Due giorni dopo che Pilgrim era stato portato all’infermeria, Jung era seduto di fronte a Lady Quartermaine nella sala da pranzo dell’Hôtel Baur au Lac.
C’era un’orchestra. C’erano palme. C’erano un soffitto a volta e finestre alte quasi quattro metri, che mostravano una veduta del lago e delle montagne.
Jung aveva più volte pranzato al Baur au Lac. Era quasi esclusivamente territorio delle famiglie ricche e titolate che venivano a Zurigo per stare vicino ai parenti o agli amici ricoverati alla clinica.
Nei primi anni della loro amicizia, prima che lo scisma in corso cominciasse la sua opera, Freud si era spesso seduto a tavola con lui in un angolo riservato, per discutere i suoi punti di vista sulla schizofrenia e cantando le lodi di Jung per la sua esplorazione di «questa malattia traditrice».
Questa malattia traditrice era una specie di talismano verbale per Jung, quasi un mantra. Ogni volta che pensava a quelle parole sentiva nelle orecchie il suono della voce di Freud. Non si poteva immaginare niente di più appropriato per definire in maniera succinta la schizofrenia: la mente tradita da immagini al di fuori del suo controllo e costretta a obbedire alle istruzioni di estranei che rifiutavano di lasciarsi identificare.
«A quanto capisco, dottor Jung, la sua ipotesi è che il mio amico, il signor Pilgrim, soffra di questa malattia. È così?»
Sybil Quartermaine era seduta di fronte a Jung a un tavolo al centro della scena, come avrebbe scritto più tardi il medico nei suoi appunti, in tutt’altra posizione rispetto a quella che sceglieva con Freud. Lady Quartermaine era vestita completamente di viola con sfumature blu. Il cappellino era piccolo e senza velo. Portava tuttavia gli occhiali scuri, un particolare che attirava l’attenzione degli altri ospiti.
«I miei occhi non sono mai riusciti a tollerare fisicamente la luce invernale», gli disse, «anche se la amo moltissimo. La luce invernale è una gioia speciale e non ci sono parole per descrivere l’effetto che ha su di me, dottor Jung. Forse il verbo rianimare può dare l’idea. O ristorare, recuperare forse... Ma nessuno rende davvero il senso. Credo che ogni inverno in una persona muoia qualcosa, come se dovessimo andare in letargo alla maniera di alcune specie animali. Ma qui, con tutte queste finestre e la neve, la luce – per tutto l’amore che provo – è quasi opprimente. A metà pomeriggio starò male per l’effetto che ha sui miei occhi e mi ritirerò in una stanza buia. E però la adoro. La luce».
«Anch’io ho una specie di passione per la luce», disse Jung.
«Il signor Pilgrim, invece, è un figlio delle tenebre».
Jung si appoggiò allo schienale. Ciò che aveva detto Lady Quartermaine era sconcertante. Poteva essere interpretato in troppi modi. Era Satana, o progenie di Satana? Era improbabile che intendesse una cosa del genere. Ma Jung, figlio di un severo uomo di chiesa, non poteva allontanare da sé quell’immagine. Ma di certo il dilemma di Pilgrim non aveva nulla a che vedere con Satana. Con le tenebre sì, ma non con il male. Pilgrim era troppo commovente per esercitare il male, aveva troppo bisogno d’aiuto.
«Forse dovrebbe spiegare cosa intende, signora, per figlio delle tenebre», disse Jung, provando a sorridere.
«Sì, se riesco», rispose Sybil. Poi disse: «Ha saputo come ci siamo conosciuti, e quando, io e il signor Pilgrim?»
«Sì. Sotto un albero quando lei aveva dodici anni e lui diciotto».
«Proprio così. Be’, le tenebre a cui mi riferisco sono il tempo che precede quell’incontro. Diciotto anni inspiegabili, nei quali sostiene di aver vissuto – ammesso che abbia vissuto – in una foschia, in una nebbia; in quello che una volta descrisse come un permanente crepuscolo. In altre parole, tenebre».
«E la sua famiglia?»
«Ha parlato di genitori – madre, padre – e di una specie di infanzia ombrosa. Ma senza particolari. In qualche modo, per Pilgrim “il passato” era tutto lì».
«Il passato?»
«Sì. Per quanto ne so io, dal giorno in cui lo trovai sdraiato sotto l’albero non ha visto né sentito nessuno della sua famiglia. Eppure, vive grazie a un’eredità di un certo rilievo. Non gli manca niente, anche se lavora poco. Scrivere, naturalmente, è un lavoro. Ma le cose che scrive, per quanto notevoli, da sole non potrebbero certo permettergli la vita che conduce e lo stile con cui la conduce».
«E non ha mai dato una spiegazione di questa famiglia sconosciuta?»
