UNA buia e magica sera, gli occhi dei miei genitori si incontrarono per la prima volta sopra un vassoio di croissant da qualche parte nel centro di Cambridge.
«Ero stata in biblioteca», mi racconta sempre mia madre, «a studiare. Avrei dovuto essere a casa già da ore, ma mi ero persa completamente dentro Cime tempestose. L’atmosfera romantica, l’angoscia, la tragedia, l’amore imperituro! Ebbene, all’improvviso mi resi conto che una bibliotecaria tutta agitata stava spegnendo le luci ordinandomi di andare via. Era preoccupata di perdersi l’inizio del quiz in tivù. Quando uscii dall’edificio era già buio, e sapendo che mi sarei sorbita una lavata di capo appena entrata in casa, saltai in sella alla bicicletta e pedalai il più veloce possibile.
«Mentre percorrevo il lungofiume notai che quella sera la luna era particolarmente luminosa e che le stelle parevano farmi l’occhiolino. Rallentai, ipnotizzata dal riflesso che scintillava sull’acqua illuminando i cigni che ondeggiavano sulla superficie con il capo nascosto sotto le ali. L’aria era ferma e il silenzio della notte era rotto solo dal rumore sommesso della ghiaia sotto le ruote. La mia pelle fremeva di eccitazione. Sembrava una notte di magia e prodigi, pronta per incantesimi e sortilegi. Avrei dovuto continuare a pedalare lungo il fiume, ma i giunchi sussurravano e i rami di un ippocastano mi attiravano verso il ponte. Una civetta mi gridò il suo avvertimento – «Corri a casa!» – ma sulla riva opposta un rospo gracchiava l’invito ad attraversare il ponte, e una stella solitaria brillava nel cielo come un faro, allettandomi a passare sull’altra sponda.
«Proprio in quel momento un profumo delizioso travolse i miei sensi, frastornandomi al punto che rischiai di cadere dalla bici. Caramello caldo, mandorle tostate, focaccine speziate, rum scuro, crostata alla melassa... Cercai di tenere dritto il manubrio, ma la bicicletta, come se fosse posseduta, iniziò a curvare verso il ponte. Tentati di lottare, però quel profumo era inebriante, e in pochi istanti lasciai andare il manubrio, chiusi gli occhi e mi ritrovai a sfrecciare sul ponte, verso il centro della città. Mi fermai davanti a un enorme tendone bianco nella piazza del mercato.
«Abbandonai la bicicletta per terra e osservai il flusso di persone che sbucavano dalle strade laterali e si dirigevano, quasi fossero in trance, verso la tenda. Come in sogno, permisi a quella fragranza dolce e zuccherina di pervadermi mentre attraversavo la piazza e mi infilavo nel tendone.
«All’interno, una cacofonia di luci, suoni e odori tra i più incredibili. A una bancarella un uomo girava la manovella di una macchina argentea, mentre una donna con le guance rosse ne tirava fuori una lunga stringa di salsicce alle erbe. A un’altra, un tizio lanciava crêpe dorate fino al soffitto, poi le guardava veleggiare nell’aria e atterrare al centro della padella. Il suo socio le fiammeggiava e, quando grandi lingue di fuoco si levavano verso l’alto, tutti trattenevano il fiato e poi applaudivano. A un altro banchetto due donne tiravano una grossa palla di pasta appiccicosa, tendendola e facendola oscillare come una fune per poi intrecciarla in una pagnotta e infilarla nella bocca incandescente di un forno in argilla.
«Mi facevo strada tra la folla quando notai lo striscione appeso da un capo all’altro della tenda: CÉLÉBRATION DE LA GASTRONOMIE FRANÇAISE! Non avevo idea di che cosa volesse dire, ma non mi interessava. Stavo ancora seguendo il mio naso, diretta verso la fonte dell’aroma squisito che mi aveva attirata fin lì.
«Un pollo starnazzante mi sfiorò la testa sfrecciando via inseguito da un grasso uomo con una mannaia che gridava qualcosa in francese. Una donna con un cesto di baguette mi urtò, poi borbottò un: ‘Pardon, pardon’. Qualcuno cercò di infilarmi in bocca un pezzo di formaggio gridando: ‘Assaggi, mademoiselle, assaggi!’ Ma io non mi accorsi di nulla. Attraverso un varco nella folla avevo individuato la fonte del profumo inebriante.
