Non vivo nel passato, sono dentro un presente affollato di ombre, di persone defunte, amate e non. È il presente che mi appassiona, testimone del passato e del futuro. Tutto avviene ora, sotto i tuoi occhi, mio simile lettore. È un va e vieni tra passato e presente e io mi sento come su un ottovolante. A ben vedere mi aiuta l’erba, il suo fumo, a ricreare i ricordi, le sensazioni di una vita vissuta tra giganti, nel lungo addio al Novecento. A guidarmi nel flusso del tempo è Amelia Rosselli, che non viveva nella luce della Storia, ma sprofondava nel mare nero dell’inconscio, da cui solo con la poesia e la musica le era permesso di riaffiorare. La creazione poetica era la sua unica letizia, come il piacere «dell’arido vero» di Giacomo Leopardi, altro grande sofferente. Le persone che abbiamo amato, una volta scomparse ci hanno lasciato qualcosa, un modo di camminare, un modo di parlare, un vezzo, uno sguardo. A me Amelia ha lasciato lo sguardo radente di quando si appostava all’angolo di una strada per incontrare se stessa, temendo di essere un vaso vuoto.
Mi faccio una sigaretta con una cartina dove mescolo un chicco di afghano nero. Sdraiato sulla poltrona del mio salotto apro Prove tecniche di follia di Aldo Rosselli, al capitolo XII.
«In via del Corallo 25, poco dietro piazza Navona, si sale su per una scala abbastanza anonima, anche se con qualche accenno seicentesco, infine si accede al quinto piano a un minuscolo appartamento mansardato... Amelia Rosselli, mia prima cugina e compagna-amica complice degli anni dell’infanzia e poi, in modo piú forte e definitivo, degli inquieti anni dell’adolescenza (avendo lei cinque anni piú di me), non ha bisogno di parlare perché ci troviamo subito avviluppati in una nostra comune storia altalenante. Storia di malattie, certo, anche se diverse, anche se sempre tra loro colloquianti in un sussurro di antiche matrici traumatiche e proprio per questo passate sotto il silenzio di ciò che è un paesaggio da sempre accettato, persino ovvio. Quasi sempre mi accoglieva in pantofole e vestaglietta... Lei si rifugiava nel letto stretto di monaca, mentre il mio sguardo lentamente si aggirava intorno ai rari mobili di francescana essenzialità. In un angolo il letto, dal lato opposto una scrivania rettangolare su cui erano adagiati pochi mucchi di carte e di libri, da studentessa che si preparasse a un esame perpetuo. Dal lato piú basso del letto mansardato l’unica finestra che dava su un cortile e tetti e cupole di una Roma dai toni soprattutto ocra... la cronaca dice che il pomeriggio di una domenica, l’11 febbraio 1996, il corpo insieme munto e sgonfio di Amelia si era gettato da quella bassa finestrella del quinto piano. Sfiorando le verdi foglie di una grande pianta esotica aveva sfondato il pavimento di un corridoietto sottostante, un lungo volo... un tonfo da nessuno udito in quella domenica vuota e grigia... Un taxi mi trasporta nel luogo del fatto... A pochi metri macchine della polizia, rossi furgoni dei pompieri. Come un automa salgo le scale, suono alla porta... da dentro mi dicono che non posso entrare... il cadavere è all’interno del cortiletto, di difficilissimo recupero. Sono già accorsi quelli della scientifica... mi trovo ad abbracciare la vecchia domestica: “La signora sembrava stare meglio”».
Poi Aldo bussò all’appartamentino sotto quello di Amelia. Gli aprí l’amico Paolo Ungari che, seduto in una poltrona, riceveva le domande perentorie di un giornalista a cui cercava di rispondere con precisione, ma con la testa a quel cadavere lí sotto.
Ecco che iniziano a entrare nel mio racconto visioni. E il tempo si frantuma e si ricompone, come nei suoi versi. Il tempo di un libro è pur sempre altro da quello reale. È la memoria involontaria a dettarlo, che accresce la realtà vissuta. Ho letto da qualche parte che Almodóvar, un regista che amo, ha in mente un film dove il protagonista, invecchiato e senza piú la vocazione artistica, si aiuta con l’eroina per ricordare. Io sono una persona dai gusti meno estremi e mi accontento della marijuana, sperando di riaccendere gli ultimi fuochi del Novecento.
