La forma di governo più adatta all’artista è nessun governo.
Oscar Wilde
Il materiale pornografico è sempre stato presente nell’arte e nella letteratura di ogni società in ogni periodo storico. Quello che è cambiato da un’epoca all’altra – o anche da un decennio all’altro – è stata la possibilità per tale materiale di crescere pubblicamente e di circolare legalmente. Paradossalmente nelle società elitarie ci sono meno richieste di censura che in quelle democratiche, dato che le società elitarie funzionano come censori de facto, tenendo certi materiali fuori della portata degli oi polloi. Con il crescere della democrazia, quindi cresce anche la domanda di controllo legale sull’erotico, sul pornografico e sullo scatologico. Il nostro secolo è un perfetto esempio delle oscillazioni del gusto nei confronti di questo materiale. Siamo passati dal mettere al bando e bruciare D.H. Lawrence, James Joyce, Radclyffe Hall, Henry Miller e altri artisti d’avanguardia all’inizio del secolo, alla lotta appassionata per liberare la letteratura dalla censura verso gli anni Cinquanta, per finire ora con una nuova ondata di reazione.
Dopo circa cent’anni di battaglie per la libertà di stampa, ora scopriamo che i nemici della libertà sono aumentati invece di diminuire. Sono cristiani, musulmani, regimi totalitari e oppressivi, e anche individui animati da buone intenzioni, come femministe, insegnanti, membri di consigli scolastici e bibliotecari. La cosa non dovrebbe sorprenderci, dato che, come ha detto Margaret Mead una quarantina di anni fa, la domanda di una censura di stato solitamente è “la reazione alla presenza all’interno della società di gruppi eterogenei con diversi standard e diverse aspirazioni.”* Man mano che la nostra cultura diventa più eclettica, ci possiamo aspettare ulteriori richieste di censura. Quindi per noi è essenziale capire che ruolo e che valore ha la pornografia nella nostra vita.
Il nostro compito è reso più difficile e confuso dal fatto che la parentesi di libertà di cui abbiamo brevemente goduto negli anni Sessanta, Settanta e all’inizio degli Ottanta ha portato alla proliferazione di materiali sessuali così brutti, misogini e di puro sfruttamento, che davvero è impossibile difenderli. Artisticamente, tuttavia, possiamo credere che il primo emendamento li protegga. È stata aperta la porta a libri come Lolita, l’amante di Lady Chatterley, Tropico del Cancro, Coppie, Il lamento di Portnoy, Paura di volare, ma sono entrati anche Debbie Does Dallas, Gola profonda e Snuff. C’è stato un diluvio di pornografia così offensiva per le donne, da provocare comprensibilmente l’ira di molte femministe. La pornografia inoltre è diventata un’attività enormemente lucrosa una volta eliminate le restrizioni legali, e questo ha dato luogo a un’altra ondata di reazione.
Ora ci troviamo davanti a un bivio, dove molti ex libertari e liberal vogliono improvvisamente proibire il materiale sessuale. Il vecchio sogno dell’avant-garde secondo cui, liberando l’oppressione sessuale, si sarebbero anche liberati gli esseri umani dalle loro inibizioni e limitazioni, è svanito. Pensiamo di essere più tristi e più consapevoli di dove conduca la libertà sessuale, ma in realtà non abbiamo mai veramente goduto di essa. Ne abbiamo solo strombazzato ai quattro venti il simulacro.
Voglio saltare a piè pari, per il momento, la rivalutazione della cosiddetta rivoluzione sessuale e prendere invece in esame l’impulso a creare pornografia e il ruolo che esercita nelle opere d’arte. È un dovere che abbiamo verso noi stessi tentare di capire gli impulsi verso la pornografia, l’erotismo e la scatologia, prima di riprendere il dibattito a proposito dell’uso che se ne fa e dell’opportunità o meno di proibirli.
Uso “erotismo” e “pornografia” come due termini intercambiabili, perché sono arrivata alla conclusione che solo lo snobismo li divide. Un tempo credevo che la pornografia fosse semplicemente un aiuto alla masturbazione, e l’erotismo invece qualcosa di tono più alto e spirituale, come il monologo di Molly Bloom nell’Ulisse. Ora dubito di questa distinzione. Tutti gli artisti visivi – dallo scultore anonimo della minoica dea-serpente a seno nudo, ai pittori degli affreschi di Pompei, a William Turner e a Pablo Picasso – sono stati attratti dall’erotico e dal pornografico. E così pure gli artisti della penna nel corso dei secoli. A volte l’impulso è stato a stimolare i genitali; a volte a stimolare la mente. Dato che mente e genitali fanno parte dello stesso organismo, perché distinguere tra sogni masturbatori e sogni estetici? Certamente esiste anche un’estetica della masturbazione, ma la nostra società è troppo “sesso-negativa” per esplorarla. In ogni modo, è ora di tornare alle origini dell’impulso pornografico ed esplorare le ragioni per cui questo impulso è tanto tenace.