«Era bello, con i capelli neri e il fuoco negli occhi. Riflettevano le fiamme delle crêpe flambée, era ovvio, ma a me parvero una finestra sulla passione che gli bruciava nell’anima –, una passione per l’impasto che stava lavorando con grazia e destrezza, le mani che si muovevano l’una sopra l’altra come onde sulla battigia. Per un attimo lo fissai, respirando il suo profumo, gustandolo sulle labbra, assaporandone l’aroma. Non avrei mai immaginato che un essere umano potesse essere così delizioso. Lo osservai incantata mentre modellava l’impasto in croissant perfetti e li disponeva con amore su un’enorme teglia da forno.
«Lui sollevò lo sguardo e mi fissò negli occhi, come se si aspettasse di trovarmi lì. Sorrise, e io mi ritrovai davanti a lui; credo però di essermi librata sopra la bancarella, perché non sentivo più la terra sotto i piedi, e le ginocchia erano troppo molli perché potessi aver camminato fin lì. Ci guardammo negli occhi per quella che mi parve un’eternità. Nessuno dei due parlò, e per un po’ fu come se le parole non fossero necessarie. Poi, con il fiato sospeso, vidi le sue labbra schiudersi e sussurrare la melodia più dolce che avessi mai udito: ‘Mademoiselle, où est l’hôtel de ville?’»
Où est l’hôtel de ville.
Per anni pensai che fosse la frase più romantica dell’universo. Il modo in cui mia madre l’aveva pronunciata, le parole che rotolavano l’una sull’altra, la faceva sembrare così sensuale. Mi disse che era una dichiarazione d’amore, e io le credetti. Immaginavo che il giorno del mio matrimonio Johnny Miller mi avrebbe sollevato il velo e, chinandosi per baciarmi, avrebbe bisbigliato: «Meg, mia adorata, où est l’hôtel de ville». Non ho mai riflettuto su come avrei risposto, perché non mi ero resa conto che si trattava di una domanda.
«Raccontaci di nuovo come si sono conosciuti i tuoi genitori», mi chiedevano sempre Sophie Potter e Tracey Pratt, eccitate, e io descrivevo la scena dell’incontro esattamente come mia madre l’aveva raccontata a me, mentre loro pendevano dalle mie labbra, stringendosi le mani sul cuore.
«Où est l’hôtel de ville», ripetevano con aria sognante alla fine. «Com’è romantico!»
Per abbracciare fino in fondo il mio retaggio culturale, ogni tanto mi mettevo un basco rosso per andare a scuola.
«Parigi è la città più bella e romantica del mondo», dicevo ai miei amici, «e appena sarò abbastanza grande andrò a studiare laggiù. Probabilmente troverò la famiglia di mio padre e vivrò con loro. Saranno così contenti di conoscermi!»
Avevo una cartina attaccata sopra il letto, con una bandierina infilata proprio nel cuore di Parigi. Immaginavo mio padre – giovane, forte e bello – con una maglietta a righe e un basco uguale al mio, che pedalava per le strade della città per andare al lavoro nella più prestigiosa pasticceria di Francia. Non mi piaceva indugiare troppo sul tragico incidente in cui aveva perso la vita, però avevo la chiara sensazione che la sua fosse stata una morte eroica. Era spirato nel tentativo di creare la torta di ciliegie più squisita al mondo, alla quale avrebbe dato il nome di mia mamma: quella era la morte più eroica che potessi concepire. Da qualche parte avevo sentito una frase a proposito dei coraggiosi che morivano giovani e immaginavo che chiunque l’avesse pronunciata stesse parlando di lui.
Mia madre diceva che in spirito lui era sempre con me, e questo mi consolava, ma incuteva anche un po’ di paura.
«C’è anche quando sono sul water?» le chiesi.
«No, tesoro, in quel momento no.»
«E quando faccio il bagno?»
«No, tesoro, se tu non vuoi non ci sarà.»
«E quando faccio qualcosa di brutto?»
«Sì, certo. Quindi è meglio che ti comporti bene.»
Parlavo spesso con lui. Dal momento che era sempre con me (tranne quando ero sul water o nella vasca da bagno), mi sembrava sgarbato non farlo, e immaginavo di sentirlo che mi rispondeva. No, secondo lui Tracey Pratt non era carina come me, e non era giusto che la maestra mi facesse sedere accanto a Scott Warner, che puzzava; e sì, avevo ragione a pensare che la mamma avrebbe dovuto permettermi di stare alzata dopo le nove di sera. Era sempre d’accordo con me, una cosa molto dolce per la quale lo amavo ancora di più.