«Per niente. A parte una cosa. Una volta mi disse che, prima di svegliarsi nel mio giardino, c’era stato un sogno significativo. Ma non mi ha mai rivelato che cosa abbia sognato. Solo che quel sogno precedette il suo “arrivare alla coscienza”. Sono le parole che usò. Un giorno, arrivò alla coscienza».
«Capisco».
«E così... Lei crede che il mio amico sia... non vorrei sbagliare: la parola è schizofrenico? Ho capito esattamente? È questo che crede?»
«Quando non so niente, Lady Quartermaine, non credo niente», disse Jung e sorrise.
«Una risposta brillante, dottore. Ma è anche un modo per non rispondere».
«Non è una cosa intenzionale. Deve ricordare, signora, che non ho avuto ancora il tempo di familiarizzarmi con il disturbo del suo amico».
«Non è un disturbo», disse Sybil, posando il coltello alla sinistra del piatto. «Non è una malattia che si è impadronita di lui». Spostò la forchetta sulla destra e la sbatté sul tavolo come una sorta di segno d’interpunzione. Non era ancora pronta a spiegare la sua veemenza.
Arrivò l’antipasto di ostriche.
Erano disposte su un vassoio di ghiaccio tritato, con spicchi di limone al centro. C’era anche una vinaigrette e quadretti di pane tostato.
«Le piacciono le ostriche, dottor Jung? Io vivrei di ostriche». Sybil spostò il vassoio in una posizione più vantaggiosa. «Se non comincia, le prenderò tutte io».
«Spero proprio di no. Ne vado pazzo anch’io».
Entrambi presero una conchiglia e inghiottirono il mollusco dopo averlo spruzzato di limone e vinaigrette.
«Divino!»
«Davvero».
Per un po’ mangiarono in silenzio, maneggiando tovaglioli protettivi, scavando con le forchette nelle fibre muscolari delle ostriche, e bevendone ciascuna come se fosse l’ultima.
«Una dozzina non è abbastanza», disse Sybil. «Ma dovremo accontentarci. Ho ordinato ris de veau. Le mie spie mi hanno garantito che sono eccellenti qui».
«Lo sono. E sono anche uno dei miei piatti preferiti».
«Sì, sì. Lo sapevo».
Per la prima volta da quando si era seduto davanti a lei, Jung si sentì distintamente a disagio. Non c’è niente che questa donna non abbia sottoposto a una ricerca?
«Sto leggendo il suo libro, dottor Jung. La psicologia della demenza precoce. Anzi, l’ho qui con me, ma non la imbarazzerò tirandolo fuori. È un regalo anonimo che ho ricevuto ieri mattina, da qualcuno, immagino, che credeva mi sarebbe interessato. Ed è proprio così. La gente può essere tanto cortese, non è vero? A lasciare piccoli regali significativi che uno può leggere e studiare».
«Sono sicuro che capirà, Lady Quartermaine, che il mio libro non è per i dilettanti», le disse Jung. «È stato scritto da uno psicologo per altri psicologi, non per i profani».
«Però mi sembra di cavarmela piuttosto bene».
Sybil mise la mano nella borsetta ed estrasse un taccuino rilegato in morbida pelle veneziana. Era verde, con impressioni in oro. La legatura conteneva una matita fissata a una sottile catenina d’oro.
Mentre portavano via il vassoio con i gusci d’ostrica vuoti, Lady Quartermaine si sistemò gli occhiali scuri, bevve un sorso di vino e consultò il taccuino. Jung osservava ogni sua mossa, affascinato dalla precisione e dalla grazia con cui lo maneggiava.
«Lei scrive a lungo della disintegrazione», disse Sybil, «come l’ha osservata nei suoi pazienti qui alla clinica».
«Sì. Sono convinto che coloro che soffrono di schizofrenia soffrono in realtà di una disintegrazione della personalità».
«La chiama frammentazione».
«Sì».
«“Frammenti come pezzi di vetro” è una delle sue frasi».
«Sì».
«Frammenti... frammentario... frammentazione. Disinte-grazione della personalità, come dice lei. È questo che crede sia capitato al signor Pilgrim?»
«Credo che sia una possibilità».
«Una forte possibilità?»
«Sì, direi di sì».
«Che cosa nel comportamento del signor Pilgrim le fa pensare una cosa del genere?»
«Il distacco dalla realtà. Il rifiuto di stabilire un contatto».
«Il suo silenzio?»
«Sì».
Jung aveva preferito non dire a Lady Quartermaine del secondo tentativo di suicidio. E nemmeno che Pilgrim aveva parlato. Se l’avesse fatto, lei gli avrebbe chiesto che cosa aveva detto, e lui non era ancora pronto a rivelarlo. Col tempo, sì, ma non subito. E neppure, naturalmente, le aveva detto dell’ordine di Furtwängler, secondo il quale Pilgrim non poteva essere avvicinato. In realtà, non aveva nemmeno informato Furtwängler che avrebbe pranzato con Lady Quartermaine. Era un’iniziativa di Sybil, non sua. Sentendo che Jung lavorava presso la clinica, e conoscendolo di fama, aveva pensato solo quella mattina di invitarlo.
