecchio rumore»22-35.

Le vacanze estive di Basquiat erano appena cominciate Tappa successiva Saint Moritz. L'artista stava dipingendo nello studio-chalet di Bischofberger quando ricevei le una telefonata da Leonard DeKnegt, «gallerista monello» – così si autodefiniva – ed ex-assistente di galleria, che in passato aveva lavorato con lui sia a New York sia a Los Angeles. (Il padre, Fritz DeKnegt, era proprietario di diverse gallerie a SoHo, inclusa quella al 417 di Broadway, l'ex-galleria della Boone). Aveva deciso di raggiungere Basquiat in Svizzera. Quando DeKnegt arrivò al Palace Hotel, dove alloggiava Basquiat, i due si diedero immediatamente a spese folli:

Comprammo vestiti e scarpe per qualcosa come migliaia e migliaia di dollari. Mi ricordo che ci stavamo vestendo e lui aveva appena ordinato questa colazione supercostosa, e chiamò Bruno che era di sotto con un paio di clienti. Per cui li raggiungemmo e cominciammo a parlare di pittori italiani, e lì su due piedi decidemmo di andare a Firenze22-36.

La disavventura con il taxi portoghese non aveva smorzato l'entusiasmo di Basquiat nel far raggiungere al tassametro le quattro cifre. I due amici partirono in mattinata: in taxi. Dice DeKnegt:

Uscimmo dal ristorante ed eravamo nel cortile di questo albergo pazzesco. E fu divertente perché Jean-Michel aveva più o meno diecimila dollari in biglietti da venti e da cinquanta. Bruno voleva pagarlo in moneta svizzera, ma lui gli disse: «No, voglio dollari». C'era questa Rolls, e c'era una lunga Mercedes parcheggiata nel cortile. Ma Jean-Michel si allontanò da me perché si accorse del cofano esagerato di una Oldsmobile. E annunciò: «Prendiamo questa macchina qui». Battezzammo l'autista Mancino perché gli mancava il pollice sinistro. Jean gli chiese di portarci a Firenze, e il tizio ci guardò come fossimo pazzi, ma Jean cacciò fuori una mazzetta di banconote. Gli pagammo la metà in anticipo22-37.

Basquiat e DeKnegt caricarono a bordo una guida turistica trovata nel cortile che si era proposta come traduttore. Poi filarono via nella Oldsmobile con gli interni leopardati, proprio come nella scena di un film di Jim Jarmusch. La loro prima tappa fu Portofino. «Forse l'avevo vista in Lifestyle of the Rich and Famous22-38», dice DeKnegt, «lui se ne stava tutto il tempo a disegnare. S'era portato dietro l'Anatomia del Gray e tonnellate di altri libri di Anatomia. Era capace di buttare giù una cosa in dieci minuti e di fare un vero capolavoro»22-39. Ma Basquiat non lasciava vedere a DeKnegt nessuno dei suoi lavori, nemmeno se disegnava la mano dell'amico dal vivo. «A quel tempo era stracauto nel far vedere le sue cose alla gente, perché pensava sempre che cercassero di fregarlo»22-40. Ci misero otto giorni per andare da Portofino a Carrara e poi a Firenze, bevendo vodka Stolichnaya e ascoltando musica da un gigantesco stereo portatile. «Sulle montagne vicino Carrara ascoltavamo gli Steel Pulse e musica hip-hop a tutto volume»22-41, dice DeKnegt. A Milano cercarono di comprare dell'erba per scoprire poi che era prezzemolo. Arrivarono a destinazione nel cuore della notte, senza un posto dove andare. Ma a quel punto Basquiat cacciò fuori un po' dei suoi dollari. «La corsa in taxi costò mille e cento dollari», dice DeKnegt, «e ne avevamo già sborsati seicento per la benzina e l'anticipo, ma le spese di vitto e alloggio del tassista non erano incluse». All'ultimo minuto Basquiat si convinse che il tassista lo stava fregando e «andò fuori di testa, iniziò a urlare, e gli lanciò cinquecento dollari, e questo fu tutto»22-42.

A Firenze visitarono musei e fecero shopping. «Era veramente a suo agio con i barboni che vivevano per strada lì a Firenze», dice DeKnegt. A quanto pare Basquiat si comportava un po' anche lui da barbone. «Dovetti comprargli del sapone, tanto per riuscire un po' a respirare…»22-43, continua DeKnegt.

Basquiat, turista anonimo in mezzo alla folla, per la prima volta in quegli ultimi mesi sembrò rilassarsi. «Riuscii a vedere il bambino che aveva dentro, e fu bello», dice DeKnegt. «Perché ce ne andavamo in giro, e fuori non c'era nessun mondo reale. Non c'erano leggi di mercato, non c'erano scagnozzi della galleria, non c'erano groupie… Capisci che voglio dire? Nessuno sapeva chi fosse»22-44. Basquiat comprò una serie di cartoline di Leonardo da Vinci su cui dipinse, e a ogni sosta che facevano le mandava agli amici, inclusa Paige Powell che ha conservato un fascio di suoi lavori.

A Firenze presero un treno per Amsterdam. DeKnegt si ricorda l'ostentato disprezzo di Basquiat per i soldi, che continuava a usare come fossero una benda sugli occhi:

Avevamo una borsa con dentro tonnellate di lire, e mi ricordo che a ogni stazione lanciava manciate di monete dal finestrino. E c'eravamo comprati questi stivali giganteschi, e quando si accorse di averne perso uno lanciò l'altro, una scarpa da trecento dollari, fuori dal finestrino. Dieci minuti dopo ritrovò quello che aveva perso e lanciò fuori anche quello. Era come andarsene in giro con Andy quando restava senza soldi, solo che invece di scroccarli agli altri, lui li gettava via22-45.

Il viaggio terminò bruscamente ad Amsterdam, dove «facemmo rifornimento. Me lo ricordo che rollava una canna gigantesca, fatta con otto cartine, e sembrava veramente felice». Ma il giorno dopo, quando DeKnegt lo chiamò in camera, gli dissero che aveva lasciato l'albergo quella mattina stessa. «Lo chiamai a New York e mi disse: "Dovevo andarmene. Tutto qui"»22-46.