E gli volevo davvero molto bene, credo, nella maniera idealizzata e sognante in cui si può amare qualcuno che non si è mai conosciuto. Poteva non essere fisicamente lì, ma era parte di me e io ero parte di lui, e questo mi dava forza e senso di appartenenza. Mi guardavo allo specchio e vedevo un naso piccolo e un mento appuntito che dovevo aver ereditato da lui, perché era evidente che non li avevo presi da mia madre. Era nel mio basco rosso, nella cartina della Francia, nella mia passione per i triangolini al formaggio, ed era anche nel riflesso dello specchio che mi fissava.
Un giorno, inevitabilmente, lo specchio si ruppe. Si frantumò in mille minuscole, dolorose schegge. Se non gli avessi voluto tanto bene, forse non sarebbe stata così dura, ma perdere il rispetto dei miei coetanei fu niente, in confronto a perdere mio padre.
Accadde durante la prima settimana alle scuole medie Millbrook, nell’ora di francese di Madame Emily. Non avevo mai avuto l’opportunità di studiare quella lingua, ma sapevo che mi sarebbe riuscito naturale. Dopo tutto ce l’avevo nel sangue.
«Bene, ragazzi, qualcuno sa già qualche parola di francese?»
Alzai la mano. Io! Io!
Finalmente, lontano dalle elementari, avevo l’occasione di stringere nuove amicizie, di fare colpo sugli altri con la mia cultura invece che con le mie storie ridicole. Era passato diverso tempo da quando avevo voltato le spalle alla finzione per perseguire tutto ciò che era assolutamente vero, eppure la fama che mi ero guadagnata mi aveva seguita come un cattivo odore che ti rimane appiccicato addosso. Sentivo le parole che sussurravano alle mie spalle: bugiarda, contaballe, fanfarona. Ora potevo ripartire da zero. Dopo una straziante attesa, mentre Christopher Newbuck balbettava nel suo francese stentato l’equivalente di: «A mia nonna piace il ping-pong» e Louise Warbuck si impantanava dicendo che suo padre era una noce di cocco, finalmente ebbi la possibilità di mettermi in luce.
«Où est l’hôtel de ville», dichiarai nel tono appassionato e sognante che mi aveva insegnato mia madre.
«Molto bene, Meg», mi lodò Madame Emily, chiaramente impressionata. «E sai anche spiegare ai tuoi compagni cosa significa?»
«Per quel che ne so», risposi con una supponenza che ancora oggi mi fa rabbrividire, «non è qualcosa che si possa tradurre facilmente. Ma si tratta di una dichiarazione d’amore tradizionale. Ed è stata la prima frase che mio padre, un francese vero, rivolse a mia madre quando si incontrarono.»
Madame Emily scoppiò in una risata stridula.
«Non so proprio da dove tu l’abbia tirata fuori! Sarebbe davvero uno strano modo per dichiarare il proprio amore. Significa: Dov’è il municipio!»
Sentii che i compagni iniziavano a ridacchiare. Avevo la sensazione che le pareti dell’aula si chiudessero su di me. Dov’è il municipio? Doveva essersi confusa. Non poteva essere quello il significato. Guardai Madame Emily e le facce ancora sconosciute che sghignazzavano intorno a me. Notando che io non sembravo affatto divertita – anzi, ero sull’orlo delle lacrime –, Madame Emily tornò seria di colpo e chiese il silenzio.
«‘Dov’è il municipio?’ è una frase estremamente importante», intervenne per consolarmi. «E probabilmente è la prima cosa che si vuole chiedere a qualcuno quando si arriva in Francia, motivo per cui è la prima che impariamo. Se aprite il libro a pagina uno, vedrete che alla prima riga...»
Ed eccola lì, in cima alla pagina di Francese divertendosi! Nella vignetta, un inglese con la bombetta e l’ombrello, appena sbarcato dal traghetto, chiedeva: «Où est l’hôtel de ville?» a un passante francese, identificabile grazie alla ghirlanda di cipolle che portava al collo. Non era per niente romantico, e nel contesto del primo incontro fra i miei genitori non aveva alcun senso. Mi resi subito conto che quella era chiaramente l’unica frase in francese che mia madre ricordasse dai tempi della scuola, e che aveva approfittato della mia ignoranza per ingannarmi.