1601 di Mark Twain è un ottimo punto di partenza. Anche se Mark Twain è vissuto nell’era vittoriana e sapeva che non avrebbe mai potuto pubblicare ufficialmente le sue fantasie pornografiche, tuttavia esse impegnavano le sue energie, e Twain ne andava talmente fiero da cercare di distribuirle tra i suoi amici.
Nel caso di Mark Twain, la pornografia era parte essenziale della sua opera perché alimentava altri tipi di libertà di espressione. Gli diede la libertà di creare una nuova specie di vernacolo americano, racconti in prima persona che introducevano schemi del parlato americano e rivelavano l’anima dell’America come mai era avvenuto prima. Gli esperimenti con la pornografia, la scatologia e l’erotismo gli permisero di esplorare l’inconscio comune e di creare alcuni dei miti più profondi su cui si basa la cultura americana.
1601... Conversations as It Was by the Social Fireside, in the Time of the Tudors di Twain mi affascina perché dimostra la passione dello scrittore per la sperimentazione linguistica, e come tale sperimentazione fosse legata alla sua coazione alla “deliberata licenziosità”.
L’espressione “deliberata licenziosità” è naturalmente di Vladimir Nabokov. Nabokov è sempre stato legato all’impulso di creare pornografia con “la verve di un raffinato poeta in vena di salacità” e si rammaricava della piattezza della pornografia contemporanea dove “l’azione deve limitarsi alla copula dei cliché”. Motivato da una così “blanda lussuria,” l’appassionato di pornografia si spazientisce a ogni tentativo di destrezza verbale e di arguzia linguistica. Non dimentichiamo che Henry Miller ha fallito miseramente come pornografo prezzolato, perché non riusciva a escludere la poesia da quello che scriveva, come avrebbe voluto il suo anonimo datore di lavoro. Se la passava meglio Anaïs Nin col suo Delta di Venere e con Uccellini. Per Henry Miller, la pornografia aveva importanza proprio perché faceva scaturire in lui la poesia!
L’atteggiamento di Henry Miller nei confronti del pornografico è antico. Pornografia e poesia procedevano accostate nella letteratura latina, nella letteratura del Rinascimento e del Settecento. I voli pornografici di Catullo, Ovidio, Petronio e Giovenale non sacrificavano nulla allo stile. Boccaccio, Villon, Rabelais, Cervantes, Shakespeare, John Donne e Andrew Marvell si divertivano a rendere poetico il licenzioso. Jonathan Swift, Alexander Pope e Laurence Sterne si inebriavano tanto di licenziosità quanto di linguaggio.
“Nessuno scrittore dovrebbe essere costretto a preoccuparsi dell’esatta linea di demarcazione tra il sensuale e l’erotico,” dice Nabokov. Lasciamo che siano i censori a preoccuparsi di distinzioni tanto ipocrite. L’artista ha un altro compito: liberare l’immaginazione e lasciare vagare la parte selvaggia della mente. La verve pornografica della letteratura antica era la sua ispirazione. In questo, Nabokov avrebbe riconosciuto un fratello in Mark Twain.
Decidendo di scrivere dal punto di vista “del Pepys del tempo, coppiere della regina Elizabetta,” in 1601 Mark Twain si trasferiva in un mondo che esisteva prima dell’invenzione dell’ipocrisia sessuale. Gli elisabettiani erano apertamente licenziosi. Trovavano divertenti le funzioni corporee e il sesso eccitante per la musa. I begli spiriti della Restaurazione e gli scrittori satirici dell’età classica mostravano la stessa apertura mentale verso le funzioni corporali e un grande rispetto per l’eros. Solo nell’Ottocento la pruderie (unita alla minaccia della censura legale) cominciò a paralizzare la mano dello scrittore. Shakespeare, Rochester e Pope erano molto più obbligati politicamente, ma il fatto è che a loro non si chiedeva di mettere il preservativo quando si trattava di sesso. Erano felici di rammentare al lettore la sporcizia del corpo. Seguivano una tradizione classica che spesso esprimeva l’indignazione morale attraverso la scatologia. “Oh Celia, Celia, Celia caga,” declama Swift (in una delle sue poesie cosiddette impubblicabili), e scrive come se Celia fosse la prima donna della storia a fare una cosa del genere. Swift ridimensiona le convenzioni dell’amore cortese (e intanto sfoga anche la sua profonda misoginia), ma lo fa in uno spirito che Catullo e Giovenale avrebbero riconosciuto. La satira sferza il mondo per riportarlo alla ragione, dipinge la danza dei satiri intorno alle nostre follie.
