Adesso si è alzato il vento, un vento che solleva e sposta gli stendardi appesi a ogni finestra e balconata della piazza di Santa Maria Novella, stendardi rossi in onore del nunzio papale la cui missione di ridurre al silenzio Savonarola è appena fallita. Alcuni sono già a brandelli, strappati dalle mani avide dei cittadini che muoiono di freddo, e ciò che si vede sono stracci che dicono Addio! Tornatene a Roma! come marinai sferzati dal vento sul ponte di una nave destinata ad affondare.
Ovunque cominciano a suonare le campane di tutte le chiese. La potente campana del duomo e quelle tenorili di Santa Maria Novella, grida di campane indipendenti, come se fosse il vento stesso ad agitarle. Su tutti i lati della piazza, le figure velate si stringono davanti ai fuochi, tirandosi sulle orecchie tutto ciò che possono usare per coprirsi. Lunedì, lunedì. Domani, dicono loro le campane, è l’ultimo giorno di Carnevale, il martedì grasso, quando un tempo tutti esultavamo e cantavamo insieme, festeggiavamo e bevevamo e ballavamo. Ma adesso tutto questo è proibito. Dall’editto di Savonarola.
Jung chiuse istintivamente gli occhi quando incontrò quel nome. Savonarola era stato un santo e un mostro e, dal punto di vista di Jung, molto più mostro che santo. Che fosse un fanatico non potevano esserci dubbi, e i fanatici reclamano sempre le loro vittime.
Prese un appunto: Emma: ricerche su Savonarola.
Alimentati dalle correnti, i fuochi si innalzano contro i muri, segnandoli di ombre frastagliate. Dentro la chiesa, il coro comincia a cantare a voci spiegate, quasi spaventato:
... Chorus angelorum te suscipiat
et cum Lazaro quondam paupere
aeternam habeas requiem.
... Ti accolga il coro degli angeli,
e con Lazzaro, povero un tempo,
possa tu avere l’eterno riposo.
Un’improvvisa carica di cavalli grigi taglia in diagonale la piazza. I cavalieri non sono che sagome con i capelli al vento e braccia che frustano.
E poi... un uomo.
Jung cercò di girare la pagina ma non ce la fece. Si inumidì il dito e lo passò sull’angolo. Alla fine ci riuscì.
E poi era comparso un uomo. A testa nuda, sembrava all’inizio. Con una cappa stretta attorno alla vita. Alto. Imponente. Ben fatto. Con vesti pesanti. Un viaggiatore, forse. Un pellegrino. Chi può dirlo?
Era entrato in piazza da nord-est. La sua ombra cade dapprima sugli stendardi laceri sopra e dietro di lui, ma mentre avanza l’ombra gli gira davanti e sembra tracciare un sentiero di fronte ai suoi piedi, sul quale lui procede come un principe abituato alle cerimonie, guardando senza alcun interesse evidente la scena attorno a sé.
Dalla periferia dei falò si muovono alcuni cani, curiosi e senza paura, esitanti ma attratti dalla loro destinazione, a cui si avvicinano a passo sicuro. Il pellegrino – perché sembra sempre un pellegrino – si ferma e si volta a osservare i cani che gli vengono incontro.
Sono almeno dieci o dodici. Si fermano per un istante, ma poi riprendono ad avanzare.
Un cane comincia ad agitare lentamente la coda.
Poi il pellegrino deve aver detto qualcosa, perché il cane va dritto da lui e lo saluta strusciandoglisi contro e alzando gli occhi verso la faccia dell’uomo, illuminata dal fuoco.
L’uomo si piega. Si accoscia. Mostra le mani aperte. I cani si fanno avanti. Un cacciatore e la sua muta.
Poi il pellegrino estrae dalla cappa una sacca e i cani si spingono ancor più verso di lui: alcuni montano sopra gli altri, tutti tremano eccitati nell’attesa.
Qualunque cosa dia loro, deve essere cibo, perché i cani vi si gettano sopra voracemente, uggiolando e abbaiando finché la sacca non è completamente vuota.
Dai fuochi, i cittadini si voltano a guardare, in silenzio. L’uomo potrebbe essere l’oggetto del loro universale disprezzo e perfino della loro furia: Ma guarda se bisogna dare cibo ai cani! Ma nessuno parla.
Forse conoscono il pellegrino. Di sicuro lo conoscono i cani.
In quel momento lui si volta e va verso il centro della piazza dove si trova ancora il cane disperato, che non si è alzato, non si è nemmeno mosso mentre gli altri mangiavano.
Il cane alza la testa, anche se non si solleva da terra. L’uomo e il cane si guardano negli occhi. Il pellegrino si inginocchia.
Cosa è successo? È successo qualcosa. Cosa?
Il cane non si muove. Il pellegrino stende la mano. Il cane si abbassa, ma non abbandona il suo posto.
L’uomo raggiunge il gruppo di mendicanti più vicino e apre la borsa. Si fa avanti un ragazzo e, impugnando un tizzone, segue il pellegrino che torna verso il cane.
Grazie alla luce della torcia adesso si riesce a vedere la faccia del pellegrino.
Porta un berretto che gli copre la parte posteriore della testa. I capelli, lunghi, sono di un rosso scuro, il colore della terra toscana, e splendono di tracce di bianco o grigio. Porta la barba alla moda dei re di Francia o di Spagna, sagomata e tagliata come un profilo a carboncino della sua mascella, bocca e guance. Ha gli occhi grandi e spaziati fra loro e il suo naso – come si potrebbe dire se lui fosse un disegno o un dipinto – è nello stile di Lorenzo il Magnifico. In verità, il pellegrino potrebbe essere un Medici tornato a reclamare la sua città. Un’autorità principesca ne informa ogni mossa e ogni gesto, come se fosse nato per essere obbedito.
Mentre il ragazzo osserva, il pellegrino si toglie la cappa e la stende per terra accanto al cane.
Poi vi si siede sopra ed estrae un quaderno da una tasca del suo lungo mantello di lana. Un quaderno. E un pastello.
Il ragazzo si avvicina. La torcia splende e illumina la pagina, posata sulle ginocchia del pellegrino.
E poi il pellegrino comincia a disegnare.
Ho visto questa pagina, lesse Jung. L’ho vista per la mia meraviglia e il mio dolore. Mostra la testa e le spalle e le zampe anteriori di un cane disperato. Mostra anche una mano tranciata con brutalità. E, nella mano, un pezzo di pane.
Sotto l’immagine, scritto forse in un’epoca successiva, in quella curiosa scrittura speculare per cui era famoso, c’è questo appunto:
Mano di una donna fiorentina. Disegnato a lume di torcia la sera del 6 febbraio 1497. Il cane non voleva lasciarla. Morta qui stamattina. Manica di cotone azzurro scuro. Un bottone di legno.
Ecco il mio primo incontro con Leonardo.