«Le singole parole non sono importanti, tesoro», commentò lei per chiudere la questione quando piombai a casa e lanciai la cartella sul pavimento della cucina in un impeto di rabbia. «Ciò che conta sono i sentimenti. Pensala come una torta margherita. Non mangeresti mai gli ingredienti da soli, ma mescolati insieme con passione e amore creano qualcosa di...»
«Cosa stai dicendo?» sbottai. «Questo non ha niente a che vedere con la torta margherita! Perché finisci sempre per parlare di torte? Mio padre era davvero francese? Era davvero un pasticciere?»
Ricordo che mia madre, in piedi in mezzo alla nostra minuscola cucina con l’intonaco che si scrostava e la condensa sui vetri delle finestre, si mise le mani sui fianchi come faceva sempre quando era arrabbiata.
«Non so cosa ti sia successo, signorinella. Solo perché adesso sei alle medie non significa che tu debba avere un atteggiamento così prepotente. Non ti permetterò di insultare la memoria di tuo padre con queste domande sciocche. Lui ti avrebbe amato moltissimo, lo sai. Era un uomo pieno di talento e di coraggio, che è andato incontro a una morte prematura nella sua ricerca della perfezione in pasticceria, e tu continui a mettere in discussione...»
«Va bene, va bene!» gridai. «Solo... basta che non mi parli mai più di lui!»
Corsi nella mia camera e sbattei la porta, poi mi gettai sul letto e scoppiai a piangere. Non volevo infangare il nome di mio padre. Era questo che avevo fatto? Volevo solo conoscere la verità, nient’altro. Non ero soltanto arrabbiata e confusa, ma anche sopraffatta dal senso di colpa. Ero una pessima figlia. Se mio padre era sempre con me, allora di sicuro mi aveva sentito mettere in dubbio la sua stessa esistenza. Chissà come ci era rimasto male! La mamma però mi aveva mentito a proposito del loro primo incontro, era evidente, quindi come potevo sapere quali altre bugie mi aveva raccontato sul suo conto? Riflettendoci razionalmente, che all’epoca era il modo in cui cercavo di affrontare qualsiasi questione, quante probabilità c’erano che mia madre avesse lasciato correre a ruota libera la bicicletta verso il centro di Cambridge in una magica sera, e che il profumo di mio padre fosse stato trasportato dalla brezza e che?... Oh, certo che non era andata così! Niente di quella storia sembrava plausibile. Non riuscivo a credere che, dopo aver scrupolosamente controllato abitudini, parole e pensieri per oltre due anni, avessi permesso alle fantasticherie su mio padre di scivolare attraverso le maglie della rete. Avevo fallito nella missione di sbarazzarmi di tutti i pensieri non razionali, e guarda cosa era successo. Mi ero resa ridicola ancora una volta. Con il viso rigato di lacrime, strappai dalla parete la cartina della Francia e la feci a pezzi. Era tutta una menzogna. Non c’era nessuno che mi guardava dal cielo, non c’era mai stato. I lineamenti che vedevo nello specchio avrebbero potuto essere di chiunque. Ma mentre calpestavo la cartina, dandomi dei pizzicotti per essere stata così credulona, piansi amaramente anche per la perdita di mio padre.
«Perché non inviti mai i tuoi compagni a prendere un tè?» mi domandava la mamma. «Mi piacerebbe conoscerli. Potrei preparare dei muffin deliziosi. O dei dolcetti di pan di Spagna con la glassa.»
«Io non ho amici», le rispondevo, brusca, ma non corrispondeva del tutto al vero. C’erano Gary, Peter e Sarah del club di scienze che si riuniva all’ora di pranzo, però erano tutti appassionati di Star Trek e insistevano per comunicare in una lingua finta chiamata Dlin-dlon, cosa che non solo mi faceva sentire esclusa, ma generava anche un sacco di equivoci, rendendo i nostri esperimenti scientifici molto rischiosi. Quando parlavano normalmente e non in gergo discutevamo spesso dei pericoli insiti nella fantascienza, tuttavia essendo tre contro uno il confronto era a dir poco impari. Non riuscivo a capire come persone così sensate, intelligenti e razionali potessero lasciarsi corrompere da un mondo fantastico pieno di dischi volanti e creature aliene. Il fatto stesso che pretendessero di parlare in una lingua inventata e adorassero un tizio di nome Dottor Sporc era la prova che si erano lasciati corrompere. Il mondo fantastico in cui vivevano li distruggeva giorno dopo giorno, come un tarlo che corrodeva i loro cervelli.
