Quando Jung ritornò a casa, sua moglie, Emma, era ancora a letto. Si svegliò sentendolo cantare nel bagno, dal quale filtrava abbastanza luce da guidarla lungo il pavimento.
Senza infilare le pantofole, Emma arrivò alla porta del bagno, aprì la porta e scrutò attraverso il vapore. Seduto nella vasca c’era Carl Gustav che si strofinava la schiena.
«Vuoi che ti aiuti?» gli chiese.
«No, no. Torna pure a letto. Va tutto bene».
«Sembra proprio di sì», disse Emma. «Erano settimane che non ti sentivo cantare. È per il signor Pilgrim? Ha di nuovo parlato nel sonno?»
«Sì!» ruggì Jung come un bambino trionfante. «Sì! Sì! Sì!»
Emma incrociò le braccia e sorrise. «Sono così contenta per te», disse.
«Devi essere felice per il mondo intero», disse Jung con una risata. «Uno dei suoi abitanti più interessanti sta tornando alla vita».
«Hai bisogno di qualcosa?»
«Sì. Potresti telefonare all’Hôtel Baur au Lac e dire di trasmettere un messaggio a Lady Quartermaine appena si sveglia. Non dire niente di Pilgrim. Lascia che ci pensi io. Di’ solo che sto arrivando e che voglio vederla».
«Adesso, Carl? Sono le sette del mattino».
«Sì, adesso. Certo che adesso. Con enfasi: adesso!»
Emma andò a telefonare. Alle sette e un quarto Jung era nell’atrio e indossava sciarpa e cappotto. Quando infilò i piedi nelle galosce gridò in direzione delle scale: «Le scarpe! Le scarpe! Ho dimenticato le scarpe!»
Pochi secondi dopo Emma comparve sul pianerottolo, e gettò di sotto un paio di scarpe pesanti.
«Grazie. Grazie. Vado». Jung mandò un bacio a Emma, si strinse le scarpe sotto un braccio, afferrò la cartella e uscì.
Emma gli gridò dietro: «Il cappello! Fa freddo! Ti si geleranno le orecchie!» Ma lui se n’era già andato.
Emma scese nell’atrio, premendosi una mano sul ventre. «Hai un padre molto sbadato», disse, e andò in cucina.
Quando Jung arrivò all’Hôtel Baur au Lac, Lady Quartermaine lo stava aspettando nell’atrio.
«Molto presto per una visita», disse. «Non importa. Ha già fatto colazione? Io no. Di solito me la faccio portare in camera. Ma stamattina... Santo cielo, dottore! Non sono ancora le otto. Ha qualche notizia da darmi?»
«Chiedo scusa per l’ora, Lady Quartermaine. Ma... sì, ho notizie di vitale importanza. Il signor Pilgrim ha parlato a lungo, e ho bisogno del suo aiuto per interpretare ciò che ha detto. E no, non ho ancora fatto colazione. Muoio di fame».
«Allora andiamo, e durante la colazione lei mi metterà al corrente».
Raggiunsero la sala da pranzo, dove Jung fu liberato di sciarpa e cappotto.
«Mi sembra che abbia le galosce, dottore. Non vuole toglierle?»
«Non posso. Sotto ho solo le calze».
«Capisco. Be’, non le chiederò spiegazioni, anche se immagino debba essercene una».
Jung pensò alle scarpe ancora posate sul sedile anteriore della Fiat, e non disse nulla.
Sybil Quartermaine concesse al maître di indicarle un tavolo «lontano da una luce eccessiva».
Ordinarono mezzi pompelmi, caffè, pane tostato e marmellata di fragole. Jung ordinò anche un’omelette e prosciutto.
Sybil indossava un vestito viola da mattina con due giri di opali verde pallido. Era senza cappello.
«Mi sembra così pomposo portare il cappello solo perché ci si fa vedere in un luogo pubblico. Non crede anche lei? Certo, dato che è un uomo, non avrà mai pensato a cose del genere. Ho notato che è arrivato senza cappello, dottor Jung. Niente scarpe. Niente cappello. Nel cuore dell’inverno. Mi meraviglia».
«È maggio».
«Così pare. Ma non è una scusa. Potrebbe essere benissimo il cuore dell’inverno, per quello che vedo io. Devo essere contenta dell’Inghilterra, dove i narcisi erano già sbocciati e sfioriti prima che lasciassimo Londra».
Arrivò il caffè. Il cameriere riempì le tazze e lasciò la brocca sul tavolo.
«E allora? Le notizie».
«Non so neanche da dove cominciare».
«Ha detto che ha parlato. Cominci da lì».
«Ha parlato nel sonno. Molto dopo mezzanotte. Le quattro del mattino, credo».