La scatologia di Twain serve altrettanto bene a questo scopo, ma fa anche da riscaldamento al suo processo creativo, come se fosse una specie di condotto d’alimentazione. Incastrato nel puritano Ottocento, Mark Twain rimpiangeva la libertà degli antichi. Sostenendo in 1601 la “deliberata licenziosità”, Twain si concedeva il dono della libertà.
Ancora più interessante è il fatto che Twain scrivesse 1601 nella stessa estate in cui stava “scrivendo a rotta di collo un nuovo libro” – i primi sedici capitoli di un romanzo cui accennava allora come “all’autobiografia di Huck Finn”. L’accostamento non è certo casuale. 1601 e Huckleberry Finn hanno molto in comune, oltre alla sperimentazione linguistica. Secondo Justin Kaplan, in Mr. Clemens and Mark Twain, i due libri erano “impliciti rifiuti dei tabù e dei codici della società civile ed erano entrambi esperimenti dell’uso del vernacolo come mezzo di espressione letterario”.
Che rapporto c’è tra Huckleberry Finn e 1601? Come scrittrice di professione, con un processo creativo spesso simile a quello di Twain (lavoro discontinuo su romanzi ambiziosi, blocchi creativi durante i quali metto da parte un lavoro e mi dedico ad altri progetti, e periodi dedicati a viaggi e conferenze), credo di capire la strategia creativa di Twain. Afferrava la musa di soppiatto, in modo che lei non stesse troppo rigida e tentasse di sfuggirgli.
Tutti gli scrittori sanno che un libro comincia a vivere solo quando la voce del narratore diventa viva. Puoi avere l’idea della trama, i personaggi possono ossessionarti durante la notte, ma il libro non decolla finché non senti la voce nell’orecchio. E ogni libro ha una sua voce particolare, come diversa e particolare è la voce di ogni figlio. Può essere simile a quella di un altro rampollo, ma ha sempre un timbro particolare, i suoi particolari ghiribizzi.
Per trovare la vera voce del libro, lo scrittore deve essere libero di muoversi senza timore di rappresaglie. Tutti i blocchi creativi vengono da un eccesso di autocritica, dalla voce interiorizzata di un genitore, dall’atteggiamento troppo critico che dice all’immaginazione dello scrittore che è un cattivo bambino (o una cattiva bambina). “Ah,” dice lo scrittore, “mi farò beffe della voce del perbenismo genitoriale e sarò libero!” Ecco perché lo spirito pornografico è sempre legato alla creatività libera, senza legami. Noi artisti subiamo il fascino del sudiciume perché sappiamo che ogni essere umano nasce nella sporcizia. Gli esseri umani vengono alla luce tra piscio e merda, e così pure romanzi e poesie. Solo liberandoci delle inibizioni che ci fanno inchinare al decoro sociale possiamo esplorare le profondità dell’inconscio. Con il gioco pornografico, asseriamo la nostra libertà. Se abbiamo fortuna, conserviamo questa libertà abbastanza a lungo per creare un capolavoro come Huckleberry Finn.
Ma i due impulsi non sono semplicemente in relazione: tra loro c’è un rapporto causale.
Quando Huckleberry Finn venne pubblicato, nel 1885, Louisa May Alcott evidenziò esattamente la cosa più importante del libro, sia pure per condannarlo: “Se il signor Clemens non riesce a pensare a niente di meglio da dire ai nostri ragazzi dalla mente pura, farebbe meglio a smetterla di scrivere per loro.” Quel che la Alcott non sapeva, era che “i nostri ragazzi dalla mente pura” non sono affatto tali. Mark Twain invece lo sapeva. Non c’è da stupirsi se durante quell’estate di alto spirito scatologico Twain desse vita alla voce irriverente di Huck. Se Piccole donne non riesce ad andare in profondità come il capolavoro di Twain, è proprio perché la preoccupazione della Alcott era la purezza di mente. Il perbenismo è da sempre nemico dell’arte. Se ti preoccupi di quel che diranno amici, vicini, genitori e censori dalla supposta mente pura, non potrai mai creare un’opera che sfidi le restrizioni della mente consapevole ed esplori il mondo dei sogni.
1601 è deliberatamente licenzioso. Si diverte ad appestare l’aria del perbenismo. Si diverte a descrivere grandi boati di peti, che producono enormi fetori, e cazzi che sono duri finché una fica non “li fa afflosciare”. In mezzo a tutta questa volgarità, la compagnia riunita parla di varie cose: poesia, arte, teatro, politica. Twain sapeva che la musa vola sulle ali della flatulenza e si divertiva talmente a scrivere questo pastiche elisabettiano che ancora oggi, a centoventi anni di distanza, brillano gli sprazzi del suo humour. Vi sfido a leggere 1601 senza sbellicarvi dalle risate.
