7

L’INDOMITA VOLONTÀ DI JANE EYRE

In complesso, l’autobiografia di Jane Eyre
è essenzialmente una composizione anticristiana
.

Elizabeth Rigby

Quando un libro è amato dai lettori e odiato dai critici contemporanei è lecito sospettare che sia in atto una rivoluzione nella coscienza. Questo fu sicuramente il caso di Jane Eyre. Currer Bell, lo pseudonimo col quale Charlotte Brontë pubblicò il romanzo, venne accusato di “aver commesso la più grave offesa morale che uno scrittore di romanzi possa commettere, quella cioè di rendere interessante agli occhi del lettore un personaggio indegno”. Il libro venne definito indecente e volgare, compiacente col gusto del pubblico “per le relazioni illegittime”. Quanto al carattere dell’eroina, “Jane Eyre è la personificazione perfetta di uno spirito ribelle e caparbio... ha ereditato in massima misura il peggiore peccato della nostra natura corrotta: il peccato d’orgoglio”.

Queste critiche vennero avanzate da una donna, Elizabeth Rigby, sulla Quarterly Review nel 1848, l’anno dopo la pubblicazione del romanzo, che era ormai diventato uno strepitoso successo. Questa stessa donna-critico si prese il disturbo di mettere in discussione la voce che circolava secondo la quale Currer Bell era una donna, spiegando che le descrizioni di cucina e di moda non potevano venire da una penna femminile. Inoltre sosteneva che il libro avrebbe fatto più male che bene alle governanti, e per buona misura condannava Jane Eyre come una “di cui non ci dovremmo curare come conoscente, che non dovremmo cercare come amica, che non dovremmo desiderare come compagna e che dovremmo accuratamente evitare come governante”.

Non varrebbe nemmeno la pena, forse, di citare questo assurdo assassinio di un personaggio, se in realtà non presagisse le accuse contro ogni grande romanzo dell’Ottocento e del Novecento che rappresentasse una donna come un complesso essere umano, invece che come uno stereotipo. Inoltre presagiva gli attacchi odierni contro la rabbia, la ribellione e l’anticonformismo delle donne – esemplificati nella vita o nella narrativa. Perché Jane altro non è che una ribelle. Non mente, nemmeno quando sa che le sue menzogne potrebbero spianarle la strada. Dal momento in cui la conosciamo, Jane lotta contro l’ingiustizia della sua sorte e rifiuta di lasciarsi convincere che l’umiltà sia la sua unica opzione. Per molti versi, è la prima eroina moderna della fiction.

La perenne popolarità di Jane Eyre presso i lettori è sicuramente dovuta all’indomabile spirito di Jane. Avendo ogni motivo per sentirsi schiacciata, scoraggiata, sconfitta, Jane conserva una volontà indomita. Jane non è né bella né ricca, non ha una famiglia che la coccola, eppure pare possedere il tesoro più prezioso che una donna possa avere: il rispetto di se stessa. Questo soltanto fa di lei un’eroina ispiratrice. Nessuno può toglierle l’intima stima di sé. E questo appare evidente fin dall’inizio del libro, quando la decenne Jane dice alla sua presunta “benefattrice”, la signora Reed (che l’ha ingiustamente punita separandola dai cugini): “Non sono degni della mia compagnia.” Amiamo Jane perché ci pare consapevole del proprio valore personale: cosa imperdonabile nelle ragazze e nelle donne.

È il coraggio che la salva a Lowood, una scuola in cui le punizioni vengono assegnate ingiustamente e le ragazze si riducono a soffrire la fame e ad ammalarsi. Helen, che accetta supinamente le ingiuste punizioni, muore. Jane invece sopravvive perché non le accetta. È notevole il numero di volte in cui Jane dice cose che sa di non dover dire, come se fosse spinta da una forza irresistibile. È attiva laddove la disciplina dovrebbe suggerirle di essere passiva. Dice la verità quando ci si aspetta da lei adulazione. Agogna al vasto mondo, mentre si suppone che dovrebbe accontentarsi del suo angoletto. “Non potevo farci niente: l’inquietudine era nella mia natura,” dice Jane, camminando avanti e indietro al terzo piano di Thornfield Hall. “Le donne provano le stesse cose che provano gli uomini,” dice. “Hanno bisogno di esercitare le loro facoltà e di un terreno per i loro sforzi.”