Ma la verità è che se anche avessi voluto invitarli a casa mia, non ne avrei avuto il coraggio. Avevo già fatto quell’errore con Lucy Higgins a poche settimane dall’inizio delle medie, e mia madre l’aveva sconcertata.
«Quei dannati hot-dog non hanno smesso di abbaiare un momento in tutto il pomeriggio», aveva detto a Lucy, mettendoci davanti una tazza di tè. «Vorranno uscire a fare una passeggiata, ma ho già provato a portare a spasso un hot-dog, una volta, ed è difficilissimo trovare un guinzaglio adatto. Di solito se lo sfilano e si rotolano nelle pozzanghere per darsi una rinfrescata. Sono certa che tua madre ha lo stesso problema.»
Quando Lucy mi chiese se la mamma fosse «psichiatrica» decisi che sarebbe stato meglio evitare di portare altra gente a casa.
Imbarazzo, rabbia e senso di colpa sono le principali sensazioni che ricordo di aver provato durante l’adolescenza, ma forse non è una questione così inusuale. Le riunioni genitori-insegnanti, in particolare, le vivevo con angoscia. Ricordo ancora quando mia madre disse al professor Lees – il tirocinante di biologia per cui mi ero presa una cotta – che il fatto di aver mangiato chili con carne in gravidanza era di certo all’origine della facilità con cui, ogni tanto, mi scaldavo per un nonnulla.
«All’epoca non sapevo di essere incinta, è ovvio», si affrettò a spiegare, quasi temesse che il professor Lees si sarebbe scandalizzato per un comportamento tanto irresponsabile. Lui, tuttavia, non capendo le implicazioni del mangiare cibo messicano mentre si aspettava un bambino, rimase piuttosto sconcertato.
«Il peperoncino determina un carattere focoso», chiarì mia madre con aria accondiscendente, come se un professore di biologia avesse dovuto saperlo. «Appena mi resi conto di essere incinta cercai di bilanciare il calore del peperoncino con parecchi piatti di guacamole, ma ovviamente era troppo tardi. Il danno era fatto.»
Mi guardò, seduta a testa bassa accanto a lei, e scosse tristemente il capo, come se avessi un qualche difetto. Il povero professor Lees mi lanciò un’occhiata per chiedermi come doveva comportarsi, ma io mi limitai ad arrossire ancora di più e a fissarmi i piedi. Mi sentivo terribilmente in imbarazzo, eppure non ero sorpresa. Era inevitabile che prima o poi sarebbe accaduto. Se non altro aiutava a spiegare perché, ogni volta che piombavo in una crisi di ansia adolescenziale, mia mamma mi suggeriva di mangiare un barattolo di yogurt. Evidentemente pensava che il peperoncino avesse prodotto degli effetti collaterali su di me.
Ho imparato a convivere con l’imbarazzo. E anche con la rabbia. Ma ciò che non sono mai riuscita ad accettare è il senso di colpa.
«Sono così fiera di te, Meggy!» esclamò mia madre quella sera mentre tornavamo a casa a piedi. «Sei così brava. Farai tante cose bellissime nella vita. Desidero solo il meglio per te, tesoro, lo sai, vero? E sarò sempre qui. Ho sempre creduto in te...»
Avevo già smesso di ascoltarla alla parola «fiera», sopraffatta dal senso di colpa. Perché dovevo essere così arrabbiata con lei? Perché mi importava tanto che cosa pensavano gli altri di me? Lei mi voleva bene. Mentre la sentivo chiacchierare tutta eccitata dei miei successi, entusiasta di tutto quello che facevo, pensai alla madre di Louise Warbuck che non le lavava nemmeno la tuta da ginnastica, e a quella di Gary che era sempre ubriaca. Mi infuriavo e mi vergognavo di me stessa per essere così ingrata. La verità era che non avrei potuto chiedere una mamma che mi amasse e mi sostenesse di più. Avrei voluto soltanto che fosse un po’ più... be’... normale.
La mia idea di paradiso era un posto in cui nessuno mi conoscesse. Dove nessuno avesse mai sentito le sciocchezze che avevo pronunciato e fatto, le storie che mi erano sfuggite di bocca, i modi in cui mi ero umiliata. Il paradiso era essere circondata da gente che vedeva il mondo in bianco e nero, che diceva la verità, che si basava sui fatti. Gente che non mi confondeva e che non mi lasciava a lottare con pensieri e sentimenti contrastanti. Un luogo in cui tutto era semplice e immediato.