Negli ultimi anni intorno alla pornografia si sono scritte un sacco di sciocchezze bigotte e politically correct. La pornografia, ci dice Catherine Mackinnon, arrogante e autoconsacrata femminista, è l’equivalente di un attacco contro le donne e può essere veramente causa di stupri.* La pornografia, rincara Andrea Dworkin, compagna d’armi della Mackinnon, è una forma di stupro. **
Finalmente un coro di femministe più giovani si è fatto avanti a contestare queste asserzioni sconsiderate. La pornografia, dice Susie Bright, è necessaria alla liberazione. La pornografia, dice Sallie Tisdale, è voluta sia dalle donne sia dagli uomini. La pornografia, dice Nadine Strossen, è garantita dalla Carta dei Diritti.
Ma che dire della Carta dei Diritti per gli artisti? Sarebbero mai potute esistere le foto di gigli di Robert Mapplethorpe senza le sue foto di cazzi? Henry Miller avrebbe mai potuto cogliere la trascendenza umana nel Colosso di Maroussi senza aver prima sguazzato nelle fogne di Parigi nel Tropico del Cancro?
Io dico di no. Senza peti, non ci sono fiori. Senza cazzi, non ci sono poesie.
Non è la prima volta della storia in cui si vede un movimento essenzialmente libertario come il femminismo finire in un dibattito sulla purezza. Anche le suffragette del secolo scorso hanno finito per diventare proibizioniste puritane, che dedicavano le proprie energie a proibire di bere e a raccomandare la purezza di mente. Si potrebbe dedurne che la preoccupazione per la purezza di mente è fatale non solo all’arte ma anche ai movimenti politici.
Come mai questo impulso alla repressione salta fuori di colpo in movimenti presumibilmente libertari? E perché questa tendenza a censurare l’artista torna in modo ricorrente? L’artista ha bisogno di essere libero di giocare con l’id per trarne intuizioni per l’ego. Ma l’id fa paura. Sbadiglia come una vagina dentata. Minaccia di mordere via teste, mani e cazzi, e di inghiottirci nei nostri impulsi più neri. La società teme l’id anche se anela alla liberazione che ci può trovare. Ci ritraiamo dal sogno e dalla fantasia, mentre desideriamo abbandonarci a essi. Non crediate: il fango primordiale della creazione è terrificante. Ci rammenta che scarso controllo abbiamo sulla nostra vita e sulla nostra morte. Ci ricorda le nostre origini e ci induce a contemplare il nostro inevitabile annientamento.
L’arte pornografica è ritenuta pericolosa per i movimenti politici perché, come l’inconscio, non è programmabile. È un gioco pericoloso dai risultati imprevedibili. Siccome il sogno è il linguaggio dell’inconscio, l’artista che volesse creare opere di valore deve parlare correntemente la lingua del sogno. La pornografia ha un rapporto diretto con l’inconscio.
Immagino sia per questo che Twain si divertisse tanto a scrivere 1601 durante la stessa estate in cui le avventure di Huck Finn gli fiorivano in testa. Il letame di 1601 ha fertilizzato il giardino delle avventure di Huck. Come ogni scrittore in contatto col proprio id, Twain istintivamente sapeva che sesso e creatività erano correlati. Non poteva riempire Huckleberry Finn di peti, cazzi e fiche, ma poteva divertirsi in 1601 a preparare la propria fantasia alle avventure antisociali che avrebbe attribuito al suo antieroe nell’altro libro.
Nel suo saggio Oscenità e legge della riflessione* Henry Miller suggerisce che “quando nell’arte spunta l’oscenità, in particolare in letteratura, di solito funziona come un espediente tecnico... Il suo scopo è scuotere, introdurre un senso di realtà. In un certo senso, l’uso dell’oscenità da parte dell’artista può essere paragonato all’uso del miracolo da parte dei maestri.” Qui Miller intende dire i maestri spirituali. Lui credeva che Cristo e i maestri dello zen ricorressero ai miracoli solo quando era assolutamente necessario per svegliare i loro discepoli. L’artista usa l’oscenità allo stesso modo. “La vera natura dell’osceno sta nella sua brama di convertire,” dice Miller. L’oscenità viene usata in letteratura come una specie di campanello d’allarme, di sveglia per l’inconscio. L’oscenità ci trasporta in “un’altra dimensione della realtà”.
Quindi 1601 ha avuto un’importante funzione creativa per il suo autore. Ha destato in lui la libertà di sperimentare, di giocare e di sognare sogni scandalosi.
