In verità Furtwängler non aveva appuntamento con un paziente. Tornando nel suo studio trovò invece il dottor Jung e il dottor Menken che lo aspettavano, come lui stesso aveva richiesto.
Era stato l’arrivo di Jung all’ingresso principale a stimolare le osservazioni di Lady Quartermaine sulle correnti rivelatrici. Sapendolo, Furtwängler si era in qualche misura irritato. Jung, a quanto sembrava, aveva il dono di impressionare gli altri, perfino con un’entrata fuori scena.
Menken era da poco alla clinica: proveniva dall’America, dove era stato uno degli ultimi allievi di William James a Harvard. Era relativamente giovane – trentadue anni – e aveva un’intelligenza brillante, ma era troppo serio. Jung si era imposto la missione di far spuntare un sorriso al giorno sulle labbra di Menken, ma non aveva ancora raggiunto l’obiettivo. Se James fosse stato ancora vivo, Jung gli avrebbe scritto per lamentarsene: È impossibile continuare a sorridere ed essere ugualmente pragmatisti?
Jung non aveva ancora trentasette anni ed era perennemente senza fiato per un entusiasmo che sembrava non avere confini. Si era già fatto un nome pubblicando, nel 1907, La psicologia della demenza precoce. Era uno studio sulla schizofrenia che aveva aperto nuovi territori e aveva attirato su Jung l’attenzione di Freud; cosa che, con il passare del tempo, si sarebbe rivelata disastrosa.
Come clinica psichiatrica, almeno in Europa, la Burghölzli non aveva rivali. Centro di ricerca di studi psichiatrici fin dal 1860, aveva conquistato una statura internazionale sotto la direzione di Auguste Forel, a partire dal 1879. Dopo il ritiro di Forel era stato nominato il direttore in carica, Eugen Bleuler.
La specializzazione di Bleuler era la schizofrenia, una parola da lui stesso creata per descrivere la demenza precoce. La sua teoria era semplice. Gli uomini e le donne che soffrivano di demenza precoce erano stati considerati incurabili. Quelli che soffrivano di schizofrenia – letteralmente, mente divisa – potevano almeno essere aiutati, se non guariti, riportandoli in contatto con il mondo reale e allontanandoli dal mondo fantastico in cui tendevano a nascondersi e a vivere la loro vita.
Non sposato, Bleuler aveva fatto della clinica la sua residenza e passava ogni ora di veglia o con i pazienti o con i medici; e per questi ultimi la sua costante presenza era divenuta una sorta di fardello. «Ogni tanto penso che tenga un bollettino giornaliero delle volte che usiamo il gabinetto», aveva detto Jung.
Sia Forel che Bleuler erano rigorosamente contrari all’alcol. L’alcolismo non può essere trattato da medici che non siano essi stessi astemi, intimava una sentenza di Forel. «E se un paziente soffre di priapismo, il medico che lo cura deve rinunciare al sesso?» aveva chiesto Jung.
Adesso, nel suo studio illuminato dal sole, Furtwängler salutò i due colleghi con un cenno della mano.
«Signori», disse, «accomodatevi». Andò all’armadietto, aprì la serratura e rivelò una bottiglia di brandy e vari bicchieri. Simili articoli, naturalmente, non potevano essere messi in mostra. Tutti i medici della Burghölzli avevano da poco ricevuto una secca circolare dalla direzione: Secondo alcune voci il personale medico considera opportuno – perfino necessario – tenere una provvista di bevande alcoliche nel proprio studio. Confido che tali voci non abbiano fondamento, dato che ho già espresso la mia opinione su simili deplorevoli abitudini. Firmato: Bleuler.
Benché fosse privo di senso dell’umorismo e una compagnia piuttosto pesante, il dottor Bleuler era nondimeno rispettato. D’altra parte, non era rispettato abbastanza da convincere i medici a rinunciare all’alcol. Ogni studio aveva il suo nascondiglio segreto.
Menken si sedette, ma Jung rimase in piedi.
«Hai un’aria perplessa, Carl Gustav», disse Furtwängler.
«Sono perplesso», disse Jung. «Tatjana Blavinskaja ha avuto una grave ricaduta e io sono diviso fra la rabbia e la delusione. Qualcosa – non so ancora cosa – l’ha costretta o convinta a rinunciare a parlare. Adesso è in uno stato semicatatonico, e questo mi ha turbato moltissimo perché stava facendo progressi meravigliosi. Avete idea di quale potrebbe essere la causa?»
Menken disse di no e accettò il brandy che, per coincidenza, era dello stesso colore del vestito a scacchi che aveva scelto di indossare quel giorno.
Furtwängler attraversò la stanza e porse un bicchiere a Jung, che era in piedi accanto alla finestra centrale. «Sì», disse, «può darsi che possa avere una spiegazione. Ma...» Tornò alla scrivania e si sedette.
«Ma...?» chiese con impazienza Jung. «Ma... ma...?»
«È una pura supposizione». Furtwängler bevve un sorso di brandy.
Jung si mise a frugarsi nervosamente le tasche in cerca di un sigaro che infine accese, gettando poi il fiammifero spento sul pavimento.
«Ti dispiace?» disse stizzito Furtwängler. «Per favore, niente fiammiferi sul pavimento. E usa un portacenere. Lasci una striscia di cenere ovunque vai».
Jung prese un portacenere e, col bicchiere in mano e i denti stretti attorno al sigaro, sibilò: «Vai avanti».
«La contessa Blavinskaja crede che dalla luna abbiano mandato un messaggero per lei», disse Furtwängler.
«Oh». Jung si sporse in avanti.