«Ha parlato nel sonno? Ma lo facciamo tutti. È questa la notizia?»
«No, no, Lady Quartermaine. No. Lei non capisce. L’altra notte, il signor Pilgrim aveva chiesto di me, parlando nel sonno. E...»
«E allora...?»
«Stanotte sono rimasto in camera sua e lui ha parlato di nuovo...» Jung si fermò e si portò una mano alla testa. «Devo avere un’aria spaventosa», disse. «Ero così eccitato che mi sono scordato di pettinarmi».
«Oh, lasci perdere! Mi dica che cosa ha detto».
Jung si sporse in avanti.
«Il signor Pilgrim non ha mai parlato con lei di un giovane di nome Angelo?»
Sybil posò la tazza sul piattino, si picchiettò le labbra con il tovagliolo e se lo distese sul grembo.
«No», disse.
«No?»
«No».
«Che peccato. Speravo che potesse dirmi chi era».
«Angelo, dice. Che nome è?»
«Immagino sia italiano».
«Italiano. Certo, italiano. Ho paura di non essere ancora sveglia». Prese dalla borsetta il portasigarette e l’accendino.
Jung ebbe l’impressione che più che non essere ancora sveglia Sybil fosse nervosa, e si domandò perché.
«Non le fa venire in mente niente?»
«Temo di no. No».
Sybil si accese una sigaretta. «E che cosa ha detto Pilgrim di questa persona, Angelo, di questo italiano?»
«Ha detto che c’era un disegno che lo ritraeva. Nudo».
Lady Quartermaine mise da parte il portasigarette e l’accendino e disse piuttosto acidamente: «È sicuro che il nome si riferiva al soggetto del disegno? E se fosse l’artista? Angelo potrebbe benissimo essere Michelangelo. Mi pare che lui adorasse i giovani nudi...»
«Michelangelo...»
«Sì. Perché no? È il periodo di cui è esperto Pilgrim e può immaginare la quantità di disegni simili che gli saranno passati davanti agli occhi. Centinaia e centinaia di nudi. Che c’è di strano?»
«Lei sembra arrabbiata», disse Jung. «È arrabbiata?»
«Certo che no». Sybil allargò le dita e scrollò le spalle. «Perché dovrei essere arrabbiata?»
«Non ne ho idea. Ma lo è».
Sybil cominciò a sistemare le posate. Fece una specie di broncio ribelle, non diversamente da una bambina cattiva.
«Lady Quartermaine, mi trovo nella difficile posizione di avere a che fare con un paziente del quale non so pressoché nulla. Tutto quello che so è come vi siete incontrati, che cosa fa lui e quanto bene lo fa, dato che ho letto il suo libro. E so che ha tentato due volte il suicidio...»
«Più di due volte».
Jung sbatté gli occhi.
Sybil guardò verso le finestre. C’era un tavolo dove un uomo e una donna molto attraenti erano seduti uno di fronte all’altra. Di sicuro si erano sposati da poco, e non riuscivano quasi a staccarsi gli occhi di dosso.
Sybil si voltò di nuovo e frugò nella borsetta, da dove estrasse gli occhiali scuri. «La luce...» spiegò. «La neve».
Si sistemò gli occhiali e bevve un po’ di caffè prima di parlare di nuovo. «Lei è sposato, dottor Jung?»
«Sì. Mia moglie si chiama Emma. È incinta del nostro quinto bambino».
«Congratulazioni. Emma, ha detto».
«Sì».
«Un nome dolce. Un bel nome...»
«Lady Quartermaine... C’è qualcosa che non va?»
«No». Sybil si guardò gli anelli, ma continuò a non alzare gli occhi verso Jung. «No. Non c’è niente che non va. Non deve continuare a chiedermelo».
«Ma lei ha detto...»
Sybil guardò la sigaretta. «Ho detto che Pilgrim ha tentato il suicidio più di due volte. Cosa che, mi dispiace dirlo, è vera. Se vuole i particolari, può chiederli al dottor Greene. Io non ce la faccio a parlarne, a rivivere quei momenti». Schiacciò la sigaretta e disse: «Lui vuole disperatamente morire. E io...»
«E lei...?»
Un cameriere in guanti bianchi portò i mezzi pompelmi e li posò sul tavolo. Ognuno era posto in una coppa di vetro montata in argento, piena di ghiaccio. Ogni metà aveva al centro una ciliegia al maraschino brinata di zucchero. Sybil tolse la ciliegia e la mise da parte.
All’improvviso, parve sull’orlo delle lacrime. «Oh, mio Dio», disse. «Oh, mio Dio. Mi dispiace. La verità è che non sono stata sincera con lei, dottor Jung...» Girò il cucchiaio, agitò la mano e disse: «Le chiedo perdono, ma c’erano e ci sono delle ragioni».