Arrivarono i ris de veau, serviti da due giovani camerieri sotto la supervisione del maître.
Quando furono scoperchiati i vassoi delle verdure, Sybil disse: «Ho ordinato io gli spinaci?»
«Sì, signora. Espressamente».
«Bene. Me l’ero scordato. E il vino? Il bianco era eccellente. E il rosso?»
«Ecco qui, signora. Bordeaux, come richiesto».
«Bene». Sybil si rivolse a Jung. «Spero che non le dispiaccia. Preferisco sempre un vino secco con le animelle».
«Va benissimo».
Sybil fece un cenno ai camerieri, che si allontanarono mentre il maître scaraffava e versava con delicatezza il vino, per poi andarsene. Sybil allora disse: «Tiro sempre un sospiro di sollievo quando un ristorante non ha un sommelier. Così non bisogna discutere tutte le scelte».
Osservò Jung che prendeva la prima forchettata di ris de veau.
«Sono buoni?»
«Ottimi».
«Sono contenta. Quando s’invita qualcuno in un ristorante che non si conosce, non si sa mai».
«Non si preoccupi. Mangi e sia felice».
Sybil lo fece, e lo fu.
«Deliziosi. Deliziosi. Sublimi».
Sybil aveva così tanti tratti infantili, pensava Jung. Cospiratrice fino a un minuto prima, ingenua il minuto dopo. Affascinante, manipolatrice, dolce e pericolosa. Proprio come un bambino intelligente che ha imparato come funziona il mondo degli adulti e recita con consumata abilità la parte dell’adulto senza rinunciare a nessuno dei privilegi dei bambini.
«Stava dicendo, Lady Quartermaine, che non è un disturbo, non è una malattia che si è impadronita di lui. Del signor Pilgrim».
«Sì, ho detto così. E ne sono convinta».
«Su quali basi?»
«Lo conosco così bene da tanto tempo. Sono la persona più vicina alla sua natura. Alla natura delle sue passioni, alla natura delle sue paure. Le debolezze, i talenti, gli umori – buoni e cattivi – e la sua amabilità... e la tristezza che c’è in lui. Il desiderio di essere liberato dalla necessità dell’io. Mi segue?»
«Forse».
Sybil distolse lo sguardo da Jung e fissò le montagne oltre la finestra. Aveva ancora in mano forchetta e coltello, anche se, per un istante, se n’era dimenticata. «Il suo stato non si può spiegare con un disturbo, dottore: nessun mero disturbo, nessuna mera malattia. Non è ammissibile. Non lo permetterò».
L’affermazione era, naturalmente, insensata, ma Lady Quartermaine l’aveva fatta con un tale candore che Jung fu commosso dalla fede che rivelava. Era stata confidata, immaginò, con gli stessi modi e toni con cui i santi confidano le visioni al loro confessore: perché un conto è camminare al fianco di Dio, e un conto dire di farlo.
L’incantesimo fu spezzato quando Jung ebbe un attacco di tosse e fu costretto a prendere il bicchiere dell’acqua.
«Siamo tutti matti, secondo lei?» chiese Sybil, recuperando la propria compostezza. «In un modo o nell’altro, crede che le cose stiano così?»
Jung scrollò le spalle e disse: «Ci sono vari gradi di follia, naturalmente. Ne ho trovate alcune tracce anche in me, lo confesso». Agitò la mano. «Ma la follia è una belva astuta e non si lascia imprigionare dalle teorie. Con l’andar del tempo, ho imparato non solo a non credere alle teorie, ma anche a oppormi attivamente a esse. Ciò che conta sono i fatti. E i fatti che riguardano la follia di ciascun individuo sono tutto quello che abbiamo. Le teorie generali sulla follia impediscono di scoprirne la vera natura in ciascun paziente, uno a uno. La mia follia è quantificata da parentesi, come accade sempre alla follia. E a causa di ciò, ho imparato non solo ad affrontarla, ma anche a vivere con essa. E, cosa ancora più importante, a funzionare in sua presenza, come deve fare ogni persona. È mia e solo mia. Ciò che è successo nel caso del signor Pilgrim è che lui non riesce più a funzionare, e dobbiamo ancora scoprire se questo accade perché è pazzo o per qualche altra ragione».
«Ho paura per lui».
«È del tutto comprensibile».
«Non voglio che gli venga fatto del male».
«Nessuno gli farà del male», disse Jung ridendo. «Come sarebbe possibile?»
