7.

«È sicura di avermi detto tutto?»

«Tutto di cosa?»

«Della sua relazione con il signor Pilgrim».

Di fronte a Sybil, il mattino seguente, Furtwängler sembrava, più che un medico amichevole, un pubblico ministero dai modi freddi, pronto a rivolgere domande quasi irriguardose.

«Non so cosa stia pensando, dottore, ma posso dirle questo: io e il signor Pilgrim non siamo – e non siamo mai stati – amanti».

«Non ho detto questo».

«Era quello che pensava».

«Lo ammetto. Sì. Ma non mi sarei mai sognato di chiederle i particolari. Ciò che fate lei e il signor Pilgrim...»

«Non c’è bisogno che spieghi il suo atteggiamento, Herr Doktor. Lo capisco perfettamente. Io e il signor Pilgrim non facciamo niente. Ha mai sentito parlare di una semplice amicizia?»

«Le semplici amicizie fra uomo e donna sono relativamente rare, Lady Quartermaine. Sono sicuro che gliel’avrà insegnato la sua stessa esperienza».

«Non so niente del genere».

«E suo marito, il marchese. Ha amiche?»

«Le amiche e le amichette non sono la stessa cosa. E sono sicura, Herr Doktor, che questo gliel’avrà insegnato la sua esperienza».

Furtwängler era in piedi. Erano in una delle sale di ricevimento del piano terra, dove era stato acceso il fuoco nel camino. Il medico si sedette. Erano uno di fronte all’altra, entrambi in guardia, entrambi diffidenti, seduti su poltrone foderate di verde. Da parte sua, Furtwängler era sicuro che Lady Quartermaine gli avesse già mentito. Sybil, per suo conto, aveva cominciato a perdere fiducia in lui. Non avrebbe tollerato altre supposizioni del genere.

«Dice che non siete stati amanti», disse il dottore. «Ma ho comunque bisogno di conoscere la natura della vostra relazione».

Sybil Quartermaine trovò la domanda fatua e irritante. La mise da parte con un cenno della mano e non disse nulla.

«Può dirmi, almeno, da quanto tempo vi conoscete?»

«Da sempre».

«La prego, Lady Quartermaine. Più cose mi dice, più posso essere d’aiuto. Da sempre non è una risposta».

«Perché no? Magari intendevo proprio quello».

«Nei termini di ciò che ho bisogno di sapere, da sempre non è un’informazione. Può significare qualunque cosa».

Sybil sospirò. «Benissimo, allora. Io avevo dodici anni. Lui diciotto».

«Dodici e diciotto. Allora doveva essere il...»

«1880. Era l’anno in cui morì mio padre».

«E il signor Pilgrim?»

«Lo trovai in giardino».

«Prego?»

«Lo trovai in giardino. A Chiswick».

«Chiswick?»

«Sì. Dove sono cresciuta. Londra ovest. Vicino al fiume. Il Tamigi».

«E lei è nata lì?»

«No. Anche se potrei. Non so dove sono nata. Non me l’ha mai detto nessuno».

«Capisco. E lei lo trovò in giardino. Il signor Pilgrim».

«Sì. Era estate. Agosto. Mio padre era morto il giorno prima e mia madre era sconvolta. Voleva Symes, mio fratello, accanto a sé. Non voleva me. Per fortuna. Anch’io ero sconvolta. Era il primo mattino. Non avevo dormito. Ero in camicia da notte. A piedi nudi. Lo ricordo distintamente: l’erba e la rugiada sotto i piedi. Avevo una specie di scialle, forse una coperta di lana. Era blu. Ha una sigaretta? Vorrei fumare una sigaretta».

Il dottor Furtwängler si alzò e le porse il portasigarette d’argento. Ne prese una anche per sé e le accese entrambe con un accenditoio tratto dal fuoco.

Sybil si appoggiò ai cuscini della poltrona. Socchiuse gli occhi guardando il fuoco. Il fumo della sigaretta saliva a spire attorno al suo viso. Alla luce del giorno, la sua bellezza era più pronunciata, anche se lei ne sembrava del tutto inconsapevole. Nel suo aspetto non c’era traccia di artificio. La pelle bianco panna del viso, i capelli tirati all’indietro e gli occhi viola erano doni di natura, che lei riconosceva ma non intendeva adornare. Gli unici gioielli erano un filo di perle, la vera matrimoniale, l’anello di fidanzamento e una piccola spilla di giada verde incastonata in argento. Furtwängler notò anche una voglia nella parte inferiore del polso sinistro: una debole linea che ricordava un serpente. Era rossa.

«Era andata in giardino, diceva. Era mattino presto».

«Stava albeggiando. C’era luce, ma il sole non era ancora spuntato. Il nostro giardino di Chiswick era circondato da un muro, un vecchio muro grigio coperto d’edera. Edera e vite del Canada. In autunno, il muro era rosso, arancione, in fiamme. Ma allora, quel mattino, era verde. Le piante erano fitte e rigogliose. Non si vedevano quasi le pietre del muro e... C’erano alberi. Era incantevole. Meraviglioso. Su uno degli alberi, una quercia, era appoggiata una scala. Non ricordo perché, ma ricordo che c’era. E...»

«E?»

«Accanto alla scala, sdraiato sull’erba sotto l’albero, c’era un giovane».

«Il signor Pilgrim?»

