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Quando suonò la sveglia, la mattina dopo, Sloane prese immediatamente un’altra pillola. Ne aveva bisogno per la giornata che l’aspettava; doveva presenziare all’inaugurazione del Monumento dei Dieci Anni, dedicato alle vite che erano andate perdute negli attacchi dell’Oscuro, e la sera al gala per i Dieci Anni di Pace, per celebrare gli anni trascorsi dalla sua sconfitta.

La città di Chicago aveva commissionato la costruzione del memoriale a un artista che si chiamava Gerald Frye. A giudicare dal suo portfolio, per quell’opera Frye doveva aver preso parecchia ispirazione dal minimalista Donald Judd, giacché si trattava di una semplice scatola di metallo, circondata da un tratto di terra vuota, nel punto in cui in passato si trovava il brutto grattacielo al centro del Loop, accanto al fiume. Il monumento era piccolo a confronto con gli alti edifici che lo circondavano, e luccicava al sole quando Sloane lo vide mentre l’automobile accostava, il giorno dell’inaugurazione.

Matt aveva noleggiato una macchina con l’autista per non dover parcheggiare, il che si rivelò una buona idea, perché le strade brulicavano di gente. La ressa era tale che l’autista era costretto a suonare il clacson per passare. E anche così, molti lo ignoravano finché non sentivano il calore del motore dietro le ginocchia.

Quando furono vicini al luogo dove si sarebbe svolta la cerimonia, un poliziotto scostò una transenna per farli passare e loro percorsero un tratto di strada sgombro. Sloane si sentiva pulsare il cuore dietro gli occhi, come una specie di mal di testa. Non appena Matt avesse aperto la portiera e fosse uscito dall’auto, tutti avrebbero saputo chi erano. Avrebbero sollevato i telefoni per riprenderli in video. Avrebbero spinto fotografie, quaderni e braccia oltre le transenne per farseli firmare. Avrebbero gridato il nome di Matt e quello di Sloane, avrebbero pianto e lottato per avvicinarsi e raccontare loro le storie su chi e che cosa avevano perduto.

Sloane avrebbe tanto voluto tornare a casa. Invece, si asciugò le mani sul vestito, respirò profondamente e posò le dita sulla spalla di Matt. L’auto rallentò e si fermò. Matt aprì la portiera.

Lei scese subito dopo di lui e andò a sbattere contro un muro di rumori. Matt si voltò e, sorridendo, le disse all’orecchio: «Non dimenticarti di sorridere».

Molti uomini avevano detto a Sloane di sorridere, ma tutto quello che volevano era esercitare su di lei qualche tipo di potere. Matt, invece, stava solo cercando di proteggerla. Per lui il sorriso era un’arma contro il razzismo nella sua forma più velata e più insidiosa, quella che portava la gente a controllarlo per le corsie dei supermercati finché non lo riconosceva, o che la spingeva a dare per scontato che fosse cresciuto in un quartiere malfamato invece che nell’Upper East Side, o a fissarsi sull’idea che fossero stati Sloane e Albie a salvare il mondo, come se Matt, Esther e Ines non vi avessero avuto niente a che fare. Il razzismo che si esprimeva nei silenzi e nelle esitazioni, nelle battute fuori luogo e nei gesti impacciati.

Esistevano anche forme più dure e più violente, ma contro quelle il sorriso non era un’arma adeguata.

Si avvicinò alla folla che premeva contro la transenna, in tanti avevano in mano sue fotografie, articoli di riviste, libri. Lui prese dalla tasca un pennarello nero e firmò tutto con la sua rapida MW, una lettera la versione capovolta dell’altra. Sloane lo osservava a distanza, distraendosi momentaneamente dal caos. Matt si chinò per una foto con una donna di mezza età dai capelli rossi che non sapeva usare il telefono: glielo prese di mano e le mostrò come attivare la fotocamera frontale. Ovunque andasse, la gente gli consegnava pezzi di sé; a volte gesti di gratitudine, a volte storie dei cari che aveva perso a causa dell’Oscuro. Lui si caricava di tutto.