«La prego. Non ha importanza».
«Ha importanza. Ce l’ha. Ce l’ha. Se solo sapessi come raccontare tutto...»
Prese un fazzoletto dalla manica, si tolse gli occhiali e si sfiorò gli occhi. Poi rimise gli occhiali e restò con le mani leggermente chiuse a pugno sul tavolo, stringendo ancora il fazzoletto in una mano. Quando parlò di nuovo, la sua voce era velata da quello che a Jung parve dolore.
«C’è un mistero così grande, così grande riguardo al mio amico, e io ne conosco solo una parte. Anche se ho molte esitazioni a raccontarglielo, devo farlo. Lei dovrebbe sapere che ci sono alcuni diari. Diari personali. Lui ha consentito di mostrarmene alcuni. Sono i suoi resoconti di vari – chiamiamoli così – episodi della sua vita. E quando lei mi ha detto...» Spinse da parte il pompelmo ancora intatto. «Quando lei mi ha chiesto se non avevo mai sentito il signor Pilgrim parlare di una persona di nome Angelo, ho detto di no. Ed era vero. In senso stretto, era vero. Ma... anche se lui non ha mai pronunciato quel nome, io l’ho visto scritto. Nei suoi diari».
Jung fece un sospiro. Eccoci.
Era comparso un debole barlume di luce. Era stato tolto un mattone dal muro che circondava il suo paziente.
Jung scavò col cucchiaino nel pompelmo. «È reale, questa persona? Angelo?» chiese.
«Non è. Era».
«Era?»
«Sì. È un nome che proviene dal passato. Un passato molto lontano».
«E non è un nome inventato? Di una persona fittizia?»
«Non è fittizio. No. È molto reale».
«Chi era, allora?»
«Un parente del signor Pilgrim».
«Un parente. E italiano. Interessante».
«Forse».
Jung aveva ormai finito il pompelmo e Sybil versò a entrambi un’altra tazza di caffè.
«Mi domando chi abbia inventato il caffè», disse Sybil.
«Dio, direi».
«Dio. Naturalmente. Che cosa buffa». Bevve un sorso. «Lei crede in Dio, dottor Jung?»
«Quando mi viene fatta questa domanda, Lady Quartermaine, provo il bisogno impellente di dare una risposta sprezzante. Un attimo fa, per esempio, ho avuto la tentazione di guardare l’orologio e dire che non credo in Dio prima delle nove del mattino».
Sybil sorrise. «In altre parole», disse, «non sono affari miei».
«Non intendevo questo. Volevo solo dire... Ah».
Era arrivato il cameriere in guanti bianchi con l’omelette e il prosciutto di Jung.
Jung ringraziò con un cenno del capo e continuò: «È solo che non posso addentrarmi in una discussione così ponderosa prima di aver finito di fare colazione».
«Touchée».
«Mi dica di più dei diari», disse Jung tagliando l’omelette. Era piacevolmente morbida e gocciolante. «Come ha guadagnato il privilegio di leggerli?»
Sybil fissò il suo pompelmo, se lo tirò di nuovo vicino e cominciò a mangiarlo stringendo sempre il fazzoletto in mano.
«Mi sono stati consegnati con un pacco».
«Un pacco?»
«Sì. Preparato da Forster, il cameriere di Pilgrim».
«E questo è successo... quando?»
«Subito dopo che Pilgrim tentò di uccidersi impiccandosi in giardino. Quella prima settimana, prima che lo portassimo qui, mentre lui si stava ristabilendo e io facevo i preparativi per il viaggio».
«Capisco. E adesso sono...»
«Adesso i diari sono qui in albergo, nella mia suite».
Jung la fissò senza dire nulla.
Staccò un pezzo di prosciutto e lo mangiò. Poi ne tagliò un altro, rigirandolo nell’uovo.
Alla fine Sybil si era decisa a mangiare il pompelmo, uno spicchio dopo l’altro, contandoli sopra pensiero mentre li mangiava... Dodici... Tredici... Quattordici...
Nessuno guardava l’altro. Erano ricaduti inconsapevolmente in un’immagine di abitudini domestiche: un uomo e una donna seduti al tavolo della colazione, che discutono del coinvolgimento – o del possibile coinvolgimento – di un amico comune con una persona misteriosa. In ogni momento uno avrebbe chiesto all’altro di passargli la marmellata di fragole, l’avrebbe presa senza ringraziare e se la sarebbe versata su un piattino.
«A proposito di questi diari», ricominciò Jung.
«Sì? Cosa?»
«Esito a chiederlo...» Jung si mise in bocca un altro pezzetto di prosciutto e lo masticò.