Il paradiso era la facoltà di Scienze all’Università di Leeds.
Mi inserii alla perfezione fin dal primo giorno. Finalmente ero circondata da persone che avevano i miei stessi obiettivi: comprendere, dare un senso, classificare, dimostrare e andare al fondo delle cose. Cercai la compagnia degli studenti più seri e impegnati, al punto che persino quando non si studiava la conversazione deviava di rado dagli interessi scientifici che condividevamo. Significava che solo raramente rischiavo di lasciarmi sfuggire di quella volta che mi ero gonfiata come un pallone dopo aver bevuto troppa gazzosa, o di quando mia madre aveva comperato un sacchetto di cipolle così forti che si facevano piangere da sole e avevano finito per allagare la cucina. Il mio interesse per le materie scientifiche era un vantaggio anziché un altro elemento che mi rendeva un facile bersaglio. Finalmente mi stavo facendo degli amici e mi guadagnavo il loro rispetto. E durante l’ultimo anno la mia vita diventò persino migliore.
«Meg May, è un piacere conoscerti. Mi chiamo...»
«Mark Daly, lo so.»
I nostri occhi si incontrarono sopra un becco Bunsen. Forse, se fosse stato acceso, avrei visto il fuoco negli occhi di Mark, proprio come mia madre l’aveva scorto in quelli di mio padre quando si erano innamorati. Sfortunatamente avevano interrotto la fornitura di gas perché di lì a poco il laboratorio sarebbe stato chiuso a causa di un’invasione di pipistrelli. Ma il fatto stesso che Mark Daly sapesse come mi chiamavo bastava a farmi tremare. Stava per prendere il dottorato ed era un docente a contratto molto ben considerato in facoltà, soprattutto dalle studentesse. Ed era impeccabilmente bello.
«Mi domandavo se potevo chiederti...»
Fece una pausa a effetto e si sporse con aria amichevole sul banco da lavoro, guardandomi dritto negli occhi.
«Sì?» lo sollecitai, il cuore che batteva trepidante.
«Mi domandavo se potevo chiederti in prestito gli occhiali protettivi.»
Posso chiederti in prestito gli occhiali protettivi? Quella sì che era una frase adatta per iniziare una relazione. Occhiali protettivi. Occhiali che garantiscono la sicurezza di chi li usa mentre svelano le verità dell’universo. Se avessi creduto all’amore romantico, quella sarebbe stata di certo la frase più simile a una dichiarazione che potessi sognare.
La sera della premiazione avrebbe dovuto essere una delle più belle della mia vita, e invece ogni volta che ci penso mi sento così in colpa che mi viene da piangere.
«Bene, signorina May, quali sono i suoi programmi per il futuro?»
«Sì, deve dircelo, così potremo sfidarci per il privilegio di farle da supervisore! Suppongo che vorrà prendere il dottorato.»
Il professor Philip Winter e il dottor Larry Coldman strinsero i bicchieri di vino e mi guardarono, aspettando la risposta.
«Ehm, in realtà non ci ho ancora riflettuto...»
«Certo che lo farà», disse Mark, intervenendo al momento giusto con la sua incredibile capacità di comunicare sicurezza e risultare decisivo. Era elegantissimo in giacca e cravatta, con un piatto di tartine in mano. Grazie al cielo c’era lui. Non volevo che il professor Winter, il preside della facoltà, pensasse che non ero una scienziata seria. Mi imposi di riprendermi e di smetterla di sentirmi così stupidamente nervosa. Avevo tutto il diritto di essere lì. Avevo vinto il premio, dopo tutto, e quella serata era per pochi studenti che, come me, avevano fatto uno sforzo in più, dedicato tempo extra allo studio e ottenuto il massimo dei voti. Ma mentre mi guardavo intorno osservando dottori e professori mescolarsi agli invitati, così eleganti e sicuri di sé, non potei fare a meno di chiedermi quanti di loro fossero cresciuti in una piccola casa popolare nel nord di Londra, o non fossero sicuri di chi era il loro padre, o fossero stati acchiappati al volo con una padella alla nascita...
