Sogno.
Forse si sentiva della musica. Sembrava ci fosse. Qualcuno che cantava.
Leonardo andò presso le finestre, con il farsetto aperto, i bottoni slacciati e le code della camicia che pendevano libere. Non aveva più il nastro sui capelli e aveva gettato via la cintura.
La schiena era illuminata dal fuoco: il velluto color vino del farsetto era striato di arancio come se le fiamme fossero dita e l’avessero graffiato.
Vieni qui.
Gherardini esitò.
Vieni qui. Voglio farti vedere una cosa.
Cosa?
Vieni a vedere. Su.
Gherardini rimase inchiodato accanto al tavolo, a fissare i disegni del giovane nudo. Mio fratello. Era così che era successo? Un invito a prima vista casuale – vieni qui – e le lampade che cominciavano a languire, la luce dal camino che si allungava sul pavimento e su tutto l’odore di radice d’iris, di rosmarino e di arance.
Gherardini si diresse alla finestra. Subito il braccio di Leonardo circondò le sue spalle.
Qui. Vedi? La messa è finita.
Figure con cappe e cappucci si riversavano dalle porte aperte di Santa Maria Novella.
Il braccio di Leonardo scese fino alla vita di Gherardini.
Sono stanco. Devi aiutarmi.
Non so come.
Che cosa sciocca da dire. Certo che lo sai.
Leonardo si piegò in avanti e baciò il giovane sulle labbra. Mentre lo tirava più strettamente a sé, con la mano libera cercava di sciogliergli i legacci del farsetto.
Gherardini si staccò da lui.
Ho un coltello.
Leonardo restò indietro, sbalordito, ma continuò a sorridere.
Un coltello?
Sì.
Devi essere impazzito. Cosa ho fatto? Cosa ho fatto che non avessi già fatto una decina di volte?
Non capisci. Ho paura.
Ma non hai mai avuto paura. Mai. Mai. Mai di me.
Tu non capisci! Io non...
Non cosa? Non sei innamorato di me?
Leonardo scoppiò a ridere.
Gherardini gettò un’occhiata alla piazza. Il cane era morto. I fedeli in lutto si erano dispersi. Le porte della chiesa erano chiuse. I fuochi bruciavano ancora, ma tutti quelli che erano seduti intorno erano già curvi nel sonno. Nulla di umano si mostrava nel loro profilo collettivo, che avrebbe potuto benissimo essere un profilo di colline e montagne viste da lontano.
La mano di Leonardo ricadde sulla spalla di Gherardini.
Cominciavo sempre prendendoti da dietro. Ricordi? In piedi. Proprio così.
Premette con forza il corpo contro la schiena di Gherardini e spinse le dita della mano libera nella bocca del ragazzo, cantilenando:
Così, così, così. Ti piace, vero?
Le sue labbra baciarono l’orecchio sinistro di Gherardini. Con la mano sinistra, Leonardo gli tolse il farsetto, lasciandolo cadere per terra, e attaccò i legacci che stringevano alla vita le brache del giovane.
Hai sempre lo stesso odore, disse la voce. I tuoi capelli, il collo, la pelle.
Leonardo prese la mano di Gherardini e pose il palmo sul suo pene eretto.
No!
Il ragazzo si voltò e colpì Leonardo in viso.
Leonardo colpì di rimando e la forza del pugno lo mandò a terra.
Leonardo allungò le braccia, rimise in piedi il ragazzo e gli strappò la camicia.
Le mani del ragazzo si alzarono in un gesto di autodifesa.
Leonardo lo colpì due volte al volto. Due volte, e poi ancora.
Le braccia del ragazzo erano conserte, i gomiti premuti contro il petto.
La voce di Leonardo si udiva appena.
Nessuno dice no a me. Nessuno. Mettiti in ginocchio e chiedimi perdono.
Il ragazzo si afflosciò.
Scusa.
Dillo di nuovo. E come si deve.
Ti chiedo scusa, maestro.
Alzati.
Gherardini non poteva muoversi.
ALZATI!
Leonardo afferrò il ragazzo per i capelli e lo rimise in piedi. Poi lo prese per un braccio e lo spinse verso il tavolo, dove lo fece sdraiare, gli strappò le brache e le gettò nel fuoco.
Gherardini portò una mano all’inguine. Chiuse gli occhi.
Era troppo tardi.
Leonardo aveva visto e aveva voltato la testa.
«Ho cercato di dirtelo», disse la ragazza mettendosi seduta. «Ma tu non mi hai voluto ascoltare».