Il baretto di piazza Argentina, che ci vedeva spesso seduti a bere un succo di frutta o una tazza di tè, ora non è piú quello. Ero passato lí davanti da poco. Quel bar aveva una saletta interna e un giovane cameriere veniva a prendere le ordinazioni con aria allarmata. Era come se sapesse che Amelia non sarebbe riuscita a tenere in mano la tazza di tè che aveva appena chiesto, che prima o poi all’improvviso sarebbe caduta, frantumandosi sul pavimento lucido. Amelia sembrava contenta che l’accompagnassi, era serena, non sospettava di nulla. Parlavamo di poesia e di magia, del suo Lorenzo Calogero, del suo Rocco Scotellaro, che sembravano vivi accanto a noi. Se accennavo a René Crevel, il mio amato surrealista suicida, le si allargavano gli occhi. La politica faceva capolino raramente nei nostri discorsi. Era primavera inoltrata e lei avrebbe voluto andare al mare a prendere il sole. Facevamo programmi, gite in Abruzzo, voleva vedere il mio paese d’origine: Celano. Aveva sentito parlare del Castello Piccolomini, aveva visto l’affresco di Giotto della Morte del cavaliere di Celano, dove era raffigurato san Francesco con la morte in diretta del cavaliere. Conosceva naturalmente il Dies Irae, attribuito a Tommaso da Celano. «Al dunque sei lunatico perché sei nato nell’antica Celene, il paese della luna!» esclamò ridendo nel suo modo brutale. Mi parlò di Capracotta, dove era andata a villeggiare tutta sola, tra vecchie che la spiavano dietro le finestre. All’improvviso cadde il silenzio, un silenzio pieno di voci. Mi misi a guardare il pavimento, iniziando a bere la mia acqua tonica. Poi tornai sui surrealisti minori. Mi disse che in un viaggio a Parigi aveva conosciuto André Breton. Le sue poesie non la attraevano, ma il romanzo Nadja le sembrava un capolavoro. Guardava la sua tazza di tè, senza bere, come se la temesse.
Amelia “auscultava” le mie parole, come una straniera che voglia perfezionare la lingua, mangiandosi le finali, forse per scovare altri sensi in quelle nuove espressioni, monche. Avevo l’impressione di essere per lei una nuvola di parole. La sua voce a tratti cavernosa era quella di una signorina inglese che pronunciava la nostra lingua per la prima volta arrotando le erre. Poi prese la tazza, che puntualmente scivolò dalle sue dita frantumandosi sul pavimento. Arrivò trafelato il cameriere con una scopa. Pulí i cocci in silenzio, dicendomi poi di non preoccuparmi. Ero, al solito, in fibrillazione. Non sapevo come aiutarla. Avevo letto che gli schizofrenici non sanno tenere nulla in mano, che tutto gli pesa piú del dovuto, che perdono il senso della realtà, piombando in una infernale confusione interiore. Tuttavia mi sembrava ben lontana dalla necessità di un ricovero in una delle cliniche del Portuense o dei colli romani, di cui lei non mi svelò mai i nomi. Amelia sembrava meravigliata, lei per prima, di quella che sembrava una marachella.
«Al dunque, non l’ho fatto apposta» disse e scoppiò a ridere. Quelle innocenti soste al bar assomigliavano a sedute spiritiche. Le parole animavano ombre. E dinanzi a quelle visioni, Amelia non riusciva piú a reggere le tazzine.
Uscimmo e attraversammo la strada per poggiare i nostri avambracci sull’inferriata di piazza Argentina. Era quello un punto dove si vedevano i gatti miagolare a una vecchia gattara che li riforniva di cibo. «Cammino per Roma come fossi cieco» le dissi all’improvviso e lei: «Devo preoccuparmi? Mica finirai sotto un autobus?». Rise, ma subito dopo convenne di non vedere alcunché anche lei. «Ho una gran folla dentro ma, al dunque, non credere, non sono tutti amici». Feci l’abitudine a quel suo concentrato “al dunque” ripetuto anche nelle sue poesie. Parlava in versi, Amelia, con evidenti storpiature, affollate di significati.
Finimmo nel suo appartamento di lungotevere Raffaello Sanzio numero 5, accanto a viale Trastevere, sotto i portici, dove abitò diversi anni. È una strada poco frequentata, rispetto all’imbocco del rumorosissimo viale. Una casa dai soffitti alti, disadorna, con poche suppellettili, provvisoria. E ci abitava dai primi anni Cinquanta. Non era cambiato nulla da quando, in seguito a una sua telefonata allarmata, correvo a portarle il latte per una improvvisa influenza, trovandola a letto, pallida e assorta. Le piaceva la Trastevere senza intellettuali né artisti, solo “popolino”, salvo poi temere che i baristi le vendessero caffè drogato e riconoscere molti, anche nel mercatino rionale, coi suoi occhi e con ogni evidenza, come spioni della Cia. Girava a piedi e solo piú tardi e per sfuggire ai suoi spettri, sempre pronti a inseguirla, comperò un Ciao e quando quelli della Cia lo rubarono, ripiegò su una bicicletta.