Havelock Ellis una volta ha detto che “gli adulti hanno bisogno della letteratura oscena, allo stesso modo in cui i bambini hanno bisogno delle fiabe, come un modo per sottrarsi al potere ossessivo della convenzione”. L’impulso all’oscenità è un impulso verso la libertà. Coloro che ne hanno paura, temono evidentemente la depravazione che la libertà potrebbe scatenare in loro. Inevitabilmente condannano quello verso cui più si sentono attratti. Il censore è uno che in privato sbava su libri, film e opere visive che proibisce al resto della società.
Nel corso della storia, la voglia di censura è sempre stata più forte in chi si sente più attratto dalla libertà dell’osceno. Stroncando la libertà negli altri, il censore spera di stroncarla dall’interno.
“La liberazione,” dice Henry Miller, “implica liberarsi delle catene, bruciare il bozzolo. Quel che è osceno, sono i movimenti preliminari o anticipatori della nascita, i contorcimenti preconsci sulla faccia di una vita futura.” Miller continua dicendo che l’osceno “è il tentativo di spiare il processo segreto dell’universo”. La colpa del creatore quando capisce che sta per nascere qualcosa di straordinario viene dalla consapevolezza di interferire con i poteri divini, dalla colpa prometeica di impersonare gli immortali. “L’osceno ha tutte le qualità dell’intervallo nascosto,” dice Miller. Ed è
vasto come lo stesso inconscio, e amorfo e fluido quanto la stoffa di cui è fatto l’inconscio. È quello che sale alla superficie come strano, velenoso e proibito e che perciò arresta e paralizza quando sotto forma di Narciso ci pieghiamo sulla nostra stessa immagine nello specchio della nostra stessa iniquità. Riconosciuto da tutti, è nondimeno disprezzato e rifiutato, per cui emerge continuamente in guisa prometeica nei momenti più inattesi. Quando viene riconosciuto e accettato... non ispira più terrore... del fiore di loto che affonda le radici nel fango del torrente da cui è nato.
Sessualità e creatività non sono sempre state separate come lo sono oggi e come lo erano ai tempi di Mark Twain. Tutta la cosiddetta “arte pagana e primitiva” mostra il matrimonio tra creatività e sessualità – o in forma di falli giganteschi, o di proliferanti seni, o di grandi ventri pregni. Ma il divorzio del corpo dalla mente che caratterizza l’era cristiana ha condotto l’artista a curiose strategie di creazione, e a un continuo senso di colpa per il possesso del dono della creazione.
Vediamo questo senso di colpa chiaramente in Mark Twain, e in qualsiasi altro artista. La strategia creativa di Twain di composizione intermittente, la sua paura di lavorare a un libro appena diventava chiaro che il processo della creazione avrebbe inevitabilmente sollevato il velo e lo avrebbe condotto in recinti sacri e proibiti, tradisce la sua ipersensibilità a qualcosa che potremmo chiamare “la colpa post-cristiana dello scrittore” – se non fosse un’affermazione troppo scoraggiante.
Nelle società primitive, l’artista e lo sciamano sono una persona sola. Non esiste discontinuità tra la creazione artistica e il sacro. Lo sciamano-artista crea per venerare e venera per creare.
Non così l’artista nella nostra cultura. Sempre tormentati dal potere della creatività stessa, afflitti da censori dall’interno e dall’esterno, i nostri artisti sono ostacolati da un senso di trasgressione così profondo che spesso ne sono distrutti. Non stupisce quindi che usino l’oscenità per spalancare la porta, per sollevare il velo. Nessuna meraviglia se insistono sul diritto a farlo come se da questo dipendesse – come infatti dipende – la loro vita.
L’artista ha quindi bisogno della pornografia come mezzo per arrivare all’inconscio, e la storia dimostra che, se questa licenza non viene concessa, verrà rubata. Mark Twain fece stampare privatamente 1601. Picasso aveva degli album pornografici che sono stati mostrati solo dopo la sua morte.
Ma che dire della possibilità di accesso a queste opere? Andrebbe limitata? E nel caso, come si dovrà decidere a chi dovrebbero essere vietate queste opere, e chi stabilirà chi dovrà prendere la decisione? Come ho detto prima, questo è un problema che si presenta soltanto nelle società eterogenee. Nelle società omogenee, tradizione e tabù regolano quello che deve essere mostrato e quello che deve essere tenuto nascosto, e l’intera tribù è d’accordo su questo. Non c’è problema. Ma la nostra società è multietnica, multirazziale, multisessuale. Quello che può essere offensivo per un musulmano può non esserlo per un protestante. Quello che è offensivo per un ebreo ortodosso può non esserlo per un ebreo integrato. Quello che è offensivo per una femminista può sembrare libertà di parola a un adolescente voglioso. Non siamo d’accordo nemmeno sulla definizione di “oscenità”.
Chi farà leggi per l’intera società, visto che la società è così eclettica, e nessuno di noi è d’accordo su cosa sia l’oscenità?