Quando un libro è stato tanto scopiazzato quanto Jane Eyre, quando ha dato luogo a tante cattive imitazioni, a tanti film e adattamenti, bisogna tornare al testo originale e leggerlo come se fosse la prima volta. Quello che di solito è stato tanto imitato di questo romanzo non è lo spirito dell’eroina, ma la tetra magione col suo oscuro segreto, il suo cupo eroe e lo sfortunato amore tra i due personaggi principali. Questi a mio avviso sono gli elementi meno importanti del romanzo. Se Jane fosse un’eroina passiva, non ci lasceremmo catturare dai romantici merli del tetro maniero di Thornfield o dal burbero fascino del signore di Rochester. Sono l’ostinazione di Jane, la modernità della sua lotta per l’indipendenza che ci attirano nel racconto. Dal primo istante in cui conosciamo Jane Eyre, capiamo subito che è di una razza diversa.

Come scrittrice, quel che più mi interessa in Jane Eyre è il modo in cui Charlotte Brontë ha trasformato il proprio materiale autobiografico per creare un mito più grande e più potente delle parti che lo compongono. Pare che Charlotte e le sue sorelle avessero veramente una zia odiosa che aveva tentato senza successo di sostituire la loro madre morta. E pare che fossero state effettivamente mandate in una severa e dura scuola di carità, non molto dissimile da Lowood. E pare anche che Charlotte si fosse veramente innamorata di un uomo sposato – M. Heger, il direttore della scuola di Bruxelles dove per un certo periodo Charlotte insegnò. Ma il modo in cui Charlotte ha cambiato questo materiale è assai più interessante di tutte le possibili coincidenze con la sua autobiografia. La Brontë colloca la lotta non in una scuola di Bruxelles, ma in una sinistra casa di campagna dell’Inghilterra del Nord, da cui l’inquieto padrone va e viene in continuazione. La casa rappresenta il fato della donna dell’Ottocento: essere chiusa, relegata, senza nessuna speranza di fuga. Non solo Jane è prigioniera in questa casa, ma lo è anche il suo alter ego, Bertha Manson, la moglie pazza, rinchiusa in soffitta. E il mistero si snoda attorno alla scoperta della moglie pazza, la cui esistenza viene negata anche quando le sue furie minacciano la vita degli abitanti della casa.

È stato il genio di Charlotte Brontë a trovare una triplice rappresentazione della donna dell’Ottocento: la bellicosa Jane, l’animalesca Benha e la magione destinata a bruciare per il suo contenuto incendiario. Se Bertha è la sessualità negata, allora Jane è la libertà negata, ma sono tutt’e due aspetti della femminilità prigioniera. Thornfield Hall rappresenta le antiquate regole imposte alle donne – che non le possono sopportare più di quanto possa reggere una casa con una pazza furiosa rinchiusa dentro.

Di certo l’autrice non era consapevole di tutta questa simbologia. Altrimenti non avrebbe saputo renderla tanto convincente. Ma l’inconscio di un artista è il suo più grande tesoro. È quello che trasforma la scoria dell’autobiografia nell’oro del mito.

Jane Eyre prende la forma di un pellegrinaggio in cui una bambina vecchia prima del tempo, allevata nelle circostanze più soffocanti, a poco a poco trova il modo di sbocciare. Ma prima deve sottostare a molte prove. Deve respingere una serie di figure ipocritamente maschili che si sentono in diritto di dirigerla e governarla. Deve respingere il destino di essere una vittima femminile – l’unico modello che le altre donne le offrono. E deve respingere le suppliche del suo potenziale amante finché non sarà anche lui trasformato dalla sua personale odissea purificatrice.

Per essere pari a Jane Eyre, Rochester deve rinunciare a tutte le altre donne, vedere il proprio patrimonio andare in fumo, perdere un occhio e una mano e sentirsi pieno di gratitudine, mentre prima era arrogante e dispotico. Solo quando Rochester sarà così trasformato, lui e Jane potranno vivere per sempre felici e contenti.