Dopo alcuni minuti, Sloane lo raggiunse e gli mise una mano sulla spalla. «Mi spiace, Matt, ma dovremmo andare.»

La folla cercava di richiamare anche la sua, di attenzione, naturalmente, sventolando copie dell’articolo di “Trilby”, con la sua faccia stampata su un lato della rivista e la stronzaggine maschilista di Rick Lane sull’altro. Alcuni gridavano il suo nome, ma lei li ignorò, come faceva sempre. Le armi di Matt erano la generosità, la gentilezza, le buone maniere. Quelle di Sloane erano il distacco, l’alta statura e una inesorabile assenza di emozioni.

Matt vide in fondo alla fila un gruppo di adolescenti neri con la divisa scolastica. Una ragazza aveva i capelli raccolti in piccole treccine fermate da perline colorate che sbattevano rumorosamente tra loro mentre saltellava in punta di piedi, eccitata. Aveva in mano una cartelletta; probabilmente un’altra petizione.

«Un secondo» disse Matt, e si diresse verso il gruppo di studenti. Sloane si irritò per essere stata liquidata in quel modo, ma se ne dimenticò quando notò l’impercettibile cambiamento nella postura di lui, e vide le sue spalle rilassarsi.

«Ciao» disse Matt alla ragazzina con le treccine, sorridendo.

Sloane sentì una piccola fitta di dolore al petto. C’erano parti di lui a cui lei non avrebbe mai avuto accesso, un linguaggio che non gli avrebbe mai sentito usare, perché quando lei era presente, quelle parole sparivano.

Decise di proseguire da sola. Non era così importante che lui arrivasse alla cerimonia in tempo. Lo avrebbero comunque aspettato tutti.

Percorse la stretta corsia che la polizia aveva creato in mezzo alla folla. Salì i gradini del palco di fronte alla scatola metallica del monumento; era grande all’incirca come una comune camera da letto eretta in mezzo al nulla.

«Slo!» Esther – tacchi da dodici centimetri e pantaloni di pelle nera – era già arrivata, e la stava chiamando con la mano. La camicetta bianca era larga quanto bastava per potersi dire elegante e, da lontano, la sua faccia sembrava quasi la stessa di quando avevano sconfitto l’Oscuro. Ma più Sloane si avvicinava, più risultava evidente che quella pelle liscia e luminosa era stata ottenuta grazie a un fondotinta, un illuminante, un bronzer, uno strato di cipria e Dio sa che altro.

Era un sollievo vederla. Le cose non erano più state le stesse per loro cinque da quando lei era tornata a casa per prendersi cura di sua mamma. Sloane salì i gradini fino al palco, scuotendo la testa all’indirizzo della guardia di sicurezza che si era offerta di aiutarla, e strinse Esther in un abbraccio.

«Che bel vestito!» commentò Esther quando si separarono. «L’ha scelto Matt?»

«Sono capace di scegliermi i vestiti da sola. Come…»

Stava per chiedere a Esther come stava sua madre, ma Esther aveva già tirato fuori il telefono e si stava mettendo in posa per un selfie.

«No» disse Sloane.

«Slo… dai, voglio una foto di noi due!»

«No, tu vuoi mostrare una foto di noi due a un milione di altre persone su Instagram, è molto diverso.»

«Ne scatto una, che tu sorrida o meno, per cui tanto vale che non alimenti le voci secondo cui saresti una stronza al quadrato» rispose Esther.

Sloane alzò gli occhi al cielo, si piegò un po’ sulle ginocchia e inclinò il busto per la foto. Riuscì persino a produrre qualcosa di simile a un sorriso. «Però solo questa, okay? C’è un motivo se non sono su nessun social media.»

«Sì, abbiamo capito. Sei troppo “alternativa” e “autentica” e blablabla.» Esther sventolò una mano, la testa china sul telefono. «Ti disegnerò i baffi.»

«Molto appropriato per il decimo anniversario di una battaglia tremenda.»

«Va bene, la posterò così com’è. Sei di una noia mortale.»