Questo è il problema che dobbiamo affrontare oggi. Aggiungete a ciò l’offensiva spietatamente commerciale dei nostri media ormai concentrati in un numero sempre più ristretto di mani, e capirete il pericolo che corriamo. I network televisivi commerciali in America hanno “risolto” il problema escludendo qualsiasi cosa possa risultare offensiva per qualsiasi gruppo possa fare appello ai loro sponsor. Bandite tutto quello che è capriccioso, eccentrico, fantasioso, sessuale, satirico o strano, e il risultato sarà quella specie di omogeneizzato predigerito per lattanti che ci propina oggi la televisione americana. Tutto il paese corre il pericolo di diventare un enorme Disneyland il cui scopo principale è vendere hamburger, hot dog e cianfrusaglie coperte da copyright con le immagini di personaggi dei cartoni animati. I media interattivi – la cui interazione è soprattutto tra carta di credito e raccoglitori d’ordini digitali – sembra vadano allo stesso modo. I puritani hanno già cercato di proibire il sesso nello spazio cibernetico, ma non le vendite. Evidentemente vendere non è considerato osceno in America.
Margaret Mead dice che tutte le società hanno due problemi nei confronti del sesso:
come tenere l’attività sessuale fuori dai canali proibiti che danneggerebbero corpo e anima degli altri o i processi di cooperazione della vita sociale, e come farla scorrere fiduciosamente in quei canali dove può essere considerata una necessità, giacché i bambini devono essere concepiti e allevati in case in cui padre e madre siano legati da una certa dose di interesse sessuale.
Dobbiamo mantenere unite le persone per formare famiglie e dobbiamo crescere figli che possano “concentrare le loro capacità di sensazioni sessuali su persone particolari”. Questi due compiti sociali sembrano facili da svolgere, ma non lo sono. L’attività sessuale casuale deve essere controllata, contenuta, ritualizzata – ma non a detrimento del desiderio stesso. Il desiderio è necessario – non solo per l’arte, ma anche per tenere uniti i genitori. Il sesso può essere una forza distruttiva oppure di coesione, a seconda di come viene usato. Molte società primitive hanno permesso attività sessuali di gruppo in particolari circostanze – per propiziare il raccolto o per celebrare un matrimonio o una festività. “Un’orgia per tutto quello che risulta utile a obiettivi di gruppo smette di essere un’orgia e acquista una sua dignità,” dice Margaret Mead.
Una delle ragioni per cui noi americani siamo così contrari alla pornografia è che non vediamo come essa possa servire a scopi di gruppo. Forse in questo ci sbagliamo. Joycelyn Elders, ex capo dei servizi sanitari americani, qualche anno fa è stata costretta a dimettersi per avere pubblicamente asserito che la masturbazione potrebbe essere utile agli adolescenti – molto meglio dell’attività sessuale precoce e dell’eventuale procreazione altrettanto precoce. La prevalente ipocrisia sessuale degli Stati Uniti ha fatto sì che questa affermazione di assoluto buon senso suscitasse enorme scalpore. Considerando le sue note preferenze, il presidente Clinton avrebbe potuto insignire della Medaglia d’Onore del Congresso la Elders, invece di costringerla a dimettersi.
Quanto a me, le ho fatto tanto di cappello. Qualsiasi idiota può capire che la masturbazione è meno dannosa che restare incinta a dodici, tredici, quattordici, quindici anni... Ma non lo si deve dire in pubblico. Dobbiamo fingere che il desiderio sessuale non esista. Il desiderio sessuale esiste, e ogni società della storia l’ha espresso in arte, letteratura, battute, danze, musica e rituali sacri. Ora dobbiamo affrontare la possibilità che l’eterogeneità della nostra società ci porti a proibire quelle espressioni universali del sentimento umano.
Io credo che la censura sia sempre un male da deplorare in una società libera. Un metodo assai migliore per tenere certi materiali fuori della portata di chi riteniamo troppo giovane o troppo vulnerabile emotivamente è quello di classificare o etichettare il materiale visivo o letterario in modo che i minori, e chi cerca di proteggerli, siano avvertiti. Limitare l’accesso a certi materiali secondo criteri d’età, non significa proibirli. I genitori che ritengono sia loro responsabilità proteggere i propri figli dalla corruzione della televisione, dei film, dei libri e di Internet non devono fare altro che staccare la spina (oppure chiudere a chiave libri e riviste), quando avvertono il pericolo. Non è giusto che i genitori pretendano che lo stato controlli quello che loro non sono in grado di controllare. Altrettanto dicasi per le sètte puritane. Se non riescono a dissuadere i loro giovani adepti dal deliziarsi di quello che ritengono moralmente corruttore che razza di leadership morale offrono? Non possono certo pretendere che lo stato fornisca l’autorità morale che i loro preti non sanno offrire.