L’abilità di Charlotte Brontë sta nel creare un mito che incarna l’appagamento del desiderio femminile. L’universo di Jane Eyre opera secondo leggi femminili. Il successo di Jane come eroina dipende dalla sua capacità di infrangere le regole stabilite per le donne dell’Ottocento. Esplicita quando dovrebbe essere sottomessa, ribelle quando dovrebbe essere grata, pare che nessuno abbia detto a Jane Eyre che è più brutta delle sorellastre di Cenerentola e che non ha motivo di respingere un ricco corteggiatore ancora prima di sapere di essere un’ereditiera. È una fiaba che rovescia tutte le regole delle fiabe. Non c’è da stupirsi se colpisce il lettore come uno squarcio di luce nel cuore delle tenebre.

Il romanzo si basa per buona parte sulla sensibilità dell’eroina ai sogni e alle visioni – come se l’autrice ci volesse dire che solo una donna a contatto coi suoi sogni più segreti può avere la forza di sopravvivere in un mondo così letale per le donne. I sogni hanno un’importanza cruciale in Jane Eyre. La sera prima del giorno in cui Jane deve sposare il già sposato Rochester, profeticamente sogna “che Thornfield Hall era diventata uno squallido rudere, rifugio di pipistrelli e gufi”. La casa è ridotta a “un muro vuoto, altissimo e fragile”, e Jane vaga tra le rovine con un bambino sconosciuto in braccio.

Forse il bambino rappresenta l’innocenza che Jane sta per perdere. In chiesa, il giorno dopo, il matrimonio viene annullato per la rivelazione della bigamia di Rochester. Siccome pensa che Bertha Manson sia “una iena vestita” che era stato costretto a sposare, Rochester non si fa nessuno scrupolo di tradire la moglie demente. Ma Jane, pur amandolo, rifiuta di lasciarsi trascinare nel suo stesso errore. Lui aveva sposato Bertha per interesse e a questa falsità non si può riparare facilmente. In questo universo femminile, non si perdona a un uomo un cinico matrimonio d’interesse, anche se è la regola in quell’ambiente sociale. Perciò Jane, pur col cuore spezzato, lascia Thornfield Hall. Vaga nei boschi oscuri del suo destino, scopre di essere un’ereditiera, viene chiesta in moglie da un altro uomo (l’austero parroco St. John) mentre l’anima di Rochester si purifica.

Rochester sarà anche arrogante e pieno di boria maschile, ma non è freddo e calcolatore come St. John. Anzi, è proprio St. John che desta in Jane la certezza di potersi sposare solo per amore. Lui vuole Jane perché ritiene che sarà una brava missionaria in India, non perché l’ama. Questa Jane sente come se “un cerchio di ferro si fosse stretto attorno a lei”. Non può permettersi di essere se stessa davanti a un uomo dalla “fronte imperiosa ma non aperta” e dagli “occhi luminosi, profondi, indagatori... mai dolci”. Ma rifiutandosi di sposarlo, dice: “Avrei avuto sempre il mio io profondo, rimasto intatto, a cui rivolgermi: i miei sentimenti naturali e liberi con cui comunicare nei momenti di solitudine. Ci sarebbero stati angoli della mia mente che sarebbero stati soltanto miei.” Come moglie di St. John sarebbe diventata “la fiamma imprigionata” costretta a bruciare soltanto dall’interno.

Jane è forse la prima eroina di romanzo che abbia capito di avere bisogno della propria identità più che del matrimonio. La sua determinazione a non rinunciare al proprio io per amore potrebbe essere quella di un’eroina moderna.

Jane può tornare da Rochester solo quando può dirgli: “Sono una donna indipendente, adesso.” E può cedergli solo quando lui le dice: “Tutta la melodia del mondo è racchiusa nella lingua della mia Jane che mi sussurra all’orecchio.” “Mi si riempirono gli occhi di lacrime a questa confessione della sua dipendenza da me,” dice Jane. E infatti non può sposare Rochester finché non sa che lui dipende da lei, quanto lei da lui. Le loro odissee li hanno messi alla pari: Jane è diventata una donna indipendente e Rochester è guarito dal suo dispotismo. Solo così un uomo e una donna possono diventare pari in una società patriarcale.

Siamo attratti da quei miti che dicono la verità sulla nostra vita interiore. Jane Eyre dura nel tempo perché dice la verità su quel che rende possibile il matrimonio fra due menti. La scarpa calza a pennello – assai più della scarpetta di cristallo di Cenerentola. Gli uomini devono spogliarsi dell’arroganza e le donne devono diventare indipendenti perché l’alleanza tra i due sessi possa diventare reciprocamente vantaggiosa. L’inconscio di Charlotte Brontë era più avanti del suo tempo.