«C’è male e male, dottor Jung. Lo sa anche lei. Le dirò – e glielo dico a malincuore – che non mi piace il dottor Furtwängler. Non mi fido del suo giudizio, e per essere sincera, non apprezzo i suoi modi».
Jung fece un altro gesto con la mano. Non c’era nulla che potesse dire senza sembrare scorretto.
«Ho avuto la sensazione che non credesse a quanto gli raccontavo».
«Qui credo proprio che si sbagli, Lady Quartermaine. Il dottor Furtwängler crede di sicuro a ciò che gli ha raccontato».
«Anche così, non mi fido di lui. Non mi fido del suo giudizio. Mi è stato raccomandato da eccelsi luminari, ma lo stesso non mi fido di lui. Sorride troppo. Sorride nei momenti sbagliati. Sorride senza piacere. Sorride senza aver voglia di sorridere. Sorride senza considerazione. Odio chi si sforza di piacere. È una cosa che mi irrita e mi fa perdere ogni senso di fiducia. E non fidarsi del proprio medico – o del medico che cura il nostro amico più caro – è intollerabile».
Sybil posò forchetta e coltello e si appoggiò allo schienale della sedia.
«Sono stanca», disse. «Stanca e sperduta in mezzo a queste cose. La psichiatria, dottor Jung, per me è un completo mistero. Ma se racchiude la risposta che porta alla salvezza del signor Pilgrim, la affronterò finché sarà guarito».
Tra loro cadde un silenzio che Jung non osò rompere.
Fu Sybil che riprese a parlare.
«Mi rendo conto che non sarebbe opportuno togliere il caso al dottor Furtwängler. Forse ho avuto una reazione esagerata davanti ai suoi modi. Sorridere troppo – capisce cosa intendo? – diventa quasi volgare».
Jung fu costretto a reprimere a sua volta il sorriso. Conosceva fin troppo bene l’arte della seduzione di Josef Furtwängler.
«Ma devo chiederle – sono decisa a chiederle – se accetterebbe di prendere in cura il signor Pilgrim, dottor Jung. Mi piace ciò che ha detto, anche se alcune cose non m’ingannano. Tuttavia, sento che lei ha un atteggiamento creativo nei confronti del signor Pilgrim, e a mio giudizio è di questo soprattutto che lui ha bisogno. Qualcuno che lo prenda per quello che è senza attaccargli un’etichetta e spingerlo in un angolo».
Jung abbassò gli occhi sul piatto. Non aveva ancora finito, ma non aveva più fame. Mise da parte le posate, si portò il tovagliolo alle labbra e poi lo distese sul grembo. Infine disse: «Vorrei accettare la sua offerta, Lady Quartermaine, ma temo di dover rifiutare».
«Rifiutare? Lei non può rifiutare. Glielo proibisco».
«Tuttavia, Lady Quartermaine, contro il mio desiderio devo dirle di no».
Allora spiegò – senza insistere troppo sui giudizi spesso sbagliati di Josef Furtwängler – che era stato quest’ultimo a decidere di lavorare da solo sul «caso Pilgrim» e che «lui è da tempo in polemica con i miei metodi».
Disse anche altro. Raccontò, senza fare nomi, della contessa Blavinskaja, dell’uomo-cane, degli altri, ma mise l’accento sul fatto che «uno può sempre sbagliarsi», che «si può sempre interpretare male un caso», che «tutti siamo fallibili». Parlò del suo profondo interesse per il «dilemma del signor Pilgrim», eccetera, eccetera, eccetera, finché Sybil non fu del tutto affascinata e convinta che solo il dottor Jung poteva aiutare il suo amico, e che se Jung non era disposto a parlare al dottor Bleuler, allora l’avrebbe fatto lei. E avrebbe parlato con durezza al dottor Furtwängler.
«In questo caso», disse Jung, «la ringrazio. E farò, in tutti i modi, il meglio che posso».
«Abbiamo fatto bene a vederci», disse Sybil e levò il bicchiere. «E contando sul nostro incontro, beviamo al nostro amico assente».
«Al nostro amico assente».
Quasi in risposta al loro gesto, l’orchestra attaccò Storie dal bosco viennese.
«Oh, che giornata perfetta, perfetta!» gridò Sybil. «Lei che accetta! Questo vino! Un valzer! E adesso, profiteroles!»
Mentre la osservava alzare la mano in direzione del maître, Jung pensò: Ed ecco, la bambina torna trionfante dalla missione fra i dottori, e adesso le sarà offerta la gloria perfetta del banchetto per la vittoria. Un dolce al cioccolato.
Quanto a sé, fece un brindisi segreto al portiere dell’Hôtel Baur au Lac, che il giorno prima aveva ricevuto dalle mani di Jung un volume sottile in una comune busta marrone, affinché lo consegnasse alla marchesa di Quartermaine, «omaggio di uno sconosciuto». L’anonimato gli era costato tre franchi.