Al posto di censurare, io limiterei l’accesso, aumentando la responsabilità dei genitori. E inviterei coloro ai quali i nostri mass media non piacciono a crearne di nuovi in concorrenza. Se proibiamo qualcosa che può offendere qualche gruppo della nostra variegata società, ben presto non avremo più arte, cultura, humour, satira. La satira è per natura offensiva. E lo stesso dicasi delle dissertazioni artistiche e politiche. Il valore di queste espressioni supera di gran lunga il rischio.
Oscar Wilde – che a quanto pare ha detto tutto – ha scritto della censura: “In Francia... pongono limiti al giornalista e concedono all’artista una libertà quasi totale. Qui [in Inghilterra] concediamo libertà assoluta al giornalista e limitiamo l’artista.”
Come molte cose dette da Wilde, anche questa è ancora vera. Cento anni dopo la condanna di Wilde “per volgare indecenza” dovremmo essere più saggi dei nostri antenati nel limitare l’espressione sessuale. In nome della protezione dei bambini, non possiamo affamare gli adulti. In nome dell’armonia sociale, non possiamo proibire l’estasi. Possiamo limitare l’accesso in base all’età. Credo che questo sia il massimo che dovremmo fare. La proibizione può essere discontinua – ma lo è anche la proibizione del fumo ai bambini o delle armi ai criminali. Finché permettiamo alle aziende produttrici di tabacco di rendere i nostri figli dipendenti da una sostanza cancerogena, è pura ipocrisia pretendere la censura dei materiali sessuali con la motivazione che pervertono e corrompono.
Le femministe benintenzionate che asseriscono senza prova che la pornografia è stupro, i cristiani evangelici che hanno così poca influenza sui loro figli da volere che sia lo stato a dar loro una mano, i fondamentalisti islamici che leggono opere di pura fantasia e emettono fatwa contro scrittori creativi, non possono essere i nostri maestri. La nostra preoccupazione deve mantenere viva l’eccellenza intellettuale e artistica anche in una democrazia pluralistica. È una sfida dura e tende a suscitare il fanatismo e il bigottismo negli ideologi accademici. “Ogni idea è un incitamento,” ha detto Oliver Wendell Holmes. Certo questo non significa che dovremmo proibire le idee.
La legge inglese sulla pornografia cerca di bandire certi materiali in base alla loro tendenza “a depravare e corrompere”. La regola Hicklin, sulla quale si sono basate quasi tutte le decisioni inglesi e americane sulla pornografia per oltre un secolo (e che è stata recentemente rimessa in auge da Catherine Mackinnon sotto un altro nome) ha stabilito come test per l’oscenità la sua “tendenza a depravare e corrompere coloro la cui mente è aperta a queste influenze immorali”. L’Obscene Publications Act del 1959 e del 1964 modificava la regola Hicklin pur basandosi sempre sul test di depravazione e corruzione per definire la pornografia e per distinguerla dalle opere dell’ingegno umano che promuovono la scienza medica o l’arte o la letteratura. Bisogna ammettere che si tratta di un test inesatto, molto sottomesso all’influenza delle tendenze politiche. L’attuale legge americana sulla pornografia è altrettanto cattiva. Stabilisce “gli standard della comunità” ed evita completamente la questione degli standard federali.
Quindi oggi non siamo più vicini a una definizione dell’oscenità di quanto lo siamo mai stati e, dato che la nostra società diventa sempre più eclettica, dobbiamo aspettarci ancora più caos e confusione. Si aggiunga il problema che i difensori della pubblica morale non sono sempre completamente sinceri, e spesso risultano motivati da basse ambizioni politiche, e si capirà quanto sia spinoso il dilemma. Nelle sue memorie, Murderers and Other Friends, John Mortimer ha scritto sull’argomento un brano spiritoso:
In quanto difensori, naturalmente ci trovavamo dalla parte dei film e dei libri che l’accusa cercava di mettere al bando. Questo non vuol dire che trovassimo particolarmente attraenti quelle opere. Non è necessario, quando si difende un presunto assassino, pensare che il modo migliore per mettere fine a un matrimonio infelice sia un coltellaccio da cucina infilato nella pancia. I pubblici accusatori cercando di conservare incontaminata la purezza della nostra vita nazionale, possono avere lo stesso atteggiamento. Geoff e io abbiamo dibattuto in aula un caso a proposito di una controversa pubblicazione; c’era un pubblico ministero particolarmente allegro e vivace che tutte le mattine passava davanti alle mie ginocchia di mezza età cinguettando: “Su, dai un bacio, tesoro!”, mentre io me ne stavo seduto tutto mesto a preparare il lavoro della giornata. A quel tempo usavo dei bloc-notes che avevano dei cerchi scuri stampati sulla copertina. Durante l’appello finale rivolto alla giuria, il procuratore disse: “E se questo genere di pubblicazione viene permesso, i giovani saranno corrotti, l’autorità verrà indebolita, la vita familiare sarà in pericolo, e la civiltà come noi la conosciamo, si incepperà fino a fermarsi.” Poi, gettando un’occhiata ai miei bloc-notes, borbottò: “Quanti buchi di culo sul tuo blocchetto, tesoro!”, quindi continuò imperterrito la sua perorazione. La verità è che non sempre i difensori della pubblica morale sono quel che sembrano.
