16.

La contessa Blavinskaja era sdraiata nella vasca. I piedi, contorti e rovinati dalla danza, galleggiavano lontani, persi nella foschia. Piedini perfetti, una volta. Sua madre glielo diceva sempre. E suo padre. E suo fratello.

Aleksej.

Mise le mani sotto le coperte e mi strinse i piedi tra le sue dita gelate, premendo i pollici nelle mie piante dei piedi e sussurrando: «Giro giro tondo andremo in tutto il mondo, e dove ci fermeremo nessuno lo saprà».

Tanto, tanto tempo fa.

Tanto davvero?

Sì, tanto, tanto tempo fa.

Non mi sembra. Sento ancora il freddo delle sue dita.

Avevi solo dodici anni.

Dodici? Non ricordo. Ricordo che ero una ballerina. Questo lo so.

Sì. E brava. Fin da quando avevi dieci anni, tutti dicevano che saresti diventata una stella.

Sì, e lo sono diventata.

Tatjana sentiva l’aureola dei capelli che si apriva attorno alle spalle, mentre alcune ciocche si arenavano sul seno, e i capezzoli si irrigidivano al loro tocco. Dora Henkel le aveva detto di non sciogliere i nastri, ma Tatjana si era voltata e si era messa a galleggiare allontanandosi da lei.

C’erano sali nell’acqua. Un agente terapeutico, secondo il medico, rilassante (una parola che Dora non aveva mai sentito prima). Simula l’assenza di peso, aveva detto il medico. E questo aiuta di per sé a rilassarsi.

Di sicuro la contessa sembrava meno tesa di prima, abbandonata mezzo addormentata nel Mar dei Sargassi dei suoi capelli. Dora si appoggiò allo schienale della sedia e sorrise.

Secondo il dottor Furtwängler, Tatjana Blavinskaja era stata una ballerina prima a Pietroburgo, e poi con i Ballets Russes di Diaghilev. Ma era successo qualcosa – il dottore non diceva cosa – e la sua carriera si era interrotta qualche mese dopo il matrimonio con il conte Blavinskij. Quello stesso anno era divenuta prima ballerina. Fokine aveva creato per lei la coreografia di un nuovo balletto. La musica era stata composta da Stravinskij. Era cominciato il lavoro sulla scenografia e i costumi, ma qualcosa...

Era successo qualcosa.

Era successo qualcosa e Tatjana Blavinskaja era andata a vivere sulla luna. Era andata, diceva, a cercare sua madre. Mia madre: Selene, dea della luna.

Perfino gli dei erano innamorati di Selene. Tutti gli dei. Ma lei si era innamorata di un uomo – un mortale – ed era stata bandita dal suo regno. Lei e il suo amante mortale si erano sposati alla presenza dello zar delle Russie! Così diceva la contessa. E in seguito ebbero due figli: Aleksej Sergeevi?c e Tatjana Sergeevna.

Dapprima andò tutto bene. A sentire i medici – dato che sia il dottor Jung che il dottor Furtwängler conoscevano così bene la sua storia – sembrava che Selene e Sergej Ivanovi?c, suo marito, vivessero in una fiaba.

Ma era successo qualcosa.

Qualcosa, ma nessuno sapeva cosa.

Il dottor Jung sosteneva che la contessa lo sapeva, ma non poteva o voleva dirlo. Il dottor Furtwängler non era d’accordo. La versione del dottor Furtwängler era che non era successo nulla. Lei si era ammalata e poteva essere curata. E sarebbe guarita. Non c’è niente in Tatjana Blavinskaja che il tempo e la pazienza non possano sistemare. Nessuno vive sulla luna. È impossibile.

Sulla luna, aveva raccontato Tatjana a Dora Henkel, siamo senza peso. Ecco perché amo tanto l’acqua. È come tornare a casa, come se potessi galleggiare e fluttuare da qui a lassù.

Quanto al marito...

No.

Non voleva parlare del matrimonio. Non c’erano bambini. Come avrebbero potuto essercene? diceva con fare enigmatico.

Il conte Nicolas Blavinskij. Qualcuno lo aveva ucciso. Forse, si diceva, il padre della contessa...

Tatjana aprì la bocca e si strinse una ciocca di capelli fra le labbra. Fissava lo sguardo vuoto sul vapore, ma non c’era nessuno lì che volesse. Tutti coloro che voleva erano scomparsi. Restavano solo coloro che non voleva. Suo fratello, suo padre, lei stessa.

Aleksej mise le mani sotto le coperte e mi strinse i piedi, mentre qualcuno...

Chi?

Mentre qualcuno guardava.

Oh, cosa? Cosa? Cosa... cosa... cosa?

Tatjana prese ad agitare braccia e gambe nell’acqua, mentre si mordeva le ciocche di capelli.

Emise un gemito, ma non parole. Cominciò a soffocare.

Dora Henkel corse sul lato più lontano della vasca.

«Contessa! Contessa!» sibilò.

Non aveva il permesso di alzare la voce. Non bisognava allarmare gli altri pazienti.

«Presto», gridò sottovoce. «Qualcuno mi aiuti».

Vennero di corsa un inserviente e un’altra infermiera.

L’inserviente scese nella vasca e immobilizzò le braccia di Tatjana. Nonostante la forza della presa, la contessa continuò ad agitare le gambe e a scalciarlo con i talloni. Ma l’inserviente resistette mentre Dora e l’altra infermiera tirarono la contessa fuori dall’acqua e la bloccarono con un’improvvisata camicia di forza fatta con gli asciugamani.

Tatjana gettò indietro la testa fin dove glielo consentiva il collo e urlò.

«Aiuto! Aiuto! Aiutatemi!»

Ma nessuno venne a salvarla. Nessuno. Solo quelli che già erano lì, e quelli che già erano lì le dicevano: Non ha bisogno di aiuto. Va tutto bene. Siamo qui con lei. Su, su, su... Stia calma.

Era la solita vecchia storia. Nessuno vede i tuoi nemici tranne te, e tutti i nemici che potevi vedere eri tu.