Era la loro solita discussione. Insieme si voltarono verso Ines e Albie, che erano seduti accanto al palco e vestivano abiti neri quasi identici. I baveri di Ines erano un po’ più larghi e la cravatta di Albie più azzurra, ma apparentemente queste erano le uniche differenze.

«Dov’è Matt?» chiese Ines.

«Con i suoi umili sudditi» rispose Esther.

Sloane si voltò a guardare Matt: stava ancora parlando con la ragazzina, le sopracciglia aggrottate, annuendo a quel che lei diceva.

«Arriverà tra un minuto» disse lei tornando a voltarsi verso gli altri.

Albie aveva gli occhi annebbiati, ma poteva essere perché erano le otto del mattino e lui di solito non si alzava prima delle dieci, come minimo. Quando la guardò, le sembrò abbastanza lucido, solo stanco. Le rivolse un cenno di saluto.

«Ti ho tenuto il posto» le disse, appoggiando la mano sulla sedia accanto a sé. Sloane si accomodò, le gambe incrociate alla caviglia e ripiegate indietro, come le aveva insegnato sua nonna. “Vuoi davvero mostrare i tuoi indumenti intimi agli sconosciuti? Be’, allora, incrocia quelle dannate gambe, ragazza.”

«Tutto bene?» gli chiese.

«Naaah» rispose lui con un mezzo sorriso. «Ma niente di nuovo, giusto?»

Lei rispose con un altro mezzo sorriso.

«Ehi, ragazzi.» Un uomo stava attraversando il palco. Indossava pantaloni grigio antracite e una giacca abbinata a una camicia celeste, e aveva i capelli brizzolati pettinati con cura all’indietro. Non era un uomo qualunque, ma John Clayton, sindaco di Chicago, eletto dopo una campagna all’insegna del “Non sono corrotto quanto l’altro, forse”, che era stato il motto della politica di Chicago negli ultimi anni. Era anche probabilmente l’uomo più insipido del mondo.

«Grazie per essere venuti» disse, stringendo la mano a Sloane, poi ad Albie, a Ines e a Esther. Matt salì sul palco giusto in tempo per ricevere anche lui il saluto. «Dirò solo poche parole, quindi tutti potrete entrare e attraversare il monumento. Come una sorta di benedizione, okay? Poi vi porteremo via di qui. Vorranno una foto di noi tutti insieme. Ora? Sì, ora.»

Stava facendo segno al fotografo, che li dispose in modo che il monumento fosse visibile alle loro spalle e che Matt fosse al centro, con la mano ferma sulla schiena di Sloane. Sloane non sapeva bene se doveva sorridere per il decimo anniversario della sconfitta dell’Oscuro. Tutto il mondo avrebbe celebrato quel giorno; persino la città di Chicago, che aveva perso così tanto. Avrebbero colorato il fiume di blu e si sarebbero visti scorrere litri di birra per tutto il quartiere di Wrigleyville e i treni della sopraelevata si sarebbero riempiti come carri bestiame. Ci sarebbe stata allegria, Sloane lo sapeva, vi aveva anche partecipato i primi anni dopo l’evento, ma ora era più dura. Le avevano detto che tutto sarebbe diventato più facile con il tempo, ma fino a quel momento non era successo. L’esplosione di gioia e trionfo che era seguita alla caduta dell’Oscuro si era spenta, e rimaneva solo un fastidioso senso di insoddisfazione e la consapevolezza di quanto era andato perduto lungo la strada verso la vittoria.

Non sorrise nella foto. Mentre Esther spiegava al sindaco come fare dei video con Boomerang, Sloane si risedette accanto ad Albie. Nel frattempo, Matt parlava con la moglie del sindaco, che gli stava domandando se avrebbe accettato di partecipare all’inaugurazione di una nuova biblioteca a Uptown, e Ines faceva ballare la gamba, più agitata che mai. Albie mise la sua mano sopra quella di Sloane e gliela strinse.

«Buon anniversario, immagino» disse lei.

«Già» rispose lui. «Buon anniversario.»