Proprio così. Dobbiamo ammettere che la storia della censura da Anthony Comstock a oggi non è stata particolarmente felice. Inoltre, essendo la gente motivata prima dal potere e poi dalla lussuria, c’è un’inesauribile tendenza umana a usare la censura a scopi politici: per schiacciare gli oppositori, per fare tacere i dissidenti, per impedire cambiamenti nello statu quo, per tenere le donne al loro posto. Dove e quando esistano basi legali per la censura non passa molto tempo prima che vengano usate per schiacciare i derelitti, gli anticonformisti, le donne, le streghe. Siccome la censura è un’evidente arma messa nelle mani dello stato, sono sbalordita dalle femministe che cercano di ridarle vigore. Forse credono di essere lo stato (o che lo saranno presto), nel qual caso resteranno amaramente deluse. La preoccupazione della pubblica morale se non è l’ultimo rifugio del mascalzone, è il primo attacco del fascista. Prima bruciano i libri, come ha detto Heine, poi bruciano la gente. Per “libri”, leggi film, Internet, televisione, tutto quanto.
E chi trae vantaggio dalla censura? Io sostengo che a trarne vantaggio è chi possiede e controlla le concentrazioni di media. Attraverso e leggi della censura, la loro egemonia sulle trasmissioni radio, su Internet, viene protetta. La Christian Coalition dapprima cercherà di controllare Internet con le leggi antioscenità, ma potete star sicuri che la loro definizione di “oscenità” non includerà attività per incoraggiare movimenti militari o per fare proseliti contro la legge per il controllo delle armi, la regulation ambientale, la libertà di scelta dei contraccettivi e l’aborto. L’“agenda” del nemico è sempre oscena.
Per questa sola ragione, io sono contro la censura. Preferisco il caos dell’incontrollabile comunicazione di ogni genere piuttosto che la selettiva messa al bando di certi materiali. Non credo che ci si possa fidare che gli esseri umani stiano al di sopra della politica e si preoccupino di promuovere il bene comune. Il bene comune di un gruppo può essere il male di un altro.
Meglio pensare a punire i violentatori, a rendere sicure le nostre strade per donne e bambini, piuttosto che bandire la pornografia. Meglio spendere il tempo a crescere i nostri figli e a insegnare loro i valori, piuttosto che tentare di controllare televisione, riviste e Internet.
Sospetto che le richieste di censura siano sempre il modo del pigro per influenzare la mente dei giovani. La verità è che insegniamo ai nostri figli attraverso l’esempio che diamo noi stessi e non mediante quel che vedono alla Tv o che pescano in rete. Se noi siamo ipocriti, anche i nostri figli lo saranno. Se siamo onesti, anche loro saranno portati all’onestà. Le comunicazioni di massa non educano i nostri figli, siamo noi che lo facciamo. Tentando di controllare le onde radio, scimmiottiamo il comportamento del dittatore. Rendiamo i nostri media sicuri per la vendita, consegnando loro la futura generazione di clienti e abdicando alla nostra personale responsabilità. Meglio spegnere il televisore che spegnere la nostra capacità di scegliere, di essere genitori e di giudicare.
Le richieste di censura che abbiamo sentito recentemente sono un tentativo di addossare alle comunicazioni di massa tutti i problemi apparentemente insolubili di un mondo violento e sovrappopolato, dove pare che la ricchezza sia diventato l’unico metro di misura del valore. La verità è che le comunicazioni di massa sono solo uno specchio dei nostri valori. Ci mostrano chi siamo e cosa siamo diventati. Se non ci piace quel che vediamo, dovremmo curare il corpo politico malato, non solo cercare di ritoccarne l’immagine. Questo è un modo per non fare nulla, rassicurandoci al tempo stesso del nostro zelo di riforma.
* Margaret Mead, Sex and Censorship in Contemporary Society, in New World Writing, New York, New American Library of World Literature, 1953.
* Vedi Only Words, Harvard University Press, 1993.
** Vedi Letters from a War Zone, 1993, o un qualsiasi altro libro di Dworkin.
* In Henry Miller on Writing, New Directions, 1964.