«Sì. Il signor Pilgrim. Pilgrim. Non avevo mai visto nessuno così bello in vita mia. Nemmeno le statue, nemmeno i quadri mi avevano preparato a quella visione. Di certo, nessun essere umano. I capelli erano ramati, infuocati, e il suo viso... Be’, l’ha visto. Pelle splendente, labbra piene, un becco d’aquila... Indossava un blazer blu. Pantaloni grigio chiaro. Senza cravatta. Camicia bianca. Io... Era addormentato, capisce. E io lo guardai e pensai che, per qualche motivo, un dio fosse stato lasciato indietro nel giardino. Abbandonato».

«E quando si svegliò?»

«Fui io a svegliarlo. Non riuscivo a sopportare di vederlo sdraiato nella rugiada. Ero sicura che sarebbe morto di freddo, perciò mi feci avanti e gli toccai il piede con l’alluce. Quando mi vide, sorrise e disse: “Stavo sognando...”».

«Sognando».

«Sì. Disse che si era addormentato e si era messo a sognare».

«Ma cosa stava facendo nel suo giardino? Come ci era arrivato?»

«Glielo chiesi, ma con gentilezza. Non avevo affatto paura di lui. Ero semplicemente curiosa. E di certo non volevo che se ne andasse».

«E cosa rispose?»

«Disse che non sapeva come era arrivato fin lì. Non sapeva nemmeno dov’era. Quando gli dissi il mio nome, per lui non aveva nessun significato. Gli chiesi come si chiamava e dapprima disse di non sapere nemmeno quello. Ma poi rispose che il suo nome era Pilgrim».

«Ed è così che vi siete conosciuti».

«È così che ci siamo conosciuti. In un giardino, in un giorno d’estate, l’anno in cui morì mio padre. Nel 1880».

Si sentì del movimento all’entrata. C’era gente che si salutava e picchiava i piedi per terra per liberarli dalla neve. Oltre la soglia giunse l’odore dell’aria fredda. Il fuoco vacillò. Sybil allungò le mani e si toccò le caviglie.

«La corrente», disse sorridendo. «Non è meraviglioso, il modo in cui ci parla?»

«Ci parla?»

«È un modo di dire. Non c’è niente che le parla, dottore? Nella natura, voglio dire. Il vento? La pioggia? Un animale che passa?»

«No. Temo di no. Il mio senso della percezione deve essere piuttosto ottuso».

«Non necessariamente. È un dono, immagino. Come la musica. Alcune persone ce l’hanno, altre no. Temo sia una grave limitazione».

Lady Quartermaine stava ancora sorridendo. Meglio essere gentili. Perché inimicarselo? In quel momento, il dottor Furtwängler era tutto ciò che aveva.

«Cosa potrebbe averle detto la corrente, Lady Quartermaine? Sono curioso».

«È appena arrivata una persona importante. Ecco cosa mi ha detto. C’era un’aria di determinazione, di risolutezza. Non so come dirlo. Qualunque fosse la fonte, era molto rinfrescante».

«Proprio così». Il dottor Furtwängler estrasse l’orologio dalla tasca, guardò l’ora e fece una smorfia di disperazione.

«Ho un paziente che mi aspetta, Lady Quartermaine. Devo chiederle di scusarmi».

«Certo».

Il medico si alzò in piedi, sistemandosi giacca e panciotto.

«Posso vederla oggi pomeriggio?» chiese.

«Ha importanza? Se, come mi ha spiegato, il signor Pilgrim è restio a vedermi adesso, avrà voglia di vedermi nel pomeriggio?»

«Forse, se lei viene verso l’ora del tè. Potrebbe essere in una disposizione mentale più favorevole».

«In questo caso, arriverò alle quattro e mezzo».

«Tuttavia, le suggerirei di prepararsi a un nuovo rifiuto. In questo momento il signor Pilgrim si trova in una posizione precaria. Credo che si senta in pericolo. Un pericolo che forse viene dall’interno, forse dall’esterno. Continua a non parlare».

«Capisco».

Furtwängler annuì e si volse alla porta.

«Posso dirle una cosa, dottore, prima che se ne vada?»

«Certo». Furtwängler si voltò di nuovo e attese.

«Quando parlerà, le racconterà cose – circostanze – che possono sembrare al limite dell’impossibile. In realtà, ci saranno episodi...» Sybil distolse lo sguardo «... che sono impossibili. Tuttavia...» Gettò la sigaretta nel fuoco. «La supplico di credergli, almeno per un po’. Per il bene del signor Pilgrim».

«Pensa che lui sia impazzito?»

«Non penso nulla. La sto solo esortando a non distruggere le sue convinzioni. Pilgrim non ha nient’altro su cui fare affidamento».

«Grazie, Lady Quartermaine. Terrò in grande considerazione il suo consiglio. Arrivederci a questo pomeriggio?»

Sybil annuì. «A questo pomeriggio».

«Buona giornata».

«Buona giornata».

Nell’atrio, il dottor Furtwängler parlò al vecchio Konstantine, il portiere. Sybil udì pronunciare il suo nome, ma né le orecchie né il suo tedesco le permisero di tradurre con precisione ciò che veniva detto.

Sybil si alzò in piedi.

Era stanca.

Non aveva dormito.

Mentre si scaldava le mani davanti al fuoco, voltò i polsi e vide la voglia.

La fissò tristemente.

«Maledetta», sussurrò. «Maledetta. Maledetta. Maledet-ta».