Torno indietro con la memoria, fumando l’ultima parte della canna, ed eccoci a piazza Venezia, tra corridoi di turisti di ogni nazionalità. Raggiungiamo zigzagando via dei Fori Imperiali, la strada che costeggia gli antichi luoghi dove zoccolavano i grandi poeti latini. Ed è come se ogni volta incontrassi Orazio, Catullo, Virgilio con le loro tavolette di cera sottobraccio, dove brillavano i loro versi eterni. Amelia non sopportava quella folla e mi spinse a tornare indietro, a ficcarci nella birreria Marconi come fosse un porto buono. Quella birreria era affollata di turisti ridanciani e canterini. Bevvi un boccale di birra in silenzio, mentre lei squadrava uno per uno gli uomini seduti che la occhieggiavano, senza sospettare che era la sua bellezza ad attirarli, quei grandi occhi azzurri, cangianti, che a volte mi sembravano d’un verde bottiglia. Gli spettri della Cia avevano smesso da poco di seguirla come vecchi detective storditi. La spiavano ormai attraverso un satellite. Preferivano tenerla d’occhio con mezzi tecnologici avanzati, prima di incastrarla sola in qualche vicolo del centro. Forse si sentiva protetta da me che ignoravo il pericolo che correvamo assieme in quella birreria. All’improvviso mi invitò a uscire. Non sopportava ancora una volta la folla dei tedeschi e degli inglesi assembrati nel locale. Quasi fuggendo e sempre volgendosi indietro, imboccammo via del Corso e raggiungemmo piazza del Popolo. Tornò a essere calma, a ridere. Intanto ero zuppo come una spugna della sua agitazione; me l’aveva trasmessa proprio tutta. Ero al dunque posseduto da una maga. Il suo corpo diafano era entrato dentro di me. Seduti all’interno del bar Canova, Amelia ordinò un bicchiere d’acqua, meravigliando il cameriere. Mi confessò che non poteva ingoiare niente di alcolico per via di certi farmaci che calmavano la sua ansia. Io avevo ordinato un dolce. Il cameriere tardò e Amelia non volle attenderlo. Mi scusai con la cassiera, che subito avvertí il cameriere. All’uscita, davanti al bar Rosati, una donna con il volto fasciato da uno scialle colorato e una gonna lunga, zingaresca, camminava nervosa avanti e indietro. «È la signora Morante, non l’hai riconosciuta?». La scrittrice salutò un ragazzo ed entrò nel bar. Non capii allora perché non volle presentarmela. Molto piú tardi seppi che non si piacevano affatto. La moglie di Moravia la riteneva semplicemente una pazza e Amelia la evitava come una grande borghese.
Entrò alla Feltrinelli, seguita dall’occhiuto libraio Conticelli, che spesso le lasciava prendere qualche libro senza che dovesse passare alla cassa. All’uscita ci salutammo. Fuggii verso il 99 che mi avrebbe riportato a casa dei miei, alla Balduina. Non facevo che squadrare come fossi lei, da capo a piedi, i passeggeri di quell’autobus. Avevo anch’io il respiro della preda.
L’effetto della canna si fa sentire, aprendo sempre piú la botola della mia memoria. Sorridendo a me stesso nel salotto e prousteggiando, mi vedo prendere la metro B e scendere a Piramide. Seduta su una panchina, una donna con i capelli bianchi scomposti parla ad alta voce. È una lingua straniera, rotta da improvvisi silenzi e scoppi d’ira. Ha con sé un carrello pieno di buste di plastica e in mano una specie di rosario.
È una giornata nuvolosa di fine aprile. Il sole gioca a rimpiattino con certi nuvoloni scuri. Si fa vedere, scalda come fosse estate e poi torna a celarsi. Le ragazze hanno ritirato fuori i loro soprabiti, i loro cappottini, anche se sotto fuoriescono pur sempre i leggins. Fuori dalla stazione metropolitana di Piramide, oltre alle solite robuste badanti dell’Est, noto qualche giovane prostituta di colore. Mi viene in mente una foto di Amelia bambina, gli occhi dolci e il naso a patatina, guarda chi la riprende con affetto. I capelli a caschetto, le guanciotte da prendere a pizzichi. Alla bambina si sovrappone l’immagine di lei quarantenne, smunta, con gli occhi fermi, che mi guarda severa e stupita e all’improvviso scoppia in una delle sue feroci risate, come in una poesia di Rimbaud. Ha l’aria di dirmi: «Finalmente, ti sei deciso!». Non gliel’ho mai detto ma aveva occhi d’aquila. Quello sguardo mi paralizzava, facendomi diventare di smalto. Anche quella volta non riuscii a entrare nel cimitero inglese di via Caio Cestio, dove è sepolta. Tornai indietro, a passo svelto, verso Piramide. Che cosa mi bloccava ancora non lo so.