«Ma lei vuole sapere se ha qualche possibilità di esaminarli con i suoi occhi».
«Proprio così».
Sempre fissandola, Jung cercò di mettersi altro cibo in bocca, e fallì.
«Le è caduto addosso un pezzo di prosciutto».
«Chiedo scusa».
«Non chieda scusa a me. Chieda scusa al prosciutto».
Jung individuò la fetta dispersa e la posò sul piatto.
«Non ha risposto alla mia domanda», disse.
«Domanda?»
«A proposito dei diari, e della possibilità che io li possa vedere. Se devo curare il signor Pilgrim...»
«Nessuno ha chiesto una cura, dottor Jung. Io ho chiesto il suo aiuto. Le ho chiesto di aiutarlo, non di curarlo. C’è una differenza. Una differenza molto grande».
«Il mio lavoro...» cominciò Jung.
«Il suo lavoro è eseguire gli ordini di quelli che l’hanno assunta». Sybil prese portasigarette e accendino dal tavolo e si accese un’altra sigaretta.
Jung sbatté gli occhi e si abbandonò nella sedia. Il fumo si disperdeva verso l’alto.
«Lady Quartermaine, lei mi delude. Lei è una donna estremamente intelligente, eppure sembra che non abbia la minima idea di ciò che la pratica della medicina richiede ai medici. Durante le nostre ricerche non siamo liberi di voltare le spalle davanti alle cure. Dobbiamo fare tutto ciò che è in nostro potere per conseguire la guarigione, paziente per paziente. Ecco perché sono qui. È su questo che si fonda la mia vita, tutta la mia vita».
Sybil lo fissò con uno sguardo di pietra attraverso gli occhiali scuri. Il fumo della sigaretta si levava a volute dalle sue labbra e incrociò una lama di luce sopra la sua testa. «Il signor Pilgrim non può essere guarito», disse senza nessuna emozione. «Nessuno di noi può essere guarito, dottor Jung. Non dalla nostra vita».
Jung si appoggiò allo schienale della sedia e mise di lato le posate. In ciò che aveva appena detto Lady Quartermaine c’era più di un’eco di ciò che aveva sostenuto lui stesso a proposito della contessa Blavinskaja: Non si può essere guariti dalla luna.
Abbassò gli occhi sulla tovaglia e sulle sue mani, posate su di essa, vuote.
«Lo aiuti», disse Lady Quartermaine. «È tutto quello che le chiedo. Lo aiuti a sopravvivere alla nausea della sua vita. No, non la nausea della sua vita: le condizioni in cui è costretto a viverla. È necessario trovare una strada per aiutarlo a sopravvivere... alla sopravvivenza, dottor Jung. È tutto quello che chiedo. Un semplice raggio di speranza. Una ragione, qualche ragione per vivere».
«Se potessi vedere quei diari, Lady Quartermaine...» disse Jung.
Restò in attesa e non aggiunse altro.
Sybil, all’improvviso, si alzò in piedi. «Benissimo», disse. Spense la sigaretta e prese la borsetta e la sciarpa di cashmere. Tirandosi la sciarpa sulle spalle, disse: «Vedrò cosa si può fare».
Jung si alzò dalla sedia e fece un cenno con la testa mentre le stringeva la mano.
«Grazie», le disse, «e buona giornata».
«Sì, buona giornata».
Così dicendo Lady Quartermaine se ne andò.
Jung si sedette e allontanò il piatto. Sul fondo della sua mente si era fatto strada il pensiero che, in Pilgrim, c’erano non una ma due persone che avevano bisogno della sua attenzione: Pilgrim e la sua ombra, Lady Quartermaine.
Mentre tornava al caffè e si accendeva un sigaro, Jung notò che i due giovani attraenti del tavolo vicino alle finestre avevano posato i tovaglioli, si erano alzati di scatto e si stavano affrettando dalla sala da pranzo verso l’atrio.
Strano.
O così gli parve. Era quasi come se, dopo aver visto allontanarsi Lady Quartermaine, la stessero inseguendo.
Ripensandoci, ricordò che Sybil, vedendo la giovane coppia, aveva voltato la faccia e si era subito infilata gli occhiali scuri. Li conosceva? Voleva evitare di essere riconosciuta? O era una pura coincidenza, senza alcun significato?
Jung sapeva di avere la tendenza a sovrapporre segni e segnali a ciò che osservava, e stabilì che stava caricando di troppi significati la loro improvvisa partenza. Era mattina. Tutti si affrettavano a fare ciò che dovevano fare. Era tutto lì. Erano semplicemente diretti ai campi da sci, non all’inseguimento di Lady Quartermaine.
Lui però sì. Quello lo sapeva per certo.