«Sì. Ma ovviamente non è vero».
«Se lei crede di sì, è così», disse Jung. Era inflessibile. «Mettere di continuo in discussione ciò che crede la contessa non è di nessun aiuto. Chi era questo messaggero? L’ha visto qualcun altro? Era un uomo o una donna? L’ha detto? Cosa? Cosa? Cos’ha detto?»
«Era un uomo», disse Furtwängler. «L’ho visto anch’io».
«Ah-a!»
«Aspetta a fare ah-a. È un nuovo paziente. Suite 306, in fondo al corridoio rispetto a quella della Blavinskaja. A quanto pare si sono incontrati».
«È una cosa meravigliosa. Meravigliosa. Mi stai dicendo che si sono riconosciuti l’un l’altra?»
«Solo che lei ha sostenuto di averlo riconosciuto».
«E...? Lui viene dalla luna?»
«Carl Gustav, per favore».
«Sai cosa voglio dire: lui sostiene di essere sceso dalla luna?»
«No. Lui non sostiene proprio niente. È muto».
«Muti lunari! E due, poi!» disse Jung. «Magari c’è un raduno!»
Menken quasi sorrise, ma poi ci ripensò.
«Quando è arrivato, questo messaggero?» chiese Jung.
«Ieri pomeriggio. E non è un messaggero. È venuto... È stato portato qui dall’Inghilterra».
«Alcune persone sostengono che l’Inghilterra potrebbe essere la luna», disse Jung, e strizzò l’occhio a Menken.
Menken rimase zitto e con un viso di pietra. Si sentiva come un arbitro in una partita di tennis. Durante incontri del genere il suo ruolo sembrava sempre lo stesso: un po’ meno di partecipante, un po’ più di spettatore. I suoi, tuttavia, sarebbero stati gli appunti più impeccabili di quella riunione, perfettamente imparziali.
«Come si chiama, quest’uomo?» chiese Jung.
«Pilgrim».
«Pilgrim... Interessante. Mi chiedo...»
«Ti chiedi?»
«Che cosa sai di lui? A parte il fatto che Tatjana Blavinskaja ritiene che sia un cittadino della luna come lei? C’è qualche possibilità che venga dal mondo dell’arte e degli artisti?»
«Santo cielo. Sì», disse Furtwängler. «Ne hai sentito parlare?»
«Qual è il nome di battesimo?»
«Non ce l’ha. È conosciuto solo come Pilgrim».
«È così che si firma. Ho letto i suoi scritti. Storico dell’arte. Brillante. Ha scritto l’opera definitiva su Leonardo da Vinci. Una persona straordinaria. Allora: qual è il suo problema? In che stato è?»
«È un potenziale suicida».
«Oh, misericordia. Poveretto. Ci ha già provato?»
«Sì. Varie volte. Nell’ultimo tentativo, si è impiccato. Le circostanze sono – credimi – straordinarie. Quell’uomo dovrebbe essere morto».
Furtwängler riassunse i bollettini medici di Greene e Hammond che Sybil Quartermaine gli aveva consegnato.
«Mi piacerebbe vederlo», disse Jung. «Ci terrei moltissimo a vederlo. Posso?»
«Certo. È per questo che vi ho chiesto di venire qui».
«E dici che avrebbe dovuto morire e invece, per via di alcune circostanze straordinarie, è ancora vivo?» chiese Menken.
«Be’, sembra proprio di sì», disse Furtwängler. «Entrambi i medici chiamati a esaminarlo avevano già firmato il certificato di morte e se n’erano andati quando, all’improvviso, cinque, sei, sette ore dopo essersi impiccato, lui è tornato in vita».
«Potrebbe essere che in realtà lui non voleva morire...» disse Menken.
«Ma hai detto che ci aveva già provato. Altri tentativi di suicidio?» chiese Jung.
«Sì».
«Impiccandosi?»
«No. Altri modi. Annegamento. Veleno. Il solito».
«Bene. Straordinario. A meno che, naturalmente, abbia ragione Menken e in realtà lui non ci abbia provato davvero sul serio».
«Secondo me, avere tutta l’aria di essere morti per sette ore vuol dire provarci molto sul serio», disse Furtwängler.
«E adesso la contessa crede che sia venuto dalla luna apposta per lei».
«Sì. Ahimè...» Tatjana Blavinskaja non era la paziente preferita di Furtwängler.
Jung si sedette e si batté il ginocchio con decisione. «Bene!» disse. «Quando possiamo vederlo?»
«Adesso, se avete voglia».
«Ne ho molta di voglia. Avanti. Brindiamo. Andiamo tutti insieme. Sulla luna, signori!» Jung sollevò il bicchiere e lo vuotò. «Sulla luna, a tutta velocità!»
Furtwängler strinse con forza il bicchiere mentre beveva. Il signor Pilgrim era un suo paziente, in virtù degli accordi con Lady Quartermaine, e con l’implicita approvazione di Bleuler. E tuttavia, mentre posava il bicchiere e si alzava per unirsi agli altri, ebbe per un istante una sorta di presentimento. In passato Jung gli aveva già sottratto alcuni pazienti – in primo luogo la contessa Blavinskaja – ed era per questo che adesso Furtwängler era particolarmente irritato per la mancanza di progressi nel suo stato. Se non veniva controllato con cura, il travolgente entusiasmo di Jung poteva talvolta far crollare l’intera struttura della terapia di un altro analista.
Mentre uscivano, Furtwängler girò la chiave nella toppa e pensò: Un giorno, potrei trovare un modo per farlo allontanare dalla clinica.