Il dottor Coldman stava parlando a Mark dello scanner di ultima generazione che aveva ordinato per uno dei laboratori, ma io non li ascoltavo. Guardavo mia madre, dietro di loro, che si aggirava esitante nei pressi del buffet, con l’aria di sentirsi fuori posto. Mi turbò profondamente che stesse sopportando tutto quanto per me. Non sapeva di cosa parlare con quelle persone. Non aveva nemmeno la licenza media. Eppure aveva insistito per venire a vedermi accettare il «buono regalo», come lo chiamava lei (in effetti era un assegno da cinquecento sterline), ed era chiaramente decisa a rimanere fino alla fine. Stavo per scusarmi e dirigermi in suo aiuto quando la dottoressa McFee si avvicinò al buffet e attaccò discorso con la mamma, che si stava riempiendo il piatto di vol-au-vent ai funghi.
Dapprima immaginai che tutto sarebbe filato liscio. Le sentivo ridere e sembrava che stessero chiacchierando del più e del meno. Capii che c’era qualcosa che non andava quando mia madre indicò un rotolino alla salsiccia sul piatto della dottoressa McFee e iniziò a imitare un maiale. Cosa cavolo stava dicendo? Passai mentalmente in rassegna le storie che amava sfoderare a proposito dei rotolini alla salsiccia. C’entrava il fatto che i maiali amano rotolarsi nelle pozzanghere? No, quelli erano gli hot-dog. C’era di mezzo il panino con la salsiccia che una volta aveva iniziato a grugnire mentre lei lo stava addentando? No, non sembrava nemmeno quello. Qualunque cosa stesse raccontando, comunque, la professoressa McFee non sorrideva più. Si toccava i capelli, a disagio, guardandosi intorno con l’aria di chi cerca una via di fuga; nel frattempo la mamma continuava a parlare come se si stesse divertendo per la prima volta nella serata, gesticolando e descrivendo una complicata storia sullo snack scelto dalla dottoressa, completo di effetti sonori suini.
Con la coda dell’occhio notai che anche Mark guardava in quella direzione, e si stava innervosendo. Aveva incontrato mia madre solo una volta, ma era stato abbastanza perché potesse prevedere un potenziale incidente diplomatico. Mi aveva suggerito di non parlarle della premiazione, o di dirle che i genitori non erano invitati, oppure semplicemente che non volevo venisse.
«Devi fare attenzione, Meg, a non dare l’impressione sbagliata», mi aveva raccomandato. «Non ora. Queste persone tengono in mano le chiavi del tuo futuro. Sono quelli che sostengono i progetti di ricerca, che contribuiscono a pubblicare gli articoli, che ti aprono le porte. Posso capire per quale motivo potresti non volere tua madre...»
«Ma io voglio che venga», gli avevo assicurato, un po’ offesa. «Non mi è mai passato per la testa di non invitarla.»
Ed era vero. Desideravo che lei ci fosse. Lo volevo disperatamente. Perché tutto quello che aveva fatto da che avevo memoria lo aveva fatto per me, e sapevo che senza il suo sostegno non sarei nemmeno arrivata all’università. Aveva lavorato come una schiava per tutta la vita per permettermelo. Mi aveva lodato per ogni risultato ottenuto, sostenendomi in ogni scelta. Anche se non capiva che cosa stavo studiando, pensava fosse fantastico che mi interessasse così tanto. Mai e poi mai le avrei negato la possibilità di condividere con me quel momento speciale.
Ma mentre la osservavo interpretare con passione una qualche storia di fantasia, senza rendersi conto che la professoressa McFee stava indietreggiando lentamente, il panico si fece strada dentro di me. Ricordai il senso di esclusione che avevo provato a scuola, i sussurri che avevo origliato, i pettegolezzi che circolavano sul mio conto. Avevo lavorato duramente per inserirmi in quell’ambiente. Ero rispettata. Apprezzata. Finalmente mi prendevano sul serio.
«C’è qualcuno della sua famiglia, stasera, Meg?» mi domandò il professor Winter, guardandosi intorno.
Il panico mi attanagliò il petto. Non volevo perdere ciò che avevo costruito. Non volevo che ridessero di me. Non di nuovo.
Mark mi strinse la spalla, come per esortarmi a prendere la decisione giusta.
«No», risposi, ingoiando i sensi di colpa.
Provavo nausea per la vergogna.
La stretta di Mark si affievolì, e mi accarezzò la spalla con gentilezza. Avevo fatto la cosa giusta.
«Nessuno dei miei parenti ha potuto venire.»